Rocco Fortunato

Fabbricato in Italia

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“Erano due settimane che stavamo tutti ad aspettare che ti decidessi colle buone. Tagliare non si poteva – i dottori dicevano che stavo troppo male e ci sarei rimasta di sicuro – poi, a un certo punto, ho visto tutto nero, e prima di morire ho sentito uno che diceva: va bene, tiriamo fuori questo stronzo prima che l’ammazzi”.

E il piccolo Nano non è ancora venuto al mondo che deve fare già i conti con qualcuno che sembra avercela proprio con lui! Una madre iperprotettiva e paranoica, un padre perennemente assente per lavoro o nascosto dietro il giornale nella poltrona in salotto, una nonna che parla solo in stretto dialetto lucano e una sorella più piccola ma assai più saggia di lui: l’infanzia di Nano è segnata dalla presenza affettuosa e ingombrante della sua famiglia. Di avventura in avventura Nano cresce insoddisfatto, emarginato e musicomane, assieme a Colella, un buffo ragazzino deturpato dall’acne, ancora più imbranato di lui, ma velocissimo nella corsa perchè spesso e volentieri vittima delle vessazioni dei compagni di scuola. Sognando continuamente il momento in cui perderanno la verginità, Nano e Colella si innamorano praticamente di tutte le ragazze che gli capitano a tiro e che non si curano minimamente di loro. Poi, un giorno, entrambi scoprono qualcosa destinata a cambiargli la vita per sempre: Colella comincia ad allenarsi regolarmente come centometrista, tantopiù convinto che più riuscirà a correre veloce più spariranno gli orrendi bubboni di cui la sua faccia continua ad essere ricoperta, mentre Nano compra finalmente una chitarra e, allo specchio, con la chitarra a tracolla come una rockstar, scopre davvero qual è la sua missione nella vita e forma la più sgangherata rock band della storia: Cicci, imbranato e dislessico secondo chitarrista del gruppo; Monnezza, alcoolizzato e batterista; Canesecco, bassista superdotato con un sicuro futuro da pornostar; e Lorella, maniaca del sesso orale, l’unica ad offrire – gratis! – un po’ di conforto a “giovani uomini senza una donna e senza una lira”. Esilarante e dolcissimo, pieno fino all’orlo di musica, Fabbricato in Italia è una saga familiare dalla strepitosa forza comica e insieme un irresistibile ed esplosivo racconto sulla nascita della passione per il Rock’n’Roll. Fabbricato in Italia conferma il talento narrativo di un vero, straordinario scrittore di emozioni, uno dei pochissimi che la letteratura italiana contemporanea può annoverare.

FABBRICATO IN ITALIA – RECENSIONI

Bruno Barba, SOPRATTUTTO

Pagine in nota

Sesso, droga e rock&roll

 

Nato nel 1963, ex chitarrista del gruppo heavy Miss Daisy, Rocco Fortunato è ora uno dei giovani scrittori italiani più celebrati. Il suo “I reni di Mick Jagger” lo scorso anno è stato un piccolo caso letterario. Ora ci riprova con “Fabbricato in italia” (Fazi, 228 pagine, 25.000 lire), agrodolce storia di un ragazzo della borgata con la passione per la musica. Sesso, droga e rock&roll sono gli elementi su cui gioca Fortunato, modulandoli però in modo sapiente graize soprattutto a una scrittura accattivante e, bisogna dirlo, col ritmo giusto.

Simonetta Bitasi, GAZZETTA DI MANTOVA

 

E Nano imparò a crescere

Rocco Fortunato e una grottesca storia di emancipazione

“Al ritorno dalle vacanze ero cresciuto ancora. Ero più alto della maggior parte dei miei compagni, ormai, ed ero ulteriormente dimagrito. Eppure la certezza che chiunque beccasse qualcosa di buono dalla vita, tranne me, continuava ad essere così forte che mi riusciva solo di fantasticare”: Nano non riesce proprio a scrollarsi di dosso la congenita insicurezza che lo relega sempre nelle retrovie della vita. E anche quando non c’è più ragione di affibbiargli lo strafottente soprannome, Nano lo porta comunque come segno distintivo della diversità. É la storia di “Fabbricato in Italia”, di Rocco Fortunato. Ma come può ostentare sicurezza uno che viene insultato dal medico mentre sta faticosamente per nascere, che vive con una madre iperprotettiva ossessionata dalla polmonite, spalleggiata da una nonna sempre vestita di nero e che parla solo uno stretto dialetto lucano? Nano subito capisce di non essere nato tra gli eletti, i ragazzi di successo, sicuri di sé e contesi dalle femmine, che al contrario lo ignorano o peggio lo deridono a scuola. Ma nonostante tutto avrà anche lui i suoi momenti di gloria, culminanti soprattutto nelle amicizie, mitica quella del foruncoloso e velocissimo Colella, nelle vacanze passate al paese natale dei genitori, nella passione per la musica. Basta infatti salire sulla 850 celeste del padre per mettere più di cinquecento chilometri tra sé e la dura vita di città e per cambiare punto di vista e trovare, seppure in una discutibile abilità fisiologica, un segno di appartenenza al gruppo. “Fabbricato in Italia” è la storia di un ragazzo qualsiasi passata al vaglio dell’ironia e della malinconia. Rocco Fortunato, nato a Roma nel 1963, al secondo romanzo dopo “I reni di Mick Jagger”, riesce a scrivere un racconto divertente e realistico senza cedere alle lusinghe del grottesco e mantenendo sempre viva l’attenzione e la curiosità del lettore, che segue con tenerezza la crescita di Nano, ignaro rappresentante della razza umana. Giovane, ma non giovanilistico, “Fabbricato in Italia” è quindi uno spaccato di microstoria nazionale dove ognuno può ritrovare temi e momenti della propria infanzia e adolescenza e il difficile percorso alla ricerca della propria identità e della più profonde aspirazioni.

IL SECOLO XIX

 

“Fabbricato in Italia” di Rocco Fortunato

 

Le storie sono come le canzoni: una parola dopo l’altra. Come le canzoni, le storie sono allegre o tristi, dolci o rabbiose quasi sempre d’amore. Il secondo romanzo di Rocco Fortunato (l’autore romano rivelatosi nel 1999 con lo strepitoso “I reni di Mick Jagger”) accompagna il protagonista Nano dalla nascita, piuttosto turbolenta, all’ingresso nell’età adulta e si sofferma sulla sua grande passione per la musica, che gli cambierà la vita. All’interno di una famiglia ingombrante e protettiva – una madre paranoica e ipocondriaca, un padre assente o sprofondato dietro il suo giornale, una nonna superstiziosa che parla solo in dialetto lucano, una sorellina più piccola e più saggia di lui – Nano spende la propria infanzia emarginata e insoddisfatta: d’inverno la scuola non lo entusiasma e i compagni lo sfottono, d’estate, in campagna, i cugini più grandi lo snobbano. La sua unica consolazione è la musica, scoperta inebriante e anche esca per i primi approcci amorosi. Da fan delle grandi star dell’heavy metal a timido emule il passo è breve: basta una chitarra elettrica e un manipolo di amici entusiasti: Missile il superdotato al basso. Monnezza il grassone alla batteria, Cicci l’esperto d’elettronica per gli effetti sonori e la procace Lorella, sogno proibito di ognuno di loro, che canta con voce d’usignolo. L’avventura ha quindi inizio, con successi alterni, risvolti tragicomici, e la saltuaria compagnia del buffo Colella. Come da cliché: sesso, droga e Rock’n’Roll. Quest’ultimo soprattutto. Emozionante e ironico, “Fabbricato in Italia” è un romanzo di formazione a forte componente autobiografica, così come era l’esordio dell’autore, e come quello è steso in un esilarante impasto di italiano iperletterario e pseudoromanesco, con i più gli inserti lucani di quella nonna indimenticabile, uno dei personaggi meglio riusciti nel libro. Rocco Fortunato, classe 1963, che oggi di mestiere fa l’architetto, ha alle spalle una fortunata esperienza come cantante e chitarrista del gruppo heavy dei Miss Daisy, e ha inciso un album prodotto da uno dei più prestigiosi gruppi hard rock inglesi, i Motorhead.

