Carme Riera

Dove finisce il blu

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Traduzione di Fran­cesco Ardolino

Primavera del 1687, isola di Maiorca, quartiere ebraico: da questa notte prendono il via le vicende drammatiche e coinvolgenti di un gruppo di ebrei convertiti al cattolicesimo: il delatore Risvolto, la vergine visionaria Sara degli Odori, i fratelli Tarongi; insieme a tanti altri, essi inseguono il miraggio di una fuga verso Livorno, dove li attendono altri maiorchini e la speranza di un futuro senza più l’infamia della persecuzione. Ma il loro sarà un sogno destinato a infrangersi contro il vento di una tempesta e contro l’assurda crudeltà di un processo allestito dalla Santa Inquisizione, che di lì a breve si concluderà con un terribile autodafé. Vincitore del prestigioso Premio Nacional di Narrativa nel 1995, Dove finisce il blu è un romanzo che va oltre la ricostruzione storica: percorso da un sentimento della vita partecipe e commosso, tocca in profondità il lettore, suggerendo l’invincibile idea di una fede che non predica dogmi, ma solo rispetto e amore.

«Un afflato di vita, di amore, nonostante la cupa realtà machiavellica in cui si svolge questo piccolo olocausto».
Vanna Gazzola Stacchini, «Diario»

DOVE FINISCE IL BLU – RECENSIONI

 

Monica Bungaro, QUOTIDIANO DI LECCE, BRINDISI E TARANTO
– 03/10/1988

Il romanzo di Carme Riera

Ebrei spagnoli in fuga verso la terra dove finisce il blu

 

Il passato insegna, il passato non cade nell’oblio. Quando chiama in causa il presente con immagini e sensazioni che il lettore può utilizzare per interpretare l’esperienza del suo mondo, bisogna accoglierlo in sé, non per puro desiderio di ricostruzione storica, ma per rivestire i fatti empirici di un valore atemporale e esemplare. Carme Riera, scrittrice catalana, con il suo ultimo romanzo Dove finisce il blu (Fazi, pp.352, lire 28.000) che le è valso ne 1995 il prestigioso Premio nacional de narrativa, (assegnato per la prima volta ad un testo catalano) ha dimostrato che cosa significa soccombere alla magica attrazione del passato umanizzandone gli eventi, in questo caso, la persecuzione degli ebrei maiorchini avvenuta tra il XVI ed il XVII secolo. Siamo nella primavera del 1687. Un folto gruppo di ebrei spagnoli convertiti al cattolicesimo, i cosiddetti “conversos”, controllati però dall’Inquisizione e guardati con sospetto, leva le ancore dall’isola di Maiorca alla volta di Livorno, dove risiede una forte comunità ebraica maiorchina. Ma a causa di un’improvvisa tempesta in porto. Il fallimento della spedizione dà avvio alla tragedia della cattura dei fuggiaschi, a cui seguirà un processo e la condanna al rogo di trentasette persone. Sulla fitta trama di avvenimenti reali si innestano destini individuali e collettivi sullo sfondo storico di fine ‘600. La tolleranza e la compassione, che serpeggiano tra le incursioni continue nella realtà e nella fiaba, fanno da contrappunto allo scenario di orrore e crudeltà in cui si muovono i personaggi. Da tale ordito narrativo emerge una struttura, dolce e soave, carica non solo di propositi morali, ma di sentimenti autentici che rinfrescano l’atmosfera cupa dell’ambientazione storica. Un romanzo esemplare, dunque, dove all’abile dosaggio dell’intrigo, e alla base storica dei fatti, si accompagna il senso di pietà che il lettore non può fare a meno di provare per le vittime, animate dalla speranza di un futuro senza umiliazioni, e destinate, invece, a non veder la luce di un orizzonte senza confini, “Dove finisce il blu”, il più lontano possibile da quella terra crudele. Alla schiera degli innocenti, tra cui il saggio rabbino Gabriel Valls, suo figlio, Rafel Onore e la fidanzata Maria Pomar, la Zoppa, prostituta del bordello di Palma di Maiorca, dal cuore d’oro, la vergine visionaria Sara degli Odori (così chiamata, perché le apparizioni della Vergine erano sempre precedute da profumi), e a Livorno, Donna Pires e Pere Onore Aguilò, il mercante che organizza la fuga, si contrappongono i corrotti, i mercenari, i deboli di spirito, mossi dalla sete di potere, come i gesuiti, Padre Amengual è padre Ferrando, e di denaro, l’Inquisitore e il Vicere. Questa folla di personaggi anima il racconto di un passato che nella sua tragicità rimane pur sempre avvincente Meraviglia e sogno, inquietudine e premonizione, materiale storico e guizzi immaginativi si fondono nella narrazione in cui la prosa si adatta alle percezioni e ai sentimenti dei personaggi, in un’altalena di excursus, contrappunti, accelerazioni e rallentamenti di ritmo. La Riera non ha certo preteso di fare dell’archeologia con il suo romanzo è lei stessa, difatti a segnalarci in una nota finale le principali manipolazioni a cui ha sottoposto il materiale storico. La sfida non consisteva nel ricostruire meccanicamente un testo, ma nell’elaborare un discorso narrativo che ricreasse il mondo di un gruppo di ebrei maiorchini, vissuti nel crepuscolo dell’età barocca.

