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Franz Krauspenhaar

Era mio padre

17,00 €

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Per me è diverso.
I conti che devo fare io sono diversi.
Io prego, caro lettore.
Prego con foga e con ferocia.
Questo padre che mi ha abbandonato troppo presto.
Lo prego per tutto.

In un’estate afosa e solitaria, un figlio compie un viaggio nella memoria alla ricerca del padre, tedesco nato in Italia negli anni Venti, combattente della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale. Con un andamento schizofrenico, tra episodi personalmente vissuti o sentiti soltanto raccontare, Krauspenhaar ingaggia il suo rabbioso duello con la figura paterna, personalità vitalissima e forte, ormai scomparsa ma ancora al centro della vita dell’autore. Come un rabdomante, cerca a occhi chiusi le vene d’acqua di un’esistenza intensa e ricca di momenti memorabili, drammatici o esilaranti, in un gioco di risentita estraneità e tenera appartenenza reciproca, gioco feroce e intermittente che sempre si consuma tra padre e figlio, e che qui s’intreccia alla storia di un libro sofferto, concepito e scritto per amore, per parlare con chi non c’è più e per salutarlo definitivamente dopo averlo rincontrato tra queste pagine.
Era mio padre, sorta di oggetto letterario non completamente identificato, diventa così storia su più livelli: di un padre assente, di un figlio che ne accarezza e violenta il ricordo, e della sua vita solitaria che intanto scivola via punteggiata da telefonate di amici, incontri galanti, rabbie, paranoie, accensioni liriche e abbandoni quasi violenti alla tenerezza. Tutto spudoratamente messo sul piatto di una narrazione che ha il coraggio dell’invettiva sincera contro sé e gli altri, e brilla di sentimenti e riflessioni da cui trasuda il senso dell’esistenza di noi tutti. Vincitore del Premio Palmi 2008.

ERA MIO PADRE – RECENSIONI

Franz Krauspenhaar, LA VOCE DI ROMAGNA
– 19/11/2008

 

Uomini in via di estinzione e voci lontane

 

 

Stefano Gallerani, ALIAS – IL MANIFESTO
– 27/09/2008

 

Väterliteratur in italiano

 

 

Linnio Accorroni, L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
– 01/09/2008

 

Ozio infinito

 

 

Franz Krauspenhaar, IL DOMENICALE
– 16/08/2008

 

Lo spiritosissimo dottor Posche

 

 

Claudio Toscani, LETTURE
– 01/09/2008

 

Tra padre e figlio eccesso d’Edipo

 

 

Francesca Pugliese, CALABRIA ORA
– 28/07/2008

 

Premio Palmi ’08

 

 

Giuseppe Mazzù, GAZZETTA DEL SUD
– 26/07/2008

 

Tra gli insigniti del Premio Palmi Matteo Garrone regista di “Gomorra”

 

 

LA SESIA
– 15/07/2008

 

Libri per le vacanze

 

 

Tommaso Giartosio, FAHRENHEIT – RADIORAI TRE
– 17/07/2008

 

Intervista a Krauspenhaar

 

Fahrenheit – RadioRai Tre

Franz Krausphenhaar, Era mio padre, Fazi  
 
immagine evento
 

Un altro interessante libro sulla figura paterna, dopo il bellissimo “La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati. Ecco un altro scrittore quasi cinquantenne che ripercorre le tracce del padre: un tedesco nato in Italia negli anni Venti e che ha combattutto, sempre in Italia, nelle file della Wehrmacht. Lo ha scritto il figlio, Franz Krauspenhaar, figlio di Carl – rinomimato dal narratore Karlo. “Era mio padre” è un corpo a corpo con l’uomo che ha abbandonato il figlio troppo presto, è un’autofiction famigliare, un libro in cui le memorie del passato e il quotidiano di uno scrittore si fondono molto bene. “Come vorrei che papà potesse leggermi, ora” è il desiderio finale di Franz Krauspenhaar.
Tommaso Giartosio intervista Franz Krausphenhaar
Possiamo definire “Era mio padre” un memoriale. Non un romanzo, non un`autobiografia, casomai un memoriale romanzesco, ma non romanzato. C`e` il calore della verita`, filtrata dalla sua tipica scrittura: enfatica, eccessiva, titanistica, violenta. Il libro racconta un confronto molto duro con il padre. In molti casi si arriva allo scontro fisico. Scontro che permane anche nei sogni del protagonista.
Si`, racconto un rapporto combattuto, di amore e di odio. Odio che inizia presto: dalle prime punizioni, dalle prime cinghiate sulle gambe di cui il figlio nemmeno capisce la ragione. Nello stesso tempo c`e` questo amore, questa voglia di emulare il padre, visto dal figlio come un gigante. Inconsapevolmente, anzi, lo rende ancora piu` grande. Allo scrittore, poi, nonostante ci dovrebbe essere un ridimensionamento naturale della figura paterna, scappa la mano; e la sua verita`, pur soggettiva, restituisce sulla pagina il padre a quella terribile grandezza di un tempo.
Il libro si basa su ricordi ed emozioni. Alcune volte c`e` documentazione, ma per lo piu` e` un libro emotivo; dice perfino che ha preferito evitare di visitare il luogo di nascita del padre. Ogni scrittore racconta esperienze personali. Ma non crede che in questa vicenda c`e` un elemento esemplare?
Secondo me si`. In molte pagine ci si puo` ritrovare anche se non si ha vissuto un rapporto cosi` violento col genitore. Non dico che siano pagine universali, ma contengono esempi di lotta tra padre e figlio, tra maschi, che penso valgano per molti. Anche senza arrivare allo scontro fisico, tra un padre e un figlio c`e` sempre una rivalita`, temperata dal tentativo di assomigliarsi.

Giuseppe Mazzù, GAZZETTA DEL SUD
– 10/07/2008

 

La XIV edizione del “Premio Palmi” il prossimo 26 luglio

 

 

Gian Paolo Serino, LA SESIA
– 08/07/2008

 

Guardare in faccia il proprio passato

 

 

Remo Bassini, LA SESIA
– 11/07/2008

 

“Raccontarsi” a un uomo puro

 

 

CITY MILANO
– 26/06/2008

 

Era mio padre

 

 

IL GIORNO
– 26/06/2008

 

Pinketts in libreria per Krauspenhaar

 

 

LA REPUBBLICA – TUTTOMILANO
– 26/06/2008

 

Era mio padre

 

 

NUNZIO FESTA, SCRITTURE.BLOG.KATAWEB.IT
– 24/06/2008

 

Era mio padre

 

Scritture.blog.kataweb.it

 

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di Franz Krauspenhaar, Fazi (Roma, 2008), pag. 281, euro 16.50. 

