Franco Matteucci

Festa al Blu di Prussia

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Una favola nera, amara, dei giorni nostri, senza lieto fine. Matteucci, al suo terzo libro, ha ormai uno stile inconfondibile, e riesce a imbastire plot affascinanti e bizzarri, miscelando il melodramma con i temi sociali, l’ironia con l’orrore, la leggerezza con la follia umana. A Villa Carobbi, l’imminente nascita del primogenito di Manlio e Tiziana libera desideri megalomani e pulsioni nascoste. Manlio, nobile esperto d’arte, che detesta il mondo contemporaneo e avrebbe desiderato nascere nel Settecento, vuole ricreare per quel giorno l’atmosfera di una festa barocca, una celebrazione per pochi eletti. Tiziana, ex fotomodella e indossatrice, pretende invece che questo rito si trasformi in un grande show, ripreso in diretta televisiva. Al centro della storia, un baobab secolare, trasportato per migliaia di chilometri e trapiantato in giardino, un albero magico chiamato, come un “gigante buono”, a dare protezione sotto i suoi maestosi rami – ma che non riuscirà a difendere Villa Carobbi dall’amaro epilogo a cui andrà incontro. Festa al Blu di Prussia è una favola beffarda e crudele che assume contorni surreali, minacciando di precipitare ad ogni istante nel puro orrore, in un incubo senza fine. Matteucci descrive con ironia e ferocia un mondo fatuo e ingannevole, affollato di persone e oggetti posticci, essenziali tuttavia al rito sacro dell’apparenza.

FESTA AL BLU DI PRUSSIA – RECENSIONI

Costanza Melani, CAFFÈ MICHELANGELO
– 01/09/2005

 

L’insostenibile leggerezza della modernità

 

Il baobab cominciava a convivere con gli agi del mondo capitalista. Anche se sempre più intossicato dal cibo chimico, si stava rinvigorendo. Le radici erano tornate d’acciaio, i rami sondavano il cielo a cercare il sole, il panorama stava diventando un’immagine consueto. Rassegnato da sempre all’immobilità, non si immaginava di andare a cercare o desiderare altri orizzonti. Ma non era felice. La villa gli sembrava una montagna strana, di quelle che non aveva mai visto in vita sua, abitata da uomini e donne pallide, svenevoli, profumate. Il tramonto nel suo massimo splendore sembrava un uovo in camicia, l’aria appiccicava sciapa, e poi nessun animale si fermava su di lui. Si sentì solo. Esule un po’.

Patire la nostalgia di un mondo in cui non c’è libertà. Questo sembra pensare il gigantesco baobab trapiantato dal Senegal nei giardini di Villa Carobbi, magico totem e simbolo dell’imprigionamento in una realtà inadatta a farci vivere felici. Nel terzo romanzo di Franco Matteucci, Festa al blu di Prussica, edito da Fazi, tutti i personaggi cedono e rinunciano ad una parte di sé: Tiziana ai riflettori delle passerelle di moda. Manlio alla sua privacy aristocratica e snob. Beatrice alla libera e sfrenata esibizione del proprio corpo. Samir alla propria vita e Ruggeri alla propria libertà. Perfino Umberta, il personaggio più positivo ed equilibrato del romanzo, non è completamente libera, vittima della propria timidezza e della propria educazione che la portano ad avere un eccessivo rispetto per gli altri e che non la faranno imporre al momento giusto della storia, consentendole di salvare in extremis la situazione.
Tutti i personaggi vivono imprigionati nelle loro stesse gabbia mentali, come Samir, intrappolato nel doloroso ricordo della propria infanzia di povero ragazzo arabo, o l’architetto Ruggeri, chiuso in una solitudine inattaccabile. Tutti in questo libro vorrebbero vivere in un mondo che non sembra loro consentito, cercano disperatamente una via di fuga dalla stato in cui si trovano, ma a quel punto lo scrittore non lascia scampo: un’uscita c’è, ma è tragica. La sete di vendetta di Ruggeri, abbandonato dal giovane assistente e amante arabo che s’innamora di Umberta, innescherà una serie di reazioni a catena che portano tutti sull’orlo di un precipizio troppo a lungo schivato. Il limbo in cui sembra scorrere la vita tra le stanze di Villa Carobbi, che tanto Malio ha cercato di difendere dall’assalto del mondo esterno, rumoroso e vacuo, è infatti destinato ad essere tragicamente, ma inevitabilmente, infranto. L’irrompere del caosa all’interno della famiglia Carobbi prende le forme della volgarità e dell’invadenza della televisione, chiamata a riprendere in diretta i festeggiamenti per la nascita del figlio di Manlio e Tiziana. Ma mentre Manlio tenta di ricreare la “gran machina di fuoco artificiale” che fu disposta dal Cardinale di Polignac a piazza Navona nel Settecento per festeggiar e la nascita di Luigi, delfino del re di Francia Luigi XV, e Tiziana cerca di ritrovare il chiasso colorato dei riflettori, il loro tanto atteso primogenito si rifiuta di nascere in un mondo sbagliato, in cui ancora una volta spiccano poche figure positive, ma perdenti, come Umberta e Samir, moderni Romeo e Giulietta, capri espiatori di un nuovo dramma elisabettiano

Beatrice trovò Umberta nel salotto, illuminata da una piccola abatjour. Le sembrò d’entrare nella pancia della balena di Pinocchio. Depressa, su un divano di raso rosa, senza più voglia di combattere, intrappolata da una giornata di paura. Samir non stava bene, l’aveva seguito con premura per tutto il giorno ma lui sembrava senza vita, pallido, accusava disturbi di stomaco con nausea e diarrea. Era riuscita con difficoltà a infilarlo nel profumo bianco delle lenzuola. Mentre lui dormiva, si era accesa un’inquietudine che non riusciva più a scrollarsi di dosso. Quasi nemmeno guardò Beatrice, ogni tentativo che lei faceva per rassicurarla accresceva lo scoraggiamento. Stava per piangere mostrava più della usa età, come se il dolore l’avesse resa vecchia.