 

Nancy De Benedetto, EX LIBRIS
– 05/01/1998

 

DOVE FINISCE IL BLU

 

La bella traduzione del romanzo di Carme Riera, prima opera scritta in lingua catalana ad essere onorata del Premio Nacional de Narrativa, propone al lettore italiano un romanzo complesso che rappresenta una svolta significativa nel percorso letterario dell’autrice. La lettura di “Dove finisce il blu” rinvia infatti ad un atto di volizione prescritturale maturo e deciso, che contiene gli elementi della precedente e non esigua produzione, ed evolve in una forma di romanzo di precisa conformazione di genere e di stile. “Mi ero stufata di essere la voce confidenziale della prosa poetica” dichiarava Carme Riera ad un quotidiano spagnolo all’indomani dell’uscita di “Dove finisce il blu”, nel 1994. Riferiva così certa insofferenza verso un modello narrativo stretto che pur aveva coltivato con serena e spontanea dimestichezza. Denunciava inoltre l’atteggiamento di disinteresse che la critica catalana continuava a riservare alle sue opere. Ma andiamo per ordine. Nel 1975 una giovanissima Carme Riera pubblicava i racconti di “Te deixo, amor, la mar com a penyora” [“Ti lascio, amore, come pegno il mare”]; la lettera d’amore che apre e dà il titolo al libro è scritta da una donna e solo un’agnizione finale rivelerà l’identità lesbica di tale passione, venendo a creare una curiosa specularità con l’ Alexis di Margherite Yourcenar. La successiva raccolta di racconti, “Jo pos per testimoni les gavines” [“Chiamo le rondini a testimoniare”] del 1977, si riallaccia con la prima narrazione al precedente volume: finzione nella finzione, una donna, riconosciutasi come la destinataria del libro precedente, scrive all’autrice per precisare la vicenda. Malgrado quindi la presenza di molti altri racconti di diverso genere, la prosa epistolare si impone sin dall’inizio come modello caratterizzante della pratica narrativa di Carme Riera. “Qüestio d’amor propi”, infatti, del 1987, è un libro formato da un’unica grande lettera. In qualche modo questo testo rappresenta l’esaurimento della vena epistolare malinconica dell’autrice: altre lettere seguiranno nelle successive raccolte di racconti e nei romanzi, ma saranno ormai dominate dall’intenzionalità ironica e a volte disorganica, dalla ricerca del “divertissement”, dall’esasperazione delle possibilità della missiva. Tali sono i prodromi alla stesura di “Dove finisce il blu”. E l’esordio del primo capitolo, l’attesa speranzosa di João Peres e le parole del capitano Harts, che fanno inizialmente pensare, com’è stato scritto, ad un clima di novella bizantina, sembrano un ammiccamento ai lettori di sempre ma, allo stesso tempo, anche una sorta di sottile palinodia dell’Autrice. Il cambio repentino che si produce nel seguito del romanzo non lascia comunque fili sospesi nel vuoto e la struttura – che nei primi capitoli pare tendere alla dispersione in un via vai di personaggi ed episodi – manifesta a poco a poco la sua coesione interna. Così, se alcune figure erano state immaginate in un primo tempo come rappresentanti di un genere o come reificazioni di un modello stilistico (si pensi a Bianca Maria Pires o alla Zoppa), una volta entrate a far parte della storia perdono la loro essenza di caratteri paradigmatici per assurgere alla funzione di attori del dramma umano. “I fatti storici su cui si basa “Dove finisce il blu” si svolsero a Palma De Maiorca tra il 1687 ed il 1691. Il 7 marzo 1687 un gruppo di ebrei maiorchini convertiti, temendo l’allestimento di un processo contro loro a causa delle dichiarazioni di un delatore, decisero di imbarcarsi sulla nave del capitano Vuillis (Willis?) verso terre di libertà. Il brutto tempo impedì allo sciabecco di salpare. I fuggiaschi dovettero salpare e, sulla strada del ritorno alle proprie case, furono catturati. […] Le cause aperte nel marzo 1687, non furono chiuse fino al 1691, anno in cui ebbero luogo quattro autodafè. Trentasette persone furono condannate al rogo. Tre di loro, Rafel Valls, e i fratelli Caterina e Rafel Benet Tarongì, furono arse vive perché non vollero abiurare la propria religione”. Così recita la nota finale di Carme Riera nell’edizione catalana. E tiene a far presente che i tempi della narrazione sono stati accorciati, che alcuni personaggi sono di pura invenzione mentre sono stati cambiati i nomi ad altri che si ispirano direttamente ai protagonisti storicamente documentati di quegli avvenimenti poiché, se nei domini della storia nessun materiale deve essere manipolato, “in quello del romanzo, per quanto storico, tutto è valido e, di conseguenza, legittimo – a patto di mantenere la verosimiglianza e la coesione interna”. E piace, a chi firma questa nota, concludere sottoscrivendo le seguenti parole dell’autrice: ”Nonostante quanto possa sembrare, Dove finisce il blu è privo di qualsiasi interesse polemico. Non ha la pretesa di stuzzicare vecchie ferite né tantomeno di aprirne delle nuove facendo riferimento all’intolleranza di una buona parte della società maiorchina contro un altro gruppo di maiorchini di ascendenza ebrea, visto che, peggiori degli eventi del 1691, furono le loro tragiche conseguenze, che emarginarono e umiliarono per secoli i discendenti dei martiri degli autodafè. A tutti loro, credo che i maiorchini di buona volontà non possano che chiedere perdono. E questa è, pure, una delle intenzioni del romanzo”.