Un romanzo contro il ricordo. Franz Krauspenhaar, scrittore che puntualmente mette in scena una narrativa impastata di memoria e di presente: ha già  dato alle stampe una intensa autobiografia, un’opera utile se si considera  la necessità di smagnetizzare il ricordo. Con Era mio padre, dunque, Krauspenhaar, già autore di altri noti e scuri bruciori formato libro, assolve a un compito importante: dice, senza ovviamente sottolinearlo (anzi scrivendo e raccontando appunto il contrario) che si deve togliere dall’intimo il ricordo; tenerlo, serbrarlo, neutralizzandolo. Franz parla di lui, mette nelle pagine tutta la sua persona, intinge del colore del suo corpo e della forza delle sue vene il volume, spiega agitando la propria esistenza e facendone uscire tutti i momenti fatti e che sta facendo. Il narratore, la penna che crea questa autobiografia a se stesso necessaria passa dall’esternazione delle sue teorie al dipanare sul filo del bianco del passato. Vuole, fra le cose più importanti ragionare sull’identità. Innanzitutto, perché F. Krauspenhaar è italiano ma d’origini tedesche. Italiano ma nato da padre tedesco. “Luogo” centrale del romanzo è proprio il padre. Le vicende sono fitte di dolore. Morti e volti di morte tengono in piedi la storia. Per forza di cose, per virate della vita. Ma la ricerca del contatto con il padre che non c’è più è semplicemente un escamotage, una prova obbligatoria che serve a dire quanto il potere della scrittura permetta a una persona di vivere. E che ci sono persone che vivono per scrivere. Franz è uno scrittore, oltre che di grande talento, Franz Krauspenhaar in questa società è obbligato a scrivere, per vivere e a volte, purtroppo, persino per sopravvivere. Fra le cose che potrebbero non piacere, però, quella visione troppo sentita in giro che le Fosse Ardeatine siano state causate da via Rasella… dato che nel romanzo s’arriva anche a questo. Comunque, la trama proporne tutto ciò che riguarda e a riguardato una famiglia. Evidentemente una famiglia esemplare. La scrittura a tratti violenta e a pizzicotti dolce e servita sul piatto grande dell’evocazione continua. Lo scrittore milanese usa strumenti consolidati, affidando a un dialogo con l’umanità il racconto la confessione irriverente custodita dal suo stomaco di fumatore più che incallito.

gci, GIORNALE DI SICILIA
– 21/06/2008

 

Era mio padre

 

 

Isabella Borghese, MELTINPOTONWEB.COM
– 15/06/2008

 

Recensione libro: Era mio padre di Franz Krauspenhaar

 

 

Meltinpotonweb.com

Titolo:Era mio padre
Autore:Franz Krauspenhaar
Editore:Fazi – Le vele
Anno:2008
Pagine:281
Prezzo:16,50€

 

Era mio padre, di Franz Krauspenhaar, libro definito “bioautografico” dallo stesso autore è una storia che non si fa attendere e non diverte, ma sin dall’inizio son sferzate di sofferenza che rivelano l’urgenza di comunicare, mettere nero su bianco colpendo intenzionalmente il lettore con la violenza di questioni intime e personali attraverso la voracità della parola. C’è la storia di un padre, ambientata negli anni Venti, un tedesco combattente dell’armata di Hitler, c’è un figlio che ama e odia la figura paterna, e che dopo la sua morte cerca di seppellire insieme al padre – e con estrema fatica- un rapporto contrariato attraverso la redenzione di se stesso e la pacificazione. E ci sono sfaccettature di vita quotidiana, amicizie, amori, pianti, ricordi, un passato che si mescola con un presente per mezzo di un dialogo che l’autore intrattiene con il padre stesso. Un libro, ma soprattutto un viaggio nella memoria, introspettivo, intimistico, un guardarsi dentro e raccontarsi a pioggia, non omette né tentenna, mira a condividere stati emozionali con i lettori, ma in primis con chi può ritrovarsi nella storia dell’autore e in quel patimento che accomuna gli uomini, gli stessi che l’autore vorrebbe raggiungere e che in qualche modo faticano nella vita. È un guardarsi allo specchio mettendosi a nudo senza alcuna vergogna e senza mai filtrare nulla, perché è tutto nelle righe, limpido e lucido. Il dialogo narrato ruota intorno al rapporto tra il padre e un figlio, ma non solo: c’è la debolezza di questi che da bambino si sentiva più piccolo e indifeso del normale, e di fronte la forza del padre, una violenza che ha inevitabilmente mutato il corso della vita dell’autore, poi emerge una psicosi e la storia della famiglia Krauspenhaar, il suicidio del fratello e una madre che si ammala. Il fermarsi dell’autore dopo la morte del padre per capire, accettare e affacciarsi a questa perdita da accantonare alla ricerca della serenità per poi proseguire nella vita e di pari passo l’immergersi in un rapporto passato che l’autore cerca di comprendere con l’impellenza legittima e urgente di ripercorrere gli anni che furono: dalla storia della famiglia ai rapporti interpersonali interni col tentativo dell’autore di redimersi e alleggerirsi. La scrittura sembra mettersi al servizio di un vero e proprio viaggio intimistico in cui l’autore, rivela dunque queste questioni personali senza lasciare mai spazio a dubbi, e al non detto e questo a volte fa del lettore quasi un interlocutore imbarazzato, che potrebbe sentirsi impreparato ad assorbire. La sofferenza arriva palpabile, diretta, rivelatrice di stati intimi in cui l’autore in quest’alternanza di vicende presenti e passate si racconta, si biasima, si compatisce, si interroga cercando la comprensione e le orecchie del lettore. Ma c’è spazio anche per la tenerezza, ci son passaggi in cui l’autore mette a nudo debolezze dell’animo e racconta un forte desiderio passato di cercare il consenso di quel padre così duro. E allora intenerisce la storia di un buondì motta che rivela lo sguardo attento di un figlio verso il padre e commuove sul finale la consapevolezza o anche solo l’idea semplice che il biscotto salato è un’immagine trasposta di cos’è in fin dei conti la vita, un qualcosa di bello ma anche un gusto dolce. Forse nel sapore di quei biscotti c’era il segreto della mia vita con mio padre, scrive l’autore.
Ma c’è spazio anche per le donne in questo libro, uno spazio in cui l’autore si muove con tormento e insofferenza; le donne a donarle una dimensione non sono mai un porto sicuro, piuttosto si riducono a momenti di passioni, “il cazzo che entra nella figa” scrive Krauspenhaar stesso e allora la vita solitaria sembra di pari passo l’unico approdo anche quando l’autore sa che attaccherà il telefono e piangerà la mancanza di una donna.
È un fiume in piena questo libro, anche questo. È la paura della morte, la difficoltà di accettarla, sembra a tratti un percorso terapeutico, laddove mettere se stesso nero su bianco diventa il modo scelto dall’autore per guardare dentro se stesso per liberarsi di un passato che risulta scomodo, fa male e occupa martellante la sua vita. È una lettura che non si fa lasciare, a tratti affanna per l’intensità e fa rallentare i pensieri, ma restano pagine che non vogliono farsi attendere. È un libro coraggioso, sofferto, profondo, ma anche un desiderio infinito di collocare in un posto importante com’è un libro per un autore, una storia che egli stesso vive con estremo tormento. E non viene da sottovalutare e accantonare nemmeno lo splendore di questa ricerca di libertà interiore e di una leggerezza a cui l’autore sembra aspirare, e il cui pensiero arriva con un’intensità che colpisce mirata.
Ci vuole una giornata a leggere un libro così, ma giorni interi per digerirlo e riporlo in libreria. Un libro alla ricerca di una vera e propria catarsi interiore ma fa anche supporre che bisogna amare davvero molto la vita per restarci con il peso di certi fardelli, gli stessi che vogliono solo esser convogliati in altre direzioni, o proprio sepolti.

