Léo Malet

Febbre al Marais

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Traduzione di Federica Angelini
A cura di Luigi Bernardi

Quando Nestor Burma va per recuperare del denaro da un usuraio di Rue des Francs-Bourgeois, lo trova morto, con la faccia sporca di rossetto. Due gli elementi che permetteranno a Nestor Burma di risolvere il caso, in un’indagine dai toni profondamente umani: un orsacchiotto di peluche e un paio di mutandine di nylon… A questo punto una serie di strane coincidenze verificatesi nel quartiere parigino del Marais rendono ancora più complicata l’avventura del buon Nestor Burma.

FEBBRE AL MARAIS – RECENSIONI

 

Paola Ghinelli, L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
– 07/07/2002

 

Ogni quartiere ha i propri delitti

 

Sono da poco reperibili in italiano due romanzi della serie dei “Nuovi misteri di Parigi” inaugurata da Léo Malet nel 1954. Anche se rimase incompiuto, il progetto di scrivere un romanzo per ciascuno degli arrondissments della capitale francese permise all’autore di approfondire la figura di Nestor Burma, “l’uomo che mette il mistero k.o.”, e che è picchiato fino all’incoscienza in ogni avventura.

La scelta di tradurre oggi i romanzi appartenenti a questa serie non è oziosa. Il piacere di seguire l’investigatore privato nei suoi vagabondaggi non si riduce infatti al gusto di entrare in un universo in bianco e nero, cinematografico e fumettistico, né a quello di apprezzare l’atmosfera e l’ironia dei migliori anni cinquanta attraverso le canzoni dell’epoca e le attrici allora in voga. È divertente osservare la cartina di un Marais precedente al Beaubourg o immaginare un ponte di Tolbiac senza Bibliothèque Nationale, ma c’è ben altro: queste assenze ci aiutano a capire che per Malet ogni edificio racconta una storia, ogni passage, ogni vicolo, ogni incrocio evoca una situazione, ogni quartiere i propri delitti. I cadaveri accusatori disseminati sul cammino del detective si trasformano in coordinate per esplorare la città.

Come ogni romanzo giallo degno di questo nome, i romanzi di Malet traggono la loro materia prima da ciò che è popolare, conosciuto, banale, portandolo sino ai propri limiti estremi. Stereotipi e archetipi sono accentuati, esasperati al punto da diventare evocativi. L’immagine della gitana che fuma le Gitanes fa sorridere, ma per la sua stessa assurdità spinge il lettore a eliminare la patina superficiale da questi racconti. In Febbre nel Marais gli aneddoti storici arricchiscono e compenetrano il gioco dei luoghi comuni, e l’investigatore indaga uno spazio quadridimensionale dove ciò che si crede di conoscere diventa estraneo. Persino il passato è contemporaneo, come le immagini e gli indizi che compongono il romanzo sono tutti egualmente presenti all’occhio del detective in una sorta di caleidoscopio surrealista. Devono muoversi tutti simultaneamente per formare una figura al cui centro sta l’assassino.

L’autore invita anche il lettore a investigare. I due romanzi – e lo stesso si può dire per gli altri episodi della serie – sono disseminati di riferimenti letterari più o meno impliciti, di cenni ad amici dell’autore, di episodi autobiografici appena camuffati. Nebbia sul ponte di Tolbiac in particolare, forse il romanzo più famoso della serie, rievoca l’adolescenza anarchica di Malet, l’atmosfera degli anni Venti a Parigi, gli espedienti per sopravvivere, persino i conoscenti dell’autore, attribuendoli alla giovinezza di Burma. Anche questi dati tuttavia possono essere letti come polvere negli occhi. Un ospite della comune anarchica che anima il romanzo ha grattato via la vernice bianca che ricopriva pudicamente la parte inferiore delle vetrate dell’edificio, in modo da poter vedere la strada, ma la visione è lattiginosa, quasi annebbiata… Come non vedere nell’adolescente che schiaccia il naso contro al vetro l’uomo in cerca di verità?

 

Di Antonio D’Orrico, SETTE
– 06/06/2002

 

Malet vuol essere l’anti Maigret

 

 

La città più bella da raccontare è Parigi come dimostrò Hemingway in quel capolavoro che è Festa mobile e come ha dimostrato Simenon nella lunga serie di Maigret. Anche la Parigi di Léo Malet è bella nella sua tristezza. Spesso piove nella Parigi di Malet: “attraverso i vetri appannati scoprivo un paesaggio di tetti bagnati sui quali il cielo plumbeo spandeva una deprimente tinta venefica”. Spesso qualcuno ti pedina nella Parigi di Malet: “con passo disinvolto raggiunsi rue vielle – dutemple attraverso rue Elzévir e rue barbette, deserte o quasi a quell’ora della notte. A partire da Rue Barbette, fu quasi certo che un’ombra mi accompagnasse a distanza. Spesso si fanno brutti incontri nella Parigi di Malet: “sopra un paio di tette ballonzolanti e di forma inusitata perfino tra le starlet italiane; contenute alla meno peggio in una camicia lurida, era piantata una brutta faccia, senza collo, come fosse attaccata direttamente sulle spalle massiccie ricoperte da una giacca di pelleccia armata”. Diciamoci la verità, Léo Malet è uno scrittore che benissimo non sa far niente. Non sono appassionanti le sue trame, non è brillantissimo il suo linguaggio, non sono indimenticabili i suoi personaggi a partire dal protagonista dei suoi gialli, il detective privato Nestor Burma, che vorrebbe essere un Maigret autarchico (Simenon era belga, si fa notare con un certo sciovinismo) e che finisce per strizzare l’occhio a certi colleghi americani o americaneggianti (la botta in testa, la scarsità di denaro, la lingua pronta con le donne, un debole per i drink). Ma detto tutto questo, i romanzi gialli di Malet e di Burma che l’editore Fazi sta tentando di lanciare si fanno leggere e credo proprio per merito di Parigi, della magia musicale della sua toponomastica, per l’intimità dei bistrot, per le repliche che non stancano mai della commedia umana che popola quelle strade e quei bistrot. Il fascino straordinario dei romanzi di Maigret consiste in una specie di sortilegio, leggendoli è come se la lista dei nomi dell’elenco telefonico parigino si animasse e di ognuno di quei nomi vedessimo la facce, spiassimo le case, entrassimo nelle camere da letto, nelle cucine. In una certa misura questo accade anche nelle inchieste di Burma, che però è sempre un po’ sopra le righe, un po’ troppo spiritoso. La spiritosaggine è una forma di snobismo, di presa, di distanza. Malet faceva parte degli intellettuali che si raccoglievano attorno al surrealista Breton (intellettuali sopravvalutati a partire dal loro leader) e quindi scriveva gialli un po’ con la mano sinistra (da qui la spiritosaggine che da fastidio). Maigret non è mai spiritoso, Maigret e Simenon facevano sul serio. Il giallo è il genere letterario che meglio di tutti ha rappresentato e raccontato il mondo contemporaneo, non è arte minore ma maggiore; Altro che surrealismo, ma malet l’aveva capito?

