Guillermo Arriaga

Il bufalo della notte

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Traduzione di Stefano Tummolini

Dall’autore di Amores Perros e 21 grammi un grande romanzo sulla vita ai margini della società e sulla violenza dell’amore. Prima traduzione in Italia di uno dei migliori scrittori messicani contemporanei. In una Città del Messico affascinante e oscura, le vite di tre amici, due ragazzi e una ragazza, si incrociano e si sciolgono: Gregorio, che soffre di schizofrenia e a ventidue anni si uccide con un colpo di pistola; il suo migliore amico e coetaneo, Manuel, che si ritrova letteralmente perseguitato dal ricordo della malattia mentale di Gregorio, dallo spettro di un’amicizia tradita, dal mondo di violenza e di ossessione che circondava la vita dell’amico suicida e da una tormentata relazione sessuale e sentimentale che lo lega alla ex fidanzata di Gregorio, che gli sfugge continuamente e all’improvviso scompare senza lasciare traccia. Il bufalo della notte è un emozionante thriller esistenziale dalle tinte cupe e notturne, la storia di esistenze ai margini della delinquenza e della “normalità”, il racconto di un rapporto viscerale di amore e amicizia che sopravvive alla morte. Pochi scrittori al mondo sanno trattare le emozioni e i sentimenti più forti e violenti come Guillermo Arriaga, pochi scrittori sanno affrontare con tale forza narrativa il lato più oscuro della esistenza umana e allo stesso tempo illuminarla della luce della speranza e del perdono: Il bufalo della notte è un grande romanzo che rivela anche in Italia il talento assoluto di uno dei migliori scrittori messicani contemporanei.

IL BUFALO DELLA NOTTE – RECENSIONI

 

Gianni Paris, CIOCIARIA OGGI
– 25/07/2005

 

Guillermo Arriaga. Il bufalo della notte

 

Dall’autore di “21 grammi”, un romanzo sulla vita ai margini della società. In una Città del Messico affascinante e oscura, le vite di tre amici, due ragazzi e una ragazza, si incrociano e si sciolgono: Gregorio, che soffre di schizofrenia e a ventidue anni si uccide con un colpo di pistola; il suo migliore amico, Manuel, che si ritrova perseguitato dal ricordo della malattia mentale di Gregorio, dal mondo di ossessione che circondava la vita dell’amico e da una tormentata relazione sessuale e sentimentale che lo lega alla ex fidanzata di Gregorio.

 

Benedetta Ferrucci , LETTERA.COM
– 12/03/2005

 

Il bufalo della notte: L’alito azzurro della follia

 

La dissoluzione angosciosa e cupa di un triangolo irregolare, che unisce Gregorio, schizofrenico, Manuel, il suo miglior amico, e Tania, la sua ex-fidanzata (e in seguito anche fidanzata di Manuel). L’equilibrio precario su cui si era retto il loro legame viene irrimediabilmente spezzato nel momento in cui Gregorio, a 22 anni, decide di suicidarsi sparandosi un colpo di pistola alla testa. Da qui un vorticoso succedersi di eventi, tradimenti, fughe e ritrovamenti…

Non sognai il bufalo, né – ammettendo che sia possibile – fui sognato da lui. Ma in quella notte insonne ebbi la certezza che un animale enorme mi stava respirando dentro.

“Nessuna delle azioni di Gregorio – sia da vivo che da morto – risultava mai inoffensiva”: e la sua ultima trappola Gregorio la ordisce suicidandosi nel giorno dell’anniversario del primo anno della relazione tra Manuel e Tania, condannando il migliore amico e l’ex-fidanzata a sfiancarsi intorno alla sua “assenza”, a rincorrersi penosamente, perché la vera eredità di Gregorio vuole essere questa: l’ossessione di una colpa, che trova fondamento nella consapevolezza, di Manuel e Tania, di averlo tradito.

Abile Arriaga nel legittimare, nel corso del romanzo, la presenza continua di un personaggio che fa “scomparire” per suicidio nella terza pagina: il gravoso lascito della sua schizofrenia ne prosegue la funzione come elemento narrativo negativo. Nonostante l’io-narrante sia quello di Manuel, il vero protagonista resta lui, Gregorio, il suo fantasma, le sue appendici: la follia, in primis, che incalza Manuel attraverso il respiro azzurro del bufalo della notte, enigmatiche lettere misteriosamente fattegli pervenire dopo la sua morte e che rivelano a Manuel come la relazione fra Tania e Gregorio non fosse mai del tutto terminata.

E se per buona parte del romanzo i monologhi di Manuel, brevi ma senza appello, ci persuadono della ineluttabilità delle sue scelte e azioni, è nello scenario notturno offerto da una Città del Messico non “riconoscibile” che avviene il cambio di prospettiva chiarificatore: il lettore, assieme ai personaggi, ripercorre con la mente e sotto una luce differente il racconto del crollo, della caduta dei buoni; se fino a quel momento Gregorio era stato il “re Mida della distruzione”, fautore di una serie interminabile di inganni, sono infine Manuel, con una auto-accusa, e Tania, con la sua conclusiva fuga, a compiere, ciascuno per se stesso, una dolorosa e patetica ammissione di colpevolezza, solo a partire dalla quale può essere percorsa la via interiore per concedersi, infine, il perdono.

 

 

Sergio Pent, L’UNITÀ
– 31/07/2004

 

Arriaga, tre passi nel delirio messicano

 