 

Cristini Chiara, MESSAGGERO VENETO
– 03/08/1998

 

Alla volta di Livorno là, dove finisce il blu

 

Perseguitato dall’Inquisizione, un gruppo di conversos – gli ebrei forzatamente convertiti al cattolicesimo – decide di imbarcarsi su una nave e spingersi sin dove finisce il blu del mare, alla volta di Livorno. Ma una tempesta improvvisa impedisce al veliero il salpare l’ancora, costringendo i fuggiaschi a rientrare in porto. Catturati e imprigionati trentasette – fra uomini e donne – verranno condannati a un orrendo autodafé collettivo. E’ una tragedia corale che fa da sfondo a questo ricercato e affascinante romanzo storico, da cui però si isolano di volta in volta le particolari vicende riguardanti i fin troppo numerosi personaggi. Così si conosce il viaggio onirico e meraviglioso del capitano Harts, la delicata storia d’amore tra Rafael Onofre e Maria Pomar, la esasperata ortodossia di Rafèl Cortes detto Testamatta e l’odioso attrito tra i padri gesuiti Vincent Amengual e Salvador Ferrando. Appassionante sin dall’inizio, grazie e anche a un sapiente dosaggio di fantasia, verità storica, amore e intrigo, il libro permette di apprezzare -al di là dello scenario internazionale drammatico – la gradevole ricostruzione della società e degli ambienti maiorchini, che permette di recuperare efficacemente sia lo spirito sia l’atmosfera dell’epoca barocca spagnola. Quasi curiosando dietro le mura dei rigogliosi giardini, si percepiscono i colori caldi dell’isola, i profumi e gli odori avvolgenti della vegetazione che fortemente e volutamente contrasta con la insensatezza surreale della tragedia annunciata. Autrice del piacevole e avvincente romanzo è Carme Riera – docente di letteratura spagnola presso l’università di Barcellona – che per questo libro – scritto in lingua catalana – è stata insignita nel 1995 del Premio Nacional de Narrativa. La traduzione è di Francesco Ardolino.