 

Di Angelo Ascoli, IL GIORNALE
– 23/05/2002

 

Le donne, i quartieri e gli assassini nella Parigi di Léo Malet

 


Chi sia George Simenon e il commissario Maigret, lo sappiamo tutti. Chi sia Léo Malet, l’abbiamo cominciato ad imparare un paio di anni fa, quando l’editore Fazi ricordò agli italiani che in Francia, nel novecento, era vissuto un vero scrittore, uno di quelli che scriveva romanzi noir, ma siccome per i critici europei il romanzo noir è sempre stato considerato di serie B, almeno fino a quando i critici americani non hanno dettato il contrordine, allora non era tanto facile conoscere Malet e trovare i suoi libri. Nel marzo del 2002 Fazi pubblicò La Vita è uno schifo, e fu come se un pugno avesse colpito lo stomaco debole dei lettori italiani: qualcuno fece il nome di Camus, altri si limitarono a dire che era un capolavoro, i lettori si accontentarono di scoprire un grande scrittore e un vero romanzo. Nel marzo dello scorso anno fu la volta di Il Sole non è per noi, un altro romanzo che è così bello da leggere e che sembra scritto in maniera così semplice come solo i grandi sano fare. Come Simenon per esempio. E proprio come Simenon, Malet, tra un romanzo e un altro in cui raccontava i meccanismi delle azioni umane , le tenebre da cui nascono i piccoli e grandi delitti, gli spruzzi di sole che li illuminano, anche se per una volta, li rendono per sempre splendenti, si divertiva a scrivere e incassare soldi inventando un fratello minore del commisario Maigret, un po’ più sbruffone e molto più disperato: Nestor Burma, detective proprietario dell’agenzia di investigazioni private Fiat Lux. “Con la pipa in bocca, le mani infilate nelle tasche della mia canadese foderata di pelliccia e i piedi calzati dalla comoda suola molto spessa” Nestor Burma si aggira per le strade di Parigi come un lupo solitario; come ogni detective che si rispetti, come i suoi cugini americani, a Burma i guai capitano addosso sempre per caso e sempre portati dalle gambe lunghe e dal respiro affannoso di qualche bella donna e mentre cerca di evitarli deve stare attento a non pestare i piedi e a non farsi pestare le ossa dalla polizia, nella persona del commissari Florimond Faroux. Prendiamo Nebbia sul ponte di Tolbiac (pag. 159, euro 8,50) e Febbre al Marais (pagg. 174, euro 8,50) i primi due dei quindici “misteri di Parigi” che adesso Fazi pubblica per la prima volta in Italia (ogni romanzo è dedicato ad un arrondissement parigino, andando a comporre una geografia umana e sociale della città che pochi scrittori moderni hanno saputo inventare). Nel primo c’è, naturalmente, un delitto e un assassino da scoprire. Un vecchio calzolaio anarchico e solitario, viene ucciso ma prima di morire riesce ad avvertire Burma. Naturalmente l’investigatore scoprirà l’assassino del vecchio anarchico, così come in Febbre del Marais troverà la mano che ha pugnalato l’usuraio Jules Cabirol.
Ed è chiaro che lo farà solo dopo aver amato donne che hanno “la gonna di feltro, animata dal dolce e armonioso movimento delle anche (…) la sua voce dal timbro voluttuoso, un po’ rauco, aveva un tono stanco, melanconico. Nelle pupille castano scure striate da pagliuzze dorate si leggeva una tristezza infinita, se non un accenno di paura”. E le donne di Nestor Burma ci sembra di averle incontrate in tanti film francesi e americani degli anni quaranta e cinquanta, così come abbiamo già fissato negli occhi di Burma tutte le volte che qualche cattivo esagera a far le sue porcherie e qualche debole non ce la fa più a sopportarle

 

Rory Cappelli, I VIAGGI DI REPUBBLICA
– 23/05/2002

 

Nella capitale del noir

 

 

Era una specie di mito in Francia, Leo Malet. Perché aveva fatto tremila mestieri, prima di entrare nell’Empireo della cultura e di diventare amico di Andre Breton. Perché era riuscito a creare un personaggio, Nestor Burma, investigatore privato, in grado di rivaleggiare con i duri dell’hard boiled americano, i detective inventati dai vari Hammet, Chandler e Goodis. Perché dava i punti al belga Maigret e teneva alto il prestigio del noir francese. Un investigatore che i cliché del giallo anni Quaranta li aveva tutti: duro ma tenero, cinico ma capace di grandi e sconvolgenti sentimenti, perennemente squattrinato e sempre con la pipa in bocca, spietato con il potere e con i malvagi, ma addirittura ingenuo con le donne, che amava sempre, fossero zingare procaci o bionde borghesi dal corpo sensuale. Niente di nuovo insomma: se non che Nestor Burma è un ex anarchico, cosa che in America sarebbe stata difficile da digerire. E n più si muoveva in una Parigi bellissima, miscuglio di sublime e miserevole, la Parigi dei nostri sogni, fatta di bistrot e tipi loschi, fumo, nebbia, vizi e quartieri che ormai, in quella forma, non esistono più (come il Marais di Febbre nel Marais). In questo Nebbia sul ponte di Tolbiac c’è naturalmente un delitto, l’omicidio di un vecchio anarchico. Chi l’ha ucciso? Perché? E perché Abel Benoit, detto Lenantaise, l’anarchico, ha tentato di mettersi in contatto con Burma prima di morire? Per rispondere a queste domande Nestor si avventura nel cuore profondo del XIII arrondissement, dove troverà risposte alle sue domande, l’amore e altri delitti. Il romanzo faceva parte della serie I nuovi misteri di Parigi, 15 volumi in tutto, ognuno ambientato in un diverso distretto della città.

 

Paolo Di Vincenzo, IL CENTRO
– 29/05/2002

 

Nestor Burma, investigatore anarchico

 

 

Nestor Burma è un investigatore nuovo per gli italiani, ma non è difficile prevedere un ottimo successo per il personaggio creato da Léo Malet. Definito come la risposta francese a Maigret (l’autore, Simenon, era infatti belga) anche Burma si muove a Parigi, fuma la pipa, ma le analogie si fermano qui. Se proprio bisogna pensare a una similitudine fa pensare più a Pepe Carvalho, investigatore privato e anarcoide come lui, con l’avvertenza che le storie di Burma sono state scritte molti anni prima di quelle di Montalban.
Fazi editore ha iniziato la pubblicazione di quindici romanzi – ognuno dedicato a un quartiere, gli arrondissement, della capitale francese – che l’autore (scomparso nel 1996 all’età di 87 anni) raccolse sotto il titolo “I nuovi misteri di Parigi”. Il terzo e il quarto volume (entrambi di 140 pagine) sono venduti a 8 euro e si intitolano “Nebbia sul ponte di Tolbiac” e “Febbre nel Marais” (Fazi nell’autunno 2001 ha già pubblicato “La vita è uno schifo” e “Il sole non è per noi”).

Burma è un investigatore tutto particolare, anarchico, si fida molto del suo fiuto, l’autoironia, velata o manifesta, fa parte del suo modo di agire. Sembra vagare un po’ inutilmente a caccia degli indizi ma poi, fatalmente, trova la risoluzione dei casi che si trova ad affrontare.

In “Nebbia sul ponte di Tolbiac” all’investigatore capita proprio di affrontare un caso legato alla sua giovinezza, quando, povero venditore di giornali, frequentava un gruppo di anarchici. Il caso gli piove in testa sotto forma di una splendida gitana, ripulita e allontanata dal suo clan e “convertita” ai modi occidentali, da un anziano straccivendolo. Attraverso una serie di strane coincidenze, di incontri e di riconoscimenti, Nestor riuscirà a fare i conti non solo con gli assassini ma anche con il proprio passato.

In “Febbre nel Marais” Burma trova un usuraio morto, con la faccia sporca di rossetto. Due elementi gli permetteranno di risolvere il caso: un orsacchiotto di peluche e un paio di mutandine di nylon.

La scrittura è leggera e intrigante, i colpi di scena si susseguono senza mai far scendere tensione e attenzione del lettore. Un autore, Léo Malet, i cui libri meritano una grande affermazione in Italia.

Prolifico e geniale, originale e controcorrente, Malet occupa un posto di primo piano tra gli intellettuali che gravitavano intorno al Surrealismo e ad André Breton. In Francia ha avuto molto successo con Burma.