Anche la narrativa latinoamericana sta cercando una strada alternativa al bestsellerismo di media levatura che l’ha caratterizzata in queste ultime stagioni: Isabel Allende è di certo la capofila del gruppo, coi suoi edulcorati romanzoni sempre più improntati a strappare lacrimuccé e sospiri da salotto, anche se La casa degli spiriti lasciava intuire ben altre prospettive. Trascorso – datato, forse solo accantonato – il realismo magico che creò i successi planetari di Marquez & company-.-, formidabili quegli anni, ammettiamolo – si va delineando una generazione di scrittori estremamente letterari o comunque calati nelle contraddizioni metropolitane che stanno purtroppo affiancando il sud delle Americhe al cosmopolitismo snaturato di questi anni. Se da un lato viviamo col rimpianto di aver perso troppo presto un genio della pagina scritta come Roberto Belano, dall’altro ci lasciano sempre più “perplessi le scala-.te di classifica del minimalismo redditizio di un Sepulveda, così come risultano altalenanti tra esercizi di stile e facile populismo la prove del pur bravo Paco Taibo e dei suoi compagni di avventura Chavarrìa e Diez.
C’è dell’altro, c’è un’evoluzione assai moderna e nervosa che passa attraverso la letteratura del delirio e dell’insofferenza, che cerca di richiamare in vita le ossessioni di Onetti e Sabato, le malinconie irripetibili di Soriano, le turbe psico-sociali del miglior Donoso. Una bella prova in tali direzioni si è avuta con
Satana, de! colombiano Mario Mendo-za, esasperato apologo della nuova realtà di un paese in fermento. E con questo soffocante, cupo II bufalo della notte, il messicano Guillermo Amaga ci regala una sorta di percorso neo-esistenzialista calato nei deliri di una società indifferente, sia essa quella di New York, Tokyo o – appunto – Città del Messico, dove si svolge la trama del romanzo. Arriaga è sceneggiatore cinematografico – Amores perros, 21 grammi – e si sente, nell’impronta veloce e comunque profonda del suo percorso, nel calibrare con attente pennellate ambienti, profili e situazioni, fino a creare la giusta atmosfera di un noir che risulta tale solo nel disagio dei contenuti, non certo nella sostanza, e che rammenta, nelle sue plumbee ossessioni, un altro grande romanzo, // tunnel di Ernesto Sabato.
Possiamo definire questo libro come un romanzo-simbolo della nuova gioventù latinoamericana, non dissimile -nei risultati – da tutte le altre gioventù smarrite in contesti epocali e sociali sempre meno identificabili. Il suicidio delventiduenne Gregorio apre la strada al delirio del suo amico di sempre, Manuel, che non accetta la situazione e cerca una spiegazione logica là dove la logica ha già smesso di esistere, data la comprovata schizofrenia àutolesionistica di Gregorio. Manuel sente comunque di dover chiarire quel mistero finale, si sente colpevole per aver tradito l’amico con la sua fidanzata Tania, che a sua volta scompare e riappare in una
sequenza di domande irrisolte, in una specie di caccia segreta il cui premio è la verità, o la morte. Nel suo febbrile percorso, Manuel riceve lettere misteriose da un altro oscuro amico di Gregorio, cerca, trova e riperde Tania, alterna momenti di quiete ad altri di esasperazione, tenta la sorte affettiva con Margarita – la sorella di Gregorio – e con Rebeca, già fidanzata ma disposta a compiacere le voglie del ragazzo. È come se qualcuno tramasse nell’ombra per avvicinare Manuel – e poi allontanarlo – dalla verità, anche se forse l’unica verità va ricercata nella follia progressiva che Gregorio sembra avergli lasciato in eredità, fino all’estrema solitudine, all’estremo addio.
L’amicizia tradita, il disagio generazionale, il silenzio della famiglia, le coordinate smarrite dei sentimenti, l’indifferenza della metropoli: tutto questo costituisce i] terreno su cui cresce l’insicurezza di Manuel, che perderà Tania allorché lei scomparirà per sempre senza lasciare tracce, e ritroverà Gregorio in una solitudine esasperata, destinata a trascinarlo nell’abisso della pazzia, verso quel «bufalo della notte» da cui non potrà più scappare.
Il viaggio di Arriaga nei meandri della psiche si rivela il viaggio di un analista nella mente di una generazione in crescita, che. sembra aver perso le coordinate – a qualunque latitudine – per provare a maturare in se stessa, a superare l’argine del disagio, a risolvere la questione-vita con un colpo di reni che manca, per inerzia, per assenza di volontà, per paura.

 

Bruno Arpaia, IL SOLE 24 ORE
– 01/08/2004

 

Messico e troppi nuvoloni

 

Diventato molto noto grazie alle sceneggiature di Amores Perros e di 21 Grammi del regista Alejandro Gonzàlez Inarritu, il messicano Guillermo Arriaga, con tre romanzi e una raccolta di racconti all’attivo, continua a considerarsi uno scrittore che collabora con il cinema, un «cacciatore che scrive», che sa servirsi dello humour, ma che ama soprattutto indagare nell’oscurità, nella follia, negli amori proibiti, nei tenitori di confine fra la vita e la morte.
«L’oscurità non mi spaventa», ha ripetuto spesso, «mi sembra più terrorizzante la gente che si sottomette alla quotidianità». Nessuna meraviglia, dunque, se questo suo ultimo romanzo si svolge in una Città del Messico cupa, piovosa e disperata; nessuna meraviglia se prende le mosse da un suicidio, quello del giovane Gregorio, per raccontare poi come l’ombra della sua malattia mentale perseguiti Manuel, il suo migliore amico, e Tam’a, che è stata la compagna di entrambi. Romanzo di vagabondaggi fra appuntamenti mancati, sparizioni improvvise,
messaggi postmortem, violenza urbana, tortuosi rapporti sentimentali, personaggi che camminano «sul bordo dell’abisso senza cadere», il bufalo della notte è costruito su dialoghi molto efficaci e su una scrittura agile e intensa, anche se a lungo andare ripetitiva.
Struttura e tematiche, invece, presentano poche novità di rilievo. Un bel libro, senza dubbio. Ma di qui a gridare al capolavoro, come hanno fatto in molti, mi sembra onestamente eccessivo.

 

B.Marietti,

 

Il bufalo sei tu

 

Cani, bufali, giaguari, top, coyote. Non mancano gli animali, nelle opere di Guillermo Arriaga, 46 anni, tra i più interessanti scrittori messicani d’oggi, autore delle sceneggiature dei film Amores perros e 21 grammi (entrambi diretti da Alejandro Gonzaléz Inarritu). Ma secondo Arriaga l’essere vivente che maggiormente sfoga la propria bestialità è l’uomo. il bufalo della notte, definito dal suo autore un “romanzo che esplora la capacità distruttiva umana” e che diverrà presto un film (il produttore è lo stesso Arriaga che ha chiamato a dirigerlo una sua scoperta, il venezuelano Jorge Hernandez), mette in scena due amici di lunga data legati fra dì loro da un bufalo tatuato sull’avambraccio sinistro, da una donna e da un intrico di sentimenti contrastanti: Gregorio, schizofrenico e sensibile, che a 22 anni si uccide con un colpo di pistola alla tempia; e Manuel, il narratore, ossessionato dalla morte dell’amico e da una tormentata relazione sentimentale con la sfuggente Tania, ex fidanzata di Gregorio.
«Penso che in ogni uomo coabitino istinto e ferocia», dice Arriaga. «Adoro le persone che rifiutano di appartenere a quell’agghiacciante moderazione che ormai pervade la società contemporanea. Che hanno passioni, emozioni forti, contraddizioni, e possono commettere gli errori più atroci ma sono anche capaci di grande tenerezza. Manuel è uno di questi».
Dopo la morte, Gregorio si trasforma in un fantasma che perseguita l’amico traditore tramite lettere, bigliettini. sogni. E Manuel dovrà vedersela con il senso di colpa e il mistero che incombono sulla sua vita e che lo condurranno lentamente verso la solitudine e la pazzia. «Il personaggio di Manuel trascina gli altri verso l’abisso. È come una pecora che osserva le altre pecore mentre vengono massacrate e all’improvviso si accorge di essere lui il lupo». A chi lo accusa di essere troppo cupo e pessimista, come traspare anche dalle sceneggiature di Amores perros e 21 grammi, Arriaga risponde: «Sono ossessionato a tal punto dalla vita che subisco il fascino magnetico della morte. Capire la morte è l’unico modo per comprendere veramente la vita.

