Alessandra Amitrano

Broken Barbie

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Stella è una ragazza spezzata, anche se nessuno riesce a vederlo. Passa la vita a cercare ossessivamente, instancabilmente, quelli come lei, della sua razza, rotti dentro. Detesta la sua città, Napoli, la puzza delle strade, la gente che ci vive, il mare, Mario Merola, Roberto Murolo, la luna, il sole, i tifosi, quel «fracicone cocainomane» di Maradona. Divora quantità spropositate di cibo – crocchette, panzerotti, arancini, pezzi di pizza con la nutella, confezioni giganti di patatine fritte – oppure non mangia niente. Dentro di lei vivono due mostri, il folletto e il divoratore, uno che la ama e uno che la odia. Come Nico, la cantante dei Velvet Underground, il suo mito, vorrebbe essere sepolta in una foresta. Anche se passa da una storia all’altra e si sposta continuamente di città in città, di piazza in piazza, si rifiuta ostinatamente di crescere ed è incatenata alla sua adolescenza. Forse perché vuole piacere a quell’uomo bello e triste, il suo papà, che è attratto morbosamente da lei.

«Broken Barbie è un libro spaccacuore, che ti sbatte dentro qualcosa, ti rimescola le viscere e ti fa sentire piena. E poi vuota. Le parole sono proiettili, a raffica. Il divoratore, mamma mia che freddo mi ha messo dentro. Il divoratore… che incubo! Brava, bravissima. Lucida e intensa, sofferenza che spalanca tutto. Ma proprio tutto. Sofferenza che brilla e respira ancora. Che altro dire? Leggetelo, leggetelo. Leggetelo e immolatevi».
Clara Nubile

BROKEN BARBIE – RECENSIONI

 

GAZZETTA DI REGGIO
– 08/08/2006

 

Correggio: la giuria ha scelto i finalisti del “Premio Tondelli”

 

 

 

Vincenzo Aiello, L’INDICE
– 01/05/2006

 

Il cuore è uno scanner

 

 

 

Nadia Tarantini, LEGGENDARIA
– 01/02/2006

 

Un’anima sotto la pelle

 

 

 

Emanuela Del Frate, LIBERAZIONE
– 05/02/2006

 

Le bambole rotte hanno paura solo di se stesse

 

 

 

Maurizio Crispi, IL MANIFESTO
– 27/01/2006

 

L’adolescenza spezzata di Stella

 

 

 

Alessandra Di Pietro, AMICA
– 01/12/2005

 

Per una superstizione consapevole, sostenibile e informata

 

Se scendete dal letto a destra ma poggiate per primo il piede sinistro, quando rompete uno specchio fate cento chilometri per andarlo a buttare in un fiume, oppure seguite da anni un rituale di vestizione per gli appuntamenti galanti indossando solo la lingerie considerata portafortuna, qualcuno prima o poi vi farà notare che avete l’ippocampo sottosviluppato. Voi, che siete superstiziose consapevoli, sapete che il/la disfattista delle liturgie antisfiga potrebbe avere ragione. Secondo i risultati di esperimenti fatti in America, Italia e Giappone su animali e persone, è ipotizzabile che il malfunzionamento di un’area cerebrale – detta ippocampo perché negli umani ha una forma simile al cavalluccio marino – crei la tendenza ad associare un particolare comportamento a un evento esterno, che è poi il senso di ogni rito scaramantico. In questo modo si sarebbe trovata una base biologica della credenza nell’ irrazionale comune agli animali e agli umani, come scrive le ragazze metropolitane costrette a prendere continue decisioni. Così nel libro Broken Barbie (Fazi editore) la protagonista Stella, una giramondo raver, sentenzia la sorte di una persona contando i passi necessari per raggiungerla e se sono dispari annunciano una tragedia, non c’è scampo.

L’autrice Alessandra Amitrano è una moderna napoletana cresciuta tra le città del mondo che però crede a un’abbondante quantità di tradizioni cattoliche e pagane imparate in famiglia: “La nonna mi accarezzava la faccia con le mani messe a mo’ di corna perché diceva “da qualche parte dell’anima posso essere invidiosa della tua bellezza” e lei stessa forniva l’antitodo. Io invece conto le rughe per sapere se una persona è buona o cattiva, faccio una magia con i numeri per togliere potere a chi non mi piace e a casa tengo un altarino con divinità di ogni religione per non offenderne nessuna, ma soprattutto pratico fioretti che considero l’evoluzione delle offerte votive: l’ultimo è smettere di fumare per la buona nascita di mio figlio”.
La promessa di rinunciare a un piacere per propiziare un evento benefico andava molto di moda negli anni 60 soprattutto nelle scuole religiose e alcune ne sono state così traumatizzate che oggi solo a sentirne parlare fanno le corna. Le altre che hanno superato lo choc di non mangiare nutella per far progredire la pace nel mondo – un classico fioretto altruista – o per essere una sposa felice – un classico fioretto da brava bambina -, pur avendone constatato gli scarsi risultati, continuano nell’ esercizio che considerano “uno strumento per raggiungere la nobiltà d’animo” come afferma convinta una cantante lirica. Alessandro Orlandi, autore del libro Dioniso nei frammenti dello specchio (Irradiazioni), ci dice che “il fioretto serviva per rafforzare la volontà e non a caso si faceva soprattutto in maggio, alle porte della primavera, quando si risvegliavano i sensi” ed era importante resistere alle tentazioni, aggiungiamo noi. Se appartenete alle turbate dai fioretti ai santi cattolici ma l’idea vi titilla, potete sempre rivolgerli alla Madre Terra o a Shiva se in loro credete o vi ispirano meno timore e/o più fiducia. Si tratta, alla fine, di un surrogato del training autogeno per dare buon fine all’intenzione di andare in palestra, non bere più di tanto o non correre con il motorino, tutte cose sacrosante.