Marina Torossi Tevini, LAFRUSTA.NET
– 09/06/2008

 

Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi 2008

 

Lafrusta.net

Franz Krauspenhaar, Era mio padre,  Fazi  2008

 

 

 

Quando vai nella pioggia, ed è proprio diluvio, fermarsi è impensabile e non è neppure da coraggiosi proseguire. Diciamo che è l’unica soluzione. In questo romanzo di Franz Krauspenhaar  un torrenziale flusso di coscienza unisce presente a passato con la consapevolezza che nulla è realmente passato perché rimane in noi; un flusso di coscienza giocato abilmente su vari registri narrativi, ma che ha come denominatore comune la volontà di scandagliare l’io a fondo, senza sconti, senza infingimenti. “La letteratura deve suscitare emozioni, deve essere motocross, seguire gli alti e bassi della vita” sostiene Krauspenhaar e ribadisce che la letteratura è un gioco molto serio in cui il materiale su cui si lavora è la vita stessa di chi scrive. Quarto libro dell’autore milanese dopo Avanzi di balera (Addictions, 2000), Le cose come stanno (Baldini&Castoldi 2003), Cattivo sangue (Baldini&Castoldi Dalai, 2005), questo lungo racconto narra di un padre combattente, un padre che ancora ragazzo era stato mandato a combattere nella fase finale, durissima, della Seconda guerra mondiale sul fronte tedesco/russo, nove mesi di Wehrmacht, un inferno). E molti erano stati gli inferni attraversati, dalla fame alla paura, dalla frustrazione alla depressione. Da tutti questi inferni però era riemerso per porsi ai suoi figli come un modello, un punto di riferimento, la persona a cui chiedere la riconferma delle proprie idee, un uomo tutto d’un pezzo, onesto e retto, fedele, un uomo fiero e amante della sua casa e della sua vita. Com’è difficile per un figlio mettere d’accordo quest’immagine con l’idea di un padre suicida. Com’è difficile convivere con il senso di colpa e lo scacco che chi rifiuta la vita lascia a chi lo ha amato.

 

Tocca al figlio rimettere a posto le tessere di un mosaico costruito sul proprio sangue. Tutto sembra opporsi alla creazione di questo romanzo, dalla rottura dell’hard disk che fa perdere parte del lavoro, alla difficoltà di infrangere un mito – per poi ricostruirlo, certo, non più mito, ma persona, con le sue grandezze e le sue paure, con i suoi limiti, con la sua lotta impari contro la vita. Perché uno dei fili conduttori del libro è proprio la lotta contro una vita che calpesta spietatamente. E lo fa in vari modi. Quelli che dall’inferno della guerra riescono a uscire si portano dietro un marchio di male feroce che li perseguita e, talvolta cadono vittime, anche a distanza di decenni, di depressione o di atteggiamenti di autolesionismo. E così questo soldato-ragazzo uscito sconfitto e marchiato dalla Seconda guerra mondiale – eppure con un’aureola di grandezza, con il carattere reso più forte dai pericoli corsi, temprato dalla lotta e dalla fatica – diventa anche l’emblema di un’Europa che nel Novecento è stata percorsa da troppo sangue per poter lasciare alle generazioni successive una possibile felicità. Il sangue si paga anche a livello di popoli e anche chi non ne è direttamente responsabile si sente oppresso.

 

Il senso di colpa è il nesso su cui si costruisce il romanzo, che inizia con il mesto saluto tra padre e figlio a una stazione per una partenza che sarà senza ritorno. Il figlio non lo sa, pensa che sia un commiato come un altro, vede il padre un po’ stanco, non perfettamente in forma, ma non coglie alcun segno, come d’altronde quasi sempre succede. Attraverso un’analisi e una lunga ricostruzione dell’esistenza del padre ma anche della propria vita l’autore forse cerca sollievo dal senso di colpa che irrazionalmente lo opprime. La vita e le persone che ci amano, o che amiamo, ci legano in modo potente e il legami spesso producono dolore. Allora si cerca rifugio in una voluta insensibilità favorita con gli anni dalla naturale tendenza a ottundere quanto c’è di più risentito e di più fragile dentro di noi, ci si costruisce una corazza per sentire di meno, per soffrire di meno. Ma è difficile quando al dolore si sommano altri dolori, e cede anche il fratello gettando sulla famiglia altri sensi di colpa per non aver capito, per essersi accomiatati da lui che proprio quel giorno sembrava più sereno e non faceva trapelare il suo intento di farla finita. Le vicende della famiglia dunque diventano emblema di un periodo tragico della vita dell’Occidente, un periodo non percorso da guerre ma pure marchiato a fuoco dalle vicende tragiche dei padri. Le due guerre mondiali e la ventata di irrazionalità che caratterizzò il periodo interbellico hanno regalato alla vecchia Europa una sorta di assicurazione all’infelicità che le generazioni successive devono scontare. Chiunque si confronti con la propria esistenza non può non tener conto anche di questa tragedia collettiva che va metabolizzata e superata per poter ricostruire, individualmente e a livello di società, un po’ di sereno.

 

Ma il libro di Krauspenhaar è anche un libro sull’oggi, un libro che riflette sulla letteratura contemporanea (le librerie-pescherie dove il libro dopo tre mesi già puzza come un pesce andato a male), sulla tragedia dello scrittore che scrive in solitudine e manipola sempre troppe parti di sé per uscirne integro, sulla critica: “non è questione di successo o di insuccesso, di critiche buone o cattive: è che il mondo delle lettere è un mondo dove due più due non fa mai quattro, un po’ come in amore. È un mondo molto più rischioso del commercio. Nel commercio puoi rischiare la vita, ma è diverso. Sono rischi palpabili. I rischi della letteratura sono impalpabili, rischi tutto sommato inutili. E pericolosi”. E non si fanno sconti ai conformismi di ieri e di oggi, conformismi soprattutto politici e culturali,  a cui l’autore ha cercato sempre di sottrarsi percorrendo una sua via. La scrittura che scandaglia il profondo dell’io è però secondo Krauspenhaar  anche illusionismo, abile gioco illusionista attraverso il quale lo scrittore costringe il lettore a entrare nel suo mondo “facendogli aumentare i battiti cardiaci e provocando un corto circuito mentale”. E allora non sapremo mai quali verità abbiamo colto nel tratto di strada che ci è sembrato di percorrere. Abbiamo ascoltato discorsi intimi, siamo stati coinvolti in rapporti complicati, ci siamo sentiti talvolta spettatori quasi vergognosi di quello che sentivamo e vedevamo, con il complesso degli intrusi in una realtà troppo intima. Ma era la realtà? È solo un dubbio. Legittimo perché lo scrittore stresso lo insinua.

 

Ma questo libro è anche il commiato estremo dal padre ed è ricostruzione di sé al di là e al di sopra del padre, – perché in fondo ogni essere umano per esistere ha bisogno di seppellire i padri e di  ricostruirsi in un’ “estrema lontananza” perché la presenza in qualche modo è limitante.

 

E questo libro è anche un libro su Milano, la Milano di ieri e la Milano di oggi, la Milano del miracolo economico degli anni Sessanta (infanzia dell’autore con i suoi miti e le macchinine e i film dell’epoca) ma anche la Milano da bere degli anni Ottanta e la Milano di oggi con i suoi grigi (il cielo è in saldo oggi a Milano. Che non mi ama più”).

 

È un libro di fotogrammi, alcuni color seppia, in cui l’autore punta su un’immagine, su un brano di parlato che affiora nella memoria, e poi lo si ingrandisce a dismisura per spremerne ulteriori piste mentali o sentimentali, oppure qualche percorso di conoscenza. Quello che affascina di più è la tecnica di narrazione, l’uso del flusso di coscienza, per cui nulla sembra costruito, ricordi e pensieri germogliano gli uni dagli altri per associazione, e l’io dell’autore deborda coprendo e invadendo spazi, sovrapponendosi alla figura del padre e diventando il vero protagonista. Si procede “a fari spenti nella notte” e il lettore soltanto nei capitoli finali riceve la chiave di lettura del libro (il suicidio di Karlo) che lo costringe a ripercorrere idealmente le pagine che ha appena letto comprendendole in un’ottica diversa.