 

Fulvio Panzeri, AVVENIRE
– 31/07/2004

 

Il bufalo pazzo di Arriaga carica la morte

 

Guillermo Arriaga è senz”altro uno dei migliori narratori della «nuova» letteratura sudamericana. Solo ora però lo si scopre in Italia, dove Fazi pubblica, nella traduzione di Stefano Tummolini, un romanzo che ammalia per la tensione morale che guida la scrittura. Si intitola il bufalo della notte, riprendendo uno degli elementi simbolici e metaforici che governano questa storia intricata di dolore e di morte. Infatti il bufalo è l”immagine di un tatuaggio che vorrebbe unire i due protagonisti, Manuel e Gregorio, un ragazzo schizofrenico, la cui follia lo porta al suicidio, un gesto crudele che mette in scena un meccanismo da «giallo dell”anima» nell”individuare i sensi di colpa, i colpi di scena post mortem architettati dal diabolico amico morto. È Manuel a raccontare in prima persona la vicenda, ma soprattutto la sua vita sconvolta nel ricordo del rapporto quasi masochistico che l”amico voleva dare alla loro amicizia. A partire da quel tatuaggio, lo stesso che si erano fatti fare entrambi sullo stesso braccio, con gli stessi aghi per sottolineare anche il legame di sangue. Quel bufalo però inquieta e limita la personalità di Manuel che si ribella e cerca di scalfirne il disegno in modo terribile, procurandosi delle ferite sul braccio che rimarranno come cicatrici della memoria sul suo corpo. Con la sua morte, Gregorio sembra voler rendere incancellabile la sua presenza, ma anche la sua stessa follia. Dentro e fuori gli ospedali psichiatrici, impone ai rapporti una violenza esasperata, permeando la sua vita e quella degli altri di un dolore profondo, sordo e acuminato. Nemmeno il fumo azzurro che Manuel vede uscire dopo la cremazione della salma riesce a portarlo via. Gregorio aveva un progetto segreto, quello che gradualmente il romanzo svela attraverso brevi ma indicative rivelazioni, scatole ritrovate, lettere ricevute, tutti indizi da decifrare per mettere in scena questo terribile puzzle e-sistenziale. La scrittura di Arriaga è secca, lucida, incisiva: niente a che vedere con il barocco sudamericano, senz”altro più vicina alle lezioni di due autori molto amati dallo scrittore: Juan Rulfo (un grande della letteratura messicana che andrebbe riscoperto) e William Faulkner. C”è una terribile visionarietà nell”esperienza letteraria di Arriaga che non si riflette sulla scrittura, ma si manifesta nel contesto delle situazioni. Riguarda in particolare la figurazione degli animali: oltre al bufalo, ci sono le inquietanti figure dei giaguari allo zoo e le forbicette che seguono certi percorsi ossessivi di Gregorio. come Aniores perros e il recente 21 grammi, Arriaga ci presenta un”inquietante partita contro la morte attraverso un”ottica che è quella della pietà e del perdono.

 

Sebastiano Triulzi, L’ESPRESSO – CULTURA
– 10/06/2004

 

Una macuba per Macondo

 

Addio realismo magico: arriva una nuova generazione di autori latino-americani, che si dichiarano figli della globalizzazione, di Internet, di Mtv Latino più che di García Márquez o Isabel Allende. Uno dei volti più interessanti di questo nuovo corso lo vedremo il 17 giugno: è Guillermo Arriaga, giovane sceneggiatore di “Amores Perros” e “21 grammi”, nome nuovo tra i mostri sacri proposti quest’anno dal Festival Letterature, l’appuntamento con i reading d’autore organizzato da Maria Ida Gaeta della Casa delle Letterature per il Comune di Roma.
La rivolta letteraria è iniziata nel ‘96 a una festa in un McDonald’s di Santiago, quando il cileno Alberto Fuget presentò un’antologia di racconti di 18 autori, intitolata “McOndo”, che nulla avevano a che fare con il real-maravilloso formulato da Carpentier cinquant’anni prima. Ufficialmente McOndo è un gioco di parole nato dalla fusione di McDonald’s, Macintosh e condominio. Ma il bersaglio grosso era Macondo, il villaggio di “Cent’anni di solitudine”. Oggi il realismo magico è una valigia dimenticata nel deposito bagagli della stazione: e a luglio Marcos y Marcos pubblicherà “I film della mia vita”, l’ultimo romanzo di Fuguet. Il protagonista, Beltrán, ripercorre il tempo dell’adolescenza attraverso le pellicole che più ha amato, sfogliandole come un album di fotografie. Raccontando la diaspora di una famiglia che emigra negli States e poi ritorna in Cile ormai a pezzi.
In realtà già da tempo Reinaldo Arenas e Arturo Bolaño andavano dicendo di non poterne più di bambine telecinetiche, di città dove pioveva per cent’anni e di nonne che volavano. Mentre Hollywood traeva film di successo da “La casa degli spiriti” o da “Come l’acqua per il cioccolato”, perpetuando lo stereotipo d’una terra sensuale e selvaggia, prende, a corpo una letteratura lucida,
sarcastica e disperata. Che ha poi trovato il suo romanzo generazionale nei “Detective selvaggi” di Bolaño (Sellerio). E i cui remi sono riconoscibili in e a ogni latitudine: “Il linguaggio e la scrittura, il corpo e la sessualità, la coscienza e i media”. Prendiamo “Il bufalo della notte” di Guillermo Arringa che Fazi manda in libreria in questi giorni: è ambientato nei barrios di Città del Messico, ma avrebbe potuto svolgersi in una qualunque altra metropoli. Il “reincanto” della società contemporanea prodotto dal realismo magico si fonda al contrario sull’unicità del luogo narrativo.
Viene così meno la questione dell’identità, su cui s’erano spesi tutti gli scrittori latinoamericani per superare il trauma delle radici coloniali. Arriaga preferisce spostare l’attenzione sui meccanismi interiori che regolano le percezioni e le azioni dell’individuo. “Il bufalo della notte” narra di un triangolo amoroso che si apre con il suicidio del terzo incomodo. E di una vendetta postuma a cui chi resta in vita cerca faticosamente di sottrarsi. In fondo è un romanzo di formazione in cui i personaggi stazionano a lungo sul bordo dell’abisso senza mai veramente aver paura di cadere. Sono lì, sul confine, in quella che è per essi la dimensione più pura dell’essere umano, a interrogarsi sulle loro “perle” e le loro “cicatrici”, per dirla con un altro cileno, Pedro Lemebel.

 

 

D – REPUBBLICA
– 24/07/2004

 

Il bufalo sei tu

 

Cani, bufali, giaguari, tori, coyote. Non mancano gli animali nelle opere di Guillermo Arriaga, 46 anni, tra i Più interessanti scrittori messicani d’oggi, autore delle sceneggiature dei film Amores perros e 21 grammi (entrambi diretti da Aleandro Gonzaléz Iñarritu). Ma secondo Arriaga l’essere vivente che maggiormente sfoga la propria bestialità è l’uomo. Il bufalo della notte, definito dal suo autore un “romanzo che esplora la capacita distruttiva umana” e che diverrà presto un film, (il produttore e lo stesso Arriaga che ha chiamato a dirigerlo una sua scoperta, il venezuelano Jorge Hernandez), mette in scena due amici di lunga data legati fra di loro da un bufalo tatuato sull’avambraccio sinistro, da una donna e da un intrico di sentimenti contrastanti: Gregorio, schizofrenico e sensibile, che a 22 anni si uccide con un colpo, di pistola alla tempia: e Manuel, il narratore, ossessionato dalla morte dell’amico, e da una tormentata relazione sentimentale con la sfuggente Tania, ex fidanzata di Gregorio.
“Penso che in ogni uomo coabitino istinto e ferocia”, dice Arringa, “Adoro le persone che rifiutano di appartenere a quell’agghiacciante moderazione che ormai pervade la società contemporanea. Che hanno passioni, emozioni forti, contraddizioni, e possono commettere gli errori più atroci ma sono anche capaci di grande tenerezza. Manuel è uno di questi”. Dopo la morte, Gregorio si trasforma in un fantasma che perseguita l’amico traditore tramite lettere, bigliettini, sogni. E Manuel dovrà vedersela con il senso di colpa e il mistero che incombono sulla sua vita e che lo condurranno lentamente verso la solitudine e la pazzia. “Il personaggio di Manuel trascina gli altri verso l’abisso. E come una pecora che osserva le altre pecore mentre vengono massacrate e all’improvviso si accorge di essere lui il lupo”. A chi lo accusa di essere troppo cupo e pessimista, come traspare anche dalle sceneggiature di Amore perros>/i> e 21 Grammi, Arringa risponde: “Sono ossessionato a tal punto dalla vita che subisco il fascino magnetico della morte. Capire la morte è l’unico modo per comprendere veramente la vita”.