Elena Buia, L’AVANTI
– 02/04/2001

 

La storia di Nano

 

“A me piace parlare delle cose che conosco, se no non mi diverto, cose che sono capitate a me. É solo un punto di partenza però”. L’autobiografismo scatenato continua ad essere la cifra stilistica più riconoscibile della scrittura di Rocco Fortunato anche per quel che riguarda il suo secondo cimento, “Fabbricato in Italia” (Fazi editore, pp. 280, £ 25.000). Uno spaccato di storia nostrana, raccontato in modo poco ufficiale da Nano (alter-ego dell’autore), ragazzino sensibile, sfigatissimo, ma pieno di voglia di riscatto. Se il precedente “I reni di Mick Jagger” aveva cantato in modo ironico, crudele, scanzonato le gesta di Rocco alle prese con una grave malattia di reni (con tanto di trapianto come happy finale), “Fabbricato in Italia” abbassa i toni, ma di poco. L’adolescenza di Nano si racconta attraverso una scrittura senza mezze misure, dal ritmo indiavolato; ma è soprattutto l’esplosiva contaminazione tra lucano, romanaccio, inglese e itagnolo ad inchiodare, sbalordire, divertire il lettore. Lo stile di Fortunato, insomma, mette di buon umore e offre anche spunti di grande lirismo, rigorosamente camuffati dalla solita smitizzante ironia. Accanto al tempo della Storia, quella con la lettera maiuscola, quella delle grandi trasformazioni avvenute in Italia a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, in “Fabbricato in Italia” veniamo a contatto con un tempo più intimo, più raccolto, quello dell’infanzia e dell’adolescenza di Nano. Se la nonna, lucana d.o.c., si preoccupa di levargli il malocchio (l’affascino), se la madre lo salvaguarda da spifferi, raffreddori e sudate, se la sorella fa la saputa e lo deride, nessuno però si accorge della vita “separata” del ragazzo. Nano è basso, grasso, non ci sa fare con le ragazze; anziché jeans attillati indossa i maglioni fatti a maglia dalla madre; non sa baciare, per non parlare poi del sesso, desiderato morbosamente, ma tenuto come un’idra funesta. In questo far-west dei sentimenti, in cui qualche brufolo in più o qualche chilo di troppo costano un’esclusione irrevocabile dal gruppo, la svolta salvifica arriva con la formazione della band heavy metal dei Mama Vidas! Nano e i suoi amici e cioè Cicci, Monnezza, Missile e Colella trovano finalmente qualcosa che gli appartiene e gli dà la forza per dare un calcio a tutto quel mondo che li aveva rifiutato. In questo caso l’autobiografismo di cui parlavamo prima è spinto al massimo, dato che Rocco Fortunato oltre ad essere architetto, scrittore e… nullafacente (stando alle sue parole) ha un passato di musicista di tutto rispetto; ha inciso con il gruppo dei Miss Daisy, “Pizza connection”, prodotto da uno dei più prestigiosi gruppi hard rock inglesi, i Motorhead. Il ritmo romanzo nella seconda parte, quella della “fase rock”, subisce quindi un’ulteriore accelerazione, una nuova “energizzazione” sulla spinta di una vera e propria colonna sonora di riferimento: AC/DC, Triumph, Michael Schenker, Jimmy Page travolgono noi e Nano in ondate di emozioni “sonore”. Non si può certo dire che Fortunato si ritrovi in quella scrittura minimal e annoiata di tanta narrativa italiana contemporanea. Da vero “puro di cuore” non si risparmia e ci dà dentro: si mostra, si espone, usa quasi la scrittura a scopo terapeutico per inquadrare il dolore in modo diverso e riderci su. La gioia di scrivere nasce dalla fiducia, dopo tanto patire, di essere capito, condiviso, letto: in fondo chissà quanti tra noi hanno sudato di vergogna a qualche festa liceale nei maglioni fatti da mamma’!

 

Fabbricato in Italia

 

Nano ha una mamma iperprotettiva, fissata coi medici e la broncopolmonite. UN padre che non c’è mai, monta tubi in Africa, e quando c’è legge il giornale. Una nonna tutta vestita di nero che parla in dialetto lucano e guarisce il mal di testa scacciando il malocchio con l’Affascino: una nenia di rosario e vecchie formule magiche. Ha anche una sorella. Nano vive in città, ma d’estate va al paese dei genitori, dove ha una nidiata di cugini della sua età. Muffa, il più grande, non si lava mai. Pisciastorta, irascibile, attaccabrighe, è un vero killer. Sapientone, opportunista, feroce, sadico, preparatissimo in matematica. E poi i Gemelli che non si assomigliano per niente, freddi, silenziosi, ugualmente pericolosi. A casa, invece, ne ha pochi di amici. Eli, un bambino ebreo con cui gioca ai soldatini e Colella, un suo coetaneo, corpo a pera e gambe esili. In compenso la vicina di casa, la Signora Vidas, è una pazza cecoslovacca, ex pianista, che di solito piscia sul terrazzino e ogni tanto arriva la polizia a calmarla. A proposito, Nano ha questo soprannome perché è il più basso della scuola. Parte così, il secondo romanzo di Rocco Fortunato, “Fabbricato in Italia”. L’anno scorso il libro d’esordio, “I reni di Mick Jagger”, era stato un piccolo caso letterario. La tragico-ironica storia di Rocco e della sua malattia era infatti autobiografico al cento per cento. Ma il trentasettenne ex metallaro, che ha mollato la chitarra per la penna, non delude nemmeno in seconda battuta. La scrittura è la medesima, modulata nei primi capitoli sui pensieri di un bambino, via via, nel corso della narrativa si fa più turbolenta, sguaiata. Incalzante. Adeguata per rappresentare le turbe adolescienziali di un giovane in cerca del proprio destino. Uno stile “rockettaro” , a tratti scurrile, solo in apparenza casuale, che trae dal parlato la propria forza e il massimo dell’energia espressiva. “Ma è un po’ come lo strappo tattico nei jeans sdruciti che in realtà viene fatto ad arte”, ha spiegato lo scrittore. Nano nel frattempo cresce. Ma non in centimetri d’altezza. Nemmeno i peli gli vengono, malgrado gli sforzi cosmetici. In classe preferisce stare in disparte. Di ragazze manco a parlarne. Prima si innamora di una compagna, poi di un’amica della sorella, infine della supplente. Ma riceve il primo bacio da una “roscetta” che incontra in vacanza. Lui perde la testa lei no. Epperò scopre il piacere (il vizio?) dell’amore solitario che compie ripetutamente, appena può (sarà un caso che il palindromo di Nano sia Onan?). Sindrome differente quella dell’amico Colella, imbranatissimo e deturpato dall’acne: si convince che più corre più gli spariscono i brufoli. E comincia così ad allearsi alla stregua di centometrista. La vera svolta arriva però con la musica. Nano fa amicizia con tre ragazzi del quartiere: Missile, alto secco e pallido, Monnezza, grasso e fissato con la spazzatura dalla quale pesca improbabili oggetti che poi accatasta in camera. E Cicci, introverso e balbuziente. Insieme decidono di fondare una band heavy. Nano, che nel frattempo è pure diventato più alto dei compagnucci, acquista una chitarra elettrica e si concentra sul sogno. Gli altri a ruota. Intanto incontrano Lorella, ragazzina dedita alla fellatio gratuita, che diventa la loro voce. Insomma, tutto procede per il verso giusto anche se non sempre la vita rende quello che promette. Tipica storia di un adolescente che dai giocattoli, passando per il sesso e la droga, arriva alla maturità, “Fabbricato in Italia” è un romanzo sull’amore e l’amicizia. Ironico, graffiante, quasi perfetto nel suo giovanilismo, sapientemente costruito nella partitura musicale, non possiede però la tragica forza del precedente libro di Fortunato, anche se scivola via senza annoiare mai il lettore.