Anche il baobab, che sembra raccogliere su di sé i destini dell’intera famiglia, sarà costretto ad arrendersi di fronte alla gratuità del dolore di vivere, che tanto aveva cercato di contrastare, riuscendo a produrre con grande sforzo un’unica gemma in cima ad un ramo, poi rubata da uno scoiattolo.
Molti critici hanno paragonato questo romanzo ad una fiaba moderna dall’esito infausto. Forse. O forse, meglio, si potrebbe parlare di un’allegoria che ci restituisce, con l’amarezza del disincanto , il volto del degradato quotidiano in cui faticosamente consumiamo la nostra sopravvivenza. Una sopravvivenza i cui sforzi, eroici quanto frustrati, sono tutti concentrati nella persona<(i> -che tale narrativamente possiamo dirla – del baobab, gigante buono che soffre, per noi tutti. Il senso di uno spaesamento non solo geografico ma esistenziale.
Di fiabesco, allora, in questo romanzo scritto con la penna leggera ma incisiva di un moralista, non c’è proprio nulla, anche se alcuni toni surreali e grotteschi potrebbero trarre in inganno. C’è anzi molto realismo, se i registri volutamente eccessivi ricordano più il colorato e caricato mondo della televisione, che Matteucci ben conosce , piuttosto che quello delle fiabe. Testimonianza di questo realismo è anche la rarefazione dei dialoghi, che ben riflette l’incomunicabilità di personaggi legati tutti a doppio e triplo filo da rapporti d’amore e di parentela. Ma nonostante questi legami, tra loro non corrono parole. Non si dicono mai niente di rilevante, non si comunicano mai sentimenti o desideri profondi e se devono parlare lo fanno solo per discutere di cose vane e prive d’importanza. L’unica possibilità che hanno di capirsi profondamente è il silenzio, come se ormai l’intimità vera, per essere recuperata, dovesse, nel mondo per eccellenza della “chiacchiera”, evitare accuratamente tute le parole, ormai troppo logore e banalizzare. Così quando Malio scopre che Barbara, nella usa paradossale naturalezza corporea, è diventata un’attrice di b-movie pornografici con il nome d’arte di Pristina, la andrà a prendere al commissariato di polizia, troverà tutti i vhs>/i> e li farà incenerire. Senza dire una parola a nessuno.
In fondo il mondo fatuo della televisione non è il colpevole, ma solo il tragico specchio della mancanza di vita dell’esistenza contemporanea. La sua vocazione scenografica, che lo scrittore sa trascriverci con sapiente gusto del divertissement, si intromette nel nostro banale quotidiano che scorre amorfo non tanto a deformarlo e a falsarlo, quanto a imprimervi gli illusori colori di una inesistente realtà. Non c’è lieto fine in questa storia, perché nessuno dei personaggi che la compongono è in grado di contrastare il suo peggior nemico: se stesso. E così, sembra dolorosamente direi Matteucci, a contrastare il male non basta il blu di Prussica degli occhini Umberta, protagonista assoluto della Notte stellata di Van Gogh che Samir ha dipinto sulla scenografia di una festa che non si farà.

Alessandra Gaeta, CLASS
– 01/11/2005

 

Ironia e orrore in diretta tv

 

Sul Corriere della Sera del 9 dicembre 1973, Pier Paolo Pasolini scriveva: “È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo… Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”.
Il grido di Pasolini sembra risuonare, oltre trent’anni dopo, in Festa al blu di Prussia di Franco Matteucci. Naturalmente tra l’invettiva pasoliniana e il romanzo di Matteucci, le differenze sono notevoli. Il tono apocalittico di Pasolini, per dirne una, non appartiene alle corde della scrittore toscano, che si affida piuttosto a un ventaglio stilistico ed emotivo che crea cortocircuiti tra melodramma e dramma, ironia e critica sociale, leggerezza e teatro dell’assurdo.
La sconcertante mediocrità di un personaggio come Tiziana, ex modella, che vuole celebrare con una megafesta in diretta tv la nascita del suo primogenito; la fauna megalomane e vuota, da bêtise flaubertiana, che forma il mondo dei vip accorso alla festa; i tic, le manie, i riti idioti della società dello spettacolo. Eccoli i bersagli di Matteucci, messi a fuoco con perizia da entomologo e fatti agire come marionette (quali, del resto, sono). Una “rappresaglia”, quella di Matteucci e del lettore partecipe e finalmente “vendicato”, verso un mondo che non la finisce di rincretinirci dagli schermi della tv e non solo.

TRENTINO
– 14/06/2005

 

Il rito sacro dell’apparenza

 

Una favola beffarda e crudele che assume contorni surreali,
minacciando di precipitare ad ogni istanti nel puro orrore, in un
incubo senza fine. Al suo terzo libro, Matteucci (finalista allo
Strega 2003 con Il visionario) descrive con ironia e ferocia
un mondo fatuo ed ingannevole affollato di persone ed oggetti
posticci, essenziali tuttavia al rito sacro dell’apparenza.
La trama. A Villa Carobbi, l’imminente nascita del primogenito di
Manlio e Tiziana, libera desideri megalomani e pulsioni nascoste.
Manlio, nobile esperto d’arte che detesta il mondo contemporaneo ed
avrebbe desiderato nascere nel Settecento, vuole ricreare l’atmosfera
di una festa barocca, celebrazione per pochi eletti. Tiziana, ex
fotomodella, pretende invece che questo rito si trasformi in uno show
ripreso in diretta televisiva. Al centro della storia, un baobab
secolare, trasportato per migliaia di chilometri e trapiantato in
giardino, un albero magico chiamato, come un “gigante buono”, a dare
protezione sotto i suoi maestosi rami, ma che non riuscirà a
difendere Villa Carobbi dall’amaro epilogo a cui andrà incontro. Si
mescolano nel libro di Matteucci -la cui formazione di autore e
regista televisivo non sfugge – melodramma e temi sociale, ironia ed
orrore, leggerezza e follia. Un romanzo amaramente televisivo.

Alessandro Zaccuri, AVVENIRE
– 06/01/2005

 

Con Franco Matteucci il romanzo rispecchia la nostra tv estrema

 

 

L. Q., L’ESPRESSO
– 31/03/2005

 

Ricomincio da Fazi

 

Il suo terzo romanzo uscirà a giorni per Fazi editore: si consuma così il divorzio fra l’autore e regista tv, Franco Matteucci, top manager Rai, e Baldini&Castaldi Dalai, presso cui aveva pubblicato i primi due libri, con il secondo dei quali, “Il visionario”, era stato nel 2003 finalista allo Strega. Un nuovo segnale del dinamismo della piccola Fazi che negli ultimi tempi ha messo a segno parecchi colpacci (in primis quei “Cento colpi di spazzola” di Melissa P. che ha venduto un milione di copie in Italia). Ma se cambia cavallo editoriale, Matteucci conferma anche in questo nuovo lavoro, “Festa al blu di Prussica”, la sua vena di riflessione e ironia sul mondo dei “reality show”. Con “Il visionario” aveva spostato la frontiera del voyeurismo tv fin dentro le casse da morto e i corpi in decomposizione (suggerimento che un’emittente inglese ha deciso di seguire in concreto); oggi una delle più esilaranti trovate della nuova storia è una grande festa barocca per la nascita di un erede, con tanto di diretta del sospirato parto. Sospiratissimo, poiché il nascituro, intuendo la molesta presenza di telecamere e riflettori, farà tutto il possibile per ritardare l’atteso evento, in pagine surreali e grottesche. E’solo uno dei momenti di un racconto dalle molte facce. Troverà anche questa volta imitatori nel mondo del piccolo schermo disposti a scambiare l’irrisione per una proposta di format?