 

Viene ucciso un idolo. Ma ne emerge un uomo. L’idolo va abbattuto “per centrare meglio se stessi”, per superare quell’inevitabile complesso di inferiorità.

 

Nel percorso di Krauspenhaar si può rispecchiare la generazione che è vissuta nella pace del dopoguerra senza aver rischiato nulla sulla sua pelle, ma oppressa da un complesso di inferiorità nei confronti della generazione precedente che si era confrontata con immani difficoltà e pericoli estremi. Il libro dunque narra al contempo una vicenda personale e intima ma è anche cassa di risonanza di una situazione emblematica.

 

E infine questo romanzo è anche una sorta di estremo colloquio, al di là della morte, tra padre e figlio. La morte ha chiuso una porta all’improvviso, ha interrotto, ha impedito. La narrazione è un mezzo per vincere gli inferi, per riannodare i fili di un discorso interrotto. Scrivere può avere una funzione salvifica. L’autore ridisegna il commiato, il libro diventa un ponte tra la vita e la morte e il figlio si racconta, narra di amici di donne di delusioni, racconta la sua solitudine, le quotidiane difficoltà contro cui si confronta, i malesseri con cui lotta, i locali le passeggiate le notti insonni. Ricostruendo la figura del padre costruisce se stesso, o costruisce entrambi, diventando, per così dire, padre del proprio padre.

 

 

 


Rossella Martina, QUOTIDIANO NAZIONALE
– 01/06/2008

 

Era mio padre

 

 

Massimo Maugeri, LETTERATITUDINE.BLOG.KATAWEB.IT
– 24/05/2008

 

Valter Binaghi e Franz Krauspenhaar

RECENSIONI INCROCIATE n. 4

Letteratitudine.blog.kataweb.it

 

Nuova puntata delle “recensioni incrociate”.

 

I due autori/recensori invitati sono Valter Binaghi e Franz Krauspenhaar.

 

I libri oggetto delle recensioni sono Era mio padre di Franz Krauspenhaar e Devoti a Babele di Valter Binaghi.

 

Due libri diversi che ci vengono qui (reciprocamente) presentati da due scrittori che si conoscono bene e si stimano.

 

Franz ci racconta la storia di suo padre: un tedesco nato in Italia negli anni Venti, combattente della Wehrmacht, l’armata di Hitler, durante la seconda guerra mondiale.

 

Valter, nel suo nuovo romanzo, ci presenta uno personaggio molto peculiare: Arvo. Chi è Arvo? Lo scopriremo insieme.

 

Vi invito a dialogare con entrambi gli autori (che parteciperanno al dibattito).

 

Massimo Maugeri

 

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ERA MIO PADRE di Franz Krauspenhaar, Fazi Editore, 2008, pagg. 281, euro 16,50  di Valter Binaghi

 

Franz Krauspenhaar, scrittore milanesissimo eppure di origine tedesca, al suo quarto romanzo. Ma sarà poi un romanzo, un libro interamente dedicato alla memoria del padre dell’autore (“un uomo ormai maturo che ha nel suo cuore ancora questo lutto scosceso che passa per il suo sterno, e talvolta prova ancora dolore”)? Sì che lo è. Ed è il romanzo di ogni uomo, se è vero come è stato detto che la vita spirituale è una lunga, inesausta ricerca del Padre. Non che qui si stia raccontando di uno qualunque: Krauspenhaar senior, combattente tedesco nella seconda guerra mondiale, imprenditore in Italia, ostinatamente onesto come solo certi tedeschi sanno essere, morto in circostanze drammatiche che hanno sconvolto la vita dei familiari superstiti, è in realtà soprattutto per noi un grande personaggio, le cui memorie s’intrecciano a quelle del figlio in uno di quei dialoghi tra vivi e morti che furono impossibili nella vita ma che l’immaginario della vera letteratura restituisce, all’autore e attraverso lui a tutti noi, ché abbiamo nell’Ade i nostri fantasmi senza pace. Krauspenhaar lo sa bene, sa che in questa inestinguibile smania di dipanare le nostre origini, di seguire la polla vitale che è scorsa dal genitore a noi, di riconoscerne la continuità e insieme affermare rabbiosamente la differenza, sta la cifra simbolica di ogni ricerca: “Sì, questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri bisognosi”. Qui si tratta di evocazione, niente di meno, e di una scrittura che torna ad ammettere la propria origine sciamanica: “scrivo con la matita dell’improvvisatore, ho gli occhi bendati, vago per la notte della scrittura”. E senza tanti fronzoli, prende il lettore per la collottola e lo attira a sé: “Voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta, dallo stile ben temperato, dalle passioni inventate di sana pianta, in interni borghesi indecenti di sozzura e pulizie di primavera. …Il romanzo è diventato un genere di conforto, non d’indagine. Io qui sperimento me stesso, io sono il topo da laboratorio che corre drogato per la gabbia, io sono il topo di fiume che viene colpito dai Flobert dei ragazzacci sporchi di dura terra”.

 

Come si scrive un libro del genere, con questa spudorata fragilità (lo sai, Franz, c’è chi dirà che non sai più cosa inventarti, che ti spogli in pubblico: ma io dirò a questi che ci vuole grande cuore per un grande canto, la falsa modestia è solo dei mediocri), come riescono a convivere la tenerezza del figlio e la freddezza del cronista e creditore? “Papà… non credeva più di tanto nel mio talento. Credo avesse ragione, perchè allora di talento ne avevo davvero poco o punto. Quella dose di talento che detengo come un piccolo premio alla carriera l’ho acquistata dal centro di me stesso dopo la sua morte. E’ allora che ho cominciato a fare un po’ più sul serio, con la scrittura. Come se mi fossi liberato di un testimone scomodo: lui”.

 

Una cosa è certa: Franz Krauspenhaar ci è riuscito, regalandoci un romanzo che non può entrare in uno dei cassetti del merchandising letterario, e pertanto vi consiglio di ritenere per quello che è: un viaggio lucido e febbricitante nell’anima, a spiare lo stato nascente dell’emozione che si fa offerta di canto, della parola che evoca le fiere del dolore per renderle mansuete con la cetra di Orfeo, un’allegoria pagana dei dialoghi nell’Ade, che si apre alla cristiana rivelazione dell’amore che giunge al perdono: l’unica salvezza possibile. “Io ora cammino con te, mio perduto amore. Ti porto alle giostre ma sei troppo piccolo per salirci. Hai caldo, sudi tutto. Sei stanco. Ti prendo in braccio, bambino mio. Ti guardo negli occhi. Mi sorridi. Ti sorrido. Io oggi, papà piccolo, papà bimbo mai visto… io oggi vorrei tanto che tu fossi mio figlio”.

 

Valter Binaghi

 

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DEVOTI A BABELE di Valter Binaghi, Perdisa Editore, 2008, pagg. 122, euro 12

 

di Franz Krauspenhaar 

 

Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, Devoti a Babele, Perdisa Editore, pagg. 122 euro 12,00? Un ragazzo del ‘77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all’inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.