Luigi Franco, QUOTIDIANO
– 12/09/2000

 

Le quotidiane avventure di un eroe dell’heavy metal

 

Non è il primo e non sarà l’ultimo: gli scaffali delle librerie sono affollati da quelli che si potrebbero definire i “romanzi di formazione con colonna sonora”, laddove la musica diventa lo sfondo (ma anche la protagonista, a tratti) della storioa raccontata. Più che un vezzo degli autori più giovani, questa presenza evocativa della musica è un segno dei tempi, visto che da cinquant’anni a questa parte, come non era accaduto mai prima, le canzoni “entrano” più prepotentemente nella nostra vita, segnano i ricordi, favoriscono le emozioni e si legano (grazie anche a tutte le strumentazioni hi-fi che accompagnano minuto per minuto la nostra quotidianità) ai momenti belli e brutti della nostra vita. Aperta in Italia da Pier Vittorio Tondelli e dagli altri scrittori della sua generazione, la pista del romanzo musicale sembra destiinata a non essere più abbandonata e costituisce il punto di forza di tutti i giovani narratori apparsi sulla scena letteraria in questi ultimi anni. Detto questo, apprestiamoci a leggere, magari “ad altissimo volume” come suggerisce la promozione, questo “Fabbricato in Italia” di Rocco Fortunato (Fazi editore, 25mila lire), musicista che viene dal rock’n’roll (voce e chitarra dei Miss Daisy, gruppo heavy metal degli anni ‘80), ma già al suo secondo libro dopo “I reni di Mick Jagger”. A differenza del romanzo del debutto – cattivo, ironico, acido e dissacrante (i protagonisti erano tre giovani in dialisi che, in attesa di un trapianto di reni, facevano i conti con miti e obblighi della società dei consumi) – qui Fortunato smussa la violenza del tema generale, per rifarsi però nei particolari. Vediamo quindi Nano, il protagonista, crescere attraverso entusiasmi, avventure, scoperte e difficoltà. Dalla nascita nel ‘63, fino ai vent’anni, Nano accumula incontri ed esperienze. Intorno a lui c’è in un primo momento solo la famiglia: una madre iperprotettiva, un padre che pensa più che altro ai fatti suoi, una dolcissima nonna lucana che con il suo dialetto incomprensibile rappresenta la diversità e l’estraneità di un buonsenso alieno rispetto alla normalità caotica in cui vive il resto della famiglia. Non manca, poi, la sorellina saggia, come nel “Giovane Holden” di Salinger. Ma questo è solo l’inizio. Il corso della vita “affolla” pian piano l’esistenza di nano e compaiono anche gli amici: Colella con i suoi bubboni di adolescente, Cicci, Lorella, Monnezza, Missile e le grandi scoperte – il rock’n’roll, i grandi e i piccoli amori. Sono loro a rappresentare il mondo di Nano. Anche il ragazzo immaginato da Fortunato, come tutti i suoi coetanei, vive nel riflesso dei personaggi imposti dalla tv e dal cinema. Anche lui, come tutti, si cimenta nel difficile esercizio di distinguere la realtà di ogni giorno da quella – luccicante – spacciata dai mass media. Ad un certo punto della sua adolescenza Nano compra una chiatarra, comincia ad immaginarsi come una rock-star e scopre che il suo vero scopo nella vita sarà dar vita “alla più grande, la più micidiale, la più feroce Heavy Metal Band del mondo”. La musica come vocazione, come terreno di confronto con gli altri, la musica come valore e linguaggio capace di arrivare dovunque. É un libro, questo di Fortunato, in cui è perfino troppo facile riconoscersi, e che pur rientrando in una categoria sempre più robusta (anche al cinema, qunate volte abbiamo visto rievocare gli anni Sessanta ed i miti che li hanno dominati?) ha qualche ragione in più di essere stato scritto.

Osvaldo Guerrieri , LA STAMPA

 

Un romanzo a tutto volume

 

Un romanzo di formazione come tanti. Ma, a differenza di tanti, Fabbricato in Italia di Rocco Fortunato (pubblicato da Fazi) ha un timbro e un ritmo poco frequenti. Non a caso, il risvolto di copertina fornisce una sintetica quanto perentoria istruzione per l’uso: da leggersi con la musica (rock) a tutto volume. Che sarà mai questa dinamite verbale che, a maneggiarla, produce vibrazioni elettriche e scariche percussive? E chi è lo scrittore che, per comporre il suo romanzo, sembra usare la chitarra o la batteria? Un adoratore dei Metallica? Rocco Fortunato è in effetti un musicista rock, colui che con i Miss Daisy ha inciso Pizza Connection ; colui che, però, coltiva la letteratura come un vizio parallelo, ma, vorremmo dire, senza togliersi l’abito di scena. Ha scritto per lo stesso editore, e ne ha tratto successo, I reni di Mick Jagger . Ora, alla seconda prova, eccolo alle prese con un bambino, Nano, che segue con sarcastica attenzione dall’infanzia imbranata e zingaresca a una giovinezza segnata dalla scoperta della musica rock, del sesso e della droga. Nano, il «fabbricato in Italia», è un prodotto degli anni del boom. Vive con una madre iperprotettiva, per la quale un raffreddore può essere l’inizio di una tragedia; con un padre distratto, impegnato a piazzar tubi in qualche parte del mondo; con una nonna che conosce una sola lingua, il lucano; e con una sorella che, per quanto più piccola di lui, sembra essere infinitamente più saggia, anche se lui, Nano, è impegnato a scoprire il mondo e la vita, ma ricavandone vertiginosi cambi di prospettiva e parecchie disillusioni. Ciò non vuol dire che s’immalinconisca. Le reazioni di Nano sono, al contrario, surriscaldate e trafelate. E così, di avventura in avventura e di anno in anno, il ragazzo arriva alla scoperta della chitarra. Intorno a lui prende consistenza un mondo nuovo, arrivano nuovi amici, ragazzi che mostrano di avere i suoi stessi problemi e, come lui, hanno bisogno di dare risposta, sul campo, ai quesiti sessuali. Incoraggiato da Colella, da Monnezza, da Missile, da Cicci e da Lorella, Nano può c ominciare a nutrire il progetto folle di dar vita alla «più grande, la più micidiale, la più feroce Heavy Metal Band del mondo». L’ironia è tanta in questo romanzo dal passo allegro. Ed è spesso spietata la visione del mondo, colta nei particolari, nei minuscoli tic della gente, o nelle visioni grandiose dell’irrealizzabile. Attraverso un pullulare di episodi farseschi, ci offre il ritratto collettivo di una generazione cresciuta a musica e a cabaret. Ed è quello dell’odierno cabaret il linguaggio che domina le pagine di Fabbricato in Italia : quelle parole dirette, quel gergo metallaro, lo scurrile elevato al grado di intercalare innocente svelano alla lunga il timbro di un luogo comune, anzi di un manierismo, anche questo fabbricato in Italia.