50 & PIÙ
– 30/07/2005

 

Ironia dello scrittore

 

Nel terzo romanzo di Franco Matteucci (Festa al blu di Prussia, Fazi, 202 pagine, 14,50 euro), tutto si svolge intorno a un palazzo avito toscano, Villa Carrobbi, con tanti “buffi” coinvolti in una sorte di balletto grottesco dai velocissimi cambi di scena. Al centro le peripezie di un Baobab lì trapiantato come il più “buffo” dei simboli quasi a difendere la villa, con la maestosità australe delle sue braccia, dai fulmini d’ogni tipo che stanno per travolgerla. Festa, grande festa per l’imminente nascita del primogenito. Ma l’inesorabile planare verso l’apparenza vistosa della liturgia da prima serata televisiva scatena risentimenti e amori, progetta addirittura delitti per gelosia abilmente costruiti e altrettanto abilmente decostruiti. Una vena beffardamente caricaturale e caricaturalmente beffarda, irrora, come innata benefica linfa, ogni ramo del racconto di cui Franco Matteucci diventa il sornione e un po’perfido cantastorie in un romanzo divertito e divertente, scritto con scatenata comicità e perfida attenzione.

Franco Manzoni, CORRIERE DELLA SERA
– 09/07/2005

 

Storie feroci e ridicole all’ombra del baobab

 

Fiaba grottesca e crudele, amara e ossessiva, ove regna il desiderio folle dell’ “apparire” a tutti i costi, e l’incapacità di reagire a un mondo vacuo e ingannevole. Solo un saggio baobab, costretto ad assistere alla vicenda suo malgrado, sradicato dal Senegal e giunto ad abbellire una splendida villa michelangiolesca della Toscana, si permette di commentare una società priva di valori, che l’albero non riesce a capire. Un gigante in mezzo a tanta gente insulsa.
In un crescendo di ferocia, sarcasmo, e “noir” con tanto di delitto, per la sua nuova fatica narrativa Franco Matteucci –già collaboratore di Tonino Guerra e Renzo Arbore, regista tv e autore di due romanzi quali La neve rossa e Il visionario (finalista al premio Strega 2003) – sceglie il tema di un teleparto da trasmettersi rigorosamente in diretta. Con uno sviluppo comico e feroce.
I diversi personaggi, che si alternano all’ombra del baobab, sono messi a nudo dall’autore grazie a una prosa asciutta, diretta, efficace: squallide marionette senz’anima. Come il fragile e narciso Manlio Carobbi, megalomane padrone di casa, che attende il primo figlio dalla giovane Tiziana, ex top model. Una bella tipologia materna: al marito non chiede diamanti, vestiti firmati o auto sportive, ma solo la diretta del proprio parto con la speranza di tornare in auge e imporsi di nuovo al grande pubblico. Vuoto interiormente anche l’architetto gay Ruggeri, premio Oscar per la scenografia, che si accompagna col bellissimo arabo Samir, costretto dal suo protettore a prendere ormoni per far lievitare i seni. O l’anziano ginecologo Serristori, che auspica una legge per produrre i bambini in laboratorio e il taglio di ovaie ed utero per non costringere più le donne alla “schiavitù” del parto.
Anche Beatrice e Umberta, le due sorelle di Manlio, esistono a metà: la prima ha una doppia vita come pornostar, la seconda s’innamora perdutamente di Samir, il quale dedica al colore degli occhi di Umberta, il blu di Prussia, l’imminente festa per il nascituro. Un amore contraccambiato che scatena “al cianuro” la gelosia di Ruggeri, mentre l’atteso pargoletto fa di tutto per non venire alla luce e far saltare la diretta.

LOMBARDIA OGGI
– 08/05/2005

 

Festa al blu di Prussia

 

Un maestoso baobab importato dal Senegal, inebriato dai concimi chimici e vessato da un giardiniere sempre arrabbiato, è il testimone silente degli avvenimenti di Villa Carobbi, teatro di “Festa al blu di Prussia” di Franco Matteucci (Fazi, 14,50 euro). Motore della storia è il grande party si sapore barocco voluto dal ricco Manlio per festeggiare l’imminente nascita del “delfino”. Per creare un esclusivo apparato di festa viene convocato l’architetto Ruggeri, vincitore di un Oscar per “Star Trek, il risveglio” e in breve tempo, quella che avrebbe dovuto essere una serata esclusiva, diventa un evento mediatico da prima serata…Fra atmosfere oniriche e improvvisi sbalzi di temperature ambientali e corporee, Matteucci infrange il vetro dietro cui i Carobbi nascondono bisogni e desideri e racconta beffardamente una favola amara e nera, che a ogni istante minaccia di precipitare nel puro orrore.

Fulvio Abbate, L’UNITÀ
– 01/06/2005

 

All’incrocio tra King Kong e Dino Campana

 