Ma, come con i riti scaramantici, per trame buoni frutti è sempre bene non farsi prendere la mano. Il vostro esempio sia una signora milanese: “Tre anni fa mio marito era stato ricoverato in terapia intensiva. Se ne esce vivo, smetto di fumare, promisi. Funzionò, ma in primavera era di nuovo in ospedale. A quel punto, andai a parlare con il prete spiegandogli, con franchezza, che avevo serio bisogno di accendere una sigaretta. Il cappellano disse che il voto personale era scioglibile in qualsiasi momento, ma per precauzione consigliò un paio di padre nostro alla sera. Adesso fumo e sono pronta a fare nuovi fioretti”.

 

 

Elena Porcelli, PANORAMA
– 01/12/2005

 

Per pietà, smettetela di mettermi a dieta

 

Ho a lungo digiunato: entusiasmante. Non ho mangiato per un mese e mezzo. Non diventò una malattia perché non ne parlai con nessuno: se no, addio libero esperimento. Non avevo bisogno di aiuto ma solo di fare come volevo”. Lo confessa la scrittrice Barbara Albeffi. “Fino a 27 anni ero grassa, poi ho capito che per stare bene devo mangiare un quinto di una persona normale”. Per stare bene o per adeguarsi alle pretese estetiche della società? “Per stare bene. Il troppo cibo addormenta, è nemico del lavoro intellettuale. Ma è vero che la società chiede troppo alle donne, che debbono essere sempre scattanti”. E non tutte hanno la libertà interiore di Alberti, anzi, finiscono per valutare se stesse col metro della magrezza.
All’alimentazione delle donne è dedicata una mostra, Le immagini affamate. Donne e cibo nell’arte. Dalla natura morta ai disordini alimentari, 100 opere che cominciano con le nature morte del Settecento per finire con le performance di body art degli anni 70 incentrate su spettacolari dimagrimenti e con le artiste del Duemila, impegnate in usi insoliti del cibo.
“Una donna che mangia sembra essere una trasparente metafora della lussuria, dell’indecenza, della sfrenatezza” scrive Martina Corgnati nell’introduzione dell’esposizione. “I disordini alimentari” commenta la scrittrice e critica gastronomica Camilla Baresani “sono uno dei segni più importanti delle contraddizioni che ancora circondano l’emancipazione femminile. La donna in carriera deve essere magra, ma lo stesso non vale per gli uomini”.
In effetti nessuno dubita della vivacità intellettuale di grandi mangiatori come Giuliano Ferrara. Mentre le donne hanno sempre paura di essere troppo grasse. “Per esempio io mi preoccupo della linea” confessa la pur snella Baresani “d’altronde a me chiedono come faccio a fare il critico gastronomico e stare in forma, ai miei colleghi maschi no”. Forse è colpa di Coco Chanel, che ha liberato le donne dal busto ma le ha rinchiuse nel mito della dama di successo dal fisico snello, riprendendo il motto “Non si è mai troppo ricche o troppo magre”.
C’è’ chi se la cava con una battuta, come Sconsy, la sgrammaticata casalinga portata in televisione da Anna Maria Barbera: “Sì, forse ciò un bo’ di cuscinetti, però almeno quando l’uomo si sdraia è più comodo…!”. Ma la sua creatrice ha cose ben più serie da dire: “A me interessa, attrae, emoziona ciò che un corpo racconta, al di là delle sue misure. Talvolta figure perfette sono mute”. E allora, perché le donne si ossessionano con la dieta? “Se noi percepissimo il nostro mistero, non ci lasceremmo invadere da richieste estetiche che non ci appartengono”.

Eppure le donne hanno percorso altre strade nel rapporto col cibo. Le nature morte delle artiste del Settecento ritraggono spesso golosi frutti e ortaggi. “Non si tratta di cibo esibito per sedurre, ma di elementi simbolici lungo un percorso di conoscenza ed educazione religiosa” spiega Corgnati.
L’intellettualizzazione del cibo forse può “essere una via di salvezza anche per le donne del Ventunesimo secolo. Sembra esserne convinta Mireille Guiliano, che nel suo best-seller Le francesi non ingrassano i (Sperling & Kupfer) suggerisce un’alimentazione raffinata, che non rinuncia a champagne (Guiliano è amministratore delegato della Veuve Cliquot) e cioccolato, ma sa centellinarli. “Usate la testa” è la sua esortazione alle lettrici. “A me pare un’intellettualizzazione eccessiva” obietta Baresani “se qualcosa piace lo si desidera in quantità. Ma oggi fa più scandalo godere troppo del cibo che fare troppo sesso”.
E così le artiste del Ventunesimo secolo dipingono donne spaventate, angosciate davanti a una mela. Come se il piacere del cibo fosse il vero frutto proibito dell’Eden della moda e del successo. “Però sentendo parlare di donne e cibo a me viene in mente qualcosa di gioioso” protesta Alessandra Amitrano, autrice di Broken Barbie (Fazi editore), romanzo sull’anoressia. Però oggi l’equazione donne + cibo = disturbi alimentari scatta automaticamente nella mente di molti. “In realtà” commenta Amitrano “i disturbi dell’alimentazione sono sempre esistiti e derivano da un cattivo rapporto con il corpo materno durante l’allattamento. Solo che in passato se ne parlava molto meno”.
Ma allora, perché colpiscono le donne? “Perché il maschio può ritrovare nel corpo dell’amante quello materno, che ha conosciuto da bambino. Mentre noi donne incontriamo nell’amore il corpo maschile, che ci è totalmente diverso ed estraneo. Per noi trovare accoglienza nel mondo è molto più difficile. Poi, certo, la moda del magro ci mette del suo nel favorire l’anoressia”.
E le donne come possono uscire da questa trappola? “L’arte è un grande aiuto. Quando raccontiamo i mostri che abbiamo dentro, ce ne liberiamo. Quando riusciamo a imprigionare l’ossessione del cibo in un romanzo o in un quadro, ce ne liberiamo. Il mostro smette di dominarci e siamo finalmente noi a dominare lui” sostiene Amitrano.
Sotto quest’angolazione le “immagini affamate”, esposte al museo Archeologico di Aosta dal 1° dicembre 2005 al 7 maggio 2006, si possono guardare come preziosi amuleti con cui le artiste esorcizzano se stesse e tutte le donne dal demone dell’ ossessione per il cibo. .