Giovanni Pacchiano, IL SOLE-24 ORE

 

Dall’infanzia al rock

“Fabbricato in Italia” romanzo biografico senza stereotipi

Ci eravamo ripromessi di stare alla larga da novità di narrativa italiana che parlassero d’infanzia e d’adolescenza, specialmente se uscite dalla penna di autori cosiddetti “giovani”. I quali ultimi troppo spesso ricorrono al bagaglio della memoria privata – o sedicente tale – come all’unico strumento disponibile per entrare nel mondo della letteratura. Non sapendo, altrettanto spesso, andar oltre questo patrimonio nei libri successivi. E così, basta, almeno per noi, ai paeselli natali. Basta alle vecchie nonne, agli zii e alle zie; stop alle prime scoperte del sesso, al primo bacio, alla prima delusione d’amore. Siamo stati travolti, negli ultimi anni, da troppa melassa diventata pseudo-letteratura. E però, come tutti i buoni propositi, anche il nostro viene smentito di colpo alla lettura del recente, e sorprendente, “Fabbricato in Italia”. Il secondo romanzo di Rocco Fortunato (nato a Roma, 37 anni, e perciò, secondo i parametri correnti, “narratore giovane”). Fortunato aveva fatto parlare di sé nel ‘99, esordendo con “I reni di Mick Jagger”, cronistoria dolceamara della sua condizione di malato sottoposto a dialisi, per buona sorte felicemente risolta. Una trama alleggerita da uno spirito amabilmente pungente e autoironico. Altrettanto autoironica, non collosa, è la vicenda di “Fabbricato in Italia”. Che comprende si l’infanzia e l’adolescenza del narratore, corredata dai luoghi tipici del caso. A partire dal paese di papà e da quello di mamma, entrambi nel Meridione, dove il piccolo Nano, il protagonista, abitante in un palazzo nella periferia di Roma tutta squallore e cemento, trascorre le vacanze. Per procedere con il rapporto con la nonna, una vecchia ricca di buon senso che parla in dialetto. E ancora: baruffe e giochi coi compagni (tra cui il buffo, brufoloso Colella), traversie della scuola, precoci innamoramenti. E l’ardito tentativo di formare una piccola banda di musica hard rock. Ma che mostra, pur facendo ricorso a tematiche usate e abusate, la capacità non comune di riprodurre e fissare in profondo il senso delle emozioni di un bambino che cresce. Alle prese con alcuni momenti destinati a trasformarsi nel tempo in ricordi-talismano: luminosi frammenti del passato che aiutano a vivere. Come avviene nelle pagine liriche dedicate alla partenza per le vacanze di Nano e famiglia pigiati nella “otto e cinquanta celeste”, nottetempo. Dove agli occhi del piccolo “tutte le cose possedevano un segreto”; mentre è lui “l’unico a saperlo, il solo che potesse udire quelle voci”. O la cronaca nostalgica dell’amore-passione dell’adolescente Nano per la ragazza Lorella, sfrontata e dolce, nitidissima nel ricordo: “mento e zigomi sporgenti, labbra non troppo grandi, gli occhi nocciola, i capelli biondi tagliati corti, ma la cosa più bella in assoluto era il sorriso”. Ma la forza e l’unicità del libro stanno anche nell’impatto (altresì linguistico) di tenerezza e trivialità. la medesima accesa trivialità e impacciata tenerezza che fan parte delle adolescenze di sempre: le due facce di chi vive ancora nel beato affanno di non sapersi riconoscere.

Giuseppe Genna, CLARENCE.COM
– 01/12/2001

 

Fabbricato in Italia

 

Rocco Fortunato è stato fabbricato in Italia, con un faccione grosso così e adesso sembra Joaquim Cortès con un minimo di esoftalmo in più. Ancora non capiamo che cavolo c’entri con la letteratura, Rocco Fortunato: non sa scrivere, i suoi libri sono imprecisi dal punto di vista stilistico e strutturale, e non ci capita mai di aspettare con ansia la prossima uscita editoriale. Però non è questo il punto. Il punto, invece, è che con la trascinante e adrenalinica follia esistenziale di Fortunato, uno è a posto: ha davvero poco da inventare, perché le avventure che è in grado di mettere su pagina questo rocker stranito, in Italia, sono in pochi a poterle e saperle raccontare. Ecco, la migliore qualità di Fortunato sta proprio qui: ha storie da raccontare, non si fa tante menate e le racconta. Se dovessimo scegliere tra i libri di Fortunato Rocco e di Fortunato Mario, sceglieremmo quelli del primo, nonostante le giurie letterarie di mezza Italia prediligano gli sdilinquimenti con veletta del secondo, tutto convinto di avere prenotato un posto nella storia della letteratura patria. Ci sono momenti precisi in cui non è il caso di indossare il doppiopetto: è meglio infilarsi dei jeans. Questo frangente della storia della cultura italica corrisponde precisamente a un’epoca in blue jeans. Rocco Fortunato, se continua costantemente a scrivere come sa, è capace di finire dentro le trame di un’avanguardia insolente che – volenti o nolenti i Garboli e i Mengaldo – farà compiere sul serio un salto alla tradizione prosastica italiana. Fabbricato in Italia è un romanzo di formazione che non pretende di enunciare verità metafisiche. E’ un’esperienza letterariamente epidermica. Si avvicina – se proprio si deve compiere un raffronto serio – ai romanzi di Michele Monina: non c’è confronto, ovviamente, sul piano della scrittura, però certo un’aria pop (l’atmosferico e irriferibile pop italiano) circola in entrambi gli autori. Nano è il protagonista sfigato (come chiunque è stato sfigato nell’infanzia e nella pubertà) che si inizia via via alla vita, passando per traversie comico-realiste insieme alla compagnia di una gioventù che meno bruciata non si può. E’ una sorta di Lamento di Portnoy in scala minore, a cui fortunatamente manca la declinazione nevrotica del lamento. E’ impossibile per chiunque sottrarsi al moto d’identificazione con l’indecenza esistenziale di Nano e di Colella: in questo esercizio di cattura del lettore, Fortunato è davvero bravissimo. A conferma del fatto che Fabbricato in Italia occhieggia alla migliore e più recente tradizione del nonlibro, esiste un website ufficiale dell’opera, un reale work in progress che auspichiamo che non muoia dopo l’uscita del libro. Quella comunicazione impazzita e iridescente è esattamente il fuoco dell’esperienza di lettura che si compie quando si acquista un romanzo di Rocco Fortunato.

Simone P. Barillari, PULP
– 01/01/2001

 

Intervista a ROCCO FORTUNATO

 