 

Loredana Faraci e Natale Tedesco, STILOS SUPPL. LA SICILIA

 

Premio Vittorini

 

Premiata come scrittrice straniera l’autrice catalana Carme Riera con “Dove finisce il blu” (Fazi). Un riconoscimento ad un’autrice che quotidianamente difende la memoria e la cultura della sua terra scegliendo la sua lingua come tratto distintivo e veicolo della personale visione del mondo. “Non capisco – dice Carme Riera – perché ci si ostini a parlare di Europa delle nazioni e non delle regioni. Tutte le lingue del Mediterraneo, e con esse due regioni come la Sicilia e la Catalogna, hanno una radice comune e un’antica visione del mondo che le accomuna”. Era infondo la comune visione del mondo che sentirono Sciascia e, prima ancora, Vittorini. LE MOTIVAZIONI DEL PREMIO Debolezze e delazioni. Carme Riera è professore ordinario di Letteratura spagnola a Barcellona. Nel campo della creazione letteraria, ha scritto solo in lingua catalana e tuttavia ha ottenuto il prestigioso premio spagnolo Nacional de narrativa, assegnato così per la prima volta a un romanzo scritto in catalano. “Dove finisce il blu” è la tragica epopea di un gruppo di ebrei maiorchini alla fine del XVII secolo nel tentativo di sottrarsi alle morse dell’Inquisizione spagnola. Sullo sfondo si staglia il Mediterraneo, a segnare la speranza di un viaggio verso Livorno dove i fuggitivi dovrebbero trovare accoglienza. All’interno dell’isola invece si intravedono i calcoli politici delle autorità nazionali e i giochi di potere di quelle locali compiuti a scapito di quegli ebrei che sono parte integrante della stessa popolazione di Maiorca. E, di fronte al susseguirsi degli avvenimenti, scorrono le figure dei protagonisti, con le loro debolezze, i loro dubbi, le loro delazioni, non una rassegna di tipologie ideologizzate, ma la schietta rappresentazione della condizione umana e delle sue differenti e spesso contraddittorie manifestazioni. Così l’autrice ricrea, su una rigorosa documentazione storica, le tensioni che agitano la società maiorchina senza cedere a facili prese di posizione, ma ricostruendo le cause che hanno portato ad accendere l’ultimo rogo inquisitoriale sull’isola alimentando un’emarginazione potratta attraverso i secoli.

 

Guillermo Carrascòn, L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
– 07/01/1998

 

Il bordello di Maiorca

 

(…) diverso é il caso di Carme Riera, il cui romanzo, apparso in catalano nel 1994, é stato il primo in quella lingua a ricevere il premio nazionale spagnolo di narrativa. Si tratta di un lavoro ambizioso, in quanto ricostruire la mentalità e le circostanze di vita della fine del Seicento non é facile, e meno ancora dar vita in esse a una trama molto complessa il cui sviluppo va avanti, soprattutto, grazie a un gioco prospettico che ci fa passare continuamente dal punto di vista di un personaggio a quello di un altro. Assistiamo così al tentativo di fuga con il quale i criptogiudei maiorchini – convertiti con la forza, ma solo in apparenza, al cristianesimo, e fedeli al loro credo ancestrale – cercano di abbandonare l’isola per giungere a Livorno, dove sperano di vivere il libertà. Per riuscirci devono premunirsi contro le insidie dei membri del Santo Tribunale dell’Inquisizione, che li controllano da vicino tramite lo spionaggio di qualche fratello di razza veramente convertitosi al cattloicesimo. Ma non sono in realtà gli interessi spirituali a muovere i persecutori degli ebrei: per padre Ferrando ogni eretico da consegnare al rogo costituisce un merito agli occhi dei suoi superiori gesuiti per battere padre Amengual, il suo rivale nella corsa all’ambita carica di Rettore del convento di Montesion. E quelli che debolmente difendono gli ebrei non sono certo più altruisti: il Viceré e gli altri nobili isolani cercano soprattutto di proteggere gli affari che hanno in comune con gli abitanti del vecchio ghetto. Di conseguenza, non sono solo le accidentate vicende dei personaggi ciò che riesce ad affascinare il lettore di questo romanzo, ma anche il dibattito ideologico di fondo tra tolleranza e intolleranza, l’opposizione tra fanatismo e fede che permetterà al capo spirituale della comunità ebraica di arrivare, sull’orlo del rogo, alla comprensione di un Dio fatto di amore e libertà. Maiorca, nobili decaduti, ebrei sottomessi a una società falsamente cristiana, e persino un bordello sono gli elementi che avvicinano – solo superficilamente – questi due romanzi. Peccato che, assieme alle doti narrative, Carme Riera non abbia ereditato dal suo illustre predecessore, Villalonga, anche un po’ di ironia e senso dello humour con i quali mitigare il manicheismo che, a volte, rende prevedibile e semplicista la sua analisi di argomenti tanto interessanti.