 

Chiara Cretella, STILOS
– 07/11/2005

 

Padre e figlia, gli effetti del riflusso

 

 

 

Rossano Trentin, IL MONOCOLO
– 01/10/2005

 

Viaggio dentro l’anima

 

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FAHRENHEIT – RADIO RAI TRE
– 31/10/2005

 

Intervista ad Alessandra Amitrano

 

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IL FOGLIO
– 28/10/2005

 

Broken Barbie

 

 

 

Angela Buccella, ROLLINGSTONE
– 01/11/2005

 

Alessandra Amitrano

 

Amitrano partorisce parole che affettano l’animo. Sei affamata nel leggerle. Ti ingozzi di parole senza bisogno di acqua a seguire per mandarle giù. Le vicende, il linguaggio, creano ferite e divorano cuore e stomaco di chi legge. Crudo. Reale. Violento e dolce. Dolcissimo.
Stella, la protagonista, è talmente icona di realtà da far venire i brividi. Voglia di prenderla tra le braccia e cullarla. Cantarle ninne nanne che possano farle dimenticare tutto. Sussurrarle nell’orecchio che ciò che ha vissuto è solo un brutto sogno. Questo libro è vero. Ed è per questo che ha una forza sconvolgente. Ed è per questo che ti si insinua dentro e taglia. Lacera le finzioni. Provi dolore quasi in ogni capitolo. Dolore che non riesci a lasciar scorrere solo ma che segui. Le ferite che rimangono a fine lettura avrebbero bisogno di limone da strofinarci sopra affinché continuino a bruciare.

 

Paola Tavella, IO DONNA
– 06/08/2005

 

Fuga dall’anoressia

 

Poco più di una bambina, bionda e triste, con i capelli bagnati e un occhio pesto. E’ la copertina di Broken Barbie(Fazi) di Alessandra Amitrano, giovane esordiente napoletana, finora impegnata nel videomaking e nella scrittura di racconti durissimi usciti suTorazine e su Accattone. Il libro è diventato a sorpresa un piccolo caso editoriale.
Più di mille copie in meno di una settimana, ingresso in classifica, ristampa. Senza pigmalioni, né recensioni di primo piano. C’era stata un’anticipazione sul sito Nazione Indiana, poi si è messo in moto un passaparola velocissimo sul web, dove Amitrano, alias aka lula brain, ha scritto, comunicato e chattato, ed è stata fra le animatrici di una lista sui disturbi del comportamento alimentare. Ma poi c’è altro, alla Feltrinelli di largo Argentina, a Roma, dicono: “Ieri due ragazzine si litigavano l’ultima copia”.
Broken Barbieè la storia di una ragazzina di nome Stella, dolorante per malesseri emotivi, familiari e esistenziali, affetta da comportamenti alimentari opposti e compulsavi. Ha fame e le piace aver fame, dopo si ingozza di schifezze e le vomita. E’innamorata gelosa di suo padre, fannullone e seducente con lei e con le sue amichette, che lo trovano “bono”. Sua madre è un’infermiera dolce, egoista e subdolamente competitiva, che la domenica cucina infiniti ragù. Stella è sensibile, curiosa e attaccabrighe. Si fa male in tanti modi – sesso desolato, eroina, aborto, amori dannati- ma ama la sua vita, finché cade in depressione e resta muta e senza desideri. Ne esce d’un tratto e per giunta indurita in una versione di se stessa più cattiva e avventurosa, come in un melodramma. Si fabbrica un nuovo segreto: parte per la Spagna senza dirlo a nessuno. Ha quattro stracci e quattro soldi, si accompagna a strafattoni, punkabbestia, vagabondi e ladri, si sente una guerriera, si sente un po’meglio. E allora prende il vento in un viaggio picaresco di altri tempi, fra sballi psichedelici e tenera ninfomania, razzie nei supermercati e fughe rocambolesche, feste di piazza e pipì fatta per strada. Un viaggio che finisce di nuovo a Napoli, dove suo padre si è ucciso tagliandosi le vene.
Alessandra Amitrano, l’autrice radiosa e incinta, è sommersa da e-mail di lettori e lettici adolescenti: “Il tuo libro mi ha tenuto con gli occhi incollati a ogni frase, ogni virgola o punto. Mi ha ipnotizzato, effetto calamita”, oppure “E’bello e terribile, smuove cose fortissime. Ma che ricchezza di esperienze, nel bene e nel male, a me leggendo queste pagine sembra di non aver mai avuto il coraggio di vivere”. “Stanotte sono rimasto sveglio fino alle quattro per finirlo. Mi ha appassionato tantissimo, come pochi libri. E’un capolavoro!”. Tutti chiedono ad Amitrano se la storia somiglia alla sua o è inventata. Quando le giriamo la domanda lei risponde così: “Ho sofferto di disturbi del comportamento alimentare, erano manifestazioni del mio essere compulsiva. Mangiavo la vita e le esperienze per riempire dei buchi. Anche la parte sulla Spagna è molto vicina alla mia esperienza reale. Ricordo che, insieme alla mia carovana di fulminati, attraversavo un ponte a Bilbao e mi dicevo che un giorno ne avrei scritto. Avevo un quadernetto, ma ero troppo impegnata a vivere per tenere appunti”.
Hai la sensazione di esserti salvata?
“Sì. Come Stella ho una forza enorme, e ho avuto una vita pure più difficile di lei. Penso che molta gente soffra o sia depressa perché parlare delle cose brutte è vietato, è un tabù. E nei disturbi alimentari, prima di maturare nella propria disperazione si mantiene il segreto sul proprio comportamento vergognoso. Gli altri collaborano: nessuno vede, nonostante bulimia e anoressia lascino tracce sul corpo e in dispensa. Non essere scoperte è anche un piacere. Stella infatti non avrebbe mai parlato, sono io che la faccio parlare. Per combattere il malessere per me è stato essenziale comunicare. Svelare il mostro che avevo in me gli ha tolto potere. Ho fatto un’analisi, sono andata da un nutrizionista. E avevo un programma: disciplina, ordine, diario alimentare. Così il cibo diventa una missione, un lavoro, occupa ancora una parte importante nella psiche, ma in un circuito benefico. Perché così come la ripetizione di abitudini cattive ti rende vizioso, la ripetizione di gesti buoni ti rende virtuoso. Infine per mangiare bene, per fare l’amore bene senza sentirmi sedotta e abbandonata, mi è servito osservare gli altri e imitarli. Ho osservato e imitato anche gli animali, i cani e soprattutto il mio gatto, Corazon. Mangia lentamente, e solo quando ha fame”.