Pur “facendo lo scrittore” non cela faccio proprio a frequentare i “colleghi”. Deve essere infatti accaduto qualcosa di brutto a metà degli anni Novanta, quando la “mia generazione” (che schifo, parlare di generazione!) ebbe modo di esordire e, in breve brevissimo tempo, perdere definitivamente la testa. Senz aparlare di molti editori, compresi quelli “di sinistra”, del loro cinismo, senza parlare del pubblico, dei lettori che, spesso e volentieri, misteri della cultura e del consenso, si pongono sempre al fianco del più forte, del più sostenuto, del più bello. C’entrano le ideologie degli anni Ottanta, sì, che c’entrano in questo modo di vedere girare le cose, c’entrano nella misura in cui hanno mostrato che, perfino nel mondo sublime degli scrittori, era giunto il momento di mettere al bando ogni forma di solidarietà, di amicizia reale o, se proprio non vogliamo considerare peccati gravi questi appena elencati, mettendo al bando ogni forma di discussione sul proprio lavoro, sul testo, di confronto; e questo perché, se abbiamo scelto d’essere l’uno contro l’altro armati, è bene non esagerare troppo con la confidenza, con la partecipazione, con l’amicizia. Per non parlare di quelli che farebbero qualsiasi cosa pur d’esserci.
Era dunque naturale che, in un quadro del genere, la curiosità, l’attenzione, l’amicizia finisse per andare in direzione delle figure di narratori piuttosto irregolari, Franco Matteucci, per esempio. Franco me lo ricordo una quindicina d’anni fa, a Cinecittà quando esisteva ancora il Dipartimento scuola educazione, l’ ho conosciuto infatti allora. In uno studio televisivo. Che ci stavamo a fare lì. Lui, funzionario Rai, io conduttore di una rubrica intitolata “l’Occhio”. Poi, per un periodo, ci siamo persi di vista. L’ ho ritrovato che aveva già scritto e pubblicato “La neve rossa”, il suo primo romanzo, una storia singolare e bizzarra che si svolgeva nella sua Toscana, fra Lucchesia e Garfagnana. Una storia segnata da un certo espressionismo, linguaggio che nel nostro paese ha trovato diritto di cittadinanza soprattutto lì, proprio in Toscana, da dove sono passati autori come Lorenzo Viani e Ottone Rosai,o, parlando di tempi più recenti, Vincenzo Pardini. Scrittori poco disposti a venire a patti con le mode e perfino con i compromessi del sistema editoriale. Per un dato caratteriale soprattutto.
Sempre Franco Matteucci, che considero a tutti gli effetti un amico scrittore, anche grazie e in virtù del suo essere una creatura “irregolare”, nelle ultime settimane mi viene incontro nel mio sempre più pervicace nichilismo con il suo romanzo, “Festa al blu di Prussica”, pubblicato da Fazi editore, un racconto che fa terra bruciata d’ogni equivoco di buone maniere e di intenzioni edificanti, un racconto che, se letto in chiave, rappresenta un definitivo atto d’accusa rivolto alla società dello spettacolo del quale la realtà editoriale è uno degli atolli periferici. Detto in breve, il libro di Matteucci altro non è che una metafora di quanto siano pessime certe ambizioni di potenza sociale ed esposizione del proprio status. E i luoghi ci sono tutti: la Festa, la Famiglia, il Simbolo (un baobab), l’Architetto (reduce da Hollywood), la Televisione come certificato di esistenza in vita sociale (e Matteucci dirigente della Rai, ne sa più di qualcosa dal di dentro, ne conosce perfino i dettagli).
Quello che altrove trova un finale consolatorio o, peggio ancora, edificante con tutte le fisime di esibizionismo e ambizione messe in mostra, al contrario nella festa immaginata da Franco Matteucci si risolve in un’ecatombe, in una dissolvenza definitiva, senza remissione di peccati.
Mi direte: un conto è la finzione letteraria ben altra cosa la realtà. E’ vero ma da Matteucci mi aspetto, in prospettiva, la stessa rabbia poetica di King Kong incrociato con Dino Campana.

Valeria Trigo, L’UNITÀ
– 16/05/2005

 

Viva l’Italia, il bel paese dove si nasce in diretta tv

 

A villa Carobbio è tutto pronto per la grande festa. Il figlio di Manlio e Tiziana sta per nascere. Nella campagna toscana sembra tutto un idillio. Festa al blu di Prussia di Franco Matteucci è costruito intorno a un nascita. L’ingegner Ruggirei, vincitore dell’Oscar per la scenografia del film Star Trek, sta per trasformare Villa Carobbi in un grande set. Ci saranno anche musiche e danze, e fuochi d’artificio. Ma, soprattutto, ci sarà la diretta televisiva della Prima Rete. Solo che la data della diretta si avvicina e il figlio non nasce. Si prova in tutti i modi, ma il nascituro non ne vuole sapere di uscire per la data prefissata. I medici le provano tutte, inutilmente. A Villa Carobbi succedono cose orrende; si muore anche, probabilmente avvelenati dal cianuro (Samir). Intanto arrivano i Tir della televisione: maestranze, luci, cavi. Tutto è pronto per la diretta in prima serata. Solo che il bimbo “pacioccone” continua a dormire placido nella pancia della madre. Salta tutto. Le diretta viene annullata , al suo posto, viene trasmessa una replica della Principessa Sissi. Alla fine il romanzo di Matteucci è una crudele resa dei conti; tutto precipita nella maniera peggiore, lasciando l’amaro in bocca. Festa al blu di Prussia è il terzo romanzo di Franco Matteucci dopo La neve rossa e Il visionario. Del secondo ha l’ambientazione televisiva e il “cosmo orrido”, del primo una visione sadica e autodistruttiva. Anche se rispetto ai due precedenti romanzi la resa narrativa è migliore, continua l’affondo di Matteucci nell’orrendo mondo televisivo o di chi vuole a tutti i costi apparire sullo schermo. Festa al blu di Prussia è un “romanzo negativo” che demolisce tutto: il rispetto, la convivenza, l’amore , la famiglia. Un romanzo sull’apparire e sull’egoismo (e sul sadismo); e, soprattutto, su come possa essere orrenda una vita forgiata sui canoni della televisione (una cosa che Matteucci conosce bene, essendo regista televisivo). Per farsi un’idea di quanto siano antropologicamente alterati i personaggi di Matteucci, basti leggere la frase posta in quarta di copertina: “Non voglio diamanti, vestiti costosi, auto sportive. Mi devi ripagare con un gesto d’amore, acconsentire alla diretta televisiva”. Il fatto che i nascituro (le nuove generazioni?) non ne voglia sapere di “uscire” nel mondo dei grandi, la dice lunga su quanto sia “terminale” il mondo che Matteucci ci racconta.

PANORAMA
– 26/05/2005

 

Festa al blu di Prussia

 

L’immagine del cielo dipinto con i fuochi d’artificio è lo sfondo drammatico in cui matura e precipita la trama annunciando la morte colorata con l’intensità del blu di Prussia. Lo stesso colore degli occhi di Umberta. Sarà l’inconciliabilità del doppio amore di Samir a spingere il suo amante verso la catastrofe finale. La fantasmagorica preparazione della trasmissione Festa per la nascita del delfino si intreccia con la ripresa del bambino in diretta ecografia dal ventre della madre che non riesce a partorire. Ma alla fine sarà la fantasia della realtà a vanificare il finto realismo della finzione.