 

Arvo è un piccolo borghese della grande metropoli del nord, una Milano dove alle undici di sera c’è il coprifuoco e per il resto della giornata, se vai in centro, vi trovi più mezzi della celere che taxi, soprattutto nella molto armeggiata Piazza San Babila dei ragazzi nazi dalle scarpe a punta. E’ un ragazzo del suo tempo che tiene in camera i poster dei Rolling Stones e dei Police (siamo all’inizio degli Ottanta e il rock, con la morte di John Bonham dei Led Zeppelin, è per molti ufficialmente morto assieme alla sua epoca) e per il resto si tira in vena appena può la droga dei tempi, l’eroina della botta e via, la “roba” che non ti fa pensare, la droga di chi vuol rallentare le proprie pene e pure il resto fino a rallentarsi anche gli anni di vita; non certo la polvere bianca d’oggi, la cocaina divenuta per tutti i cani e tutti i porci, che ti ingloba ancor di più nel sistema dell’arrampicata mobile e liquida e ti fa accelerare la corsa verso il successo, fino al bang a testa sotto nel solito baratro, all’ultimo capitolo della tua tragicommedia d’un uomo ridicolo. Arvo lo seguiamo attraverso i suoi buchi, le sue colazioni a base di caffelatte e krumiri rubate alla povera madre vedova, lo seguiamo nei suoi accampamenti a Piazza Vetra alla ricerca della maledettissima roba in cambio di stereo “zanzati”. Nella seconda parte, il ragazzo finisce finalmente in una comunità terapeutica, Castalia. Se prima, all’inizio degli ‘80, siamo alla fine di un’epoca fotografabile tra il multicolor della psichedelia di massa e il nero buco di una Vermicino dove si consuma una morte in diretta del tutto simile a quella che troviamo in uno dei  capolavori “neri” di Billy Wilder, L’asso nella manica (1951) e si prospetta a larghe falde di spot ramazzotteschi fighettismo e berlusconismo strafottuto da bere, deglutire e -perdio- vomitare, ora siamo arrivati alla fine di questo decennio buggerone e  corto, in una succursale fantastica ma anche parecchio brianzola di quel farabuttificio globalizzato che è Dianetics. A seguire il Programma, del quale Arvo diventa sostenitore e in seguito, uscito dal megatraforo della dipendenza, istruttore. Un Programma di normalizzazione ma anche di risucchio dell’anima, cosicchè è vero che si esce dalla schiavitù della droga, ma pagando il prezzo di un abbandono totale della propria indipendenza psicologica, della propria effettiva libertà di scegliere. La terza parte, trattata intelligentemente e abilmente da Binaghi con altro passo stilistico, perchè i tempi lo richiedono per via di un’accelerazione del ritmo della comunicazione, trova Arvo, nel frattempo sposato e inquadrato nella vita piccolo borghese di quasi tutti, alle prese con una nuova, potentissima dipendenza: quella della Rete, delle ossessioni psicodrammatiche del virtuale. Una caduta, la sua, dal virtuale dell’endovena cosmica al virtuale della comunicazione illusoriamente totale, con Arvo – personaggio  simbolico di una generazione di figli dei figli della guerra che in una sorta di effetto rebound hanno sconfessato gli sforzi e il sudore e le lacrime dei loro padri – che chiede amore ed erotismo via blog a una sconosciuta che sempre tale rimarrà, ectoplasma danzante nel liquido fintamente amniotico di una blogosfera megafono di semplici, banali sospiri di desiderio. Sarà la famiglia, banalmente ma realisticamente, a raddrizzare la via del protagonista verso una grigia ma solida salvezza dall’ultima dipendenza.

 

Un romanzo compatto e molto ben riuscito, dalla scrittura – tipica di quest’autore – che s’imbeve di una religiosità affannata e del senso di colpa di un’intera generazione che si è fin troppo stordita con cose che meritavano certamente meno attenzione, e nessuna passione; così che i libri di Binaghi, sempre più lontani, passo dopo passo, cioè libro dopo libro, da qualsiasi “genere” codificato, diventano ben strutturati apologhi di una generazione cardine e certamente più interessante di altre, nella quale si trova successo pieno in una società opposta a quella vagheggiata in anni ben distanti, e al contempo continue ricadute nel bisogno di stordimento, nella vecchia droga, sul filo di un istinto di autodistruzione divenuto purtroppo di massa, in certo senso seminato a rattrappite mani alle nuove generazioni.

 

Franz Krauspenhaar

IL CORRIERE DI FIRENZE
– 21/05/2008

 

Palazzo Strozzi

 

 

Gabriele Ametrano, CORRIERE FIORENTINO
– 21/05/2008

 

Un padre ieri come oggi

 

 

Ezio Tarantino, LAPOESIAELOSPIRITO.WORDPRESS.COM
– 06/05/2008

 

Era mio padre, di Franz Krauspenhaar

 

Lapoesiaelospirito.wordpress.com

 

“I miei si conobbero nel 1955, a Sanremo, al matrimonio di Erna col sanremese Nicola Pitto, figlio del maresciallo dei carabinieri Giuseppe Pitto, genovese purosangue, e di una zia della mamma, calabrese,sorella di mia nonna….”
Non comincia così Era mio padre, di Franz Krauspenhaar, infatti questo brano si trova a pagina 168. Forse avrebbe potuto. Sarebbe stato, però, un’altra cosa. Una cosa già vista, probabilmente.
Era mio padre è un memoriale atipico, un dialogo sguaiato e malinconico, un atto di dolore e di autocompiacimento. Ma è anche qualcos’altro.
La famiglia Krauspenhaar era originaria dei Sudeti, una regione tedesca incastonata nel cuore dell’imperio austro-ungarico. Una famiglia facoltosa, di commercianti. La loro storia poteva essere raccontata come un’epopea novecentesca affascinante e drammatica, una nuova Heimat multinazionale (divisa fra Boemia, Germania, Svizzera e naturalmente Italia, da San Remo alla Calabria). Oppure con il tono affettuoso, sul filo dell’avventuroso dramma epocale, di un altro Lessico famigliare.
Franz non aveva bisogno né dell’una dell’altro. Franz aveva bisogno di fare a cazzotti con la sua storia e con la sua vita, e con qualche ragione.Era mio padre è questo: una scazzottata purificatrice senza esclusione di colpi, sangue a volontà, lividi, lacrime. Una confessione sfrontata e risoluta, un cuore messo a nudo per trovarvi le ragioni del coraggio di vivere. Mica uno scherzo.
La vicenda storica della famiglia Krauspenhaar fa da sfondo meraviglioso, mitico, ma non si fa mai davvero centro della narrazione. Centro della narrazione è il rapporto fra un padre e un figlio. E quindi il racconto è strutturato su tre piani: il trapassato riferito di seconda o terza mano; il passato di una vita insieme e il presente. L’urgenza porta qualche volta FK a trasferire sulla carta lacerti di una quotidianità imbarazzante nella sua purezza e sincerità. Ma non aveva alternative. Questo non è un memoriale, né una banale seduta di psicanalisi (la scrittura che si fa medium per la redenzione privata). La scrittura, la prosa, è la terra fredda dove lasciare marcire i corpi e vivere la completa maturità, la differenza depurata dal peso dei sensi di colpa.
Il libro è il terzo protagonista del libro. Infatti, oltre alla storia di Franz e di Carl, e dell’intera famiglia Krauspenhaar, c’è anche la storia della scrittura del libro. I brani entrano ed escono dalle pagine, vanno in Rete (su Nazione Indiana, come il bellissimo brano “Affonda nella prosa” – ma non è l’unico – dove si fa emblema la natura dell’operazione: memoria, terra, ossa, scrittura, sono la stessa cosa) prima di essere piombati definitivamente sulla carta stampata; sono già commentati dalla comunità di blogger (“un OK Corral del dilettantismo dividente e imperante”, “un Far West del pensiero debole”, eppure indispensabile).
(aperta parentesi: di brani “bellissimi” ce ne sono molti. Strazianti, dolorosi, divertenti. Franz ha un talento incredibile nel cambiare registro, nel passare dalla chiacchierata fintamente “come viene” al tono lirico ed emozionante della nostalgia, come nell’epica disfatta della Wehrmacht sul fronte russo, o la prematura morte del padre di Carl e la consapevolezza di quest’ultimo di non poter mai più imparare ad andare sul kayak e che “le cose avvenivano a caso, con feroce ritardo, o con ancora più feroce anticipo”, o la dolente iterazione “Papà, che macchina è?”, epitome terminale del rapporto fra un genitore mitizzato e un figlio che del mito ha deciso di liberarsi senza tradirlo).
Insomma il libro è talmente parte della vita di Franz che ne è parte come esperienza già vissuta, che Franz ha già attraversato. Davvero non c’è alcuna distanza fra la propria esperienza e la scrittura, proprio come negli amati Céline o Henry Miller, o in un Luciano Bianciardi, che come numi tutelari ne accompagnano il cammino.
Un libro che riserva sorprese e forse imbarazzi, che, scritto davanti allo specchio, potrà risultare indigesto, narcisista e ridondante, ma che avvince per la sua urgenza. E per la sua disperata vitalità, e anche per la magistrale costruzione del pathos.
E allora: si parla molto di questi tempi, dell’invasione dell’Io nella letteratura (Walter Siti, Mauro Covacich… Giulio Mozzi torna sui suoi libri “scandalosi”). Era mio padre irrompe con la forza della assoluta sincerità e della assenza di schermi intellettuali e i raffinati depistaggi. Ma se la costruzione della trama narrativa (se così si può dire) certamente induce a pensare questo oggetto narrativo come un libro al quadrato, o un meta-libro, una autobiografia in progress, pur sempre di un libro si tratta. Il suo valore sta nella lingua, nel sapiente dosaggio di elementi costruttivi e, ad esempio, nella risalita romanzesca verso la scoperta della verità sulla tragica morte del padre. Una risalita che è un colpo basso, un colpo secco, in un finale acido e devastante, alla Dürrenmatt.
Franz Krauspenhaar, Era mio padre. Roma, Fazi, 2008. Euro 16,50
Qui la recensione di Paolo Cacciolati sulla Bottega di lettura.