 

P.N., ROLLING STONE
– 01/06/2004

 

Guillermo Arriaga – Il bufalo della notte

 

Lui, lei, l’altro. Un triangolo classico. Ma lei appare e scompare senza ragioni apparenti, e l’altro, alla terza pagina, si spara un colpo in testa. Arriaga, sceneggiatore di Amores perros e 21 grammi, segue il suo personaggio per una Città del Messico notturna, violenta e malata. 1rragionevole e spaventosa come il respiro del bufalo che Manuel, il protagonista, sente martellare in testa, nel cuore della notte.

 

Aurelio Pasini e John Vignola, IL MUCCHIO SELVAGGIO

 

Guillermo Arriaga – L’urlo della città

 

Il bufalo della notte è il suo primo romanzo a venire tradotto in italiano. Crede che rappresenti una buona introduzione alla sua opera e alle sue tematiche?
Si tratta dell’ultimo libro che ho scritto, e al suo interno trovano spazio tutti gli argomenti tipici della mia produzione: amore proibito, personaggi sull’orlo dell’abisso, morte, amicizia. E’ un romanzo che parla dei dolori, della confusione e delle grandi cose che i giovani vivono di questi tempi, che cerca di dire qualcosa sulla condizione umana e sulle profonde contraddizioni che questa porta con sé. Per questo motivo, rispondendo alla sua domanda, trovo che sia un buon biglietto da visita per la mia scrittura.

Cosa ricorda della sua creazione?
Anzitutto che, come spesso mi accade, tutto è nato da un sogno. Il titolo stesso mi è venuto fuori così, dopo che un amico mi aveva letto alcune poesie di Rimbaud. A volte mi capita di sapere più o meno in quale direzione si stia muovendo la narrazione – questa volta invece no. Ho scritto Il bufalo della notte senza conoscere nulla dei personaggi e di cosa stesse loro capitando, così li ho scoperti lentamente e dolorosamente. Molte delle vicende del libro hanno un legame diretto con la mia vita: in particolare, durante la sua stesura ho avuto un brutto incidente giocando a basket, con gravi conseguenze neurologiche che mi hanno portato a sottopormi a un’operazione alla schiena, tanto che ora ho delle barre di metallo vicino all’osso sacro che “suonano” quando passo sotto il metal detector. Ecco, ho scritto gran parte del romanzo mentre mi stavo riprendendo da questa operazione, con la testa piena di strane sensazioni provocate dalle medicine e dai nervi danneggiati.

In particolare, approfondiamo un po’ il discorso sulla metafora animale del titolo. Che poi, a ben vedere, anche la presenza nel racconto delle figure dei due giaguari e del coyote potrebbe avere un significato metaforico, magari legato alle figure dei tre protagonisti…
Come dicevo, l’idea mi è venuta in sogno: in particolare, ricordo questa immagine di un bufalo che vagava per la prateria, un bufalo blu. Ho sognato anche le forbicine, i piccoli insetti che divorano il corpo di Gregorio. Per quanto riguarda il coyote, invece, è un animale che è sempre presente nei miei lavori, e qui in Messico ha un forte significato simbolico: di volta in volta, infatti, può rappresentare il diavolo oppure l’ingegno o la conoscenza del mondo, Anche il giaguaro è sacro e, insieme al serpente, è l’animale più importante della cultura centroamericana. Ma, ovviamente, non sono questi i motivi per cui ne ho parlato, ma perché mi piacciono molto.

La città in cui avviene tutto questo è Città dei Messico, ma potrebbe anche essere una delle tante metropoli contemporanee… Forse, ma io non volevo descrivere un’altra città: a me interessava proprio questa, la mia zona di origine, quella che conosco meglio e quella in cui ho vissuto da sempre, da quando sono nato. Così mi sono sforzato di dare alla Città del Messico letteraria connotati che non fossero magari troppo espliciti, diciamo toponomastici, e nello stesso tempo però ne descrivessero lo spirito vero, concreto, e i caratteri umani che ospita, non tutti felici.

La composizione sociale dei protagonisti de Il bufalo della notte è piuttosto omogenea: la classe media messicana.
In realtà parte dall’osservazione dei ventenni che esistono oggi, che conosco attraverso il mio lavoro all’università. Non sono stato particolarmente attento all’appartenenza sociale dei personaggi, anche se poi non mi sembra siano tutti così benestanti. A me interessava più che altro descrivere un disagio di un altro tipo, non legato alla povertà o alla ricchezza, ma alla disperazione delle vite di oggi, al rischio che corrono di essere nulle.

Uno dei temi fondamentali del romanzo è quello della malattia mentale che, proprio come quella “fisica”, può anche essere contagiosa.
Mi sono sempre piaciuti i personaggi estremi, che si spingono più lontano che possono e, in particolare, i miei preferiti sono quelli che arrivano a un passo dall’abisso ma non vi cadono dentro, come invece fanno tutti gli altri, La malattia mentale è uno degli abissi più profondi in cui un essere umano può precipitare. Naturalmente non è contagiosa, ma fa sì che tu ti ponga delle domande su te stesso, sulla vita e il mondo che ti circonda. Quando sei vicino a qualcuno affetto da una malattia mentale ti senti in qualche modo messo alla prova, minacciato, e la vita assume una struttura diversa.

Una volta ha dichiarato che l’obiettivo di un romanziere dovrebbe essere quello di “recuperare il senso della morte e omaggiare la vita”. Il bufalo della notte si apre proprio con una morte, e si sviluppa seguendo la graduale presa di coscienza da parte di Manuel che la sua vita non è esattamente come se la immaginava, arrivando a capire di essere lui stesso, piuttosto che Gregorio, il “re Mida della distruzione”.
Sì, uno scrittore dovrebbe in qualche modo recuperare il senso, il peso della morte, in modo da comprendere la vita nel suo significato più profondo. Se c’è un senso di finitezza o di conclusione, la gente abbraccia la vita con intensità e passione maggiore. Di contro, è quando l’esistenza appare blanda e confusa che diventa inevitabile una perdita di interesse nei suoi confronti. Chi sa che la propria vita avrà una fine definitiva ama, vive e si diverte di più. Per quanto riguarda Il bufalo della notte, mi piace usare una metafora: una pecora, Manuel, improvvisamente vede come le altre pecore vengono uccise. C’è una pozza di sangue attorno a loro. Questa pecora non capisce cosa stia succedendo fino a quando si accorge di non essere una pecora, ma un lupo, quello che sta uccidendo le altre pecore.

Crede che, alla fine, sia possibile continuare a mantenere una certa speranza?
Naturalmente sì, anche se questa arriva passando attraverso i corridoi più oscuri. Ne Il bufalo…, in particolare, giunge solo dopo la scoperta di chi si è veramente. Manuel distrugge ogni cosa intorno a sé perché non sa di averne la capacità, ma quando capisce di essere un lupo si ritira per potere essere in pace con se stesso.