Come spieghi questo successo?
“Per quanto credessi nel libro, ha sorpreso anche me. Ricevo mail, vengo citata sui blog, recensita su internet. E mi pare di capire che chi ama questo libro ne riconosce la dolcezza, la sincerità, la paura e la forza, il dolore con cui parla un cuore messo a nudo. I ragazzi e le ragazze lo aprono e non lo chiudono più fino alla fine, e amano Stella perché non è fragile, anzi è un carrarmato. E’sensibile e facile da ferire, ma si mette a disposizione del mondo con la stessa forza con cui si fa del male. E’un’autolesionista, combatte contro se stessa in una rozza forma di esorcismo del suo dolore. E’come se ci fosse un karma, una strada che deve percorrere. A un certo punto smette di essere arrabbiata con se stessa e comincia ad arrabbiarsi con gli altri perché è destinata a salvarsi. E come in ogni salvezza, si salva da sola”.
Come mai partecipi a una lista di discussione sui disturbi del comportamento alimentare?
“Sono sempre stata propositiva, non ho mai accettato di subire le mie sofferenze, anzi le ho indagate e usate per capire il modo. In lista non racconto i fatti miei. Piuttosto faccio proposte, comunico quel che so. Così ho aiutato tante ragazze. La lista è dura, costringe a confrontarsi con se stesse, e infatti molte, quando cominciano a stare meglio, abbandonano, ma poi spesso tornano. Le ragazze che soffrono di disturbi del comportamento alimentare sono tantissime e vanno sostenute anche dalla società. I negozi sono pieni solo di taglie 40 e 42, e le riviste propongono corpi anoressici. Ma chi ha deciso che un vestito per stare bene debba essere indossato da uno stecchino? Gli stilisti raramente apprezzano davvero e in pieno la femminilità. Per conto mio i vestiti stanno meglio sulle donne prosperose, e penso che molti, maschi e femmine, la pensino come me”.

 

Bruno Murgia, IL GIORNALE DI SARDEGNA
– 30/08/2005

 

L’odio nel corpo e nella mente

 

Ivan era uno studente di 19 anni. Viveva vicino Torino e una mattina invia un sms ai suoi amici: “Addio a tutti quanti, il mondo non è fatto per me che sono troppo debole. Non dimenticatemi”. Il giovane la fa finita, impiccandosi nell’ombra della cantina di casa. Una delle tante storie di un’estate piena di contraddizioni. E Ivan è uno dei mille ragazzi che guadagna qualche riga in cronaca, colpito per sempre dal male di vivere. L’altra faccia della medaglia, dunque. Quella oscura, quella che nessuno vuole guardare, perché fa paura, è sgradevole, non produce felicità. Soprattutto, per i media, non è happening collettivo. Non è il rito di Colonia, non ci sono foto di giovani che si baciano teneramente nella spianata dove a centinaia di migliaia si riuniscono per ascoltare le parole del Papa. Non è neanche la festa di Cl, la super-organizzazione, l’evento nel quale si mescola fede e politica, economia e religione. E’, purtroppo, esattamente l’opposto. Come il flagello che assale decine e decine di giovanissimi. Si chiama anoressia e i siti internet che si occupano dell’argomento sono disperatamente presi d’assalto e le discussioni hanno una sola bussola: come perdere chili, in una corsa senza fine, alla ricerca di una perfezione ideale inesistente. E’un mondo senza valori, arido e gelido.
Fabiola De Clerq, presidente dell’Aba (l’associazione per la bulimia e l’anoressia) denuncia: “Esistono forti condizionamenti, per cui i giovani sono ossessionati dalla forma fisica e dall’apparire”. C’è persino un romanzo di riferimento, un nuovo caso letterario con migliaia di copie vendute. Si intitola “Broken Barbie” (Fazi), la storia di una ragazzina bionda e triste che mangia, vomita e si deprime.
L’autrice si chiama Alessandra Amitrano, nota per aver scritto racconti durissimi per alcune riviste marginali. Alla Feltrinelli di Roma pare che l’ultima copia sia stata contesa a suon di schiaffoni tra due giovanissime dall’aria scheletrica. Un fenomeno letterario che cozza contro le rassicuranti emozioni di questi ultimi giorni, con Ratzinger che benedice l’impegno e la fede. Qui non c’è Dio. C’è solo odio per il cibo e per se stessi. Cresce l’allarme sociale e con esso la consapevolezza che, gratta gratta, la società del Mulino bianco è solo pura utopia.