Roberta Valentini, SETTIMANA VIP
– 12/05/2005

 

Matteucci : fa il “terzo” centro!

 

Dopo “La neve rossa”, “Il visionario”, Franco Matteucci mette a segno il suo “terzo gol” letterario con un romanzo dal titolo insolito, “Festa al blu di Prussia”, una storia d’amore e di avventure con tanti personaggi, che si snoda sul filo dell’ironia. Ma Matteucci non è soltanto uno scrittore. Autore e regista televisivo, nella vita di tutti i giorni siede dietro la scrivania di vicedirettore di Raduno. Un manager che, sotto il completo grigio, nasconde un cuore che batte e si appassiona per la scrittura.
Come fa a conciliare le sue due attività?
“Non mi rimane difficile – spiega Matteucci – perché per me la condizione di scrittore è uno stato mentale, biologico, che anzi mi aiuta a vivere il lavoro quotidiano. Paradossalmente, è più complicato lavorare in Rai che scrivere…”.
In questo suo terzo romanzo, spunta anche il tema della tv?
“In realtà io ho scritto una storia d’amore e di avventure con tanti personaggi. Mi piaceva raccontare l’invasione delle novità, e quindi si parla anche di tv che in fondo è lo scenario nel quale mi muovo quotidianamente”.
Qual è il personaggio di “Festa al blu di Prussia” a cui è più legato?

“Sicuramente quello di Samir, un bellissimo giovane omosessuale che prende gli ormoni, ma che all’improvviso si innamora di Umberta e quindi, miracolosamente, fa il percorso inverso e ritorna maschio. E’ un personaggio molto originale, quello a cui ho lavorato di più”.
Come le vengono le idee per i suoi romanzi?
“Il mio è un procedimento mentale che va avanti fin da quando ero bambino. Per carattere e condizioni familiari ho sempre avuto la possibilità di esprimermi. Quando mi rubano un’idea, me ne viene subito in mente un’altra. In quanto a idee, sono generoso con gli altri…”.
Ha già in mente un altro romanzo?
“Sono già all’opera con ‘Derby Oro’?, un racconto legato ad un paio di sci famosi negli anni ’60. E’ una storia curiosa e divertente…”.

Ha vinto il Premio Crotone con “La neve rossa” e il Premio Cesare Pavese con “Il visionario”. E ora, quale premio l’aspetta?
“Al di là della critica e dei premi, mi interessa che il mio romanzo piaccia al pubblico e abbia seguito”.

A chi ha dedicato “Festa al blu di Prussia”?
“Ad Azzurra, una gattina morta giovane che mi ha seguito in tutta la scrittura di questo romanzo”.

 

Generoso Picone, IL MATTINO
– 24/05/2005

 

Matteucci e il grottesco in diretta tv

 

FRANCO MATTEUCCI ha deciso di porre al centro della sua attività narrativa la categoria della visionarietà. Lo ha fatto nel 2001 con il romanzo d’esordio La neve rossa, più esplicitamente l’anno seguente con Il visionario e ora c’è la conferma nel suo nuovo lavoro, Festa al blu di Prussia (Fazi, pagg. 204, euro 14,50). Si tratta di una scelta retorica che ha un preciso significato gnoseologico, perché consente a Matteucci di portare la porzione di realtà che intende raccontare a uno stadio di allucinazione addirittura paradossale in modo che possano emergere quei tratti di autenticità altrimenti irrilevabili, occultati, sommersi. E’ una operazione fantasmatica alla Stanislav Lem, di identificazione e distinzione dei simulacri degli eventi dagli eventi stessi, che in termini letterari produce storie beffarde e crudeli, parabole grottesche e buie, itinerari surreali precisamente diretti però precisamente diretti alla conoscenza del mondo così com’è diventato, dell’uomo così com’è ridotto, dei rapporti di vita così come sono slabbrati.
in Festa al blu di Prussia lo scenario è quello di una villa michelangiolesca nella campagna toscana dove Manlio Carobbi, nobile appassionato d’arte barocca quanto infastidito dalla contemporaneità, ha deciso di allestire una festa hollywoodiana per la nascita del figlio: non a caso ha convocato l’architetto Ruggeri, vincitore dell’Oscar per la scenografia del film “Star Trek il risveglio”, e per accontentare la moglie Tiziana, ex modella dalle mai sopite velleità, ha concordato che lo spettacolo sia trasmesso in diretta tv, prima serata, perché è ben chiaro si esiste solo se si va in video. Durante il periodo di preparazione dell’evento, che deve coincidere con quello del parto anche se il piccolo pare proprio di non volerne sapere di venir fuori, si sviluppa una serie di episodi che finiranno per sconvolgere l’esistenza di tutti e compromettere show e palinsesto. Samir, l’aiutante e amante giordano di Ruggeri capace di acciuffare il bianco e mutarlo in blu di Prussica, si innamorerà di Umberta, una delle sorelle di Tiziana. Beatrice, l’latra, si sdoppierà tra l’attività più o meno clandestina di attrice porno e goffe crisi mistiche. Il frenetico lavorio della troupe, la corte dei miracoli che gira intorno e l’infernale macchina spettacolare invaderanno giardino e stanze della villa. Toccherà al gigantesco baobab trapiantato dal Senegal, simbolo di un’autenticità sradicata, osservare e giudicare sofferente, gesti e comportamenti cogliendone la sostanziale follia.
Matteucci, che di mestiere è autore e regista televisivo e dunque autorevole narratore di una materia nota, conduce la sua storia all’epilogo drammatico. L’accelerazione vedrà svilupparsi un giallo, una morte drammatica, l’assassinio di Samir avvelenato dal cianuro, il crollo del progetto della festa, la smobilitazione generale, i destini che dolorosamente vanno alla resa dei conti, l’intero set di Villa Carobbi che svapora nell’insuccesso generale. Il baobab potrà allora tornare in Senegal e sarò lui l’unico a uscire vincitore dalla giostra, simbolo della natura che profanata si ribella e ristabilisce gli equilibri. La parabola è compiuta, il rito dell’apparenza concluso, la società dello spettacolo dovrà fare un passo indietro. Quasi una speranza che viene da un romanzo dove è racchiuso lo spirito di questi tempi sbandati.

