Fabio De Propris

Brenda e Plotino

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Chi è Plotino? Il fratello stupido di Platone, come viene chiamato da sua sorella Brenda? Oppure un adolescente geniale sebbene perso nella solitudine e nella meditazione? La sua è una famiglia come tante, spezzata dal gesto di Giuliana, che abbandona il marito chitarrista per fuggire con un ragazzo indiano inseguendo una straziante felicità. Le vicende di Brenda e Plotino si sviluppano a ritmo incalzante, dando vita a un romanzo che racconta cosa significhi crescere e diventare “grandi”, scoprire la vita, imparare ad amarla per quanto dà e non solo per quanto si vorrebbe avere.

BRENDA E PLOTINO – RECENSIONI

Giovanna Rosa, IN “TIRATURE 2000”, A CURA DI VITTORIO SPINAZZOLA

 

Romanzo di formazione: giovani confusi antieroi crescono

 

(…) Ora gli adulti annaspano peggio degli adolescenti, nessun progetto di vita può essere ricavato dai loro comportamenti miopi e arroganti.
Nel Bildungsroman di fine millennio, il protagonista in crescita evita lo scontro diretto con il macrocosmo sociale, per privilegiare i conflitti laterali, “di gruppo”, e il traguardo, per lo più, non coincide con l’entrata nel “Mondo dei Grandi” (Brizzi). Non che se la passino bene nel tempo acerbo della puerizia: anzi, proprio l’esperienza di quanto falsa e logora sia la mitologia dell’infanzia felice li guida nel cammino, mettendoli in guardia. Non solo i loro primi quindici-sedici anni di vita sono dolorosamente straziati – Tu, sanguinosa infanzia è il titolo dell’ultimo bel libro di fiction memoriale di Mari – ma le ferite più brucianti sono state inflitte dai familiari più prossimi. Ecco perché bisogna attrezzarsi a maturare: “Non siamo noi che cresciamo. Se fosse per noi, rimarremmo sempre bambini. Sono gli altri che ci costringono a difenderci dalla loro insensibilità, dalla loro inesauribile capacità di feririci. Chiamiamo la nostra capacità di difesa “maturità”” (Fabio De Propris, Brenda e Plotino, p. 118). Plotino, “il fratello stupido di Platone”, secondo l’arguta definizione di Brenda, coprotagonista di questa intelligente opera d’esordio, è un ragazzino sedicenne che, per “protesta contro il mondo così com’è”, decide, alla fine, di buttarsi dalla finestra, dopo aver scritto una “finta intervista al Dj di una radio privata”. Anche in questa sfida, Plotino resta a metà: non muore, entra in coma: ma al suo fianco, stavolta, ad aiutarlo e salvarlo c’è la squinternata sorella Brenda: con un’assistenza assidua e le “flebo di ritmo” trasfuse da una walkman che le urla le musiche degli Spandau Ballet, gli testimonia quell’affetto comprensivo che i due genitori, irriducibilmente immaturi, hanno malamente dissipato. La mamma, “una donna dai pensieri profondi come quelli di una lucertola svampita”, se n’è andata con un giovane amante indiano, il padre, una “persona estremamente superficiale”, simile a un impermeabile cui “scivola tutto sopra”, si preoccupa solo della sua chitarra, “una Gretsch del ‘68”.
E’ un accenno minimo indiretto, ma illuminante per chiarire lo sfondo entro cui si sviluppano le vicende dei nostri ragazzi, per i quali crescere significa fronteggiare gli insulti degli adulti che si vantano di essere tali e non lo sono.
(…)
I nostri romanzi di formazione sono affollatissimi di “prof”: un buon tratto della Bildung si svolge sullo scenario poco arioso delle aule scolastiche. Davanti ai tabelloni degli scrutini di seconda media si apre l’ultimo libro di Ammaniti e sarà una bocciatura ingiusta a segnare il destino del protagonista; Plotino è un “primo della classe”, che scrive temi per la sorella pluribocciata, prende la parola nelle assemblee sulla guerra del Golfo e chiacchiera di filosofia – “fregnacce” per Brenda – con il vecchio professore del piano di sopra (…)