 

Maurizio Gregorini, ITALIASERA
– 16/09/2005

 

L’esordio di Alessandra Amitrano

 

Nata a Napoli negli anni Settanta, Alessandra Amitrano ha vissuto a Bologna, Madrid, Parigi e Londra per poi approdare nella città eterna, Roma. Atto di accusa contro l’ipocrisia dei legami di sangue, quasi un lessico famigliare marcio (lontano dalla narrazione della Ginzburg), il libro procede per istantanee dove si ritrae un’anima sofferente e all’unisono febbricitante.
Come si stesse innanzi ad un album di fotografie che debbono tacere per forza visto che parlano sì per immagini ma senza l’uso della parola (ossia senza una propria individualità, lasciata quale libera interpretazione al fruitore delle stesse), “Broken BArbie” è un mondo mai sfogato, rinchiuso nelle spelonche della famiglia, a tal punto da portare la protagonista, Stella, nel mondo della droga e della bulimia. Anche se nessuno lo nota, Stella è una ragazza spezzata che passa le giornate a cercare quelli come lei, quelli rotti dentro, e lo fa con una ossessività instancabile.
Detesta Napoli, la sua città, con quell’odiosa puzza nelle strade, la gente che vi vive, il mare, Mario Merola e quel fracicone cocainomane di Maradona. E mentre tenta di dimenticare la sua quotidianità, a volte divora quantità di cibo spropositate (panzarotti, arancini, crocchette, pezzi di pizza con nutella e confezioni giganti di patatine fritte), altre volte non mangia nulla, e altre volte ancora vorrebbe morire, essere sepolta in una foresta come è capitato a Corista Paffgen, in arte Nico, vocalist del Velvet Undergroung di Lou Reed prima di iniziare una straordinaria carriera solista.
La sua angoscia la fa emigrare di città in città, e le fa consumare storie di sesso molteplici, anche se, al fondo della sua anima, Stella si rifiuta ostinatamente di crescere, restando incatenata alla sua adolescenza e preferendo di poter piacere all’unico uomo bello e triste da cui è attratta in modo fobico, suo padre. Padre che è attratto morbosamente da sua figlia.
“Broken Barbie” è il frutto di una visionaria voluttuosa incestuosità (almeno psicologica) che, alla fine, crediamo riguardi ognuno di noi.

 

Giorgio De Rienzo, CORRIERE DELLA SERA
– 15/08/2005

 

Barbie a pezzi, nel segno di Melissa

 

Mentre Melissa P. cambia registro e da adolescente che subisce un eros violento si fa donna piccolo borghese, torturata dalla gelosia, l’editore Fazi lancia un’altra giovane scrittrice, più attentata però di Melissa, la quale racconta la sua passata patologia di ragazza “marcia” e “rotta” tra i diciassette e i ventidue anni. Si tratta di Alessandra Amitrano, autrice di Broken Barbie(pagg.251, euro 13,50): un altro caso che mescola un po’di tutto ciò che la cronaca fornisce sulle esperienze di giovani disgraziate, “spezzate” nella loro femminilità.
Potrebbe essere il segno di un “progetto culturale”di una rinnovata letteratura-verità. Manca tuttavia la materia prima: la forza di una scrittura originale, la costruzione di un’architettura narrativa che sappia accostare gli spezzoni di eventi sparpagliati. Qui si intravede, se mai, qualche tenue filo conduttore. Ne segno solo qualcuno.
Stella è una bella ragazza che vive con disagio la propria situazione familiare, in cui il bel padre fannullone e la madre lavoratrice dal “bronzetto sexy e annoiato” si prendono e si lasciano, mettendosi “loro da una parte” per segregare lei “dall’altra”, salvo poi vomitarle addosso le proprie frustrazioni o perversioni: il babbo tenta giochi erotici con la figlia. La reazione di Stella è quella di cancellare tutto nella bulimia o nell’anoressia, di restare vittima di un “divoratore” o di un “folletto” che la porta a visioni che la scaraventano comunque fuori della realtà.
La ragazza ha storie con ragazzi sbandati, a cui dona il suo corpo più con dolore che con piacere, in un’ansia di autodistruzione che le fa invidiare i “mediocri” e i “normali”. Stella odia la città in cui vive. Napoli è la “fetida città” della “puzza di spazzatura”, in cui il sole mette a nudo ogni sudiciume, in cui persino un mito come Maratona diventa un “fracicone cocainomane”. La ragazza allora scappa e va in Spagna: ha storie sessuali sempre più violente, entra nel giro della droga, vive avventure a rischio e se trova un giovane che le vuole bene fa di tutto per distruggere la nascita di un sentimento finalmente pulito.
Di libri sul disagio giovanile ne abbiamo letti persino troppi in questi anni: il tema benché frusto regge ancora perché esiste e incrudisce sempre più. Ma non basta un eccesso di turpiloquio, una cronaca sempre più truculenta per dare dignità a un tema letterario fortemente legato alla realtà. Non è sufficiente l’accumulazione di situazioni estreme e la segnalazione di un vuoto interiore per rappresentarlo.
Occorrerebbe invenzione di linguaggio. Qui invece si cade troppo spesso nel kitsch. Si assiste, per esempio, in una situazione dolorosa a un riaccendersi di un “ascesso nel cuore”, oppure nella prossimità di una gioia possibile questo cuore può anche “friggere”. Si entra in una casa nella quale l’atmosfera è “profumata, accogliente, candelora” e così via, con un’invenzione di linguaggio che- quando c’è nella generale sciatteria di scrittura- fa persino rimpiangere il grigiore del non-stile.

 

Serena Gaudino, LA REPUBBLICA NAPOLI
– 27/08/2005

 

“Napoli, l’insostenibile leggerezza della cattiveria”

 

 

 

Sergio Pent, TTL-LA STAMPA
– 13/08/2005

 

C’era una bambola rotta nello zoo di Napoli

 

 

 

Daniele Claudi, ROMA
– 19/07/2005

 

Una ragazza bulimica bruciata dalle emozioni: è “Broken Barbie”

 

 

 

Giuseppe Balestrino, LA REPUBBLICA-NAPOLI
– 20/08/2005

 

Belli, duri e dannati, scontro di generazioni

 

 

 

Alessandra Di Pietro, IL FOGLIO
– 18/08/2005

 

“Broken Barbie”, la ragazza che mangiava troppo oppure niente

 

 

 

Monia Cappuccini, LIBERAZIONE
– 10/08/2005

 

Barbie, come ti smonto il mito

 

 

 

GAZZETTA DEL SUD
– 11/10/2005

 

Alessandra Amitrano: “Broken Barbie”. Una ragazza rotta all’interno che vive trascinata dal vento

 