Il bufalo… è stato presentato come un thriller. Si trova d’accordo con una definizione di questo tipo e, in generale, si trova a suo agio con generi e categorie?
In tutti i miei lavori ho cercato di sfidare l’idea stessa di genere: l’ho fatto con gli altri miei romanzi, Un dulce olor a muerte ed Escuadron Guillotina, e con le sceneggiature di Amores perros e 21 grammi. Credo che sia ora di ridefinire artisticamente i generi, di aprirli, di metterli in discussione e cambiarli. Per quanto mi riguarda, Il bufalo… non è soltanto un thriller, lo penso di più in termini di personaggi naufragati nel caos, come un romanzo esistenzialista in cui prendere decisioni porta a delle conseguenze nella propria vita e in quella degli altri.

Al centro dei romanzo c’è un triangolo amoroso, una situazione in un certo senso comune anche ad Amores perros e a 21 grammi.
Per me l’amore è l’emozione più grande che un essere umano possa provare. L’amore è l’unico modo che si ha per entrare realmente in contatto con l’essenza più profonda dell’umanità. Tuttavia, non si tratta dì un sentimento asettico: l’amore può uccidere, distruggere, può essere trasformato in qualcosa di terribilmente oscuro. Ed è quando è proibito che l’amore acquista il suo senso più paradossale e intenso.

Che importanza ha avuto la sua esperienza personale nella creazione degli scenari delle sue opere?
Ho sempre detto che la mia influenza principale sono le strade e i boschi. Le mie esperienze si riflettono sempre nei miei lavori, non solo per quanto concerne ciò che ho visto, ma anche per quello che osservo e immagino. La cosa migliore che mi può capitare è che un lettore dica: “Era lì e sa di cosa sta parlando”. Voglio che il mio pubblico pensi che i miei lavori siano il prodotto della vita stessa, non di una qualche ricerca fatta su altri libri.

Come è entrato in contatto con il mondo dei cinema?
Alcuni produttori si sono detti interessati a comprare i diritti dei miei romanzi per realizzarvi dei film, tutto qua. Tuttavia, sono anche stato un regista di documentari, un produttore, e ho lavorato sia in televisione che in radio, quindi gli altri media non mi sono dei tutto estranei.

Quali sono, a suo avviso, le principali differenze fra scrivere un romanzo e una sceneggiatura? E, a tal proposito, cosa ci può dire dei suo rapporto di collaborazione con Alejandro Gonzalés Iñarritu, il regista sia di Amores perros che di 21 grammí?
La stesura di un libro è un processo intimo, che va affrontato in solitudine, mentre una sceneggiatura implica comunque un dialogo con altre persone e la consapevolezza del coinvolgimento altrui nel proprio lavoro. Alejandro è un genio, un uomo dotato di un enorme talento, che mi spinge continuamente a migliorarmi. Con lui ho un dialogo continuo, litigi ma anche coincidenze felici. Mi ritengo un privilegiato a potere lavorare insieme a lui.

Ecco, prima accennava alla sua esperienza come regista di documentari. Di cosa si è trattato esattamente?
Ho diretto alcune cose per la tv: programmi, cortometraggi e, appunto, documentari. Un mio corto intitolato Rogelio è stato programmato in alcuni festival in tutto il mondo. Come documentarista, invece, sono particolarmente orgoglioso di alcuni lavori incentrati su persone portatrici di handicap fisici. In particolare, ne ricordo con piacere uno su una squadra di basket composta da giocatori in carrozzella e un altro su dei nuotatori senza braccia. E poi ce ne è stato uno dedicato a Javier, un uomo affetto dalla sindrome di Down che è anche un poeta.

Facciamo un passo indietro: quando è nato il suo amore per la letteratura?
Direi che risale alle mie prime lezioni di teatro, quando avevo dodici anni. Ho letto Shakespeare, Eschilo, Sofocle, Calderón de la Barca e tutti i più grandi drammaturghi della storia. Devo molto a quelle lezioni. Per quanto riguarda la scrittura, invece, i miei modelli sono scrittori che fanno parte della mia stessa tradizione letteraria, quella che antepone la vita allo stile. Quindi potrei citare Rulfo, Faulkner, Dostoevskij, Tolstoj, Stendhal, Martín Luis Guzmán, Baroja, Hemingway Narratori nel senso più puro dei termine.

Dal 1991 a oggi ha pubblicato “solo” tre romanzi e una raccolta di racconti. Trova che la scrittura e la revisione siano attività in qualche modo faticose o che, comunque, richiedono molto tempo? In altre parole, quanto è difficile per lei considerare un lavoro finito?
Indicativamente mi ci vogliono quattro anni per portare a termine un romanzo, e si tratta di un processo particolarmente doloroso, dal momento che tendo a riscrivere come un pazzo. Per me la letteratura è un modo per combattere la morte o, meglio ancora, è l’affermarsi della vita sulla morte, e quindi mi trascende. Pertanto cerco di occuparmene meglio che posso.

La definizione che dà di sé è quella di un “cacciatore che scrive”. Cosa intende dire?
Che è la mia condizione di cacciatore a permeare tutto il mio lavoro. Cacciare mi ha portato a vivere le esperienze più profonde e contraddittorie. A proposito, in Messico la caccia non è un’attività aristocratica, ma alquanto democratica – per lo meno lo era, ora invece molto è stato privatizzato. Contadini, operai, intellettuali: tutti vanno a caccia in Messico. Personalmente, adoravo farlo su terreni di proprietà pubblica, perché mi permetteva di capire meglio la mia terra e la sua gente.

I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Ha riscontrato differenze nelle reazioni o anche solo nelle recensioni da nazione a nazione?
La bellezza delle traduzioni è proprio questa: che il modo in cui il libro è letto cambia, è completamente diverso a seconda del paese, ma allo stesso tempo vi è sempre qualcosa che rimane invariato. L’obiettivo di ogni scrittore è cercare di toccare i cuori e le menti di ogni lettore, a prescindere dalla sua lingua o nazionalità.

Qual è il ruolo della musica nel suo lavoro e nella sua vita?
La musica è fondamentale per me, dà alla vita la gioia, un senso e una memoria. Mi piacciono moltissimi musicisti, dai Doors a Los Tigres Del Norte, dal pop alla salsa e all’hard rock. In questo momento sto apprezzando in modo particolare i portoricani Aventura, ma per esempio 21 grammi è stato scritto ascoltando Manu Chao. In ordine assolutamente casuale, mi piacciono Dire Straits, Jimi Hendrix, Black Sabbath, Led Zeppelin, Selena, Molotov, Café Tacuba, Control Machete, Julieta Venegas, Everlast, Eminem, 50 Cents, Nelly Furtado, Patti Smith, Bob Marley, Jethro Tull, Focus e i Rolling Stones. Non amo invece i Beatles: li trovo molto sopravvalutati e in qualche modo “borghesi”.

Su cosa sta lavorando in questo momento? Può anticiparci qualcosa dei suoi progetti futuri?
Anzitutto voglio finire un romanzo intitolato Los sapitos, parola che indica una razza di piccoli rospi, e sto scrivendo la terza e ultima parte della trilogia iniziata con Amores perros. A settembre, inoltre, Tommy Lee Jones dirigerà un film scritto da me, Looking For Jimenez, una delle mie sceneggiature preferite.