L’esordio di Due di due circoscrive con chiarezza il campo di esperienze comuni che unisce la banda degli Antò, il gruppo rock-parrocchiale di Alex, i camerati di Franchini, i primogeniti di Piccolo, la “trimurti” del seminario universitario di Pischedda, la schiera dei compagni di Plotino: “la nostra amcizia aveva come unico terreno le ore di scuola. Non mi sembrava poi così strano, perché quello era il cuore della giornata” (p. 19)
(…)
Ma il testo di De Carlo, che chiude esemplarmente gli anni Ottanta, ci aiuta anche a illuminare una differenza costitutiva di non poco conto rispetto ai romanzi di formazione scritti dai narratori più giovani.
Questi adolescenti che vogliono uscire dal gruppo non si sentono affatto “perduti”, “invisibili”, “sprecati”, o comunque tali da essere etichettati con le formule della negatività senza scampo, adottate dalla saggistica più recente: indubbiamente orfani di “padri e maestri”, espropriati di illusioni e utopie, pieni di paturnie e paranoie, non sono tuttavia inclini, checché ne dicano gli Adulti, a lasciarsi cadere nell’abisso. L’andamento mosso della trama, la descrizione sbrigliata delle prove e degli ostacoli, i dialoghi vivaci che rivelano desideri inquieti e apprensioni confuse, corroborano un epilogo che, nella mescolanza abile di note tragiche e timbri alacri, rifiuta ogni riflusso di rassegnazione: la decisione di Antò Lu Purk di partire, pur con le stampelle, per Berlino; le risate franche di Plotino uscito dal coma, le promesse di Pietro a Gloria di “portarla via”, una volta lasciato il riformatorio (…)
Il timbro sprezzantemente nauseato di De Carlo risalta ancora di più rispetto ai toni di disinvoltura scanzonata, cari ai narratori dell’ultima generazione, perché la struttura binaria di Due di due è comune a molti dei più recenti racconti iniziatici: il ritmo alterno, fondato su una serie di opposizioni nette, governa il brillante intreccio di Brenda e Plotino (…)
Un altro elemento decisivo accomuna, infatti, i più recenti Bildungsroman: l’adozione di un angolo prospettico duttilmente scorciato (…) La consonanza amicale fra chi scrive e chi legge – “la nostra generazione” (Jack Frusciante è uscito dal gruppo) – si fonda sull’inflessione ancipite della voce narrante e su un punto di vista interno e esterno. Nel libro di Brizzi i brani tradotti dall’”archivio magnetico del signor Alex D.” ben si integrano nei “ragionamenti” del narratore, perché quest’ultimo è così incline a calarsi nei panni del protagonista da suggerire d’esserne la controfigura, più vecchia di soli pochi mesi. Ecco la confessione finale: “Ma sì, ma sì lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre.” Analogamente, i temi scolastici, le lettere, le riflessioni scritte nel quadernuccio nero di Plotino avvalorano il tono estrosamente brioso, ironicamente affabilie della voce che racconta, con leggerezza partecipe, le avventure pur conturbanti dei due fratelli (…) La preoccupazione per lo stato di collasso in cui versa il mondo degli adulti non conduce alla sperimentazione di un linguaggio che, nel rifiuto dei valori omologanti, ne rigetti i codici espressivi: anzi, la “comunanza generazionale” che unisce personaggi e lettori si traduce nell’ordito composito di una prosa tesa sempre a recuperare le cadenze medie della colloquialità. (…)

 

Giovanna Rosa, IN “TIRATURE 2000”, A CURA DI VITTORIO SPINAZZOLA

 