Stella è di Napoli, ha 17 anni, non ha mai superato l’infatuazione per il padre, è gelosa e complice della madre. I ragazzi, la cercano, la vogliono e lei inizia a conoscere il loro corpo.
Quello che nessuno sa, o che tutti fanno finta di non sapere è che Stella ha due segreti: in lei vivono un folletto che la odia, la schernisce, e un divoratore che la vendica, facendole svuotare appena ne ha l’occasione, il frigo, per poi spingerla a chiudersi in bagno a vomitare.
Alessandra Amitrano, in “Broken Barbie”, ci rinchiude nella testa della sua protagonista e ci introduce ai suoi pensieri solitari, ai suoi sguardi distaccati sugli altri, alle pulsioni che non può vivere e a quelle alle quali la sua innata curiosità e autodistruzione la trascinano.
” La testa va con il vento che soffia forte nell’aria – dice la ragazza –. Non si oppone, ne segue il movimento, sono un pezzo di vento. La natura quando vuole ha il potere di cullarti, ti porta con sé e ti protegge. Così come può ammazzare chi non se lo merita. Per me che sono una bastarda è come se la natura mi avesse adottata, mi fa da mamma e da papà “.
Stella ci preannuncia la trama dei cinque anni dannati che si appresta a vivere parlandoci, e vestendosi degli abiti di personali icone, Betty Blue, Nico dei Velvet Underground, Cristiana F.
Un viaggio, il suo, che tuttavia sfocia in improvvise tenerezze, che nasconde un cuore spezzato e cerca altre esistenze, come nel kieslowskiano “La doppia vita di Veronica”.
È un dolore assoluto a dare il via alla sua fuga. Quello dell’aborto, che in fondo non vuole, ma che sembra l’unica scelta, come le suggerisce anche la madre che ha vissuto la stessa esperienza. ” Nella mia pancia stanno in lutto – dice Stella dopo l’operazione –. Piangono e fanno il funerale. Senza di me, io non ci sono andata “.
Basta un tradimento in più, un nuovo no, e le fantasticherie estreme della protagonista d’un tratto, diventano tangibili. Alla bulimia, si aggiunge, la droga: marijuana, pasticche, eroina, cocaina, psicofarmaci, in un percorso dal quale la ragazza continua a straniarsi, si guarda vivere, osserva e forse, impara. Non la svegliano le peregrinazioni o le botte e dei tanti provvisori compagni, i vicoli sporchi, la prigione e l’ospedale in cui finisce in Spagna, dove si reca d’impulso. Serve una telefonata alla madre per riportarla a casa (il padre ha lasciato entrambe e si è messo con una ragazza di 3 anni più grande di lei) e l’incontro rassicurante, confortevole, con Flavio.
Stella torna sui propri passi: ricomincia. Forse è cambiata.

 

Daniele Claudi, ROMA
– 14/09/2005

 

L’adolescenza raccontata al femminile

 

 

 

Sergio Palumbo, WWW.SEPANET.IT
– 02/08/2005

 

“Broken Barbie” di Alessandra Amitrano

 

Attraverso le pagine di un elegante volumetto edito dalla Fazi Editore, Alessandra Amitrano, al suo debutto editoriale, ci racconta le vicissitudini di Stella, una ragazza “broken”, spezzata. In Stella si ritrova quel disagio e quel senso di disadattamento, di non appartenenza e di disprezzo per tutto ciò che è mediocre, convenzionale, che era proprio di Christiane F. nei suoi Ragazzi dello Zoo di Berlino. Non è un caso, difatti, che oltre a Nico, cantante dei Velvet Underground, Stella (che narra in prima persona attraverso la disinvolta penna della Amitrano) si senta molto vicina proprio a Christiane F. nel suo stare male, nel suo essere diversa.
Broken Barbie è un libro sul disagio giovanile ed in particolare delle giovani donne. Ma attenzione: non si tratta del solito disagio giovanile di cui si sente tanto parlare (la mancanza di punti di riferimento, il non riuscire a conformarsi a certi canoni standard di bellezza proposti se non imposti dai mass media e bla bla bla…). Stella vive qualcosa di diverso, di particolarmente perverso che non è causato da fattori esogeni, ma che è soltanto dentro di lei. Non è Stella che non riesce ad uniformarsi alle persone cosiddette “normali”, ma l’esatto contrario: sono le persone cosiddette “normali” che non riescono a conformarsi a lei. Ed è ancora peggio.
Da qui nasce il disprezzo e la necessità di fuggire da Napoli, questa città di cui Stella odia i colori, gli odori, i sapori, i paesaggi e i personaggi. Ed ecco che l’odore del ragù diventa insopporabile per una ragazza che alterna momenti di potenziale anoressia a momenti di vorace bulimia; ecco che i discorsi con i compagni di classe finiscono male per motivi di gelosia o per motivi di differenza di vedute (ad esempio Maradona, per Stella, è un “fracicone cocainomane”); ecco che Stella viaggia, senza una meta, verso mondi reali o verso mondi artificiali, frequentando persone disadattate quanto se non più di lei. Stella si troverà quindi in situazioni paradossali, spesso perverse, dove lei talvolta si lascia trascinare, talvolta trascina e da cui spesso si trova a scappare. Il tutto accompagnato dalla sofferenza e dal mal di vivere di un’anima in pena, che talvolta riesce a trovare conforto, ma che è sempre cosciente che quei pochi momenti di quiete dovranno lasciare il posto ad una sofferenza ancora più forte e perversa di prima.
Il libro è costituito da un insieme di flash scattati sulla vita e sul malessere di Stella. Sono brevi flash ma che fanno ben cogliere il senso di angoscia provato dalla protagonista. Sono flash che, nonostante la difficoltà intrinseca dell’argomento, risultanto scorrevoli e ben incastrati tra loro, facendo venire sempre voglia, al termine di uno, di iniziarne subito il successivo. Questo primo romanzo della Amitrano, infatti, mette in mostra il suo stile vivace, fresco e disinvolto, facendoci conoscere una scrittrice assolutamente abile nel cogliere e nel raccontare in modo efficace un disagio generazionale, cosa decisamente non semplice. Un libro imperdibile, da divorare con la stessa foga con cui Stella divora di tutto nei suoi momenti di bulimia. In attesa del secondo libro di questa brava scrittrice.