Paolo Cacciolati, VIBRISSEBOLLETTINO.NET
– 03/05/2008

 

Era mio padre, di Franz Krauspenhaar

 

Vibrissebollettino.net

 

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Se ci fosse uno strumento per misurare la tensione morale presente in un libro, l’intensità emotiva del suo autore, bene, nel caso di Era mio padre questa sorta di amperometro schizzerebbe alle stelle, con la lancetta a sobbalzare frenetica sulle tacche rosse del fine scala.
Un’intensità emotiva che non è possibile descrivere o filtrare, si può solo lasciar passare, come la mia scelta di far passare più testo possibile in questa lettura.
Ecco Krauspenhaar partire subito all’attacco, in apertura, con una sorte di furente dichiarazione programmatica rivolta al lettore:

voglio che vedi cosa c’è sotto la terra che calpesti, voglio che senta che sto parlando anche di te, perché un padre l’hai avuto anche tu, forse lo hai ancora. Voglio regalarti uno sguardo molteplice, un occhio febbrile sulle cose. Devi affondare con me e con lui.

 

 

 

Non c’è dubbio che uno dei pregi di questo libro consista proprio nel trasmettere al lettore, senza filtri, la tensione emotiva dell’autore, in questo caso nel ripercorrere la memoria del padre e le ferite cauterizzate a fuoco per la sua scomparsa, nonostante siano già passati molti anni.
Il libro procede con un ritmo a singhiozzo, è come un viaggio fatto di stop e continue ripartenze, di accelerazioni, di frenate brusche, di avanti e indietro nel tempo e nello spazio.
E’ un percorso che l’autore ci invita a compiere accanto a lui, è un percorso sui cui esiti all’inizio c’è più che incertezza, anche per la persistenza del passato nel presente, con il suo carico di dolore, tant’è che nelle prime pagine dice:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa….Questo libro lo voglio fare come mi viene. Non uso griglie, non attingo che da questa mia testa piena- o alle volte anche vuota- di ricordi, di immagini, di fotogrammi, flash, rumori, raggi gamma di pensiero, sollecitazioni, odori lontani ma persistenti. Madeleines che non si induriscono mai. Come pensare che il passato possa svanire? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato…

 

 

 

Così si parte in questo viaggio, in questo lessico famigliare senza filtri che affonda le radici nelle generazioni precedenti e nei patimenti subiti, come nelle piccole grandi gioie che hanno attraversato la vita della famiglia, con l’autore ostinato nello scrostare ogni possibile paramento di perbenismo, di buoni sentimenti, per far emergere anche il male, e non solo quello subito, ma quello più subdolo che si insinua nelle pieghe dell’anima.
L’espediente utilizzato per portare il ricordo nel testo, senza imbalsamarlo, è di parlare anche (e molto) del presente, della lotta quotidiana dell’autore con quelle che altri hanno definito le piccole cose di poco conto, degli incontri galanti, dell’amicizia con altri scrittori, delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso, con un tono apparentemente minimalista, sotto il quale cova l’angoscia del vivere, o del non vivere come si vorrebbe.
L’espediente -ammesso che sia tale- funziona perché serve ad evitare che l’autore, e la figura stessa del padre, trasfigurino in una sorta di personaggio letterario, perdendo l’autenticità, la carne che palpita dentro ogni pagina del libro.

 

Del resto non siamo in presenza di un romanzo, e non si aspetti il lettore di trovarvi trama e personaggi.
Oggetto letterario non completamente identificato, si legge nell’aletta. E in effetti potrebbe essere inteso in molti modi, autobiografia, autofiction o anche come una ricetta dolorosa quanto necessaria per attraversare indenni il dolore della memoria.
Comunque, è lo stesso Krauspenhaar a consegnarci qualche indizio sulla natura del libro:

Questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri bisognosi. Uno specchio in cui spero possano rispecchiarsi in tanti…

e, rivolgendosi al lettore, aggiunge:

Voglio che soffri con me, che patisci con me…voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta…voglio che ti senti stanco di sesso di carta, di amori improponibili, di padri infantili e figli drogati. Il romanzo è diventato un genere di conforto, non d’indagine. Io qui sperimento me stesso, io sono il topo da laboratorio che corre drogato per la gabbia.

 

 

 

C’è una sorta di dialogo continuo con la figura del padre, anche quando non parla direttamente di lui, anche quando si ferma sulla propria condizione attuale, su ciò che non va nella sua vita, sulle relazioni andate a male. Così si può dire che l’autore parli del padre soprattutto quando parla di sé. L’assenza è la protagonista. Ed è ciò che consente al libro di esistere.

Se lui fosse qui questo libro non esisterebbe; e dunque, cinicamente: oggi come oggi sceglierei lui o il libro? Strano, non so rispondere; ho fatto troppo l’abitudine alla sua assenza.

Conseguente all’assenza, ecco emergere l’altro protagonista del libro: il dolore.

Papà vampiro della mia anima, di molto del mio dolore trapassato.

 

 

 

E ancora, le pagine dedicate alla scomparsa del carissimo fratello, Stefano:

Mi rendo conto che questo libro è fatto di troppo dolore che vorrei arginare. Ma il dolore è sgorgato come un fiume e continua defluendo in scuri rigagnoli, anche se io non piango più da molto tempo. Continuo a scrivere per non pensare.