Romanzo di formazione: giovani confusi antieroi crescono

 


(…) Ora gli adulti annaspano peggio degli adolescenti, nessun progetto di vita può essere ricavato dai loro comportamenti miopi e arroganti.
Nel Bildungsroman di fine millennio, il protagonista in crescita evita lo scontro diretto con il macrocosmo sociale, per privilegiare i conflitti laterali, “di gruppo”, e il traguardo, per lo più, non coincide con l’entrata nel “Mondo dei Grandi” (Brizzi). Non che se la passino bene nel tempo acerbo della puerizia: anzi, proprio l’esperienza di quanto falsa e logora sia la mitologia dell’infanzia felice li guida nel cammino, mettendoli in guardia. Non solo i loro primi quindici-sedici anni di vita sono dolorosamente straziati – Tu, sanguinosa infanzia è il titolo dell’ultimo bel libro di fiction memoriale di Mari – ma le ferite più brucianti sono state inflitte dai familiari più prossimi. Ecco perché bisogna attrezzarsi a maturare: “Non siamo noi che cresciamo. Se fosse per noi, rimarremmo sempre bambini. Sono gli altri che ci costringono a difenderci dalla loro insensibilità, dalla loro inesauribile capacità di feririci. Chiamiamo la nostra capacità di difesa “maturità”” (Fabio De Propris, Brenda e Plotino, p. 118). Plotino, “il fratello stupido di Platone”, secondo l’arguta definizione di Brenda, coprotagonista di questa intelligente opera d’esordio, è un ragazzino sedicenne che, per “protesta contro il mondo così com’è”, decide, alla fine, di buttarsi dalla finestra, dopo aver scritto una “finta intervista al Dj di una radio privata”. Anche in questa sfida, Plotino resta a metà: non muore, entra in coma: ma al suo fianco, stavolta, ad aiutarlo e salvarlo c’è la squinternata sorella Brenda: con un’assistenza assidua e le “flebo di ritmo” trasfuse da una walkman che le urla le musiche degli Spandau Ballet, gli testimonia quell’affetto comprensivo che i due genitori, irriducibilmente immaturi, hanno malamente dissipato. La mamma, “una donna dai pensieri profondi come quelli di una lucertola svampita”, se n’è andata con un giovane amante indiano, il padre, una “persona estremamente superficiale”, simile a un impermeabile cui “scivola tutto sopra”, si preoccupa solo della sua chitarra, “una Gretsch del ‘68”.
E’ un accenno minimo indiretto, ma illuminante per chiarire lo sfondo entro cui si sviluppano le vicende dei nostri ragazzi, per i quali crescere significa fronteggiare gli insulti degli adulti che si vantano di essere tali e non lo sono.
(…)
I nostri romanzi di formazione sono affollatissimi di “prof”: un buon tratto della Bildung si svolge sullo scenario poco arioso delle aule scolastiche. Davanti ai tabelloni degli scrutini di seconda media si apre l’ultimo libro di Ammaniti e sarà una bocciatura ingiusta a segnare il destino del protagonista; Plotino è un “primo della classe”, che scrive temi per la sorella pluribocciata, prende la parola nelle assemblee sulla guerra del Golfo e chiacchiera di filosofia – “fregnacce” per Brenda – con il vecchio professore del piano di sopra (…)