 

Vincenzo Ajello, IL MATTINO
– 25/07/2005

 

Amitrano: “Io, una scrittrice esagerata”

 

È un esordio spiazzante e piacevole quello della trentacinquenne scrittrice napoletana Alessandra Amitrano che con il suo Broken Barbie (Fazi, pagg. 256, euro 12,50) narra la ricerca d´identità e la lotta contro il mondo di Stella, una ragazza napoletana, che né la madre, troppo occupata a sedurre, né il padre, bello ma inconcludente di fronte alla realtà, riescono a donarle.
Dal 1998 Amitrano vive a Roma dove è occupata in una società di comunicazione. In questi giorni è in vacanza a Ischia, dove mercoledì (alle 19), nella libreria Gaia Scienza in via Luigi Mazzella a Ischia Ponte, presenterà il suo libro con Ornella della Libera.
È un romanzo duro, che descrive una gioventù gruciata, ma agli antipodi di quella di Melissa P.
Perché ha scritto questa storia fatta di Barbie rotte e di cuori in ascesso?
“L´ho scritta innanzitutto perché ho avuto un´infanzia non molto semplice e poi per riscattare quanti come me dopo molte difficoltà hanno trovato una serenità quotidiana e sono riuscite con grande forza interiore a diventare donne”.
In questo testo cosa c´è di suo e quanto è frutto di editing?
“C´è molto di mio perché sono fatta delle stesso materiale della mia scrittura: molto diretta, spontanea. Dico le cose con gentilezza, ma so anche essere dura. La scrittura non è per me un mestiere, ma un modo naturale di essere: come mangiare o fare all´amore. Penso che sia stato questo a colpire il responsabile della Fazi, Simone Caltabellotta, e il mio editor Massimilano Governi che ha fatto un ottimo lavoro”.
Nella sua storia si accenna a patologie bulimiche e all´uso di sostanze stupefacenti: quanto c´è di autobiografico?
“C´è da distinguere tra il rapporto con il cibo e quello con le tossicodipendenze. L´esperienza bulimica e anoressica descritta nel testo è stata veramente vissuta. Mentre il rapporto con le droghe della protagonista rappresenta per lei un valvola di sfogo: Stella non è tossicomane, questo uso minimo di droghe è paradossalmente un gioco salvifico”.
Il viaggio in Spagna descritto nel testo sembra reale.
“Quasi del tutto. Stella viaggia per scappare, per imparare a cavarsela sa sola. È in guerra con il mondo e per scegliersi una famiglia”.
Il romanzo è ambientato per buona parte a Napoli: che rapporto ha la città con l´autrice?
“Io descrivo la Napoli media, ordinaria: quella dei bar, e delle relazioni. Non quella dei Quartieri spagnoli. Stella in questa Napoli provinciale e focloristica non si trova bene: ha bisogno di grandi spazi”.
Un elemento che ricorre spesso nel libro è la pelle: perché?
“Sì, la ragazza fa male alla sua pelle per sentirsi viva: attraverso la pelle terminale dei rapporti con il mondo esterno entrano, infatti, anche i sentimenti”.
Lei legge molto?
“Leggere non è una delle mie attività preferite: amo di più il cinema. Con mio padre – abitavamo di fronte al Cinema Ambasciatori – quando era piccola, non perdevamo una prima visione”.
Scriverà un altro libro?
“Ci sto pensando, ma per ora sono impegnata con due nascite: una, già avvenuta, è quella del libro. La seconda sarà tra breve: aspetto il mio primo figlio”.

 

 

WWW.DELIRIO.NET
– 20/07/2005

 

Broken Barbie

 

Delirio.NET: Un esordio che spiazza, una scrittura lucida che scandaglia l’animo. Com’è nato il tuo primo romanzo, Broken Barbie, e quali esigenze o desideri ti hanno spinto a scriverlo?
Come molte delle cose che scrivo BB è nato come una lettera. A Rudy, un fratello (parolone un po’ gangsta, ma le cose stanno così) che mi ha disegnato un serpente nella pelle della schiena. Ma poi è diventato tutt’altro. Volevo parlare del biondo, volevo scrivere al biondo, volevo comunicare col biondo e Rudy mi faceva pensare al biondo, Francesco Nerazzini. Continua a mancarmi, non mi abituerò mai ad averlo perso. Anzi più passa il tempo e più mi mancano, lui e il mio papà. Il principio e la fine del libro. Fra è morto di overdose a 23 anni, la puzza di cadavere usciva dall’appartamento, i vicini hanno chiamato le guardie. Mio papà si è tagliato le vene quando ne avevo 19.

Delirio.NET:La protagonista è un’adolescente fragile che cresce a fatica in una famiglia che la esclude e che cerca all’esterno qualcuno che la comprenda: la tua adolescenza è stata tormentata o abbastanza tranquilla? Per creare i fili narrativi ti sei ispirata un po’ alla tua vita o a quella delle persone intorno a te? O sei completamente distaccata?
Stella non è fragile. E’ sensibile ma non è fragile. Ha le percezioni amplificate, le persone così sono forti, coraggiose, aperte al mondo. Si mettono in gioco, si scambiano col mondo, senza paura. Piuttosto è incosciente, ma questo le serve, per crescere, per esorcizzare, per mandare in culo il mondo, per emanciparsi. Ha una forza pazzesca, spacca il culo, scusa le parole ma è così. Ha il coraggio di combattere, persino contro se stessa. Combatte per sopravvivere, per non soccombere, fa le cose con forza e impeto per contrastare la merda che la circonda. Un padre piacione che fa la corte alle amichette, una madre seducente che non sta al suo posto, quello di madre, ma si pone come amica, competitiva, fica, alla pari. Non la ascoltano, non la guardano, non la osservano. E’ terribile tutto ciò.
La mia adolescenza è stata molto difficile. Sono stata una bambina tormentata, un’adolescente arrabbiata, una ragazza fulminata.
Ma non ho avuto paura di crescere, anzi. Oggi sono una vera donna, felice, innamorata, legata a un uomo stupendo e presto sarò madre.