 

 

Massimo Romano, TUTTO LIBRI – LA STAMPA
– 11/05/2002

 

Malet e l´ispettore Burma fanno luce sui misteri di Parigi

 

SI attendeva il terzo romanzo della “Trilogie noire”, dopo La vita è uno schifo (1948) e Il sole non è per noi (1949), e invece l’editore Fazi, a cui va il merito di aver riproposto Léo Malet, molto popolare in Francia ma poco noto in Italia, ha spiazzato tutti pubblicando insieme due dei quindici romanzi scritti tra il 1954 e il 1959 che compongono “I nuovi Misteri di Parigi”, ispirati al modello ottocentesco di Sue: Febbre nel Marais e Nebbia sul ponte di Tolbiac. Malet è un autore assolutamente da leggere non solo per gli appassionati del noir, ma per tutti quelli che amano la letteratura, le storie di taglio poliziesco, gli intrecci misteriosi dove personaggi, ambienti e atmosfere sono disegnati con precisione chirurgica. Dalla sua lunga vita (morirà a 87 anni nel 1996), intensa e romanzesca, ricaverà materiali preziosi per i suoi libri. Nato a Montpellier, rimane orfano di entrambi i genitori, viene allevato dal nonno avido lettore di feuilletons, approda a Parigi a 17 anni e si esibisce come chansonnier in un cabaret di Montmartre, “La vache enragée”. Frequenta i gruppi anarchici svolgendo diversi mestieri, strillone di giornali, telefonista, manovale, comparsa cinematografica (fa una fugace apparizione in Alba tragica di Carné, sceneggiato dal suo amico Prévert). Nel 1931 conosce Breton e i surrealisti, da cui si separa nel 1940, quando inizia la sua attività letteraria pubblicando sotto vari pseudonimi romanzi hard boiled, in cui sostituisce l’argot, il gergo della malavita parigina, allo slang americano. Anche se apprezza la narrativa di Chandler e Hammett, l’autore da cui è maggiormente influenzato è James Cain, che scrive noir più duri. Il vero esordio, firmato col suo nome, è 120, rue de la Gare (1943), ambientato nella Francia occupata dai nazisti, la prima avventura di Nestor Burma, che sarà protagonista di una trentina di romanzi ed è il più celebre investigatore di quegli anni dopo Maigret. Oltre ai noir e ai polizieschi, scrive anche romanzi di pirati, d’avventura e di cappa e spada e, almeno negli Anni Quaranta e Cinquanta, fa concorrenza a Simenon per la fecondità narrativa. Con “I nuovi Misteri di Parigi” Malet ha un’idea geniale: scrivere quindici romanzi ambientati in altrettanti quartieri della capitale francese. Una Parigi fascinosa, plumbea e nebbiosa, sordida e miserabile, è la vera protagonista di queste storie, dove i personaggi sono tutti un po’ colpevoli, vittime e carnefici insieme, e il profumo degli Anni Cinquanta è indimenticabile: i bistrot con flipper e juke-box che suonano le canzoni di Georges Brassens, la brasserie Rozès, in place d’Italie, dove si gustano ottimi croissant, i tetti lucidi di pioggia, la luce dei lampioni sull’asfalto bagnato, la nebbia che sfuma i contorni delle case, baracche, magazzini, docks portuali, vie cieche dove balenano i coltelli, tendoni da circo, sale da ballo, portinaie che leggono romanzi passionali, bizzarre e divertenti signore borghesi, giornalisti a caccia di notizie e studenti a caccia di tesori, ragazze sensuali, orribili megere e nordafricani pericolosi. Febbre nel Marais si svolge nel popolare quartiere parigino, dove i muri e le pietre sono impregnati di storia; Nebbia sul ponte di Tolbiac è ambientato nel XIII arrondissement, quartiere periferico e malavitoso della zona sudorientale. In entrambi i casi indaga Nestor Burma: indossa il trench e fuma la pipa con il fornello a testa di toro, legge Le Crépuscule, segue gli indizi, pedina i sospettati, perquisisce i loro alloggi all’insaputa del commissario e non sa rinunciare alle esche amorose più allettanti, senza compromettersi troppo. Lavora per l’agenzia Fiat Lux e ha una bella segretaria, Hélène, che lo assiste. E’ allegro e sentimentale, tenero e protettivo, cinico e squattrinato, con un fondo di bontà sotto una scorza da duro, pronto a sfoderare una graffiante ironia o un sottile umorismo. Con il suo passato da anarchico, che non rinnega, si definisce “amante appassionato di casini” e specialista delle “faccende ingarbugliate”.

Copyright ©2002 La Stampa

 

 

Rosella Simone, D – LA REPUBBLICA
– 07/05/2002

 

Parigi al noir

 

A Parigi hanno un’anima e si chiamano arrondissement. Una personalità speciale che “impone” certe storie. E Léo Malet le racconta attraverso le avventure e disavventure di Nestor Burma, affascinante detective privato sciupafemmine e trovacadaveri dalla lingua sarcastica. Uno che la pistola ce l’ha ma la usa poco, preferisce usare il cervello, dedurre, cercare indizi, intuire.
Ha un sua idea di giustizia che non sempre coincide con quella della polizia, per lui ci sono morti buoni e morti cattivi, morti che hanno bisogno di un colpevole da consegnare alla giustizia e altri che se la sono meritata. Fazi editore ci regala altre due delle quindici storie della serie I nuovi misteri di Parigi. In Nebbia sul ponte di Tolbiac (8.50 euro), Nestor Burma si imbatte in una lettera che lo riporta al passato, e anche nell’amore e nella morte. In Febbre nel Marais (stesso prezzo di copertina) qualcuno ha ucciso un usuraio che si fa chiamare papà Samuel, e Burma risolverà il caso a suo modo. Decisivi un paio di mutandine di nylon e un orso di peluche.

 

IL FOGLIO
– 30/04/2002

 

Léo Malet, Febbre nel Marais

 

 