 

Guido Caldiron, LIBERAZIONE
– 15/07/2004

 

Cacciatori di destino

 

 

Parla di se come di un cacciatore prestato alla scrittura, mostra all’interlocutore un piccolo ciondolo a forma di mano che porta appeso al collo e spiega, serissimo,: “la mia mano come la tua prima o poi sarà quella di un cadavere”. Parla della vita quasi la temesse e della morte come di una presenza costante, da cui solo l’amore ci può salvare. Forse per chi è cresciuto in una delle metropoli più selvagge del mondo, Città del Messico, non potrebbe essere che così. Quel che è certo è che Guillermo Arriaga da quando ha visto e respirato per strada, ha saputo trarre storie indimenticabili che già si segnalano come altrettanti capitoli decisivi della letteratura latinoamericana. Abbiamo incontrato Arriaga a Roma,dove ha partecipato ieri sera al Festival Letterature insieme a Carlos Fuentes, mentre oggi pomeriggio sarà alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano per presentare Il bufalo della notte(pp.245, euro 16,00) appena pubblicato nel nostro paese da Fazi.
La presenza del destino e della morte si intreccia nei suoi romanzi con la dimensione della vita a Città del Messico. Quale la chiave per capire questa metropoli?
Il Messico intero è al centro dei miei romanzi, Città del Messico come le campagne, dove sono ambientate alcune delle mie storie. Quanto alla vita che si fa nella metropoli di Città del Messico, che è la città in cui sono cresciuto…credo si tratti di un posto pieno di contraddizioni, dove convivono l’una accanto all’altra realtà molto diverse tra loro. Si può passare dall’estrema povertà alla grande ricchezza anche solo girando l’angolo di una strada. Una città in cui esistono molte tensioni, nella quale c’è molta violenza ma anche molta tenerezza e questi due elementi possono convivere nello stesso momento. Il Messico sta vivendo una profonda crisi economica da almeno un quarto di secolo e e questa condizione non può che influenzare il nostro modo di guardare il mondo. Anche se è possibile trovare un ottimismo incredibile anche nei contadini più poveri: gente che non ha da mangiare ma vuole andare avanti e non smette di sorridere.
Se il destino e la morte sono legati a doppio filo con le storie che crea, è però l’amore che occupa sempre un posto di primo piano nei suoi romanzi. Solo che non si tratta mai di amori sereni, ma sempre di qualcosa che si conquista solo al prezzo di grandi difficoltà, un amore al limite dell’impossibile. Perché?
Tutti i miei libri sono soprattutto delle storie d’amore, solo che non parlo di un amore sdolcinato, ma piuttosto di un amore duro, che ferisce, di amori proibiti. Non è un modo di sminuire il valore dell’amore, anzi. Questo perché nell’amore proibito non c’è futuro, ma solo presente. E l’amore è soprattutto questo: il desiderio di stare con l’altro, non di costruire qualcosa. Non esistono spazi, ma solo stanze di albergo e tutto è concentrato in un attimo. Perciò nel mio ultimo libro c’è una frase che dice: “qualunque amore, per sporco che sia, merita un letto pulito”. L’amore resta comunque l’unica via di salvezza. E credo anche che un uomo di sinistra sappia che l’amore è l’unica vera possibilità che abbiamo: capire l’altro, identificarsi con l’altro, provare empatia con l’altro è davvero l’unica strada possibile. Anche perché questa è l’unica vita certa che abbiamo.
I tempi dei suoi romanzi sono molto serrati. A questo proposito, parlando con la stampa messicana di Amores Perros, lei ha citato William Faulkner e ha sottolineato di avere un rapporto molto particolare con il tempo; è vero che rielabora ogni storia decine e decine di volte prima di decidere per la versione definitiva?
Credo che ogni storia vada raccontata in modo diverso e questa è la prima cosa che ho imparato da Faulkner. Quanto alla dimensione del tempo è imminente alle storie che raccontiamo, perché il tempo è fatto di istanti che scandiscono anche la narrazione. Inoltre io scelgo momenti particolari per raccontare, condensandola quasi, la storia di una vita, perciò il tempo il tempo diventa per me quasi un’ossessione. Anche perché la letteratura e l’arte rappresentano la lotta contro la morte, quando scrivo so che ciò che sto facendo resterà anche dopo la mia scomparsa: la scrittura è quindi il mio modo personale di lottare contro la morte. Per questo la prima pagina de “ Il bufalo della notte” credo di averla riscritta ottocento volte e ogni singola frase dei miei romanzi cinquanta. Cerco che ogni frase sia il più pulita possibile. Così, per finire un romanzo ci ho messo tra i quattro e cinque anni, e almeno due anni per scrivere una sceneggiatura per il cinema.
Da una costruzione così complessa deriva però una scrittura dotata di grande ritmo, che non ha caso ha incontrato il linguaggio cinematografico; è stato un incontro facile?<br Il destino, la morte, l’amore, la preda, l’incontro… Lei ama la caccia e ha spiegato più volte di considerarsi un cacciatore prestato alla scrittura. Cosa significa?
Si, è vero, prima di ogni altra cosa io sono un cacciatore,è il mio modo di vedere il mondo. Sono consapevole che oggi è come dire che sono un assassino, però credo che nella caccia vi sia anche altro: la caccia avvicina all’autenticità dell’essenza umana, al paradosso che caratterizza tutti gli uomini. E in questo la caccia è decisamente l’attività più paradossale dell’essere umano perché unisce la crudeltà con la bellezza. La caccia mi permette di capire meglio gli uomini e anche di capire che dentro a ogni uomo c’è un animale.

 

Enrica Brocardo, VANITY FAIR
– 12/07/2004

 

Un romanziere cinemascope

 


Ha la faccia per essere uno dei personaggi delle sue storie: l’ultima, Il bufalo della notte (Fazi, pagg 245, euro 16,00) o quelle che si sono viste al cinema: 21 grammi con Sean Penn Amores Perros. “Prendo spunto dalla mia vita o dalle persone che mi circondano. Mi piace che la gente capisca che ho vissuto davvero quello che racconto”, ammette Guillermo Arriaga, 46 anni, lo scrittore messicano che sta diventando un fenomeno. Cinematografico. Anche Il bufalo della notte diventerà un film e Arriaga sta lavorando ad altre sceneggiature.
Di cosa si tratta?
Looking for Jimenez, che verrà diretto da Tommy Lee Jones, racconta una strana amicizia tra due cowboy, uno messicano e uno texano. Poi sto scrivendo la sceneggiatura di un film con Brad Pitt; è la storia vera di un donnailo malato di aids che scopre una cura alternativa in Messico , la importa negli Usa e diventa ricco.
Le sue storie ricordano Almodovar. Così mi fa arrabbiare…perché è vero. Gli vengono in mente un sacco di idee che vorrei aver avuto io.Cosa fa quando non scrive? Cerco di essere il miglior padre del mondo. Ho due figli, una bambina di 13 anni e un maschio di 11

 

Mariella Radaelli, IL GIORNO
– 12/07/2004

 

La mia Mexico City claustrofobica e cupa

 