Un dolore che ritorna continuamente anche nell’oggi, o comunque nel passato prossimo, descritto in modo vivido, ad esempio nella pagine che trattano della depressione che lo ha morso negli ultimi anni.
Altre volte il tono assume accenti più lirici, come quando sogna di poter tornare indietro, in Svizzera, per fare a ritroso l’ultimo viaggio compiuto dal padre.

La Svizzera, che mi vedrà solcarla per tornanti ritornanti, per venirti a riprendere poco tempo dopo, da morto, nel ritroso da soma, col tuo corpo sulle spalle, con tutto il tuo peso di anni, di storia, di affetto, tenerezza, rabbia, incomprensioni, con tutto quello che ti riguarda, col nostro rapporto.

 

 

 

Le parti di lessico famigliare sono a mio parere le più genuine, le più riuscite, come quelle dedicate ai nonni paterni.
Ci sono descrizioni bellissime, come quando è rievocato il periodo di Sanremo, negli anni ’20, quando il nonno era direttore di uno degli alberghi più prestigiosi, l’Hotel des Anglais.

Papà nasce là, guardando il mare punteggiato da spilli di sole. La sua mamma, Marie Antoniette, è un misto di paesi: tedesca, francese, italiana appunto di Sanremo. Se il nonno è biondo e occhiceruleo, la nonna è bruna e aggraziata come una provenzale…
Tu papà sei nato tra i ricchi, hai cominciato benissimo il tuo lungo cammino nella vita. Più tardi ti accorgerai dell’amaro e sentirai il duro, il pietroso, l’acuminato.

Da qui in poi si dipana -nella storia del padre- un gomitolo fatto di molte sofferenze, e lutti, la morte prematura del nonno, la guerra e gli anni difficili del dopoguerra, con qualche intermezzo felice come quello dedicato ai primi anni di matrimonio dei genitori, in una Milano già locomotiva della ripresa.
Mi sono piaciute meno, invece, le parti del libro di meta-romanzo, dove si parla delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso. Riconosco che si tratta di una tendenza che si sta diffondendo sempre più nella nostra narrativa. C’è questo sovrapporre le impronte del book in progress a quelle della storia che si narra, come ad esempio Mauro Covacich prova a fare nel suo ultimo libro, Prima di sparire. Ma non è una tendenza che mi entusiasma più che tanto.
E’ un equilibrio difficile, che richiede un continuo sforzo di accordare i toni dei due livelli narrativi, come un triplo salto mortale che Krauspenhaar esegue con successo. O perlomeno lo scrivere assolve a una funzione terapeutica, utile a far affondare anche il dolore del ricordo.

Ci ho provato a farti affondare nella prosa. E’ tutto quello che ho potuto fare, che posso fare

conclude verso il finale.

 

 

In questo viaggio al termine di questa notte Franz Krauspenhaar trova così la forza di far emergere una fiammella di luce, come un indizio di aurora.
Questo è quello che dice all’inizio del libro:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa.

Ma verso il finale l’autore può finalmente guardare al domani con l’anima più leggera.

Gli anni che ci hanno separato non sono stati perduti. Se non s’è perso l’amore, in fondo non s’è perduto niente.

 

 

 

Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi Editore, 16.50 euro.

 

Pubblicato da Paolo Cacciolati il 03.05.08 00:24

LUNAMARETERRA.WORDPRESS.CM
– 06/05/2008

 

Era mio padre – di Franz Krauspenhaar

 

Lunamareterra.wordpress.com



Un errore che si potrebbe fare nel leggere “Era mio padre” è quello di pensare di avere fra le mani il romanzo di una saga familiare che attraversa un’epoca della storia europea  rappresentata, nel susseguirsi delle generazioni, in tutta la sua dimensione dilatata.
In realtà la narrazione anche se inserita in un contesto ampio è molto più intima.
Gli eventi che fanno da sfondo sono raccontati ” a vista” , il loro svolgersi non va oltre lo sguardo dei protagonisti, tutto è vissuto e narrato sulla pelle, perfino la guerra stringe il proprio scenario nello spazio della terra che viene calpestata, nei dossi dove morire o vivere è questione di centimetri, nelle frontiere che, lasciate alle spalle o varcate, spogliano e rivestono, nelle radici e i legami che invece perdurano senza confini. Senza latitudini o longitudini.
C’è un filo da riavvolgere e ai due estremi ci sono un padre e un figlio che si cercano. Che devono riunirsi. Nella morte dell’uno, nella vita dell’altro. Come navigando nel buio e senza bussola.
Ho letto “Era mio padre” in una notte. Ora che da quella notte è passato un po’ di tempo credo che sia stato un bene leggerlo nel respiro trattenuto dell’oscurità. Le tenebre mi hanno collocato in una posizione privilegiata  perché questo libro ha della notte lo stesso scenario, la stessa mancanza di punti di riferimenti, e la stessa assenza di pietà.
Non ci sono luci che entrano dalle finestre, non ci sono ombre che determinano un’ora, non ci sono rumori. Le scene scorrono e, anche lì dove qualche dialogo serpeggia nel silenzio dei ricordi, anche lì dove la luce della riviera ligure e la calura di un Sud dell’infanzia s’intrecciano al profilo di una Germania scarnificata dalla guerra per implodere nel presente di una Milano ostica e amorevole, tutto sembra scorrere  in bianco e nero, e senza sonoro. È un libro in 8mm.
La sua scrittura  sembra consistere nel fermare ad uno ad uno i fotogrammi per poterne scoprire tutti i particolari, ingrandirli con una lente togliendoli dai contorni sfumati dei ricordi e ridefinirli in un’ottica nuova e, con una nuova consapevolezza comprenderli, smussarli per incastonarli in un sentimento d’affetto nuovo. Sostituirlo a quello che vive ormai quasi in forma astratta.
E poi riavviare di volta in volta lo scorrimento, e fermarlo nuovamente, e così via, fino alla fine. Fino ad arrivare al padre, alla concretezza dell’amore per lui. Pieno. Reale. E finalmente espresso.
Infatti il montaggio narrativo sembra seguire una struttura dove i piani della trama si avvicinano, s’intersecano e si allontanano continuamente, sottoposti come sono a questo lavoro di recupero quasi fosse un affresco sul soffitto di una stanza ricoperto dalle scorie del tempo e a tratti andato perso nei frammenti caduti in terra.
La figura del padre diventa un’immagine da restaurare, da riportare alle sue tinte originali, da ricostruire facendone ricombaciare  perfettamente i minuscoli  pezzi, raccogliendoli ovunque lo si può: nelle fotografie, nei racconti di chi lo ha incontrato, e nei ricordi.
Ecco allora la scelta di chi scrive di fare se stesso, la propria stanza, la propria  vita quotidiana da canovaccio alla trama  rinunciando al privilegio di essere “voce fuori campo”, di essere spettatore asettico della storia e assumere invece una consistenza fisica, di carne e sangue, forse anche per una sorta di rispetto verso un padre che, in un certo senso, è protagonista indifeso, quasi violato nell’intimo in questo suo cercarlo.
Chi scrive cerca di porsi così  alla pari offrendosi, non al lettore a cui invece un po’ cinicamente toglie ogni idea romantica e patinata del suo mestiere di scrivere, bensì al padre, mostrandosi a lui come l’uomo che è diventato, colui che lui non ha potuto vedere andare oltre la giovinezza, l’uomo che ora scrive di lui. Del padre.
-Ecco- sembra dire – questo è tuo figlio – E mentre lo cerca, ne cerca le radici, mentre osserva ogni minuscolo tassello che possa ridefinire il disegno di quel loro rapporto interrotto, gli racconta di sé, da uomo a uomo, perché ciò che deve essere colmato è anche questo. Forse soprattutto questo:  potergli parlare ancora e ridargli così il ruolo di padre.
Allora gli racconta delle sue donne, che entrano ed escono dalla sua vita, dell’amore e delle scopate, degli amici vicini e di quelli da cui si sente tradito o dimenticato, delle delusioni, della solitudine, delle difficoltà contro cui sbatte anche nello scrivere, gli parla di chi lo ha conosciuto e amato e che resta ora in questa sua assenza, e perfino delle cose apparentemente di nessun rilievo come i piccoli malesseri con cui lotta ogni giorno, dei pasti consumati in cucina, delle baruffe webbiche. Stralcia morsi del presente per trarne la linfa vitale e rianimare così le immagini statiche di un tempo passato. Un paradiso perduto.
Chi scrive  si mostra nella sua quotidianità e  nella stessa semplice e forse inadeguata umanità con cui lui, il padre, ha probabilmente dovuto affrontare  invece  una Storia invadente che ha terremotato la sua esistenza. Con le stesse macerie a pesargli sulla schiena e con la stessa fatica per rimetterle in piedi. Con la stessa fragilità di uomo che può opporre all’immensità dell’esistere solo il proprio esistere come uomo: una identità, il lavoro, la famiglia. Le piccole grandi cose che fanno la vita…quando c’è.
 