Tutta colpa di un bidet. Quando il giovane Léo Malet lavorava come aiuto da un idraulico, fu incaricato di consegnare l’oggetto (non una vasca da bagno e neanche un lavandino, nelle interviste voleva che il dettaglio fosse giusto) in una casa di Rue de Clichy. Nella stessa via, si affacciava la libreria Josè Corti. Con il bidet in spalla, il giovanotto buttò un occhio alla vetrina, dove “La rivoluzione surrealista” era esposta assieme ad altri volumetti dalle invitanti copertine. Preso da curiosità, con lo zelo del provinciale e del dilettante (arrivato a Parigi da Montpellier, dove era nato nel 1909, aveva da poco cominciato a cantare in un cabaret di Montmartre) Malet si procurò i Manifesti del surrealismo. Un po’ di tempo dopo, andò a vedere “Un Chien andalou” di Luis Buñuel e ne rimase folgorato. Si fece coraggio, spedì una lettera ad André Breton e fu cooptato nel gruppo: poiché in quel periodo scriveva poesie, lo attraevano soprattutto gli esperimenti di scrittura automatica. Ebbe il raro privilegio di veder ridere il grande capo, che come Buster Keaton era soprannominato l’uomo di marmo. Ma anche quello di essere espulso dalla banda, per troppo amore verso il genere poliziesco.
Dal loro punto di vista, i surrealisti avevano ragione. Difficile trovare, nei gialli, tracce di parole in libertà, oppure incontri tra ombrelli e macchine da cucire su un tavolo anatomico. Per questo li leggiamo volentieri. Dopo qualche romantica e giovanile incertezza, Malet si era innamorato perdutamente e definitivamente dei noir americani, e aveva deciso di trasportarli in Francia, a Parigi. La sua sfida al commissario Maigret di Georges Simenon è un detective privato dai trascorsi anarchici. Si chiama Nestor Burma, è eternamente al verde (alla fine del mese non ha neanche i soldi per pagare la fedele segretaria Hélène), dirige una minuscola agenzia dal nome latino Fiat Lux. Bevendo e sbraitando, trova sulla sua strada una serie di morti ammazzati, prende un sacco di pugni, frequenta i bassifondi, senza farsi illusioni su nessuno: “un animo puro” spiega “è per me sempre un pessimo segno”. Come i suoi colleghi americani, si imbatte spesso in belle e pericolose ragazze armate di rossetto, profumi da stordimento e scarpe in pelle di serpente.
“Febbre nel Marais” fa parte della serie (quindici romanzi in tutto, su una trentina, con Nestor Burma protagonista) che Léo Malet volle intitolare “I nuovi misteri di Parigi”. I vecchi “Misteri di Parigi” li aveva scritti Eugène Sue, con enorme successo popolare e scatenando decine di tentativi di imitazione: ci furono i misteri di Londra, i misteri di Praga e i misteri di Lisbona, tutti ambientati nei bassifondi, tutti rivolti ad esplorare il lato oscuro delle città, facendo piazza pulita degli edifici goticheggianti, in genere situati sugli Appennini, che avevano fino ad allora ospitato i peggiori cattivi e le peggiori turpitudini. Ognuno dei misteri firmati Malet sceglie come sfondo un arrondissement parigino: qui è il Marais, ovvero il terzo, attraversato dalla rue des Archives (dove hanno sede gli Archivi di Francia, coinvolti nella trama ma anche il banco dei pegni che aiuta Burma a superare i momenti più duri). In contemporanea, la casa editrice Fazi, pubblica “Nebbia sul ponte di Tolbiac”: stavolta siamo nel tredicesimo, tra vecchi anarchici induriti dalla vita e affascinanti zingarelle. Nel Marais, gli uomini un tempo portavano sotto il farsetto panciotti di acciaio, gli antenati dei giubbotti antiproiettile. Accessorio utile ancora oggi. Il morto, nella prima pagina del romanzo, ha conficcato nel petto un tagliacarte d’oro, con il manico a forma di donnina nuda. La scena ricorda i migliori noir a stelle e strisce, disseminati di cadaveri in pose plastiche: solo un piccolo dettaglio (una macchia di sangue, o un pugnaletto) li distingue dai vivi.

 

Mariolina Bertini, “DIARIO DELLA SETTIMANA”
– 03/05/2002

 

La nuova vita di Burma. Il ritorno di un ciclo noir di culto

 

Dalla terza di copertina di Febbre al Marais e di Nebbia sul ponte di Tolbiac ci sorride succhiando il cannello ricurvo di una vecchia pipa; dietro la montatura spessa, molto anni Sessanta, dei grandi occhiali, ci guarda con un sogghigno indecifrabile, tra il beffardo e il nostalgico.

È Léo Malet, e sarebbe difficile riassumere più efficacemente di quanto faccia questa bella foto in bianco e nero le opposte polarità del suo carattere e della sua immaginazione. È Léo Malet ma – se la pipa fosse dotata di corna di toro e fosse stata comprata per 60 franchi nel 1939 – potrebbe essere Nestor Burma, protagonista, tra il 1943 e il 1971, di trentaquattro dei suoi fortunati romanzi polizieschi: abbonato alle botte in testa e alla frustrante contemplazione delle più seducenti dark ladies come un detective di Chandler, incomparabile conoscitore di tutti i bar-tabacchi di Parigi come Maigret, allegro sbeffeggiatore, come Georges Brassens, dei benpensanti timorati e danarosi. È possibile che i romanzi nei quali compare Nestor Burma non rappresentino, come qualità letteraria, il vertice della produzione di Malet: molti preferiscono, ai loro intrecci che riecheggiano il feuilleton ottocentesco, la crudezza disperata della “trilogia nera” (di cui due volumi, Il sole non è per noi e La vita è uno schifo, sono già pubblicati dalla Fazi). Il ciclo di Nestor Burma ha però la seduzione ipnotica e duratura dell’autentico mito moderno: concentra nelle sue trame la quintessenza del romanzesco e mette in scena un eroe marginale e sfortunato, che dalla sua tenacia e dalla sua acutezza non ricava mai nessun beneficio materiale. Il lettore non è solo catturato dall’intreccio – sempre perfetto – ma anche coinvolto in una sorta di affettuosa e irresistibile complicità.
Forse siamo portati a sentirci così vicini a Nestor Burma, prototipo della perspicacia solitaria e della sfiga immeritata, perché Nestor è un non dissimulato alter ego del suo creatore: nell’alchimia delle sue origini l’immedesimazione svolge una parte importante. Come Léo Malet, Nestor è nato il 7 marzo del 1909 a Montpellier, come lui è partito diciassettenne alla conquista di Parigi, dove ha frequentato gli ambienti anarchici e praticato mille mestieri umili e bizzarri. Con lui condivide l’amore per il cinema, per l’arte d’avanguardia, per Baudelaire e per un certo tipo di bellezza femminile sofisticata e spettacolare, ondeggiante su tacchi altissimi e inguainata in abiti che ricordano quelli di Grace Kelly nella Finestra sul cortile. Un altro amore – tanto più profondo quanto più implicito e scontrosamente inespresso – accomuna Malet e il suo detective: quello per l’inconfondibile fisionomia dei diversi quartieri parigini, ognuno con la sua memoria storica, il suo stridente miscuglio di moderno e di antico e l’imprevista magia di quel “meraviglioso quotidiano” portato alla luce dalla poesia e dal cinema surrealisti. È proprio questo amore a ispirare a Malet, tra il 1954 e il 1959, i quattordici romanzi dei Nuovi misteri di Parigi, in ognuno dei quali Nestor Burma opera sullo sfondo di un diverso arrondissement. A questo ciclo incompiuto – Malet si proponeva di esaurire tutte le venti circoscrizioni parigine – appartengono tanto Febbre nel Marais quanto Nebbia sul ponte di Tolbiac, che approdano finalmente, in una traduzione scorrevole e accattivante, alle nostre librerie. Trasformato da Tardi in uno splendido fumetto nel 1982, Nebbia sul ponte di Tolbiac è certamente tra i capolavori di Malet: alla sordida rue de Tolbiac degli anni Cinquanta, popolata di immigrati incattiviti e di straccivendoli solitari, sovrappone quella, non meno povera, ma più calorosa, degli anarchici degli anni Trenta. È Nestor a rievocarla, insieme alla sua giovinezza, mentre vive con l’adolescente gitana Bélita una romantica vicenda d’amore e di morte. Sarebbe però un errore trascurare, per le nebbie di Tolbiac, il Marais del 1955, così diverso dal leccatissimo Marais attuale, con i suoi palazzi storici tirati a lucido per la gioia dei turisti. Il Marais dove Nestor Burma insegue l’assassino di un ignobile usuraio è un quartiere di piccoli industriali che sotto volte secentesche fatiscenti fabbricano orridi souvenirs in ferro battuto e celano i sordidi segreti dei loro loschi traffici senza grandezza. Il compito di Nestor sarebbe davvero ingrato, se l’indizio più vistoso dell’inchiesta non fosse costituito da un paio di vaporose mutandine nere bordate di pizzo: mutandine alle quali alludeva il titolo originario del romanzo, L’ours et la culotte ovvero l’orsacchiotto e le mutandine.
Agli occhi del lettore di oggi, per cui Tolbiac è sinonimo delle torri postmoderne della nuova Bibliothéque Nationale e il Marais una sorta di Disneyland avvelenata dagli scappamenti dei pullman carichi di turisti, è inevitabile che la Parigi di Nestor Burma appaia come un paradiso perduto: le brume del ponte di Tolbiac ci incantano come gli immensi cortili d’onore di un Marais non ancora museificato. Eppure di quella Parigi Malet ha cercato di svelare – come Balzac un secolo prima di lui – la faccia buia e nascosta. Un mondo infernale che solo il mito può rendere attraente, desiderabile. Val comunque la pena di esplorarla, quella Parigi, e di misurarne la distanza dalla realtà presente, ancora una volta con stupore e nostalgia, con curiosità e struggimento.