 

Eugenio Zacchi, IL TEMPO
– 28/05/2005

 

La natura vittima dei moderni aristocratici

 

Nell’eccellente romanzo di Franco Matteucci, “Festa al blu di Prussia”, (Fazi, 204 pagine, 14.50 euro), la natura palpita vittima sotto il dominio dell’uomo indifferente e capriccioso, intento unicamente a soddisfare i propri umori consumistici e le ansie del momento. Il teatro della vicenda è Villa Carobbi, residenza dell’aristocratico Manlio, prototipo disadattato dell’ “ancien régime”. Sua moglie Tiziana, ex modella, ben inserita nella sua nuova dimora patrizia è sempre disposta però ad assecondare il carattere glamour della propria personalità. Aspetta un figlio da lui che organizza per il fausto evento della nascita una grande festa, con tanto di apparati scenografici e fuochi d’artificio, degna di Luigi XV.
Poi ci sono le due sorelle di Manlio: Beatrice, in ingenuo odore di ninfomania, preda di un losco avventore che la innalza agli onori di pornostar con un debutto sconcertante e un futuro da atteggiata suora segregata in casa e quindi fuggiasca. Umberta invece, per soddisfare una seppur autentica urgenza d’amare, tesse una relazione davvero pericolosa con il bellissimo Samir, il giordano assistente – amante – compagno – dell’architetto Ruggirei preposto alla realizzazione dei suddetti apparati di festa. Samir, sfidando se stesso e la gelosia infida e crudele, dai risvolti macabri, di Ruggeri, si abbandona tra le braccia di Umberta, stregato dai suoi occhi blu di Prussica, che sarà il colore dominante della festa per la quale è prevista la ripresa in diretta televisiva. Ex maestro di sci, amante dei gatti, un debole per i dolci, Franco Matteucci conferma la sua passione per la scrittura. Cosa rappresenta per lei? “E’ la mia sopravvivenza”, risponde senza incertezze. Quale genere letterario predilige? “Sicuramente il grottesco e sono molto attento agli scrittori sudamericani”. Autore preferito? “Agota Kristoff”. Ma sullo sfondo del romanzo frondeggia il baobab, strappato alla sua terra, il Senegal, e trapiantato orfano nel giardino di Villa Carobbi, assunto, suo malgrado, per proteggere e confortare gli umani. Assiste, fidando soltanto sulle proprie forze, al narcisismo di una omosessualità spesso morbosa e isterica, alla barbarie dei media, all’arroganza meschina del potere, al fascino molto indiscreto della vanità.
Un parere sulla polemica sorta in seguito alla legalizzazione dei matrimoni gay in Spagna?”in realtà non mi sono posto il problema. Distinguo sempre l’aspetto letterario da quello sociale. Mi reputo una persona aperta, che crede nel rispetto e nella libertà”. Nel suo romanzo ha definito barbaro, il rapporto sessuale tra due uomini. Cosa voleva intendere? “Primitività, una sorta di forza primordiale”.
Gazze ladre, falene, mosche, meschini e mosconi, grilli, cicale e zanzare, presenti nel racconto, sembrano chiedere pietà agli uomini, cercare umile rispetto, ma la violenza, anche involontaria, compiuta ai loro danni è una negligente assenza di sensibilità che il sensibilissimo Matteucci deplora affinché il mondo, già fin troppo matto e disperato, non finisca per divenirlo ancora di più.

 

Mirella Serri, LA STAMPA – TTL
– 28/05/2005

 

Il teleparto, così comico e crudele

 

Ammalarsi di malinconia fin quasi a morirne. Può capitare pure a una pianta. A un baobab, mitico albero, assai caro, per esempio, a Saint Exupéry e al suo gusto per paradosso. Il baobab, che ne Le petit prince rischiava di trapassare il “il pianeta con le sue radici”, ora se ne sta con i rami penzoloni, dolente tronco estirpato dalle patrie terre, protagonista della spettacolare, dolce-amara e travolgente saga dei Carobbi, nel bel romanzo festa al blu di Prussica di Franco Matteucci. Con questo divertito e appassionato inno al gigante buono proveniente dal Senegal – il baobab è il simbolo di una natura soffocata e senza ossigeno – Matteucci ci offre un suggestivo racconto filtrato proprio attraverso lo sguardo del grande vecchio di natura vegetale. L’albero commenta tra il serio e il faceto le azioni degli umani e cerca di sopravvivere in un mondo dove nessuno, nemmeno lui, ha radici profonde.
Regista televisivo e romanziere non nuovo al fascino della iperrealtà quotidiana, Matteucci nel Visionario, il suo secondo libro finalista allo Strega, aveva descritto l’impresa di filmare la morte da parte di uno (nemmeno tanto) squinternato fotografo. Oggi, in Festa al blu di Prussia, si propone di narrare un universo massmediologico impazzito in cui l’obiettivo più ambito è riprendere la vita, ovvero sceneggiare come un evento spettacolare un parto trasmesso in diretta televisiva.
Proprio come il baobab trascinato in catene dal Continente nero in Festa nessuno dei personaggi ha un proprio humus, una propria feconda interiorità i cui affondare le radici, trarre linfa e pulsioni vitali. Non ce l’ha l’erede della nobile schiatta, Manlio Carobbi, debole narciso che ha impalmato l’ex top model Tiziana ora in dolce attesa e pronta a sfornare il pargolo sotto le luci dei riflettori tv. Non l’ha il Tutti – dalla futura mamma che pensa a un trampolino di lancio per imporsi di nuovo al gran pubblico e farsi pubblicità, fino a Beatrice che non vede l’ora di finire sotto l’occhio della telecamera – sono comunque pronti a votarsi alla grande occasione, all’atteso intrattenimento del teleparto. Che però è destinato a deludere gli spettatori, in un crudele e comico gioco di equivoci e di rallentamenti. Sarà proprio il nascituro dispettoso, infatti, che ritarderà il lieto evento quasi maturando il rifiuto di affacciarsi su questo indigeno mondo. La favola beffarda del parto pilotato da un regista tivù racconta così il dilagare di un voyeurismo incontrollato, associato alla voglia di sottostare al dio dell’apparire.
Non c’è dubbio: il piccolo schermo è il grande dittatore. Non saranno i baobab a far scoppiare il mondo, come suggeriva dunque il piccolo principe (“se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare”, sentenziava Saint Exupéry). Bensì una selva di tubi catodici e di antenne televisive: Matteucci, che predilige sapientemente i toni più paradossali e grotteschi, raffigura l’apoteosi del mondo delle Leccio che divora se stesso e il romanzo ha il forte sapore di una “diretta” della follia collettiva.