prova… prova… uno due tre… vado? vai. allora. io ho sempre scritto, ma facevo dei raccontini piccolini, non avevo molto fiato, non ce l’ho neanche a correre, figurati a scrivere. io per esempio a scuola i temi ero bravo. ma ero lapidario. io una pagina e finivo il tema. io ero quello che consegnava subito. però scrivevo comunque delle cose. solo che ogni volta avevo il terrore che fosse corto, capisci? e anche quando facevo proprio i primi raccontini per i cazzi miei, perfino per me stesso mi facevo ‘sto problema e mi ricordo che mettevo un casino di aggettivi per allungarli, per scrivere che era cattivo tempo capace che ci mettevo anche mezza pagina, giuro. però poi mi rompevo i coglioni a rileggere, pensavo: va be’, cazzo, è brutto tempo, ho capito. comunque un giorno li vedo là, tutti ‘sti raccontini, e mi dico che ci devo fare qualcosa. leggo su una rivista femminile – che a me piacciono le riviste femminili, sono più belle di quelle maschili, poi ci stanno tutte le pubblicità delle mutande – su ‘sta rivista leggo che c’erano degli editori che pubblicavano degli autori esordienti, e glieli mando. uno era fazi. ecco, è cominciata così. gli ho mandato i miei raccontini, gli sono piaciuti, e mi hanno chiesto: ma tu non è che c’hai un romanzo? e io, certo che ce l’ho, ci sto lavorando. non era vero per niente, ma nel giro di tre settimane gli avevo già portato un sessanta cartelle di quelle grandi, che lì c’era già quasi tutta la storia dei reni di mick jagger. ma ero un pivello, credevo fosse più o meno finita. invece? invece il bello doveva ancora venire, e lì ho capito finalmente qual è il ruolo di un editor. l’editor è una specie di psicologo dello scrittore. le storie e i personaggi del romanzo io li avevo già dentro la mia testa, solo che però non avevo le sviluppate abbastanza. ecco… l’editor è quello che te le tira fuori, in un certo senso. e il ruolo dello scrittore qual è? lavorare sulla materia. ma anche prima l’avevo già intuita una cosa del genere, perché nel mio piccolo ho sempre creato, ho composto canzoni e ho suonato e anche per i progetti, io faccio l’archiettto, no?, anche per i progetti ci vuole creatività, e insomma avevo qualche sospetto che anche la scrittura dovesse in qualche modo assomigliarci… cioè, scrivere è che tu produci una tonnellata di materiale, quella tonnellata poi ti diventa un chilo, e che cazzo ne so, è come una piantagione di cocaina che tu la vedi immensa e poi diventa un pugnetto, forse non era proprio il paragone migliore ma insomma… taglialo, va’… tranquillo. poi quando hai tutto ‘sto materiale devi scegliere, ogni figurina deve mandare avanti la storia, se non la manda avanti che cazzo ce la metti, parla di un’altra cosa che invece ti serve, no?, e per scegliere bene devi avere tante cose e cosa fai per averle? semini il campo di cocaina. ti devi fare il culo, ma è un culo gioioso. perché che cosa c’è di più bello, stai creando, se l’è riservato il padreterno come privilegio e tu glielo freghi un po’ a lui. il massimo. e anche nel tuo eden finisce che i personaggi cercano di fregare il creatore? l’hai detto. e anzi, io sono contentissimo, di solito comincio a scrivere che non conosco neanche il finale di un capitolo, figurati della storia. i personaggi la fanno loro la storia, ed è molto meglio così. quando le cose funzionano te ne accorgi perché sono loro, i personaggi, che ti dicono cosa faranno, cosa bevono e cosa preferiscono da mangiare. mi ricordo che a un certo punto questi personaggi erano a disagio, giuro, mi dicevano: tu mi stai facendo fare questa cosa, ma io non la farei mai. e allora una notte mi ci sono rimesso su, ero insoddisfatto, ero incazzato, e anche se avevo già fatto più di metà libro, be’… ho impostato di nuovo un sacco di roba, alla mattina ero uno straccio, ma i personaggi mi ringraziavano, sul serio, adesso non ti preoccupare, mi ripetevano, che ci pensiamo noi alla storia. perché vedi, ci sono personaggi che magari sono il frankestein di due o tre persone che hai conosciuto davvero, però ognuno deve diventarne una nuova, non può restare un riassunto di quelle tre. e ti accorgi che hai creato un essere umano proprio quando quello ti è grato o si ribella, perché pensa un po’ di testa sua, no?… come sto andando? no, perché quando parto… vai, continua, poi ci penso io. volevo anche dire, no… all’inizio ho sempre pensato di dover difendere la mia arte dagli altri, come se gli altri potessero in qualche modo entrarci e rubare qualcosa a me. non c’è cazzata più grande. gli altri ti danno ricchezza. anche se non parlano e non fanno niente, anche se stanno solo lì e ti guardano. è grandiosa questa cosa, se uno riesce a capirla. allora quello che io mi sforzo di fare quando mi metto a scrivere è rendere le emozioni per quello che sono, qualunque emozione, anche una sega tragicomica in ospedale come nei reni… così, senza reticenze, senza intermediazioni, senza compromessi moralistici, per me la pagina non è un salotto buono, in cui si entra con le pattine perché se no si lasciano le strisce sul pavimento. perché sarà una banalità sarà quel cazzo che ti pare, ma se è vero che l’arte parla di emozioni, l’arte parla della vita, è un equazione… sarà che io sono un architetto e c’ho una mente un po’ traviata scientificamente… e letterariamente chi è che te l’ha traviato? io céline, guarda. ti cito una cosa che disse céline durante un’intervista e che mi ha fornito delle ottime idee per il metodo da seguire, il metodo emotivo, tipo. lui dice: quando scrivo immagino la mia voce uscire da un omino accoccolato sulla spalla del lettore. io questa frase la porterò sempre con me, perché io la sentivo istintivamente, mi ricordo che quando ho letto viaggio al termine della notte, io sentivo proprio un omino quassopra, mo’ non è che io mi faccio gli acidi, però la sentivo veramente questa cosa, tipo una luce calda mentre leggevo. è diverso avere una voce al fianco invece che una in faccia, una ti entra dagli occhi, l’altra ti entra dalle orecchie. altri traviamenti? traviamenti letterari ce ne sono stati tanti, john fante, bukowski, però allora sono di più i traviamenti musicali… me lo immaginavo, ho letto che eri la chitarra nella band di supporto ai motorhead e che loro vi hanno prodotto un disco e che avete aperto il loro concerto londinese alla royal albert hall… senti, mica voglio tirarmela, il fatto è che i miss daisy è stata una cosa talmente grande, talmente complicata di emozioni, su tutti i fronti, che se penso di raccontarla, mi vengono i brividi: non sono allenato ancora abbastanza. ok, riprendiamo dai traviamenti. quelli sono importanti che neanche te li immagini, perché io funziono così: quando c’ho un’emozione che voglio descrivere, una scena, c’ho proprio la colonna sonora, ma questo mi viene da quando ero ragazzino che mi sentivo l’heavy metal sconvolto come una pigna. per cui adesso io in genere lavoro così, con le cuffie a palla e la musica che mi evoca quella data situazione. e poi ho cercato di scrivere come se suonassi, veramente, ho usato proprio un metodo scientifico. una tecnica. tu senti una canzone, no: c’è il ritornello che si ripete? bene, io ho fatto la stessa cosa. ci sono delle frasi che ricorrono, e questo contribuisce in larga misura al ritmo rockeggiante del libro. con fabbricato in italia è stato ancora più figo, perché racconto molto di adolescenti… hai presente quegli animaletti teneramente disgustosi che in ogni autobus urlano e sbattono dappertutto perché non riescono a prendere bene le misure del loro corpo che gli è cresciuto e non se ne sono ancora accorti… ecco quelli… io, per recuperare al massimo quel periodo, mi sono messo in cuffia tutta la musica che ascoltavo a sedici anni, che era il rock più estremo, acdc, saxon, i primi iron maiden… judas priest? come no, judas priest, cazzo… e poi hendrix, michael shenker…. e… ah, cosa mi stavo dimenticando: roky erickson. lui è veramente un precursore, cioè ragazzi, quello suonava punk e metal e psichedelia negli anni ’60, e poi ha una storia personale assurda e commuovente, non so se la sai. dai, racconta. roky erickson viene scoperto agli inizi degli anni ’70 con della roba addosso, e adesso o vai in galera o vai in manicomio, gli dicono. e lui pensa, cazzo sarà meglio il manicomio della galera, no? invece gli hanno fatto gli elettroshock, ed è finita che lo hanno fatto uscire di testa. insomma oggi lui vive in una roulotte nel retrobottega di un negozio di video porno con tutte radioline accese al massimo volume perché così tiene lontani gli spiriti. fuori come una grondaia, chiaro, però intanto continua a suonare, e ogni tanto magari fa ancora delle cose bellissime. e poi una volta quando stava in manicomio sono andati degli amici a registrarlo, solo lui e la chitarra nella sua stanzetta, e lui ha suonato, mi viene la pelledoca solo a dirlo, lui lì, in una cazzo di cella di un manicomio, ha fatto un concerto della madonna. alla fine devi sempre trovare qualcosa che ti appartiene, che ti fa esistere, altrimenti è il caos. io è stato il rock, non so se si era capito.

Mariagrazia Villa, GAZZETTA DI PARMA

Personaggi. Rocco Fortunato alla Fiaccadori con “Fabbricato in Italia”

“I miei romanzi a tempo di rock”

 