Delirio.NET:Hai viaggiato tantissimo: questo ti ha aiutato per aprire la mente e per acquisire gli strumenti per scrivere? Che emozioni ti dà la tua prima pubblicazione?
Il pezzo sulla Spagna è supervicino alla realtà. Attraversavamo un ponte a Bilbao, io e una carovana di fulminati come me e io mi dicevo: è perfetto cazzo, è tutto perfetto, è bellissimo Dio santo. Ale ricordati, ricorda tutto che un giorno lo scriverai.
Avevo un quadernetto, avevo l’intenzione di scrivere ma ero troppo impegnata a vivere. Questa pubblicazione mi dà una gioia immensa, è la fine della paura, sento che le ultime ferite si stanno riemarginando. Non ho mai avuto paura di essere me stessa, ma per guarire ho attraversato il tempo del pudore, del ritegno, dell’imbarazzo e della vergogna. Tutti ingredienti salvifici per una sfrontata com’ero. Adesso ho recuperato l’orgoglio, ma si tratta di un orgoglio umano, che non sta sotto a nessuno, tantomeno a me stessa.

Delirio.NET:Nel tuo libro, ci sono spesso richiami al cinema e ad alcuni film-culto e d’autore: che rapporto hai con questo media e che peso ha quando scrivi?
Enorme. Sono cresciuta coi film più che con i libri. Mio papà era un cinefilo, aveva i sony 2000, dei cassettoni che c’erano prima delle vhs e prima ancora dei betamax. In casa era pieno di film. Quando andavo da lui ogni due week end me ne faceva vedere un sacco, soprattutto horror. Poi avevamo un cinema di fronte casa. Oltretutto ho fatto il dams, cinema. Amo il cinema amo guardare film. Mi sono laureata con una tesi sui cortometraggi spagnoli. L’ho scritta quando vivevo a Madrid. E’ stata pubblicata, e nella prefazione un critico di cine dice qualcosa del tipo: arrivò da me questa ragazza coi capelli colorati e questi vestiti punk e mi diceva che voleva scrivere un libro sull’intera storia del cortometraggio spagnolo… sinceramente non le credetti più di tanto. Ma ora, visto il lavoro fatto, devo ricredermi…
Poi ho scritto un altro libro, lo scrissi a 4 mani con Antonio Llorens, critico di cinema spagnolo, un libro su Paco Betriu, un regista catalano. Tutto ciò tra un rave e un altro che il Signore li benedica 🙂

Delirio.NET:La bulimia e le dipendenze in cui cade la protagonista sono descritte in modo crudo, reale, senza finti moralismi, e per questo disturbano e lasciano entrare nel suo mondo. Sono tutti problemi molto attuali. Come ti sei documentata in merito?
Sono stata bulimica e anoressica. Come tante di noi, stelle. Ma non mi sono mai fatta le pere, per una grande benedetta paura. E poi sono sempre stata una grande sportiva. Da piccola mi svegliavo alle 6 del mattino e andavo a correre un’ora prima di scuola. Una cifra di addominali e flessioni ogni giorno… mentre spingevo sognavo di lottare, menare, tipo Rocky… quanto lo amavo a Rocky!

Delirio.NET:Prima di Broken Barbie, quali sono stati i tuoi passi nel mondo della letteratura? Le tue letture, in primis, cosa ami leggere e da quali autori trai ispirazione? E in secondo luogo, quali sono state le tue primissime sperimentazioni narrative?
Ho amato moltissimo Barry Gifford, perché amavo e amo disperatamente David Lynch. Ho amato Ballard, la sua perfezione, mette assieme le parole che è una meraviglia. Ha una scrittura perfetta, impeccabile. Amavo e amo Stephen King naturalmente, e molto horror americano. Bret Easton Ellis di American Psyco, una cifra. Ora voglio leggere le femmine. Sto leggendo Agota Kristof, me l’ha consigliata Massimiliano Governi, scrittore e persona tanto bella, c’ha beccato perché mi piace moltissimo.
Le mie prime sperimentazioni… le chat, lì posso dire di aver sperimentato moltissimo con le parole, con i personaggi. Mai finti, infinite me stessa. Sempre al femminile, spesso un femminile così duro da essere scambiata per uomo che si fa credere femmina… e io godevo, da brava broken barbie godevo nell’essere confusa con un maschio. Anche per strada, quando ero praticamente pelata e mi chiamavano ragazzino, ero tanto appagata. Stellina.
Poi c’e’ stato torazine, dove tuttora scrivo. Rivista underground, priva di qualsiasi forma di censura, mi diverto molto a scrivere su torazine. Ora è uscito l’ultimo numero, “torazine presenta letteratura chimica italiana”, dove ci sono due miei racconti, uno su gente sadomaso e l’altro su una strega traibbarola un po’ santa.
Un’altra cosa carina fu il racconto della puttana superdotata tagliato in infinite strisce da me e Misha. In pratica dividemmo il racconto in strisce di 5-6 parole massimo e le attaccammo lungo tutte le pareti del Forte Prenestino, che sono tante, lunghe.

Delirio.NET:Domanda topica di Delirio.NET: una persona o una situazione che ti è rimasta impressa particolarmente per la sua stranezza…
Non so risponderti. Anzi non posso risponderti. Nulla mi è mai sembrato strano.

Delirio.NET:Un libro pubblicato. Un blog in rete. I prossimi progetti di Alessandra, quali sono? Che cosa ti aspetta, a cosa stai pensando o come ti stai preparando in questo periodo?
Per il momento me la godo 🙂 della creaturina in arrivo e di Broken Barbie che si lascia accarezzare dagli occhi delle persone. Di tante persone, e questa è una cosa di rara potenza per me.
Ricorda, Stella è una guerriera, come me, come te.

 

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Broken Barbie
Collana:
Numero Collana:
41
Pagine:
254
Codice isbn:
9788881128594
Prezzo in libreria:
€ 10,00
Data Pubblicazione:
01-04-2007

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