 

Giorgio Montefoschi, IO DONNA-CORRIERE DELLA SERA
– 21/05/2005

 

Festa al blu di Prussia

 

Certamente l’immaginazione non fa difetto a Franco Matteucci, come vediamo nel suo terzo romanzo, Festa al blu di Prussia. Nel suo caso, l’immaginazione assolve a un compito doppio. Il primo è di certificare attraverso la scrittura l’accadimento degli eventi più spericolati e impossibili. Il secondo riguarda la velocità d’accadimento degli eventi stessi: cioè il mutamento di situazione, il cambiamento dei punti di vista, la rapidità dei fatti. Siamo a Villa Carobbi, pregevole villa toscana, ai nostri giorni. Manlio Carobbi, l’aristocratico proprietario, e sua moglie Tiziana attendono un figlio. Tiziana vorrebbe a tutti i costi, per la nascita, una mega-festa e la diretta tv. Attratto dall’idea di poter realizzare in giardino una splendida scenografia settecentesca, benché a malincuore, il coniuge acconsente.
Non fanno da comparse, per carità, le due sorelle del futuro papà: Umberta e Beatrice. Attorno a codesto nucleo di racconto, Matteucci costruisce, divertendosi e divertendo il lettore, una trama scompigliatissima e folle, come abbiamo già detto. Sulla scena compaiono personaggi di ogni tipo: un bellissimo arabo, Samir, “fidanzato” con l’architetto della scenografia, tale Ruggeri, e centro di molte concupiscenze; presentatori televisivi di quest’ordine; giardinieri; piloti d’elicotteri; perfino produttori porno.
Nel caldo dell’estate toscana, accade di tutto: le ragazze concupiscono e cedono; Samir cambia sesso; l’architetto disperato ordisce un omicidio al cianuro. Riassume questa trama è pressoché impossibile. E inutile, oltretutto. Siamo infatti in pieno clima surreale. Un clima che prevede addirittura alberi parlanti, galli pensanti, oggetti inanimati che hanno vita. Un’atmosfera che Matteucci gestisce con perizia, fidano nella leggerezza di cui è capace, e nell’ironia nei confronti della stolta civiltà mediatica in cui viviamo.

Luca Canali, IL GIORNALE
– 01/05/2005

 

La felicità del baobab che ritorna a casa sua

 

I latini avrebbero definito il libro di Franco Matteucci (Festa al blu di Prussia, Fazi, pagg. 204, euro 14,50) un testo “asiano”. L’”asianesimo” (in contrasto con l’”atticismo”, che propugnava e praticava uno stile asciutto, limpido, ma pieno di significato, ad esempio quello dei Commentarii di Giulio Cesare) aveva a sua volta due tendenze: quella sonora, fatta di periodi lunghi e solenni, e l’altra aguzza, strutturata da periodi brevi e tesi nella ricerca di “effetti speciali”.
Quest’ultima antica tendenza mi sembra – fatte le dovute differenze – si attagli perfettamente al re-cente libro di Matteucci, che segna un netto progresso rispetto al suo precedente Il visionario: progresso che consiste soprattutto nell’affinamento e arricchimento dello strumento espressivo e nell’evidente e rigoroso controllo della materia di un racconto a più voci, ricco di per-sonaggi caratterizzati con pochi tratti, e di situazioni descritte con improvvisi lampi di immaginazione, i quali, talvolta, rischiano di ricondurre l’autore all’esperienza, alquanto datata, dei poeti ermetici.
Il libro di cui parliamo, pur privo di ogni intento moralistico, con il complesso ma denso strumento della “trama”, imbastisce un severo atto di accusa contro il “rito sacro dell’apparenza”, proprio del mondo mediatico e in particolare della tv; atto di accusa esperito cori dolente e a volte disperata partecipazione, incapace tuttavia di dissociarsene e, magari, di combatterla.
La vicenda narrata non ha un unico protagonista, bensì molti comprimari perfettamente individuati: Manlio Carobbi, riluttante, poi arreso al volere della moglie Tiziana incinta che vuole una festa faraonica per la nascita del primogenito, in “diretta” tv; le sorelle Umberta e Beatrice: la prima, fragile e insieme ostinata nei suoi capricci, come quello di far venire avventurosamente dal Senegal un baobab, gigantesco albero che diventerà il “personaggio” di sfondo lungo tutto l’arco del racconto; la seconda, decisa e avventurosa, accetta di interpretare film porno quasi per sfida al perbenismo ipocrita di quanti la circondano; gli amori diversi ma parimenti intensi di Umberta e del bisessuale Samir, arabo, pittore, e uno dei boys che lavorano alla scenografia della Festa sotto la direzione dell’architetto Ruggeri follemente innamorato di lui; e ancora di Samir e Umberta, seguito dall’autore fin dal suo nascere.
E proprio a sintetizzare l’originalità e pregnanza dello stile dell’au-tore, ecco due brani: “Umberta e Samir stettero a lungo in silenzio ad aspettare che finisse il temporale. La pioggia torrenziale li costringeva l’uno contro l’altro, braccio contro braccio, impauriti dalla violenza dell’acquazzone. Visti dall’alto sembravano due naufraghi aggrappati all’albero della nave, in balia delle onde. I tuoni i lampi di vento furioso ripulirono i pensieri. In Umberta svaporò il rancore che nei giorni precedenti aveva avuto per Samir, lui invece si fece imbrogliare da quell’insolito profumo di donna”.
Con tocco lieve e quasi casto, pur nell’audacia inusitata della materia, l’amplesso gay fra Ruggeri e Samir, accanto al tavolo di lavoro di quest’ultimo: “Arrotondò le forme appoggiandosi al tavolo da disegno. Poi fece quello che sapeva avrebbe turbato Ruggeri. Snodò il codino, la criniera cadde sulle spal-le, frantumò la sua nudità con un imbroglio di capelli neri. La bocca s’incapricciò puttana. Ruggeri lo prese con la frenesia che si era caricata nel pomeriggio. Le mani di Samir si stesero sulla mappa celeste che raffigurava la costellazione di Andromeda, si abbandonò disteso sulla riproduzione della Notte stellatadi Van Gogh. Provò piacere schiacciato contro quella luna che scottava come un sole. Con una donna non avrebbe mai avuto un orgasmo tanto barbaro”.
Ma in ogni pagina, anche aper-ta a caso, il lettore troverà esempi di questa eccellente capacità di invenzioni semantiche e concettuali improvvise e a volte arrischiate, che al pari di ogni altro testo letterario dello stesso genere “visionario”, pervasa di similitudini, metafore, associazioni di idee, e quasi a volte, “scrittura semiautomatica”, ha il sui grande capostipite nel Joyce de suo libro estremo Finnegan’s wake.
Un ultimo aspetto di questo libro è la presenza degli animali e delle piante, fra le quali primeggia solenne e sensibile come una creatura umana il baobab, che fortunatamente sarà rispedito nella sua patria, dove frondeggia anche un suo amore. E dunque Festa al blu di Prussica diventa anche una bella favola.