 

Riccardo Calimani, SHALOM
– 10/01/1998

 

di ebrei, di Cose ebraiche e del Resto

 

(…) La casa editrice Fazi ha mandato in libreria “Dove finisce il blu” di Carme Riera. Si tratta di un bel romanzo a tinte forti ambientato nell’isola di Maiorca nel mondo marrano. Siamo nella primavera del 1687 nel quartiere ebraico dell’isola. Un giovane marinaio si aggira nelle piccole strade del borgo alla ricerca di una donna conosciuta solo in sogno. E da quel momento amata disperatamente. Inizia così un romanzo fatto di forti sentimenti, di aspre emozioni, di intense suggestioni. Sullo sfondo di una storia individuale pregnante c’é il destino di una intera comunità marrana in bilico tra salvezza e rogo. Una tempesta finirà per abbattersi su individui alla ricerca spasmodica di salvezza. Un romanzo di rara intensità che riflette i colori caldi della Spagna. Storia, antropologia e avventure si fondono.

 

Carlo Carlino, GAZZETTA DEL SUD

“Dove finisce il blu”, romanzo di Carme Riera

Nel differente modo di essere uomini

 

In una notte di primavera del 1687 un gruppo di ebrei si imbarca in gran segreto su una nave inglese a Porto Pi, nell’isola di Maiorca. Destinazione Livorno, dove i “conversos” sono attesi da altri maiorchini, i quali sono tassati per organizzare con cura il viaggio dei loro compagni. I fuggiaschi sperano in una vita diversa, in un avvenire migliore per i loro figli in una città più tollerante dove la comunità ebrea é già bene inserita, senza più umiliazioni e il costante terrore di una persecuzione ingiusta. Gli ebrei, controllati dall’Inquisizione in seguito a una denuncia, non riescono però a prendere il largo a causa del forte vento di una tempesta e il loro tentativo di fuga finisce tragicamente. Costretti a sbarcare a terra, vengono infatti catturati e incarcerati dai soldati dell’Inquisizione. Dopo un sommario processo, trentasette persone verranno mandate impietosamente al rogo. E’ questa, per sommi capi, la vicenda alla base del bel romanzo di Carme Riera, (“Dove finisce il blu”, da poco pubblicato dall’editore Fazi, nella traduzione di Francesco Ardolino, pp.352, lire 28,000). La Riera – scrittrice che in Spagna ha ottenuto un notevole successo con “Te deix, amor, la mar com a penyora”, bissato con questo romanzo, il primo ad essere tradotto in italiano, con il quale ha vinto il prestigioso “Premio Nacional de Narrativa” – ha preso spunto da una vicenda realmente accaduta, una delle tante della oscura persecuzione degli ebrei spagnoli avvenuta tra il XVI e il XVII secolo ad opera della Santa Inquisizione, per imbastire una lunga narrazione ricca di contrappunti e di atmosfere, di personaggie di divagazioni. E l’ha sviluppata in un sapiente incastro in grado di catturare il lettore fino alla fine del libro. Infatti, il calibrato dosaggio di elementi storici, di vicende che si snodano a più livelli, in sequenze successive, la vastità dello spazio e la dilatazione di alcuni episodi, un senso di partecipata pietà verso i fatti, oltre a una suadente scrittura – ricordiamo che il libro é stato scritto in catalano e non propriamente in spagnolo – rendendo “Dove finisce il blu” avvincente. Quasi un romanzo storico si potrebbe dire, se la definizione non fosse limitativa con il rischio di generare equivoci nel lettore. limitativa perché nel suo genere il romanzo é pensato proprio per essere dilatato in modo tale da poter ordinare lo svolgersi delle azioni in più contesti sociali: da quello dei “conversos” maiorchini all’ambiente dell’isola, da quello dei preti e inquisitori ai tanti personaggi che ruotano intorno alla vicenda, rivelando