L’esordio di Due di due circoscrive con chiarezza il campo di esperienze comuni che unisce la banda degli Antò, il gruppo rock-parrocchiale di Alex, i camerati di Franchini, i primogeniti di Piccolo, la “trimurti” del seminario universitario di Pischedda, la schiera dei compagni di Plotino: “la nostra amcizia aveva come unico terreno le ore di scuola. Non mi sembrava poi così strano, perché quello era il cuore della giornata” (p. 19)
(…)
Ma il testo di De Carlo, che chiude esemplarmente gli anni Ottanta, ci aiuta anche a illuminare una differenza costitutiva di non poco conto rispetto ai romanzi di formazione scritti dai narratori più giovani.
Questi adolescenti che vogliono uscire dal gruppo non si sentono affatto “perduti”, “invisibili”, “sprecati”, o comunque tali da essere etichettati con le formule della negatività senza scampo, adottate dalla saggistica più recente: indubbiamente orfani di “padri e maestri”, espropriati di illusioni e utopie, pieni di paturnie e paranoie, non sono tuttavia inclini, checché ne dicano gli Adulti, a lasciarsi cadere nell’abisso. L’andamento mosso della trama, la descrizione sbrigliata delle prove e degli ostacoli, i dialoghi vivaci che rivelano desideri inquieti e apprensioni confuse, corroborano un epilogo che, nella mescolanza abile di note tragiche e timbri alacri, rifiuta ogni riflusso di rassegnazione: la decisione di Antò Lu Purk di partire, pur con le stampelle, per Berlino; le risate franche di Plotino uscito dal coma, le promesse di Pietro a Gloria di “portarla via”, una volta lasciato il riformatorio (…)
Il timbro sprezzantemente nauseato di De Carlo risalta ancora di più rispetto ai toni di disinvoltura scanzonata, cari ai narratori dell’ultima generazione, perché la struttura binaria di Due di due è comune a molti dei più recenti racconti iniziatici: il ritmo alterno, fondato su una serie di opposizioni nette, governa il brillante intreccio di Brenda e Plotino (…)
Un altro elemento decisivo accomuna, infatti, i più recenti Bildungsroman: l’adozione di un angolo prospettico duttilmente scorciato (…) La consonanza amicale fra chi scrive e chi legge – “la nostra generazione” (Jack Frusciante è uscito dal gruppo) – si fonda sull’inflessione ancipite della voce narrante e su un punto di vista interno e esterno. Nel libro di Brizzi i brani tradotti dall’”archivio magnetico del signor Alex D.” ben si integrano nei “ragionamenti” del narratore, perché quest’ultimo è così incline a calarsi nei panni del protagonista da suggerire d’esserne la controfigura, più vecchia di soli pochi mesi. Ecco la confessione finale: “Ma sì, ma sì lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre.” Analogamente, i temi scolastici, le lettere, le riflessioni scritte nel quadernuccio nero di Plotino avvalorano il tono estrosamente brioso, ironicamente affabilie della voce che racconta, con leggerezza partecipe, le avventure pur conturbanti dei due fratelli (…) La preoccupazione per lo stato di collasso in cui versa il mondo degli adulti non conduce alla sperimentazione di un linguaggio che, nel rifiuto dei valori omologanti, ne rigetti i codici espressivi: anzi, la “comunanza generazionale” che unisce personaggi e lettori si traduce nell’ordito composito di una prosa tesa sempre a recuperare le cadenze medie della colloquialità. (…)