Occhi che scoppiettano vivaci, come fossero due vasche jacuzzi. Sorriso perenne, stile nevi dell’Himalaya. Il fare disinvolto di chi è abituato a salire sul palco, inchiodando l’attenzione. É un vulcano d’energia, lo scrittore romano Rocco Fortunato, ospite nei giorni scorsi alla libreria Fiaccadori per presentare il suo romanzo, “Fabbricato in Italia”, appena pubblicato da Fazi. Coda di cavallo e barba da rockettaro, maglione più largo di tre taglie, calzoni da battaglia e due stivali di cuoio mal vissuto, va avanti e indietro per un ora tra gli scaffali, con l’immancabile “paglia” accesa e l’intercalare romanesco, dialogando col pubblico come si fa al bar, quando si va per una birra con gli amici. Raccontando la trama del libro, infatti, gli importa soprattutto confessare se stesso. D’altronde, anche il vendutissimo “I reni di Mick Jagger” dell’anno scorso, l’opera prima che gli ha portato fortuna, era l’autobiografia di un pesante momento della sua vita, quando fu colpito da una grave malttia renale. “La mia ultima storia, che qualcuno ha definito pasoliana per il mondo violento che provo a descrivere, narra di un ragazzino, Nano, dalla nascita alla prima volta in cui fa l’amore, una data che m’è sembrata significativa. Si svolge nell’ambiente della piccola e media borghesia e va dal 1963, l’anno in cui sono nato anch’io, all’83”. Dunque, pure in questo caso c’è molto dellautore. “Tante delle situazioni drammatiche del protagonista le ho passate anch’io, ma credo ciascuno di noi, se è onesto: soprattutto, il forte senso d’esclusione, da adolescenti, perché si è bassi, o grassi, o brufolosi, o troppo timidi. I ragazzi non ti vogliono in gruppo e le ragazze non ti filano! La famiglia o è iperprotettiva o è assente e non ti consegna alcun libretto d’istruzioni”. Perché è con le emozioni che si fanno i conti, più che con gli eventi: “All’inizio Nano è un bambino incantato, pieno di magia e con tutto davanti da costruire, ma ben presto si disincanta; si rende conto che è difficile campare, e non mi riferisco alla sicurezza economica, quanto alla realizzazione profonda di noi stessi”. Per fortuna, l’incontro con una chitarra elettrica e, in particolare, con il rock salva il poverino dal peggio. Anche Fortunato ama la musica, precisamente l’hard rock, e ha inciso il cd “Pizza Connection” con il suo gruppo, i Miss Daisy, nell’89. Oltre alla scrittura (“che trovo terapeutica, perché parlare dei miei guai mi fa stare subito meglio”) e, sorpresa, la progettazione: “Il metodo creativo è identico, se devo scrivere una canzone, stendere un libro o disegnare una casa: cerco un ritmo e una composizione e poi vado a contraddirli”. Così, si viene a sapere che Rocco è un architetto con tanto di lauro sulla testa. Ben vestito e in un italiano non sciacquato nel Tevere, disquisisce di prospetti e Prg e va a fare le sue brave code davanti al Catasto della capitale.

Alessandro Luzzi, BOL.COM

 

Intervista a Rocco Fortunato

 

Nel suo secondo romanzo Rocco Fortunato unisce due grandi passioni: la musica e il racconto. Un travolgente ed esilarante “italian graffiti”: gli anni ’60 e ’70 raccontati fuori dalla storia ufficiale attraverso il sogno di Nano, un ragazzino imbranato e insoddisfatto che sogna solo di formare la più grande rock band della storia! Nato a Roma nel 1963, Rocco Fortunato è stato musicista oltre che scrittore e architetto.Mentre il suo primo romanzo I reni di Mick Jagger sta per uscire in Germania, in Italia Fazi pubblica Fabbricato in Italia. Romanzo generazionale pieno di musica e ironia, racconta la storia di Nano, un italiano inquieto e curioso a cui il talento non fa difetto e che trova la propria patria nella musica e nell’amicizia. Poeti, santi, navigatori e musicisti? Il titolo del tuo romanzo sembra la traduzione italiana di Made in Italy… …in effetti il significato del titolo è duplice: naturalmente c’entra la storia, un po’ autobiografica, di una famiglia del sud negli anni’60, di un periodo in trasformazione, un po’ paranoico. Io sono romano di prima generazione, ma la mia famiglia è lucana e l’estate le vacanze si passavano in campagna. Sono cresciuto con questo pendolarismo, anche mentale, tra città e campagna dove la campagna era un po’ il mondo idealizzato dell’infanzia…Ma l’altro significato del titolo è musicale: pensavo anche ad un disco dei Deep Purple, Made in Japan… …tutto il romanzo gira attorno alla musica, giusto? Certo! Il libro stesso è montato come un “Concept album”, quel genere di dischi che si facevano fino agli anni’80 in cui tutti i pezzi erano legati da un tema, da un filo conduttore: c’è l’intro, i vari pezzi, la coda, perfino i credits! Vedi, all’interno stesso del romanzo, la musica ha un ruolo decisivo: il protagonista ad un certo punto scopre la chitarra, il rock ‘n roll e così cresce, cambia linguaggio…La seconda parte del romanzo è quella più incentrata sul protagonista e per questo è anche la parte con il ritmo più veloce… …e forse anche quella più autobiografica, visti i tuoi trascorsi di musicista… …già! Anch’io ho fondato un gruppo, i “Miss Daisy”: facevamo musica heavy, erano i tempi dei Cult, dei Guns ‘n Roses…ci produsse la GWR, la casa del chitarrista dei Motorhead…Esperienza durata quattro anni, poi ho lasciato il gruppo, non mi andava più, non mi piaceva l’ambiente… La musica la fai ancora o l’ascolti soltanto? Suono pochissimo ma ascolto di tutto purchè ci sia dell’energia in quello che ascolto: non amo la new age, ma tutto il resto, dall’elettronica al rock… Rocco, come sei passato dallo scrivere musica allo scrivere romanzi? …sono dieci anni che mi sono messo veramente a scrivere, ma da sempre amo i libri come amo i dischi, e anche il processo creativo è identico. Ho imparato presto, forse già a scuola, ad avere un metodo, qualcosa che mi aiutasse a distillare dal caos quello che volevo dire, che avevo bisogno di dire. Credo sia la parte più bella ed entusiasmante quella in cui devi organizzare questa forte spinta ad esprimerti: non importa quale sia la ragione scatenante, una donna, una malattia o altro…La storia la devi sentire anche se non ti appartiene…Devo comunque produrre moltissimo materiale e lavorarlo molto per ottenere quello che poi decido di trasmettere… So che presenti il tuo libro facendo letture accompagnate dalla musica… …mi piace raccontare quello che ho scritto e poi anche la voce è musica. Leggere in silenzio e leggere ad alta voce dà a una storia un carattere completamente diverso: ci sono dei musicisti, alterniamo brani del libro a vari pezzi musicali, e così manteniamo il senso del romanzo, che è fatto di sonorità… Che rapporto hai con Internet? Lo uso abbastanza per lavoro e per piacere… Musica e Internet: due linguaggi globali e adatti l’uno all’altra anche per ragioni di software… …se ti riferisci alla storia di Napster sono più che favorevole alla pirateria, anzi a tutte le forme di pirateria! Un CD a quarantamila lire è una vergogna, ci vorrebbe il buon senso del padre di famiglia: mettetevi le bende e fate i ladri di cultura! La politica dei prezzi per musica e libri in questo paese è pazzesca, c’è molta ingordigia anche se tutti sanno quanto costa un CD.. ma alla fine la cosa importante è avere accesso alla bellezza, alle persone che hanno qualcosa da dire…

Antonella Fiori, D – LA REPUBBLICA

 

Una nota per tre

Tra romanzo e biografia, intrecciando musica, cinema e scrittura

Tutto made in Italy, lo scenario in cui si muovono i personaggi di Rocco Fortunato, classe ‘63, che già con “I reni di Mick Jagger” aveva rotto lo schema del romanzo di formazione che affligge un pò tutta la letteratura giovanile italiana. In “Fabbricato in Italia”, Nano, il protagonista è segnato da una famiglia patologica, madre iperprotettiva, padre dedito solo al lavoro, nonna pazza che parla solo in dialetto lucano. CosìNano si rifugia nella musica e mette su una band heavy metal grazie alla quale sperimenterà amore e amicizia. Il bello del libro, scritto in presa diretta, è che rivela anche una parte autobiografica. L’autore, oggi architetto, come chitarrista e cantante ha fatto parte negli anni ‘80 del gruppo dei Miss Daisy. Per chi volesse godersi, oltre alla saga familiare, anche quella metallara, il romanzo promette sesso, droga e rock’n’roll alla lucana.

Marta Matteini, COSMOPOLITAN
– 12/01/2000

 

Saghe di famiglia

 

Rocco Fortunato, “Fabbricato in Italia” (Fazi). Un libro che sembra un cd perché qui lamusica scorre ovunque. É la vita di un 35enne (dal primo vagito all’età adulta) oppresso da una famiglia iperprotettiva. Ma salvato dalla sua passione per il rock. Comico, fresco e poetico. É la seconda prova (riuscita) di un chitarrista convertito alla scrittura.