©diario della settimana

 

Stefano Lecchini, “GAZZETTA DI PARMA”
– 24/04/2002

 

Due romanzi di Léo Malet. Enigmi e ironia

 

A tutti coloro che non riescono a farsi una ragione di aver già letto tutti gli Hammet e i Chandler disponibili (e sanno che sarà dura procurarsene altri), a tutti coloro che pensano che al cinema francese (e non solo francese) sia stata inferta una ferita immedicabile con la morte di Jean-Pierre Melville nel 1973, abbiamo il dovere di ricordare che l’editore Fazi, da un paio d’anni, ha cominciato a pubblicare in Italia i romanzi di un autentico maestro del noir, il grande – ma grande è forse ancora dir poco – Léo Malet.
Maestro. Bastava che domandaste a Jean-Patrick Manchette, un altro che di noir ne ha scritti parecchi, e quasi tutti eccellenti, per non avere più dubbi in proposito.
Prendete i due classici americani sopraccitati, e inaspritene la componente corrosiva nichilistica; sostituite poi alla California una Parigi livida e perduta, che sembra non possa esistere se non inabissata nella notte, e avrete grosso modo il quadro di quello che vi aspetta. Questo, almeno, a giudicare dai due romanzi (“La vita è uno schifo” e “Il sole non è per noi”) che finora ci erano giunti (e che costituiscono i primi due tomi della “Trilogie noire” adorata dai Surrealisti, ed uscita in Francia sul finire degli anni Quaranta).
Oggi, viceversa, sempre Fazi manda fuori i primi due titoli della serie dell’investigatore privato Nestor Burma, “Nebbia sul ponte di Tolbiac” e “Febbre nel Marais”. La nebbia, la febbre: non c’è verso di vedere Malet associato ad un minimo di solarità quale essa sia (il sole, quando fa capolino, viene ben presto coperto). Però il clima è in qualche modo mutato. Se le coordinate sono sempre quelle (malinconia, disperazione, coscienza dell’ineludibilità del Male, e dell’impossibilità di ogni riscatto), il tono è meno pesante.
Non si pensi a Maigret. Non potremmo immaginare investigatore più lontano dal commissario di Simenon. Benché suppergiù coetanei (Burma, alla metà del secolo scorso, viaggia intorno ai cinquanta, ed ha pressappoco anche la stessa età di Malet, che è morto ottantasettenne nel 1966), incarnano due filosofie di vita, e di indagine, opposte. Maigret è fondamentalmente un taoista: e un epicureo, un pantofolaio, un signore uso alla comodità ed amante della buona tavola. Sa attendere. Sa che solo lasciandosi impregnare dall’atmosfera che grava sul teatro del delitto, potrò felicemente approdare alla soluzione. Burma, che viene dai bassifondi, aggredisce le cose: le disprezza, le violenta. Non ignora che solo scuotendole potranno “cantare”. Se il clima di questi romanzi (scritti alla metà degli anni Cinquanta) è diverso, è solo perché – nella tenebra – aleggia lo spettro di un umorismo irrefrenabile. Ma che tipo d’umorismo è mai questo? Immaginatevi la rude, dolente ironia (o autoironia) di Philip Marlowe, incarognita da una consuetudine aspra e ininterrotta con la morte (“”È morto”. Quelle parole le erano familiari quanto lo erano a me. Erano compagne di ogni giorno”.). L’umorismo di Maigret è più sornione. E poi Maigret è un buon marito (per quanto può esserlo un commissario di polizia); mentre Burma è un solitario ex-anarchico “amante di casini e appassionato alle faccende ingarbugliate”. Basterà considerare il diverso rapporto che ciascuno dei due ha con la pipa (unico oggetto che sembrano condividere): Burma la rotea, la smanaccia, la maltratta: la tiene spenta, fuma nervosamente; Maigret fuma pacioso, ed è il fumo a fargli ritrovare quella calma che un Lucas (o chi per lui) gli fa perdere.
Di là dal personaggio, i due noir sono architettati come dio comanda, e inchiodano il lettore alla pagina senza mollarlo fino alla conclusione. In “Nebbia”, l’indagine prende le mosse dalla misteriosa chiamata di un lontano amico di Burma (erano i tempi della militanza anarchica), finito poi male in arnese: Burma accorre, lo trova morto (se per questo era già all’ospedale), e da lì non si dà pace finché non riesce a capirci qualcosa.
In “Febbre”, a essere ucciso è un usuraio che deve a Burma dei soldi. Gli trovano tracce di rossetto sul volto; basta questo per andare a scavare nella parte oscura del Marais: una fauna variopinta e deviante, dietro la facciata di quartiere francese più ricco di Storia.
A libri chiusi, di là dagli snodi sempre e comunque agilissimi delle vicende, resta nella mente soprattutto la musica che Malet ha saputo orchestrare: un allegretto di carta vetrata, che non riesce a dissimulare lo strazio e la disperazione più nera; sulla Parigi in qualche modo ancora felicemente impressionata di Simenon è calata per sempre la lurida mannaia della notte: tutti i quartieri, le strade, i bistrot e le ragazze sono perduti. Tutte le cause sono perdute – mentre le similitudini, le analogie e le metafore digrignate a ogni pagina finiscono per brutalizzare senza scampo anche quel poco di pietas capace di resistere al secco realismo della narrazione.

 

 

“CORRIERE DELLE ALPI”
– 10/04/2002

 

Burma, che investigatore!

 

 

Malet (1909 – 1996), scrittore di polizieschi controcorrente, maestro riconosciuto del noir, alternativa ribelle a Simenon, è il creatore dell’investigatore Nestor Burma, anti eroe per eccellenza. E Burma è il protagonista di 15 romanzi dei “Nuovi misteri di Parigi” – ciascuno dedicato a un arrondissement della capitale francese – che Fazi traduce ora per la prima volta in Italia. L’occasione per un viaggio spietato, sorretto da una scrittura scarna, tra un’umanità ai bordi della società. In copertina illustrazioni del grande Jacques Tardi, che ha portato nei fumetti i lavori di Malet.

 

Gerardo Marrone, “GIORNALE DI SICILIA”
– 15/04/2002

 

Leo Malét

 

 

Il detective privato Nestor Burma, l’anti-Maigret creato dallo scrittore francese Leo Malèt morto ormai sei anni fa, è il protagonista di due bei racconti gialli, tradotti per i tascabili della Fazi editore. “Nebbia sul ponte di Tolbiac” e “Febbre nel Marais” sono due proposte di coinvolgente lettura, magari per l’ormai prossima estate. I quartieri di Parigi, affascinanti e infidi, sono il teatro delle avventure di Nestor Burma, un anti-eroe chiamato a dipanare casi controversi, fuori dal comune a tal punto da imporre l’intervento di un investigatore fuori dal comune: un personaggio “sempreverde”, partorito da uno dei maestri della giallistica europea del ‘900.

 

 

Giuseppe Scaraffia, “IO DONNA”
– 16/03/2002

 

Léo Malet – Indagini anarchiche

 

FRANCIA IN PROSA Ex chansonnier aspirante contrabbandiere, dai poemi surreali passò al poliziesco. Ora l’editore Fazi pubblica i suoi Misteri di Parigi.