la diverse concezioni del mondo e il differente modo di essere degli uomini. Che ci vengono mostrati dal rabbino Valls e da padre Ferrando – lo stimato confessore ostinato a fomentare la denuncia ingelosendo l’inquisitore, padre Amengual, per acquisire meriti in quanto aspira a diventare rettore del convento – , da Rafel Cortés Testamatta – il quale aveva un debito nei suoi confronti – di essere ebreo e di averlo sentito intonare preghiere a Jahvé, oltre ad aver fatto circoncidere i figli; e ancora dal viceré e dal capitano Willis, dai figli di Testamatta che disapprovano le scelte religiose del padre dopo che questi muore, da Blanca Maria Pires e dagli altri esponenti della comunità di Livorno. Personaggi che si incrociano tra excursus e altre storie, sempre ricche di atmosfere, che accelerano o rallentano il ritmo della narrazione, rivelando grandi affreschi con minuziose ricostruzioni e redendo palpabile una società strutturata secondo rigidi canoni. una società dove radicati sono i pregiudizi contro gli ebrei, gli uccisori di Cristo, il fanatismo religioso, l’intolleranza: “Sono ebrei e ebrei moriranno”, dice Risvolto orgoglioso della sua denuncia e del suo cieco credo, della sua esaltazione, ben conscio delle morti che provocherà, del sangue di innocenti che farà scorrere. E’ proprio la capacità di ricostruire questi fatti storici elaborando un discorso narrativo di grande respiro la vera forza di questo “Dove finisce il blu” – il blu più lontano possibile da quella Spagna crudele – ; una inteligente finzione narrativa che riuscendo a ricostruire fedelmente un’epoca rende più viva, toccante la tragedia dell’intolleranza ha elevato a metodo. Predisponendo accuratamente tutti gli strumenti per praticarla. “Non ti rivedremo mai più, terra nostra, matrigna più che madre per tutto quello che ci hai dato. Ci siamo riscaldati con le ceneri, abbiamo mangiato serpenti, abbiamo bevuto acqua velenosa”, si sfoga uno dei fuggiaschi sulla nave. Ma il suo sogno durerà poco, mentre l’infamia della delazione di Risvolto – ordita anche dalla volontà malcelata di vendetta – , il quale pregava il Signore affinché “la tua giustizia si manifesti senza che io sia costretto a sprofondare nell’infamia”, rimarrà eterna.

 

Angela Bianchini, LA STAMPA

 

Riera, Dove finisce il blu

 

Ha ragione Gad Lerner: per una strana beffa del destino, gli ebrei di cui Hitler avrebbe voluto distruggere perfino il ricordo, sono diventati, invece, in questa fine secolo, addirittura di moda. Culturalmente parlando, si capisce e con risultati non sempre felici. “Dove finisce il blu” é il romanzo di Carme Riera (traduzione dal catalano di Franceso Ardolino, Fazi Editore, pp.326, lire 28,000) che, nel 1995, nella sua lingua originale, ha ottenuto il Premio Nacional de Narrativa. Nata nel 1948 a Palma di Maiorca, la Riera, docente di letteratura, ha voluto narrare un episodio vero, accaduto nel 1691 nella sua patria: le torture e la morte, sul rogo, di un gruppo di ebrei convertiti al cristianesimo, accusati di criptogiudaismo. I personaggi sono moltissimi: dal delatore ebreo al santo rabbino, alla prostituta buona, alle guaritrici, al console degli inglesi, tutti storici, ma prevedibilissimi. C’é anche, sullo sfondo, Livorno, dove gli ebrei sarebbero attesi e salvati ma dove non arrivano mai. Nell’Epilogo, omesso, però nella versione italiana, l’autrice suggerisce che i maiorchini di oggi chiedano perdono agli ebrei. Ottima l’intenzione, ma le pagine più belle del romanzo sono quelle dove la storia non entra e l’autrice si fa prendere la mano dal suo amore per Maiorca e per la natura.