Un’aria misteriosa e un passato sulla strada, nei barrios di Mexico City, dove a 13 anni perde l’olfatto per le botte prese: Guillermo Arriaga, 46 anni, una celebrità in Europa per il suo lavoro di sceneggiatore pluripremiato per i film cult “Amores Perrose 21 grammi del regista Alejandro Gonzalez Inarritu. Alle 18, rriaga in veste di romanziere incontra il pubblico della Feltrinelli di piazza Piemonte 2. Parla del nuovoIl bufalo della notte (Fazi), trama esistenziale dai toni cupi, perfetta per i giovani metropolitani alla ricerca di se stessi, ambientata in una Mexico City notturna e claustrofobica. “Nella mia scrittura vi è una componente personale accanto a molta osservazione e immaginazione. Scruto me stesso e la realtà che mi circonda. Mi interessano i personaggi nei momenti decisionali, attimirivelatori. Quando siamo di fronte a una decisione diciamo una cosa, ma poi ne facciamo un’altra. Siamo attraversati da azioni contraddittorie rispetto ai valori che diciamo di avere. Cerchiamo di tenere a bada la nostra nimalità, che viene sempre fuori. Non è successo solo con il nazismo. Avevano un animalità quei soldati americani prima che seviziassero i prigionieri iracheni?”
La sua concezione della natura umana è espressa nel film Amores Perros, dove gli uomini sono peggio dei rottweiller che fanno combattere?
No. Perché alla fine sono esseri pienamente umani: che riconoscono il lato oscuro di se stessi.
Lei si definisce un cacciatore che scrive. Una passione che la accomuna ad Hemingway…
Già. Il termine passione rimanda alla sofferenza. La nostra cultura si è costruita su generazioni di cacciatori. Un tempo le prede erano inseguite dagli sciacalli; dietro c’erano gli uomini, che dividevano con loro il bottino della caccia ed è nata così l’alleanza tra uomo e cane, il mio animale preferito. Ho un labrador bellissimo.
Lei sostiene di scrivere come chi lancia messaggi in bottiglia nel mare…
Il primo messaggio è la speranza, nella vita, che ha più forza della morte. Il secondo è l’amore, la via che dobbiamo seguire se vogliamo ricostruirci.
Come si è trovato a collaborare con Gonzalez Inarritu?
“ Lui è un fratello. Il cinema mi permette di raccontare storie che non funzionerebbero in letteratura”.
Progetti?
Due sceneggiature, per Gonzales Inarritu e Tommy Lee Jones, ambentate in Texas e in Messico.
Lei ha fatto tesoro della lezione di Tarantino, il meccanismo di Pulp Fiction?
No. Non avevo ancora visto i suoi film quando ha iniziato a scrivere. Sono stato influenzato dal William Faulkner sceneggiatore e da Juan Rulfo.

 

Enzo Di Mauro, CORRIERE DELLA SERA
– 12/07/2004

 

Tre solitudini intorno a un bufalo

 

I due film di Alejandro Gonzalez Inarritu –Amores Perrose 21 grammi– offrono un’idea fedele dello stile e della poetica di Guillermo Arriaga, nato a Città del Messico nel 1958. Egli ne è stato infatti lo sceneggiatore e l’anima drammaturgica, benché Il bufalo della notte, pubblicato ora in Italia nella traduzione di Stefano Tummolini, sembra lavorato piuttosto da un abilissimo montatore innamorato dei suoi personaggi e dello spazio urbano (la propria città) in cui li fa muovere.
Stacchi netti, frasi brevi, respiro affannato nello spazio dove il sole pare non sorga mai, fumoso, violento, derelitto e frenetico questo romanzo si può definire insieme tenero e crudele, semmai sbilanciato felicemente verso un sentimento di asciutta compassione. Nelle sue pagine, segnate da una velocità tutta urbana, tre vite si incrociano, si inseguono, si perdono e si ritrovano. Due ragazzi e una ragazza uniti da un legame forte, da un destino comune.<br< “ Il bufalo della notte ci sogna”: ecco il testo dell’ estremo messaggio che il ventiduenne Gregorio Valdes fa recapitare prima di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa a a Manuel, insieme ad un biglietto bianco macchiato di sangue e a tre forbicine. Gregorio è il protagonista e il fantasma atipico, originale thriller esistenziale.
A Guillermo Arriaga interessano in particolare i movimenti dei due giovani sopravvissuti al suicidio dell’ amico, in primo luogo quelli del coetaneo Manuel, abitato dall’ossessione del tradimento, anche (ma non solo) a causa della sua relazione con Tania, l’ex fidanzata del compagno morto. Manuel insegue Tania, lei si dà e sottrae fino alla sua improvvisa e inspiegabile sparizione.
Nell’insieme, dunque, Guillermo Arriaga costituisce un dolente puzzle, al centro del quale risalta la necessità spesso fatale degli affetti interamente spiegati all’interno di una piccola comunità amicale, addirittura nel cuore di una dialettica a tre.
L’ambientazione a Città del Messico sembra costituire la cornice perfetta per queste tre solitudini, ognuna segnata da una coazione e da una vocazione alla morte. Ed è appunto la morte – ci vuole dire lo scrittore sudamericano- quella che si può lasciare anche in eredità. Consegnarla a mani fidate.

 

LA REPUBBLICA
– 09/07/2004

 

Con Fuentes e Arriaga Massenzio parla spagnolo

 

Stasera a Massenzio si parla spagnolo. Per il penultimo appuntamento del Festival delle letterature salgono sul palco Carlos Fuentes e Guillermo Arriaga. Un’ occasione per ascoltare dal vivo le musiche di Nicola Piovani e seguire anche le letture –interpretazioni di due attori amatissimi come Michele Placido e Fabrizio Gifuni
. L’appuntamento, tra quelli da non perdere di questa rassegna che si avvia a conclusione, è come di consueto alle ore 21 nella cornice della basilica di Massenzio: il tema “Reale immaginario” sarà svolto anche dai due scrittori che leggeranno testi inediti.
. Carlos Fuentes è uno di quegli autori da “passaparola” che ha già al suo attivo la pubblicazione in Italia di molti libri, da “La morte di Artemio Cruz” (Feltrinelli) a “L’albero delle arancie” e “Le relazioni lontane” (Il Saggiatore). Arriaga, nato a Città del Messico, è lo sceneggiatore pluripremiato di “Amores Perros” e di “21 grammi” mentre la casa editrice Fazi ha appena pubblicato da noi il suo “Il bufalo della notte”. Nuovi talenti, orizzonti comunque da scoprire, fra letteratura, reale ed immaginario.

 

IL MANIFESTO
– 08/07/2004

 

Il bufalo della notte

 

Questo è il titolo dell’ultimo romanzo di Guillermo Arringa –in Italia è uscito per Fazi editore (16,00 euro), nella traduzione curata da Stefano Tummolini. Il “set” è una Città del Messico metropoli ansimante di automobili, e emozioni oblique, dove si intrecciano le storie di tre ragazzi, poco più che ventenni, amici da sempre. Gregorio, che malato di schizofrenia esce dalla clinica e pochi giorni dopo si spara un colpo in testa.
. Manuel l’amico inseparabile che lo adora ma insieme lo teme e Tania, la ragazza di Gregorio che poi ha scelto Manuel, che ama scomparire all’improvviso senza dire nulla e che come tutti nasconde dei segreti. L’io narrante è Manuel, è lui che seguiamo in questo strano labirinto emozionale in cui si mischiano “sapori” di un immaginario “glocal” tra motel anonimi, giardini zoologici, giaguari, tatuaggi, junk-food e canzonette… Il nodo è questa amicizia ossessiva che scivola nel transfert, e che la scelta di una voce narrante unica moltiplica nei giochi di enigmi di Gregorio, anche dopo morto, di Tania e della sorella di Gregorio, Margarita, mai spiegati neppure al lettore il cui orizzonte coincide con quello di Manuel

 

Giuseppe Culicchia, TTL-SUPPLEMENTO DE LA STAMPA
– 08/07/2004

 

Arriaga: che cosa trama l’amico dopo il colpo di pistola

 