“È un anarchico” rispondeva il padrone de un cabaret parigino alla moda – La vache enragée – a chi la interrogava sullo chansonnier sedicenne appena arrivato dalla provincia. Prima di darsi alle canzoni di protesta. Léo Malet (1909-1996) aveva pensato di dedicarsi al contrabbando d’alcol negli Stati Uniti del proibizionismo. Poi tutto era andato a monte e a Malet era rimasta solo la bandiera nera dei pirati che si era cucito da solo, ritagliando il teschio da un lenzuolo bucato.
La vita vera per lui era iniziata presto, a tre anni, quando era rimasto orfano. Dopo il nonno, grande lettore di feuilleton, gli anarchici erano stati la sua seconda famiglia. Léo aveva fatto tutti i mestieri: lo strillone, il commesso, il bancario, il telefonista e il manovale.
Da idraulico stava andando a Pigalle per installare un bidet in un bordello di lusso, quando aveva visto in una vetrina i libri dei surrealisti. Poi aveva scritto al loro capo, André Breton che lo aveva invitato, il 12 maggio 1931, al Café Cyrano. La lettera di convocazione era sormontata dall’insegna, incastonata in una macchia di sangue, di un granchio aggrappato a un’incudine che schiacciava un cigno nero. Léo Malet aveva scritto poemi surreali finché non aveva abbordato il genere poliziesco. Era stata l’occupazione tedesca della Francia, con la proibizione di vendere polizieschi stranieri, a dare a Malet l’occasione di emergere diventando uno dei più celebri giallisti del dopoguerra. Aveva debuttato sotto pseudonimo con alcuni gialli all’americana. Però solo nel 1943 era apparso il suo eroe, il detective privato Nestor Burma.
Come il suo creatore, Burma è stato anarchico e fa il duro per nascondere la sua bontà. Fuma la pipa e si muove su un’auto Dugat 12. Piace alle donne, ma essenzialmente è un incostante. Può essere allegro, sentimentale o cinico. Anche se il suo ufficio è in centro, le sue indagini spaziano su tutta Parigi. Le inchieste di Burma si chiameranno I nuovi misteri di Parigi, in ricordo di quelli di Eugene Sue, uno dei best seller del XIX secolo. E Parigi, una Parigi fascinosa e infida, fredda e piovosa, è la vera protagonista dei gialli di Malet, come attestano i suoi titoli, da Nebbia sul ponte di Tolbiac a Febbre nel Marais, ora pubblicati da Fazi, dopo La vita è uno schifo e Il sole non è per noi.
“Posso chiederle, per piacere dei lettori, di usare meno argot?” gli chiedeva il suo ammiratore Manritte, ma il pubblico apprezzava lo stile scabro, pulsante come il traffico di Parigi. L’agiatezza non aveva attutito le angosce di Léo. “Mi domando” si chiedeva nel diario “perché continuo a scrivere tutte queste scemenze che, se venissero pubblicate, potrebbero solo rendermi ridicolo”. Lo ossessionava il senso di colpa per la morte della moglie, stroncata da un infarto mentre facevano all’amore. Era successo proprio a lui, che aveva sempre visto l’amplesso come una specie di suicidio. “Dopo l’orgasmo le due persone cadono, per cosi dire, morte”, scriveva. E il sesso, “la bandiera color sangue e notte dell’inquietudine sessuale”, non aveva un posto secondario nella vita di Malet, che sosteneva di avere perso la verginità a sei anni. La ragazzina che gliel’aveva tolta aveva comprato il suo silenzio con una biglia di vetro.
Malet dava poche interviste. “Sono un solitario, un orso”. Si sentiva “vecchio, malato, inetto e inutile”.
A chi lo accusavo di essere diventato di destra replicava: “Io sono un partigiano della società borghese in cui viviamo. Sono un anarchico conservatore”. Si divertiva a mostrarsi politicamente scorretto: “Gli arabi mo stanno sulle scatole e non mi piacciono!”. Lui era però, precisava, un razzista da periferia operaia, uno che aveva lavorato a lungo con degli arabi in uno stabilimento. Le Pen, per lui era solo l’evoco di “tutti quelli che come me non vogliono sentirsi stranieri a casa loro”. Negli ultimi anni guardava malinconicamente scorrere il tempo: “Sento colare la sabbia della mia clessidra”. Aveva solo un rimpianto: non avere avuto uno scannatoio profumato, rivestito di specchi con divani profondi come tombe. Ormai, concludeva, gli rimaneva solo la tomba. “Spero però che le più belle ragazze di Parigi verranno al mio funerale”.

 

Corrado Augias, “IL VENERDÌ” DI REPUBBLICA
– 12/04/2002

 

Malet, l’anti Maigret

 


Che cosa chiede il lettore a un classico racconto poliziesco? Un morto, per cominciare. Un tipo che possibilmente avesse molte buone ragioni per essere ucciso e che renda difficile capire quale mano si sia decisa a colpire. Una bella ragazza disponibile, forse un po’ disturbata, simpatica, nevrotica quel tanto. Naturalmente un investigatore, uno più disinvolto dei poliziotti ufficiali e pronto, quando occorra, anche a violare la legge per arrivare a capire. Infine, ma non ultimo, l’ambiente, un bell’ambiente che parli quasi da solo e faccia da sfondo ma anche, se così posso dire, sia uno dei personaggi del dramma. Tutti questi elementi si ritrovano nei romanzi di un autore ancora poco conosciuto in Italia che la Fazi editore sta lanciando e che fortemente raccomando agli amatori del genere. Si chiama Léo Malet ed è considerato in Francia degno rivale di Simenon. Allo stesso modo il protagonista dei suoi romanzi, Nestor Burma, può misurarsi ad armi pari con Maigret per un misto di durezza, cinismo, humor, lingua fulminante e, al di là della disincantata apparenza, un robusto senso della giustizia.
Malet (1909-1996) è stato scrittore di un certo peso legato al André Breton. Quando però decise di dedicarsi al poliziesco abbandonò ogni ambizione surrealista scegliendo anzi un registro realistico. Di questo si tratta in Febbre nel Marais. Burma sta salendo le scale buie d’un vecchio immobile in quel pittoresco quartiere quando si scontra nella semioscurità con una biondina che scende a precipizio, stravolta. Il poliziotto è diretto all’ufficio di un certo Samuel Cabirol, uno che presta i soldi a strozzo. Entra nel bugigattolo (“Una babele polverosa che trasudava la miseria altrui”) e lo trova immobile al centro della stanza. Non in piedi però, sdraiato sul pavimento con un tagliacarte piantato nel cuore. A pagina 2 già siamo in azione e abbiamo conosciuto i principali attori del dramma. Perché se Malet costruisce i suoi gialli (tinti di nero) sulla struttura classica del poliziesco, il racconto, i dialoghi e certi tagli nei personaggi anche secondari hanno l’andamento e la dinamica del poliziesco americano alla Chandler o alla Hammett. Ciò che rende notevoli i suoi racconti sono le battute: “La ragazza tornò in sé. Non chiese “Dove sono?”, non si fa più. Scoppiò in singhiozzi. Quello si fa ancora”. Oppure: “Lasci stare Dio, le consigliai, è sovraccarico di lavoro e sta invecchiando”. È questo il tipo di umorismo. Ambiente, personaggi, dialoghi, una Parigi tenebrosa: le pagine volano.

 

 

Sergio Pent, “L’UNITÀ”
– 23/03/2002

 

Parigi d’altri tempi, un omicidio per ogni quartiere.