 

Vanna Gazzola Stacchini, IL DIARIO DELLA SETTIMANA
– 01/01/1998

 

Fuga dalla Spagna del Seicento. L’abiura e l’avvenente ebrea in cerca di libertà

 

Il titolo del romanzo allude alla linea dove finisce l’orizzonte e dove, per chi fugge, inizia la libertà di pregare secondo la propria religione. Siamo nel 1687: la fuga da Maiorca verso Livorno é il grande sogno degli ebrei che da generazioni hanno dovuto cristallizzarsi a forza vivendo uno sdoppiamento drammatico: pubblicamente battezzati, restano fedeli a Jahvé nel segreto delle loro case e a volte divisi all’interno della propria stessa coscienza. Questa situazione crea un clima di continuo sospetto, ricatto e delazione sotto l’occhiuto controllo della Santa Inquisizione, interessata soprattutto a incamerare i beni della comunità. Ognuno tira l’acqua al suo mulino e la religione c’entra poco: i due gesuiti, ad esempio, don Ferrando e padre Amengual, fanno a gara in zelo accusatorio al fine di meritare il posto di rettore di un convento; l’ebreo Risvolto mira invece, essendo orafo, a ottenere l’incarico di approntare l’oratorio delle clarisse. Sul versante del potere civile, in collisione con quello ecclesiastico, il Governatore, i nobili vorrebbero più mitezza per gli ebrei perché con essi, come con i corsari, hanno affari in comune e le confische farebbero traballare le loro fonti di guadagno. Così pure il Vicerè, che crede di fare una sua politica inventando macroscopiche bugie che gli costeranno la destituzione. Fra gli Ebrei spicca la figura di Gabriel Valls, onorato come rabbino, uomo di grande carattere, che dirige la sorte della comunità fino al disastro finale. Egli, sentendo aria di roghi, aveva concordato con una nave la fuga di una ventina dei suoi verso Livorno: questi fingono una passeggiata domenicale verso il porto, tutti i valori cuciti nei vestiti, ma appena imbarcati si alza una tale bufera che li costringe a sbarcare e ben presto a venire arrestati, incarcerati, processati e avviati al rogo. Il quale si svolge come una grande festa, tra ventimila persone accorse a guardare e le gerarchie in pompa magna. Valls non ha ritrattato: ha confessato la sua fede vera per salvare l’onore anche dei rei confessi. La sua tragicità sta nel fatto che non é per fede che va al martirio – che anzi é preso dal dubbio più radicale – ma per dignità di uomo libero: “Non sarebbe più facile”, dice al processo, “pensare che nel cielo di Jahvé o in quello del vostro Dio ci sarà spazio per tutti quelli che hanno fatto del bene e hanno liberamente rispettato i precetti?”. Insomma, quello che nel libro si condanna senza appello non é il cristianesimo ma la gerarchia della Chiesa. Di due personaggi resta da dire che compaiono all’inizio e alla fine come due quinte di un sipario: Blanca Maria Pires, vedova del ricco mercante Sampol, affascinante dama che da Maiorca si é trasferita a Livorno da dove ha organizzato quella fuga fallita; e il marinaio Joao Peres che é giunto a Maiorca perché innamorato di lei – vista solo in sogno – e ora assunto al suo servizio: a lui é affidato l’ultimo vano compito di tornare nell’isola per salvare i condannati ma anche per rappresentare la speranza nel fuggirne. Il romanzo – forse tratto da qualche cronaca del tempo e scritto in lingua catalana – mostra molta abilità nella costruzione, nella tecnica della suspense, della disseminazione degli indizi, nell’uso del discorso indiretto in funzione ironica; nell’infondere infine un afflato di vita, di amore, nonostante la cupa realtà machiavelliana in cui si svolge l’intera vicenda di questo piccolo olocausto.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Dove finisce il blu
Collana:
Numero Collana:
10
Pagine:
352
Codice isbn:
9788881120604
Prezzo in libreria:
€ 14,00
Data Pubblicazione:
01-10-1997

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