Benedetta Marietti, ELLE
– 12/01/2000

 

Un esordiente fortunato

 

Scrittore, chitarrista o architetto? “Per non annoiarmi”, racconta Rocco Fortunato, “cerco di dedicarmi a tutte le mie passioni”. Dopo la laurea, è stato voce e chitarra del gruppo Miss Daisy, il suo romanzo d’esordio, “I reni di Mick Jagger” (Fazi), è stato un piccolo caso in Italia e, sempre con Fazi, è appena uscito “Fabbricato in Italia”.

Luca De Biase, PANORAMA
– 12/07/2000

 

Sito Fortunato

 

Sito raffinato quello che Rocco Fortunato ha realizzato con il suo editore Fazi, per approfondire l’esperienza dei lettori del suo nuovo libro “Fabbricato in Italia”. Brani che non sono entrati nella versione finale, foto, intervista, forum. E nella sezione Read & Blues, Fortunato legge alcuni brani dellibro con lo stesso sottofondo musicale che sentiva quando li scriveva. www.fabbricatoinitalia.it

ZIVAGO.COM
– 12/07/2000

 

Fabbricato in Italia

 

Da leggere ad altissimo volume, come quando si ascolta un disco degli AC/DC. Fabbricato in Italia nasce dalla musica, così come Rocco Fortunato viene dal rock’n’roll: voce e chitarra dei Miss Daisy, gruppo heavy metal degli anni ’80 e con un cd, Pizza Connection, prodotto nientemeno che dai Motorhead. Dopo l’esordio autobiografico con I reni di Mick Jagger lo scrittore romano conferma il suo talento narrativo con un romanzo di formazione che vede Nano, il protagonista, crescere attraverso entusiasmi, avventure, scoperte e difficoltà. Dalla nascita nel ’63, fino ai vent’anni, scopriamo il mondo con gli occhi di Nano. Intorno a lui prima la famiglia: una madre iperprotettiva, un padre distratto, una dolcissima nonna lucana con il suo dialetto incomprensibile e una sorellina saggia. Poi il gruppo: Colella con i suoi bubboni di adolescente, Cicci, Lorella, Monnezza, Missile e le grandi scoperte – il rock’n’roll, gli amici, infiniti amori. Nano compra una chitarra, davanti allo specchio si vede come una rockstar e scopre che il suo vero scopo nella vita sarà dar vita “alla più grande, la più micidiale, la più feroce Heavy Metal Band del mondo”. E la musica permea questa esilarante saga familiare, in cui la parola scritta suona, pulsa e diventa refrain, assolo. E mentre Nano diventa grande e l’identità è definitivamente acquisita, Rocco Fortunato si conferma scrittore di emozioni nella difficile arte di tradurre il sentire di una generazione in parole dal ritmo giusto.

 

Giovani, carini e post-cannibali Dalla Valle della Morte all’heavy metal

 

La ‘letteratura contaminata’, mescolanza di rock e cinema con le ‘sacre scritture’, il genere che ha portato al successo negli anni ’90 gli scrittori pulp, nel Duemila si tinge di nuovi colori. Tra i post-cannibali almeno due gli scrittori in uscita degni di segnalazione: Alessandro Fabbri e Rocco Fortunato. Diverso il caso di Rocco Fortunato, classe ’63, che con I reni di Mick Jagger, uscito da Fazi esattamente un anno fa aveva rotto lo schema del romanzo di formazione che affligge un po’ tutta la letteratura giovanile italiana per regalarci un protagonista “Gesù Cristo in Croce” che invece di resuscitare dopo tre giorni, “continua a morire”. Una bella invenzione che continua in Fabbricato in Italia (Fazi, p.277, lire 25.000), nuovo romanzo costruito come un concept album, un vero e proprio Lp, con intro, lato A e lato B. Protagonista Nano, segnato da una famiglia patologica, madre iperprotettiva, padre dedito solo al lavoro, nonna pazza che parla solo in dialetto lucano. Come tanti ragazzi frustrati ed emarginati o colpiti da acne giovanile, Nano si rufugia nella musica, mettendo insieme una band heavy metal grazie alla quale sperimenterà amore e amicizia. Il bello del libro, scritto in presa diretta – nota di merito ai dialoghi in dialetto – , è che rivela anche una parte autobiografica. L’autore, oggi architetto, come chitarrista e cantante ha fatto parte negli anni Ottanta del gruppo heavy metal dei Miss Daisy, e per la GWR ha inciso nel 1989 l’album Pizza Connection, prodotto da uno dei più prestigiosi gruppi hard rock inglesi, i Motorhead. Per chi volesse oltre alla saga familiare godersi anche quella metallara il romanzo con protagonisti Nano, Cicci, Lorella, Monnezza e Missile, può essere quello giusto per rinnovare la conoscenza con l’intramontabile triade che da Ian Dury in poi è sinonimo di trasgressione: sesso, droga e Rock`n`Roll.

Carlo Carlino, LA GAZZETTA DEL SUD

“Fabbricato in Italia”, romanzo di Rocco Fortunato

Avventure e sogni di una generazione

 

“Non seppi mai esattamente quando, ma a un tratto divenne facile. Come il tema in classe. Le lettere e le note erano le stesse cose gli accordi una parola e due insieme erano già una frase. E le frasi raccontano una storia: una storia triste, una storia allegra, di rabbia o come sempre succede, una storia d’amore. Non fa niente se sei brutto. E nemmeno averci tutte le rotelle. Ciò che conta è quella storia che spinge per esistere che lotta per uscire”. Nano è un ragazzo emarginato e imbranato oppresso da una famiglia ingombrante e da una madre che lo strangola con i suoi esasperanti modi protettivi. Un giorno finalmente riesce a comprarsi una chitarra e comincia a comporre le note come per miracolo. Si esercita con passione piazzandosi spesso davanti alle galline nel pollaio tra l’ira del padre che lo considera un idiota, e lo sguardo esterrefatto dei parenti, o chiudendosi in camera, dove davanti allo specchio, la chitarra a tracolla, si atteggia a una pop star. Imparare a suonare la chitarra è la sua conquista, la rivincita su tante amarezze e incomprensioni, dettate dalla voglia di dare così una svolta alla propria vita e coronare il suo sogno di formare una rock band. Un sogno inseguito da tempo: “Dunque era deciso: sarei diventato un musicista drogato. Ero indeciso però se continuare a essere fascista”. Ma la vita di Nano è una storia piena di avventure e di frustrazioni che si allarga in una sorta di saga scanzonata e irriverente. Una storia che parte dalla sua nascita e si sviluppa intorno alla sua famiglia e ai suoi amici, Cicci, Monnezza, Missile, Colella. Suo padre è sempre intento a lavorare o a nascondersi dietro al giornale che legge, e comunica con gli altri solo attraverso stringati pensieri, la madre paranoica, è perennemente in ansia per ogni possibile malanno del figlio, pronta a fare costantemente ricorso a dottori e medicine, attenta a ogni suo movimento, assecondata nei suoi comportamenti dalla nonna, la quale parla solo uno stretto dialetto lucano e sgrana il suo rosario per levare il malocchio dal ragazzo. Nano cresce con la sua emarginazione, insieme alla sorella, più assennata, tra sogni e avventure, le vacanze al paese dei genitori, un angelo quasi fuori dal mondo tenacemente legato alla cultura contadina e alle tradizioni, sognando ragazze, rincorrendo amori e aspettando con trepidazione il momento in cui perderà la verginità. Qui insieme ad altri ragazzi che vengono dalle città a trascorrere l’estate, si consumano altre esperienze e altre innocenti avventure disegnate con sapore agro e ironico, ma ritratti di vecchi parenti e ambienti popolati di animali e sporcizie, tra antichi riti che non scalfiscono la solitudine dell’imbranato ragazzo. In oltre l’emarginazione è più pesante. In particolare a scuola dove Nano certo non brilla nel profitto come i suoi compagni del resto. Ma un giorno riesce a comporre un tema in cui racconta tra visioni fantastiche di una mai avvenuta vacanza in Africa insieme al padre. Ed è un successo nelle sue lunghe giornate riempite dai suoi fantasmi, da immagini di ragazze, dalle voglie di sesso, e accompagnato da tanti amici tra i quali Colella, un buffo ragazzo perennemente sbeffeggiato dai compagni di scuola, deturpato dall’acne, ma velocissimo, che comincerà ad allenarsi come centometrista e parteciperà a qualche competizione. Colella diventerà alla fine un brillante specialista di otorinolaringoiatra pediatrica e anche gli altri ragazzi troveranno la propria maturità e la loro vita, chi sposandosi e altri, come Cicci, diventato ingegnere del suono, andando a convivere con un compagno, un “cervellone” che lavora in un industria aeronautica, come racconta Nano in chiusura del racconto e delle tante avventure. Alcune delle quali amare, come quelle con Lorella, figura tratteggiata con affetto, l ragazza estroversa ed enigmatica divenuta la cantante della band che il gruppo di amici ha costruito e di cui Nano è innamorato e con cui scopre i piaceri del sesso. La ragazza poi muore in un incidente stradale. “Fabbricato in Italia” (Fazi editore, pp. 280, lire 25.000), è il secondo romanzo di Rocco Fortunato, autore di quel felice esordio che è stato “I reni di Mick Jagger”, anch’esso pubblicato dall’editore romano, che conferma freschezza e la forza narrativa di questo scrittore. Il romanzo è un affresco ricco di comicità e di emozioni che sviluppa con ritmo crescente, a volte davvero notevole, il racconto di una generazione alla perenne ricerca di se stessi e che si nutre di sogni tra la scoperta del sesso, della droga e della musica. Un ritratto impietoso di un inquietudine, popolato di figure delineate con sapienza, composto con fare ironico, e anche con irriverenza, con una scrittura viva, immediata che esalta il contrasto tra i vari personaggi e delle loro storie e la diversità di generazioni, ambienti, culture e valori differenti, senza nessun cedimento didascalico. In questo sviluppo corale tutti diventano come protagonisti, dalla nonna ricca di saggezza contadina, alla madre ossessiva e petulante, al padre silenzioso e collerico, agli amici che condividono i sogni e le avventure di Nano, rivelano un mondo e un’umanità che in fondo si nutrono di sentimenti veri e di passioni. quelli che si accordano come note nell’armonia di questo romanzo di rabbia e di amore.