 


Léo Malet, “Nebbia sul ponte di Tolbiac” e “Febbre nel Marais”
“Febbre nel Marais” e “Nebbia sul ponte di Tolbiac”: due “nuovi” Léo Malet

Ma questa – come direbbe Hemingway – era la Parigi dei bei tempi andati…E ci pare davvero così, passeggiando nelle atmosfere talvolta cupe ma calde, odorose di buon vino e di Gauloise, dei romanzi di Léo Malet e del suo eroe dell’hard boiler d’oltralpe, il detective Nestor Burma. Una città a misura di delitto, almeno uno per ogni arrondissement, come si era prefisso l’autore dando inizio alla serie dei “Nuovi misteri di Parigi”. Ma è una città, anche, in cui si respira l’aria fresca di un dopoguerra che ha lasciato ferite e ispirato illusioni, e dove la voglia di vivere si sposa con un’interpretazione della realtà che è un omaggio ai nuovi tempi d’oro, di pari passo – e senza confronti di merito – tra i miti di Sartre, Jean Gabin o Martine Carol.
Léo Malet fu narratore prolifico e ironico osservatore del contesto sociale parigino, dagli ambienti più degradati a quelli elitari della ricca borghesia. Nato nel 1909, esercitò – com’era buona abitudine per molti artisti di quegli anni – una serie notevole di mestieri, prima di entrare nelle grazie – e nell’entourage culturale – di uno come Andrè Breton. Erano i tempi in cui parecchi autori francesi si improvvisavano giallisti sotto pseudonimo, sulla scia dei grandi nomi americani – i Chandler, gli Hammet, i Goodis – e scrittori eccelsi come Boris Vian si facevano chiamare Vernon Sullivan per pubblicare opere come Sputerò sulle vostre tombe. Malet cominciò la sua avventura firmandosi Leo Latimer o Frank Harding, ma nel 1943 pubblicò col suo vero nome la prima impresa di Nestor Burma, 120, rue de la Gare, in cui veniamo a conoscenza di questo investigatore privato d’indubbio fascino, con un debole per le fanciulle, un passato da anarchico ribelle e una segretaria – Hélène – forse un po’ cotta del suo principale, che la tiene a stecchetto in quanto a stipendio e attenzioni private. La “Fiat Lux” è l’agenzia dalla quale partono le indagini di Burma, che si muove col rudee disincanto dei detective d’oltreoceano, ma coltiva in sé una genuinità tutta europea – parigina, ma anche provinciale – nel suo andirivieni tra le varie facce della città e del delitto.
L’ispettore di Malet ebbe buon seguito in Francia: dalle sue avventure furono tratti film – interpretati a turno da Michel Galabru e Michel Serrault – una serie televisiva, nonché una gradevole versione a fumetti. Malet – morto nel 1966 – è in parte ricordato come il creatore di Burma, anche se fu autore di una cruda, splendida trilogia dal sapore alla Simenon, la famosa “Trilogie Noire”, in cui si riconoscono i germi più viscerali dell’esistenzialismo ma anche la capacità di creare storie disperate, emblematiche, assai prossime – appunto – al Simenon dei romanzi più intensi.
La fortuna di Malet in Italia è ancora di là da venire: quattro indagini di Burma hanno visto la luce nei Gialli Mondadori, la sua prima impresa fu proposta dagli Editori Riuniti, e poco altro. L’editore Fazi si mette alla prova, invece, dopo aver già tradotto i romanzi della Trilogia Nera, e speriamo che finalmente anche qui qualcuno cominci a prendere in esame Malet, sia come narratore tout court sia come abile, veloce giallista. Due romanzi della serie di Burma escono ora in contemporanea, e quell’impressione di profumo antico è la stessa: ci ritroviamo in una Parigi che avremmo voluto conoscere proprio così – inalterata in un tempo di luci soffuse, bistrot, primavere e autunni piovosi – sulla soglia d’addio della sua stessa leggenda romantica. È la Parigi in cui muore pugnalato – nel romanzo Febbre nel Marais – il viscido titolare di un banco di pegni, Jules Cabirol. Da qui si muovono le piste di Nestor Burma, colpito prima da un corpo contundente e poi da un corpo – e da un viso – di donna. Chi ha ucciso il trucido Cabirol ha interesse a mettere a tacere le cose, visto che anche lo studente di Belle Arti Maurice Badoux viene eliminato dal gioco. Burma capisce che l’intrigo è di quelli d’alto bordo, e marca stretto la bella fanciulla, Odette, figlia di un ricco industriale, dovendosela sfangare – oltretutto e come sempre – col commissario di polizia Florimond Faroux, che non vede di buon occhio il mestiere poco redditizio del detective, anche se – ci pare – è ben lieto di averlo nei pressi quando i casi sono intricati. Anche questo lo è, e l’amarezza del finale ci offre un istintivo moto di simpatia nei confronti di Nestor, figlio dei nuovi tempi post-bellici ma anche di tante romantiche illusioni.
Ancor più serrato – e nostalgico – il secondo volume, Nebbia sul ponte di Tolbiac. Qui Burma ritrova il suo passato nelle vesti purtroppo funebri di un vecchio anarchico – Abel Benoit/Lenantaise – che si è messo in contatto con lui prima di morire accoltellato. La gioventù del buon Nestor riaffiora, in un’epoca lontana – anche per noi – in cui, adolescente del 1928, giocava alla guerra con lo spirito libero delle idee anarchiche. Ma è proprio il passato la molla che fa scattare il delitto, e quando il detective scopre un secondo cadavere – un ispettore in pensione che ha dedicato la vita a risolvere il caso dell’inspiegabile omicidio di un impiegato di banca – i collegamenti si fanno più rapidi, ma crudeli. Il gruppo di vecchi anarchici ha fatto carriera; forse non tutti hanno conservato l’integrità morale del povero Lenantaise. E abbiamo, in più, quella storia d’amore – dolce e triste – fra Burma e la giovane gitana Bélita, che offre al romanzo la solita connotazione profumata di sesso ma anche di foglie morte, di suoni nebbiosi e malinconici alla Prévert. Se i casi si risolvono, non così accade alle storie di cuore del detective. La nebbia copre le sue malinconie, e le sue indagini scorrono veloci e intense, niente affatto a disagio con quelle – in un certo senso parallele – del più placido, posato – e sposato – Jules Maigret. Riscoprire Malet, in questa nuvola di passato remoto e di agilità narrativa, è dunque quasi un dovere, oltre che un piacevole amarcord della Parigi che fu.

 

 

Bruno Ventavoli, “LA STAMPA”
– 31/03/2002

 

Malet, unico indizio le mutandine nere

 


Léo Malet, “Nebbia sul ponte di Tolbiac” e “Febbre nel Marais”
Due indagini dei “Misteri di Parigi” scritte dal maestro del giallo francese.