Antonio Spinosa, IL MESSAGGERO
– 06/05/2005

 

Una favola beffarda all’ombra del baobab

 

Siamo in piena primavera. Protagonista è la collinare e verdeggiante campagna toscana con le ville e i casali immersi nel profumo di giardini olezzosi e variopinti. Villa Garobbi, troneggiante nel suo paradisiaco parco alberato, si prepara a un lieto evento, la nascita di un nuovo rampollo dei coniugi Manlio e Tiziana.
L’occasione è da non perdere e ci sarà persino la televisione a commentare in diretta il lieto evento. E’ stato anche scomodato l’architetto Ruggeri, premio Oscar e autore dello spettacolo e roboanti scenografie di “Star Trek il risveglio”. A lui spetterà l’onore di illuminare il limpido cielo notturno della Toscana con una fontana di fuochi colorati.
Lo scrittore Franco Matteucci – con il suo nuovo e vivace romanzo “Festa al blu di Prussia” (ed. Fazi, pp. 204, Euro 14,50) – torna a regalarci momenti di integrante e magica emozione. Originale autore, sapiente regista televisivo, da alcuni anni Matteucci si dedica a narrare fascinose storie dai risvolti stupefacenti. Con la “Neve rossa” ha meritato il Premio Crotone, con “Il visionario” è stato finalista al Premio Strega e vincitore del Premio Cesare Pavese per la letteratura.
“Festa al blu di Prussia” è una parodia tragica e a tratti comica: una favola beffarda in cui i protagonisti del racconto, lungi dall’essere dei soggetti, sono solamente degli oggetti in balia delle loro nevrosi e dei loro vizi intrappolati in un mondo artefatto e ingannevole. Sull’intero romanzo domina l’ombra, tetra e misteriosa, di un grande albero di baobab sradicato dalla savana senegalese è trapiantato nel giardino di Villa Carobbi. Un baobab, una specie di totem africano che “sapeva di selvatico, di marcio, di gatto in amore”. Intorno a esso e allo sguardo indiscreto di una gazza ladra si dipana la storia di questo romanzo che ha del surreale.
La famiglia Carobbi – con Manlio il primogentio, la moglie Tiziana incinta, le sorelle Umberta e Beatrice – sono le tragiche maschere che accompagnano il lettore nelle pagine di questa storia, una novella in cui il penetrante odore del glicine si confonderà con il micidiale effluvio del blu di Prussia. Amore e morte, follia e delirio avranno il sopravvento. L’armonia, artefatta, che domina l’incipit del romanzo si infrange alla fine quando tutti gli attori abbandoneranno la sena: soli con se stessi.

 

Antonio Monda, LA REPUBBLICA
– 23/04/2005

 

La lunga diretta nel Blu di Prussia

 

 

RENATO MINORE, IL MESSAGGERO
– 19/04/2005

 

Matteucci, c’è il grottesco in diretta tv

 

UNA vena beffardamente caricaturale e caricaturalmente beffarda irrora, come innata benefica linfa, ogni ramo del racconto di cui Franco Matteucci diventa il sornione e un po’ perfido cantastorie nel suo terzo romanzo, Festa al blu di Prussia (Fazi, 202 pagine, 14,50 euro, in questi giorni in libreria). Tutto si svolge intorno a un palazzo avito toscano, Villa Carrobbi, con tanti “buffi” coinvolti in una sorta di balletto grottesco e molto circense dai velocissimi cambi di scena, come cambi d’abito da commedia degli equivoci. Al centro le peripezie di un baobab (totem sradicato su un terreno nuovo e infido) lì trapiantato come il più “buffo” dei simboli, quasi a difendere (ma inutilmente), con la maestosità australe delle sue braccia, la villa dai fulmini d’ogni tipo che stanno per travolgerla. Festa, grande festa per l’imminente nascita del primogenito, secondo una recuperata ritualità barocca opportunamente riciclata in maestosa diretta televisiva. Ma l’inesorabile planare verso l’apparenza vistosa della liturgia da prima serata scatena risentimenti e amori, progetta addirittura delitti per gelosia abilmente costruiti e altrettanto abilmente decostruiti. Tutto precipita verso il vuoto luccicante mediatico, ma la vita sembra riprendersi la sua rivincita a Villa Carrobbi con il suo sipario di sentimenti, emozioni, passioni, mentre una natura di bruchi, pesci rossi e gazze ladre si muove intorno, allucinata e complice dentro una ronde di pene d’amore, un palinsesto di struggimenti, uno show di comportamenti illogici.

La cifra è quella paradossale che rende i “buffi” (il regista dagli effetti speciali, lo scenografo gay da premio Oscar, il suo amante in marcia dolorosa verso l’eterosessualità, la principessina che si improvvisa pornostar, la seconda principessina fatalmente innamorata e poi ferita a morte) caricati e implosi in una sorta di pantomima lieve ed essenziale che scatta come inesorabile tagliola, con l’occhio rivolto alla “velocità” di certa lingua televisiva, riprodotta in una bolla impazzita. Un granello, o qualcosa di più, di quella sorta di non sense caricaturale padano con lampi di ferocia (che discende dai rami di Zavattini) circola in queste pagine che hanno anche il merito di farci ridere di certo mondo mediatico e della sua leggerissima, pulviscolare “vacuità pensante”. Come nelle figure dei due “puffi”, che portano “la luce dove domina l’ignoranza”, in una diretta televisiva solo momentaneamente abolita in un mondo che scivola inesorabilmente verso una continua diretta televisiva. Dal “visionario ” , l’uomo-macchina televisivo del suo precedente romanzo, ai “puffi” della Festa al blu di Prussia: con i suoi temi e le sue ossessioni Matteucci è uno scrittore che già si riconosce a vista, e con una assai densa abilità.

 

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Festa al Blu di Prussia
Collana:
Numero Collana:
37
Pagine:
208
Codice isbn:
8881126222
Prezzo in libreria:
€ 15,00
Data Pubblicazione:
08-04-2005