Era mio padre – Franz Krauspenhaar-  Fazi Editore

IL CENTRO
– 16/05/2008

 

Narrativa

 

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Silvio Bernelli, ILPRIMOAMORE.COM
– 13/05/2008

 

Scrivere di sé per tutti

 

Ilprimoamore.com

 

Una storia d’amore improvvisa che strappa uno scrittore dalle braccia della moglie per gettarlo in quelle di una nuova donna. Lo stordimento colposo che colpisce un uomo nel pieno delle forze quando si trova a scegliere tra una persona e un’altra. La necessità di scendere a patti con le proprie pulsioni. Tutto questo e molto di più si trova in Prima di sparire (Einaudi, 16€) ultima fatica letteraria di Mauro Covacich. Scrittore tra i più in vista della generazione dei quarantenni, autore del potente A perdifiato e del best seller Fiona, Covacich sceglie questa volta la strada dell’autobiografia. Tutto romanzesco il suo approccio alla messa in pagina del passato. Uomini e donne in carne e ossa, ciascuno con il proprio vero nome, entrano ed escono di scena come personaggi letterari. La tecnica del dialogo diretto aiuta a comprimere in unità narrative brani di realtà che da soli in un libro proprio non ci potrebbero stare. Un filo tirato dalla prima all’ultima pagina tiene il lettore agganciato alla storia.

Insieme alle vicende dell’uomo alle prese con i drammi del tradimento coniugale, Covacich racconta la sua vita di scrittore di successo. Ed ecco quindi gli squarci aperti sul mondo degli autori di professione, presi in una girandola di articoli per giornali patinati, riunioni per mettere a punto sceneggiature di fiction puntualmente abortite, incontri con il pubblico degli eventi letterari.

Fa in qualche modo da contrappunto all’esperienza dell’autore la storia che questi tenta di scrivere, utilizzando alcuni personaggi di A perdifiato.

Non si tratta qui però di un escamotage simile a quello usato da Mario Vargas Llosa nel celebre La zia Julia e lo scribacchino, in cui la narrazione fantastica che alterna quella autobiografica – appena nascosta da un velo fiction – rispecchia il deragliamento emotivo dei protagonisti di quest’ultima vicenda. In questo Prima di sparire la parabola del maratoneta-artista Dario Rensich serve invece a Covacich a proiettare sulla pagina un altro sé tradito invece che traditore, tentando di riscattare la propria debolezza umana con la forza della letteratura. Una forza che il libro dispiega soprattutto grazie alla scrittura imperiosa e percussiva con cui l’autore offre al lettore il proprio stesso sbigottimento per la piega presa dagli eventi. Da questo assunto Covacich giunge, freddo, disturbante, a condividere con il lettore una dura verità: la nascita di un amore richiede in pari quota passione e spietatezza.

Anche Franz Krauspenhaar, appena più vecchio di Covacich, è in libreria con un nuovo romanzo di matrice autobiografica, Era mio padre (Fazi, 16,50€). Lo scrittore milanese racconta l’avventura esistenziale del padre Karl, un uomo davvero “larger than life”, per usare una felice espressione americana. Rampollo di una famiglia della borghesia Ceca dei Sudeti, terra di lingua e tradizioni tedesche, l’appena diciassettenne Karl si trova a combattere tra le file della Wehrmacht, l’esercito di Hitler, una delle campagne belliche più spaventose della storia: l’assalto, con successiva disfatta, all’Unione Sovietica. Scampato a una lunga serie di traumi e lutti, il giovane torna in Italia, già sua terra di nascita per caso, si sposa, mette al mondo tre figli maschi, si costruisce una carriera nel commercio, muore improvvisamente durante un viaggio di lavoro in Svizzera.

Franz Krauspenhaar, già autore di un pugno di romanzi ma più noto come blogger di Nazione Indiana, mette nero su bianco la vicenda dello scomparso Karl, ma fin dalle prime pagine di Era mio padre è chiaro che l’omaggio al genitore amatissimo è anche il pretesto per lo scrittore di raccontare le sue faccende. Gli amori pigri e malandati con donne spesso impegnate in altre relazioni. Il continuo arrovellarsi sul suo ruolo di autore. Le difficoltà di una vita divisa tra lavoro regolare e letteratura. I legami famigliari traumatizzati dal suicidio del fratello Stefano. Al centro di questo universo narrativo troneggia il padre Karl, così imponente da divorare tutte le altre presenze del libro. Una figura titanica, con la quale Krauspenhaar si confronta grazie alla sola fiducia nella letteratura in questo romanzo che ha l’andamento frammentato e circolare del mémoire, privo di veri punti d’inizio e di fine, ma con un colpo di scena nelle ultime pagine.

Interessanti gli strumenti narrativi utilizzati da Krauspenhaar: l’introspezione, l’affabulazione e più di tutto di una scrittura partecipata, toccante e sopra le righe che sembra fatta apposta per essere contrapposta a quella rigorosa e spietata di Covacich. Due autori inconciliabili tra loro. Due modi speculari d’intendere la letteratura autobiografica. Un solo tratto comune: la fiducia in uno scrivere di sé che riesce a comunicare con intensità agli altri un mondo intimo segnato da una perdita. Una ferita che, Covacich e Krauspenhaar lo sanno benissimo, continuerà a sanguinare. Ed è proprio in questa ammissione pubblica di vulnerabilità che entrambi i romanzi trovano il loro senso ultimo. La loro urgenza. La loro verità irrinunciabile.

Sergio Garufi, LIBERAZIONE
– 11/05/2008

 

Prendere a cazzotti i morti non è facile se scrivi di tuo padre

 

 

S.N., CORRIERE NAZIONALE
– 05/05/2008

 

Novità: “Era mio padre”

 

 

Gian Paolo Serino, D DI REPUBBLICA
– 03/05/2008

 

Fronte del padre

 

 

LA REPUBBLICA
– 03/05/2008

 

L’incipit

 

 

Caterina Ceccuti, LA NAZIONE – FIRENZE
– 19/04/2008

 

La “Penna del Magnifico”

 

 

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Era mio padre
Collana:
Numero Collana:
69
Pagine:
281
Codice isbn:
9788881129126
Prezzo in libreria:
€ 17,00
Data Pubblicazione:
28-04-2008