Nessun mestiere è futile. E nessun essere umano è semplice come appare. Nel suo cuore s’annidano crimini e veleni, che sarebbe meglio non scrutare. Ma Nestor Burma, armato d’una personale idea di giustizia, in quel crogiuolo di passioni inconfessabili ci sguazza caparbio, per portare alla luce verità amare (il nome della sua agenzia d’investigazioni è, programmaticamente, Fiat Lux). I “poulet” – che significa “poliziotto” ma anche “pollo” – e i magistrati s’accontentano di comode verità burocratiche. Lui, invece, si mette in gioco. S’imbatte nell’amore e nella morte. Scommette i propri sentimenti, certezze, ideali, per risolvere i crimini che feriscono la città. E come il paleontologo Cuvier sapeva ricostruire gli scheletri di bestie preistoriche a partire da un semplice osso, torchia infingardi o fiuta a indizi eterodossi, in un paio di mutandine nere orlate di pizzo o in un orsacchiotto di peluche.
Creato nel 1943 (con 120, Rue de la Gare) dallo scrittore Léo Malet, parente duro dei colleghi americani dell’hard boiler, antagonista del più pacioso Maigret, Nestor Burma è uno dei detective più celebri del giallo francese. Punto di riferimento amato e incontrastato del “popolar” contemporaneo duro, rabbioso, spietato. Protagonista di una trentina di romanzi. E di una serie nella serie, “I nuovi misteri di Parigi”, scritta tra il ’54 e il ’59, dove ogni caso (15 in tutto) è ambientato in un arrondissement della capitale francese. L’editore Fazi ne propone ora due, in bella traduzione italiana, Nebbia sul ponte di Tolbiac e Febbre nel Marais. La prima inchiesta – di struggente malinconia – è ambientata nel XIII distretto, lurido, intriso di miserie e ideali. Parte da un vecchio anarchico che se ne va al creatore prima di poter dire ciò che vuole, si srotola negli ambienti dei “compagni”, non più idealisti come una volta, palpita per una zingara bella, fragile, sensuale. Il secondo caso, collocato nel quartiere del Marais, debutta con un ripugnante usuraio, massacrato nella sua casa, trovato cadavere con una traccia di rossetto in viso. E guizza nelle brume perbeniste dei borghesi, dove tutto è in vendita. Anche l’onore e l’amore.
Léo Malet nato nel 1909 a Montpellier e morto a Parigi nel ’96 è stato un fantasioso poligrafico, capace di cimentarsi in ogni genere di scrittura sotto svariati pseudonimi. Rimasto orfano giovanissimo, viene allevato da un nonno bizzarro. Fiancheggia gli ideali dell’anarchia. E debutta come artista nel cabaret della “Vache Enragée”. Fa il commesso, l’impiegato di banca, l’operaio, il magazziniere da Hachette, lo strillone, la comparsa nei film sceneggiati dall’amico Prévert. Negli anni trenta s’affilia ai surrealisti, frequenta Breton, Dalì, Tanguy. E scrive poesie che urlano in faccia al mondo. Poi viene espulso dal movimento, perché troppo appassionato di “pedagogia poliziesca”. A partire dal ’41 si dedica al poliziesco, coniando una versione originalmente francese del giallo americano, appostato dietro i nomi di Frank Harding, Leo Latimer, Louis Refreger, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves, John Silver Lee…
I suoi personaggi più amati sono il reporter Johnny Metal e l’investigatore Nestor Burma. Quest’ultimo si chiama come un famoso gioielliere. Ma non crede che la metropoli sia una vetrina di pietre preziose. Anzi. È una giungla d’asfalto d’orribili segreti e squallidi tradimenti. Non ha mai un soldo in tasca. Sbraita, beve, fuma la pipa, non ha pregiudizi d’alcun genere, tanto meno razziali. È stato anarchico in gioventù, e crescendo ha smerigliato gli ideali rivoluzionari con la malinconia del realismo. S’appoggia ai servigi d’una segretaria sempre in arretrato col salario, d’un segugio fedele e scaltro, d’un cronista di giornali. Guida una Dugat 12, legge France-soir, Paris-Press, Le Crépuscule. È canaglia e romantico al tempo stesso. Si invaghisce di fanciulle dal volto zingaro e di bionde rampolle della borghesia che usano il corpo come un’arma. Si prende botte e accusa delusioni. Non muove un dito per salvare i mascalzoni. E crede, in fondo, che la vendetta sia lecita, nonostante scavalchi i limiti imposti da codice penale.
Nella sua originale esplorazione dei “misteri di Parigi”, Burma-Malet è disincantato e spietato. I Baedeker magnificano la grandeur della capitale. Ma ogni statua, ogni edificio, dietro la superbia rivela radici miserabili. I palazzi del Marais, per esempio, sono frutto delle malversazioni di antichi gabellieri o degli investimenti di evasori fiscali. E gli uomini un tempo camminavano per quelle vie con panciotti d’acciaio occultati sotto il farsetto. Insomma, la città e gli esseri umani hanno segreti poco edificanti. Artisti di circo, delinquenti dichiarati, benpensanti avidi, ex rivoluzionari, puttanieri, industriali, ragazze…tutti i personaggi sono un po’ colpevoli. Ognuno è vittima e carnefice al tempo stesso. E Léo Malet si diverte a fracassare alibi e apparenze. Svelando l’eterna girandola umana, mossa dall’avidità, dal sesso, dall’ambizione. Con la stessa algida perfidia d’un altro ex surrealista, Luis Buñuel, che scorticava le virtù borghesi per mettere a nudo l’ipocrisia cannibale. Mettendo in crisi le certezze di quella Francia postbellica che ha rimosso Vichy, prima del puntiglio scandaloso degli studiosi revisionisti. La generazione uscita dal conflitto “forse non è maledetta, ma quasi”. Perché è figlia di “quella porcheria sanguinosa chiamata guerra, figlia dell’occupazione e delle occupazioni delittuose, figli della Liberazione e della liberazione delle fesserie”.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Febbre al Marais
Pagine:
176
Codice isbn:
9788881123315
Prezzo in libreria:
€ 9,00
Data Pubblicazione:
15-03-2002

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Traduzione di Federica Angelini A cura di Luigi Bernardi Un nuovo episodio che getta un po' di luce anche sull'ambiguo e "chiacchierato" rapporto che lega la graziosa ed efficiente segretaria al suo capo, senza tuttavia rallentare il susseguirsi di colpi di scena. Secondo..
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Trilogia nera

Léo Malet

A cura di Luigi Bernardi Traduzione di Luigi Bergamin e Luciana Cisbani Amour fou e impeto rivoluzionario, sogni che si vogliono trasformare in realtà e incubi che sono la realtà, destini inesorabilmente condannati alla fine peggiore: ecco gli elementi che..
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Pandemonio a rue des Rosiers

Pandemonio a rue des Rosiers

Léo Malet

Traduzione di Federica Angelini A cura di Luigi Bernardi Ambientato nel quartiere ebraico di Parigi negli anni successivi alla fine della guerra, quando le ferite provocate dall'odio razziale sono ancora fresche, Malet riesce a trattare la questione ebraica senza retorica,..
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La notte di Saint-Germain-des-Prés

La notte di Saint-Germain-des-Prés

Léo Malet

Traduzione di Federica Angelini A cura di Luigi Bernardi Come sua consuetudine nella serie di romanzi dedicata all'impareggiabile Nestor Burma, Léo Malet ci porta alla scoperta di un nuovo arrondissement di Parigi. Questa volta si tratta del VI, Saint-Germain-des-Près, il..
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I ratti di Montsouris

I ratti di Montsouris

Léo Malet

Traduzione di Federica Angelini A cura di Luigi Bernardi Tradotto per la prima volta in italiano, I ratti di Montsouris è una nuova sfida per l'investigatore Nestor Burma. Quando imbocca rue Blottière, Nestor Burma ricorda che l'’ultima volta che aveva sentito parlare di..
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Nodo alle budella

Léo Malet

A cura di Luigi Bernardi Traduzione di Luciana Cisbani Paul Blondel sogna tutte le notti un piccolo uomo grigio. Quella figura, che non conosce e non sa da dove tragga origine, è diventata un incubo che gli impedisce di trovare riposo. Per dargli corpo,..
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Il sole non è per noi

Léo Malet

A cura di Luigi Bernardi Quando si arriva a Parigi troppo giovani bisogna fare attenzione: è facile finire nei guai. André Arnal, aspirante artista giunto dalla provincia, ne fa esperienza sulla propria pelle finendo in prigione per vagabondaggio. È il 1926, «l’epoca della..
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La vita è uno schifo

Léo Malet

A cura di Luigi Bernardi Pubblicato originariamente alla fine degli anni Quaranta e poi riunito nella Trilogie noire nel 1969 La vita è uno schifo è considerato il romanzo capostipite del noir francese. Un gruppo di anarco-comunisti intendono sostenere, con furti e rapine,..
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