 

Silvia Fontanesi, “REPORTER”
– 13/11/1998

 

BRENDA E PLOTINO

 


Viene spontaneo chiedersi quanto d’autobiografico ci sia in un libro che racconta la fatica di diventare grandi, dato che l’autore, Fabio De Propris, è un esordiente romano trentacinquenne, che un periodo simile deve averlo attraversato non da moltissimo tempo: perché di lì ci passiamo tutti.
La storia è quella di un ragazzo, di nome Paolo ma detto “Plotino” (che non è Plotino da magro, come direbbe il Siddharta dell’Archibugi) e della sua famiglia dal 1990 al 1991. Il problema di Plotino è quello di essere dotato, a sua insaputa, di un’intelligenza potenzialmente distruttiva, soprattutto per se stesso: “Per lui qualunque cosa, anche la più semplice, è un problema troppo complicato da risolvere, ma troppo importante da evitare”, e ancora: “Il vero guaio è che io so pensare, e questo significa che sento i pensieri combattere dentro di me, un pensiero trova sempre un altro che sa tenergli testa, e così all’infinito”.
Come lui stesso ammette ad un certo punto: “Pensare vuol dire soffrire”. Plotino si complica così il già serio problema di vivere, scoprendo il fianco agli assalti di chiunque, anche di chi, come i suoi familiari, gli vuole bene: “Se fosse per noi, rimarremmo sempre bambini. Sono gli altri che ci costringono a difenderci dalla loro insensibilità, dalla loro inesauribile capacità di ferirci. Chiamiamo la nostra capacità di difesa maturità”.
Oltretutto egli si trova a vivere stretto tra altrui egoismi, tra piccole manchevolezze fisiologiche in una qualunque famiglia d’oggi. Il padre Vittorio pensa solo alla propria mancata carriera di chitarrista jazz: “Vittorio poteva essere un nome da impiegato, da sindacalista, da bancario: mai e poi mai da chitarrista jazz”. Per lui la musica è tutto, il che significa solo che tutto il resto è niente: la sua filosofia di vita, “Sopravvivi a tutto, se hai la pellaccia. E suoni bene la chitarra”, non potrebbe essere in più stridente contrasto con i problemi esistenziali di Plotino, secondo cui “Niente stanca di più che chiedersi il perché delle cose e non riuscire mai a rispondersi. Le domande senza risposta sono una fatica da facchini”.
La Brenda del titolo è la sorella di Plotino, e nel titolo probabilmente ci sta perché è, lungo tutto il romanzo, il controcanto scanzonato delle pessimistiche riflessioni del fratello: un personaggio, quello di Brenda, capace di vivere alla giornata e di desiderare esattamente quello che la vita offre, perché “Aveva capito che per lei neiente era impossibile”. Mentre Brenda è convinta che i propri fallimenti personali siano ingiustizie della natura, Plotino è convinto che le ingiustizie del mondo siano in qualche modo suoi fallimenti, e che “Se hai un certo carattere non ti possono capitare che certe cose”. Brenda passa con leggiadria da un fidanzato all’altro, Plotino pensa che “L’amore è un sentimento sempre in perdita. Forse è per questo che gli uomini preferiscono la guerra. Almeno si rischia di vincere.”
La madre Giuliana, che il figlio ritiene “Una donna dai pensieri profondi come quelli di una lucertola svampita”, nonché “meno sensibile di un coccodrillo a digiuno”, ad un certo punto rompe l’apparente equilibro della situazione e il gioco dei ruoli scappando da casa con un ventenne indiano, alla ricerca di una tardiva felicità. Il suo malessere è tutto nel biglietto che lascia ai figli: “Che anche voi possiate vivere felici, e che vi capiti il più presto possibile, perché la vostra felicità non faccia del male a nessuno”.
Brenda continua a vivere la propria vita, con leggiadra saggezza. Vittorio si ritrova presto a pensare che “Se va via una moglie e arriva una donna delle pulizie e tu non senti nostalgia di tua moglie, o tu non le volevi molto bene, o lei si occupava troppo delle pulizie”. L’unico a soffrire veramente è Plotino: che cosa aspettarsi del resto da uno che intitola il proprio diario “Tutto lo schifo del mondo. Prima parte”?
In risposta all’altrui egoismo egli reagisce rispondendo con l’atto più egoista di tutti, il suicidio, come supremo atto di accusa contro i “grandi”, colpevoli di averlo fatto com’è, bocciato dalla vita, capace di entrare in sintonia solo e soltanto con il lato assurdo della vita: riuscirà peraltro così a superare il muro della propria disperata solitudine e dell’altrui indifferenza, vincendo la sfida più grande di tutte, quella di accettarsi fino in fondo.
Per coloro che vorrebbero picchiare gli sceneggiatori di “Beverly Hills 90210”.