Benedetta Marietti, IL GIORNALE

 

Rocco Fortunato, la scrittura a ritmo di rock

Intervista con l’autore di “Fabbricato in Italia”. “Racconto lo scontro fra mondo interiore ed esteriore”.

Un ragazzino imbranato di nome Nano, che guarda di traverso la vita e ha un sogno: formare una rock band; una nonna indimenticabile che parla solo in stretto dialetto lucano; una madre ipocondriaca; un padre distratto, una sorella saccente. E soprattutto una miriade di amici: il piccolo Colella che corre sempre più veloce per farsi passare l’acne, il grasso Monnezza e la sua passione per il “ciarpame”, il superdotato Missile, il balbuziente Cicci, la disinibita ma tenera Lorella. E il rock’n’roll che fa da sfondo a tutto questo. Sono i personaggi che appaiono nel nuovo libro di Rocco Fortunato, “Fabbricato in Italia” in uscita da Fazi Editore (pagg. 278, lire 25.000). Con “I reni di Mick Jagger” (sempre Fazi Editore), esordio così autobiografico che il protagonista si chiamava Rocco Fortunato, il trentasettenne scrittore romano affrontava l’odissea della dialisi e del trapianto di reni in tono commovente e grottesco, sorridente e doloroso. “É stato più semplice scrivere “I reni di Mick Jagger”, da un certo punto di vista – racconta Rocco Fortunato, i capelli lunghi legati in una coda, come i protagonisti dei suoi libri -. La storia esisteva già, lo sforzo di invenzione è stato minimo. In “Fabbricato in Italia” c’è invece più fiction, ho creato qualcosa che non c’era. Solo l’io narrante è parzialmente autobiografico, nel senso che prova le mie stesse emozioni e sensazioni, ma è inserito in un contesto differente dal mio”. Qui c’è la storia di Nano, dalla sua nascita nel 1963 fino al 1983, e le sue avventure esilaranti e commoventi al tempo stesso: vent’anni di vita durante i quali lo sguardo del protagonista si dilata verso la scoperta del mondo. Prima la famiglia, i cugini, poi la scuola, le ragazze, gli amici, il rock’n’roll e infine l’impatto con la realtà della vita: le gioie, i dolori, gli entusiasmi, gli ostacoli, i disagi, il senso di incomprensione, la percezione della felicità. Un romanzo di formazione, che descrive il passaggio da bambino a ragazzo e infine a uomo, con tutti i conflitti e le difficoltà che questo mutamento comporta. “Siamo sottoposti a continui cambiamenti. Ci sforziamo sempre di adattarci alla realtà, alle sorprese che la vita ci presenta. Ho voluto raccontare perciò anche il nostro scontro tra mondo interiore ed esteriore, il senso di straniamento rispetto agli altri e contemporaneamente la volontà di essere come tutti, conflitto che è presente soprattutto nell’adolescenza che ci portiamo poi avanti per tutta la vita”. Una storia densa di emozioni, espresse su uno spartito rock dal ritmo serrato, sferzante. Perché Rocco Fortunato viene dal rock’n’roll, essendo stato negli anni ‘80 voce e chitarra del gruppo heavy metal “Miss Daisy”. Ma quanto lavoro c’è dietro uno stile e un linguaggio apparentemente spontanei? “Mi sono massacrato – scherza sornione -. É come lo strappo tattico nel jeans sdruciti, che in realtà viene fatto ad arte. Ho cercato di “far suonare” ogni frase, di creare un crescendo musicale, di scegliere il ritmo giusto. Il parlato non si può trasporre così com’è perché la letteratura ha un suo linguaggio: può essere mutuata dal parlato ma non gli corrisponde”. Ed ecco perché tra i suoi scrittori preferiti Rocco cita Céline di Viaggio al termine della notte, tutto Bukowski, comprese le Lettere appena uscite (anche se ha scritto sempre lo stesso libro), John Fante e Il male oscuro di Berto. Alla fine del libro Nano ritornerà nei luoghi della sua infanzia, chiudendo il cerchio “perché niente si dimentica, tutto è esperienza”. E dimostrerà che il Destino, o la Provvidenza, esiste “semplice e inimmaginabile”, e tutto ciò che dobbiamo fare è “lasciarci andare al caso, viverlo internamente perché tanto non è possibile avere il controllo sulla propria vita”. Così farà Nano, così aveva fatto Rocco, il protagonista de “I reni di Mick Jagger”. E un’affinità si scorge infatti tra i due romanzi: se il primo narrava il ritorno del protagonista nel mondo dopo un autoesilio forzato, in “Fabbricato in Italia” c’è la conquista di una propria identità, attraverso la passione per il rock’n’roll. E se nei Reni di Mick Jagger la formazione di un ragazzo avveniva, gioco-forza, mediante una malattia reale, in questo romanzo la crescita e la scoperta di sé e degli altri si realizzano attraverso quella malattia difficile ma emozionante che è la vita.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Fabbricato in Italia
Collana:
Numero Collana:
9
Pagine:
277
Codice isbn:
9788881121519
Prezzo in libreria:
€ 13,00
Codice isbn Epub:
9788876252655
Prezzo E-Book:
€ 4.99
Data Pubblicazione:
01-11-2000

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I reni di Mick Jagger

Rocco Fortunato

«A trentatré anni me e Gesucristo ci misero in croce. Lui: resuscita dopo tre giorni. Me: mi tocca di morire. In continuazione». Così inizia il libro di Rocco Fortunato. Così inizia il racconto della sua lotta per rimanere attaccato alla vita con l’unica alleata che può..
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