L’UNITÀ
– 07/06/1998

Narrativa

C’era una famiglia

 

1990-1991, Roma; quartiere Talenti: Brenda, diciassettenne attaccata alla vita e Plotino, quindicenne grasso e introverso, sono i figli di un suonatore di chitarra menefreghista e di un’archivista meticolosa. Il padre, Vittorio, ha una relazione con una diciottenne, la madre, Giuliana, in Sri Lanka per lavoro s’innamora di un giovane cingalese. La famiglia si sfalda, per Giuliana è l’esordio di una felicità ignota, e Brenda e Plotino a questa fine e questo inizio reagiscono in modi diversi, uno dei due seguendo un copione tragico…Un romanzo che sembra ispirarsi alle teorie di Alfred Adler sulla famiglia. Fabio De Propris, romanziere esordiente, nato a Roma nel ’63 vive e lavora a Istanbul.

TUTTOLIBRI SUPPL. LA STAMPA
– 07/02/1998

Esordio

Famiglia sconvolta dalla fuga con un indiano

 

Il primo romanzo di Fabio De Propris, romano che vive a Istanbul. Narra la storia di una famiglia sconvolta da una fuga: Giuliana se ne va con un indiano molto più giovane di lei. Ma i figli non la biasimano, ancorché conoscendo destini diversi. Brenda vivrà con leggerezza e saggezza. Plotino tenterà il suicidio, non impedendo alla madre di continuare a essere “la donna più felice del mondo”.

 

Il viaggio nell’improbabile vita familiare degli Audino e nei loro inevitabili tracolli

 

Innanzitutto le presentazioni: Vittorio Audino, il padre; Giuliana Audino, la madre; Brenda Audino, la figlia; Paolo Audino, il figlio. La famiglia Audino. Poi la storia. La loro. Nel ‘90 Vittorio, cinquant’anni, é un irrisolvibile adolescente che da grande vuole fare il chitarrista. Chitarrista jazz, per la precisione. Pat Metheny, una Gretsch del ‘68 bianca da attaccare all’amplificatore, un disco tutto suo. Giuliana ha quarantacinque anni ed è una mamma troppo compressa, troppo fissata con l’ordine e la pulizia, troppo determinata a tenere nel cellophane, e da troppo tempo, valigie e sentimenti. Troppo. Quindi Brenda e Plotino. Brenda è bella. E’ scaltra. Ha diciassette anni e una saggezza disincantata. Tende a inseguire i suoi pensieri e ad assecondare la vita, badando bene a non incastrarsi dentro troppi perché. Quelli, i perché, tengono già sotto sequestro il fratello, Plotino. Plotino, che poi di nome farebbe Paolo, ma uno che studia così tanto non può essere che il fratello di Platone. Plotino, appunto. Così lo chiama Brenda. Il guaio di Plotino é che sa pensare, e che saper pensare, a quindici anni, può voler dire considerare le cose, tutte le cose, anche le più semplici, un problema troppo complicato da risolvere, ma troppo importante da evitare. Infatti. Dieci chili di troppo, zero possibilità con le ragazze, a Plotino rimane una confidenza tutta particolare con le parole: riesce a metterle in fila una dietro l’altra dentro frasi perfette. Quando accadrà l’inevitabile, quando Giuliana fuggirà chissà dove con un ragazzo indiano, é con questo corredo sentimentale che la famiglia Audino affronterà il cambiamento. Ed é con linguaggio svelto, ironico e con affettuoso disincanto che Fabio De Propris racconta di come Vittorio tenterà di superare, di come Brenda tenterà di capire, di come Plotino tenterà di suicidarsi. Passerà.Tutto. La famiglia Audino non sarà più la stessa.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Brenda e Plotino
Numero Collana:
14
Pagine:
208
Codice isbn:
8881124939
Prezzo in libreria:
€ 9,00
Codice isbn Epub:
9788876254024
Prezzo E-Book:
€ 1.99
Data Pubblicazione:
06-01-1998

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