Guillermo Arringa è nato a Città del Messico nel 1958. E Città del Messico non è un posto qualsiasi; è megalopoli popolata da venti milioni di abitanti. Violenta. Inquinata. Calda. Città del Messico ha ispirato ad Arringa Amores Perros, film piuttosto straordinario, premiato nel 2000 al Festival di Cannes col riconoscimento assegnato dalla Settimana Internazionale della Critica. E a Città del Messico è ambientato anche Il bufalo della notte, terzo romanzo dell’autore messicano ospitato l’altro ieri a Roma dal festival “Letterature”. Ad attrarre Arringa è, evidentemente, il lato oscuro dell’esistenza. Non a caso è sua anche la sceneggiatura di 21 grammi, altro film di cui si è molto discusso, interpretato da Sean Penn. E Manuel, la voce narrante di Il bufalo della notte, si ritrova invischiato in una storia estrema fin dalle prime battute del libro, quando scopre che Gregorio, il suo amico più caro si è sparato alla testa un colpo di pistola.
Gregorio muore in grembo a sua madre, lì da dov’era venuto al mondo, sdraiato sul sedile posteriore dell’auto che suo padre guidava come un pazzo verso l’ospedale. “A poco erano servite le finestre sprangate con le assi e le sbarre di ferro, la porta senza serratura, la pazienza, l’amore, i calmanti, le sedute di elettroshock, i mesi rinchiuso negli ospedali psichiatrici, il dolore”: Gregorio soffriva di schizofrenia, a Manuel tocca riconoscere il cadavere sotto le luci al neon dell’obitorio. Solo Tania, la fidanzata di Gregorio, non assiste né alla veglia né alla cremazione del avere. “Sta ancora tramando qualcosa ,vedrai”, dice a Manuel la mattina del funerale. “Gregorio non può andarsene così e basta”. E infatti non se ne va.
. Ma quello di Arringa non è un b-movie con tanto di zombi ed effetti speciali un po’ rafforzati ma un thriller pieno di incubi e di ricordi, di flash-back e allucinazioni e di passione. Perché Manuel, pur ossessionato dai sensi di colpa ama Tania e Tania gli sfugge. Lui, un giorno ha trovato anche il coraggio di confessare il suo amore a Gregorio. Che, rinchiuso in un ospedale psichiatrico, gli ha risposto con calma: “Non c’è motivo di discutere. La nostra amicizia è più importante”. Così per Arringa è importante indagare la linea d’ombra che separa la vita dalla morte
. Il thriller, in quanto tale, non si presta ad essere raccontato. Nella sua schizofrenia, Gregorio si dimostra lucido. Al punto di governare i destini altrui perfino dopo la morte. Morte che in realtà risulta essere la vera protagonista del romanzo , proprio come in Amores Perrose ancora di più in 21 grammi. Sulle strade di Città del Messico Guillermo Arringa sostiene di aver imparato a scrivere, oltre che a vivere. Pare lecito chiedergli: nelle sue mani, il noir assume connotazioni esistenziali e risulta tanto più inquietante quanto si allontana dalle strade consuete.
Etichettato come il Tarantino messicano, Arriaga ha in effetti ben poco da spartire con il regista dei vari Kill Bill. Non gioca con i generi a colpi di citazioni , e la sua scrittura non è mai compiaciuta, La sua violenza non è divertente perché non è finta, e proprio per questo risulta intrisa di dolore, un dolore non esibito, che Arriaga maneggia con pudore. Intervistato di recente, l’autore messicano ha affermato di non amare i libri che puntano solo sul linguaggio, ma di preferire le storie che vanno dritte al cuore del lettore. Il bufalo della notte è una di quelle. “Nelle case si cresce, si dorme, si litiga, si ama, si fornica, si mangia, si odia e si muore”, dice a Manuel il suo professore di architettura: e lo stesso accade nelle pagine di Arriaga romanziere e sceneggiatore. Che in Italia può contare su Stefano Tummolini, egregio traduttore.

 

Francesca De Sanctis, L’UNITÀ
– 07/07/2004

 

I miei romanzi li scrivono i sogni

 

Vite sull’orlo di un baratro, in volo verso un abisso in cui scorre, forse, un fiume di speranza. Il dolore, la morte, la violenza sono i temi che scandiscono i romanzi, le sceneggiature e la vita stessa di Guillermo Arringa, scrittore messicano, in Italia per presentare il suo primo romanzo tradotto nella nostra lingua: Il bufalo della notte (Fazi Editore, pagine 245, euro 16,00). Da noi si è fatto già conoscere per le sceneggiature di Amores Perros e 21 grammi .E in Messico ha pubblicato i romanzi Un dulce olor a muerte, Escuadron guillotina e la raccolta di racconti intitolata Retorno 201. Il bufalo della notte sarà presentato oggi alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano, mentre già ieri sera l’attore Fabrizio Gifuni ha letto al pubblico romano del Festival Letterature il primo capitolo del romanzo per poi cedere il posto al reading di Arriaga stesso con un testo inedito sul tema “Reale, immaginario”
. Mentre parla dei suoi lavori, questo scrittore 46enne dai modi così gentili, ti guarda dritto negli occhi e ti fulmina con il suo sguardo profondo. Quando poi ripercorre le tappe della sua vita, si capisce perché nelle sue storie insiste tanto parlare di violenza. “ L’ho imparata dalla strada – dice- . Quando avevo 11 anni un pugno al naso mi ha quasi privato dell’olfatto…”. Anche in Bufalo della notte, i temi sono molto forti. La storia è ambientata a Città del Messico ma potrebbe svolgersi in qualunque città, e racconta le vite intrecciate di tre amici: Gregorio, che a 22 anni si toglie la vita con un colpo di rivoltella; Manuel, perseguitato dal fantasma dell’amico; e Tania, ex fidanzata di Gregorio che sparisce senza lasciare traccia di sé. Insomma, il libro è un colpo allo stomaco. Avete presente il realismo magico di Gabriel Garcia Marquez? Ecco, i libri di Arringa sono esattamente l’opposto di quel mondo real-meravilloso. L’autore messicano, infatti, fa parte di quella generazione di scrittori contemporanei che nel 96 diede avvio, con una festa in un McDonald’s di Santiago, alla rivolta letteraria simboleggiata dall’antologia di Alberto Fuger McOndo (che non a caso richiama il villaggio Facondo di Cent’anni di solitudine)
. Arringa, sia nei film che nei romanzi sembra quasi che i suoi personaggi debbano sfidare il destino, e superare delle prove durissime per sopravvivere
Il filosofo spagnolo Ortega diceva che noi siamo la circostanza, ma ciò che mi interessa è capire come possiamo superare la circostanza, il destino.
E in fondo i suoi personaggi ci riescono
Si mi piacciono i personaggi che hanno una forte volontà di camminare sull’orlo della vita, senza cadere.
Un po’ come ha fatto lei nella sua vita
Personalmente ho vissuto esperienze molto violente, ma anziché lasciarmi distruggere ho cercato di imparare da esse. Per esempio, quando avevo 11 anni un veterano della guerra del Vietnam mi ha preso a bastonate, quasi uccidendomi. Per questo voglio parlare delle conseguenze della violenza. Penso che tutti gli esseri umani si trovino prima o poi di fronte a momenti in cui molto hanno a che fare con la violenza o con la morte. Ma io voglio parlare della vita.
E della vita fanno parte anche gli animali;è vero che è un cacciatore?
Si, però la mia grande passione per la caccia deriva dalla grande passione che nutro per gli animali. Mi piace la natura umana, che è la più paradossale di tutte. E la caccia esprime questo paradosso della condizione umana.
I due personaggi del Bufalo della notte, Gregorio e Manuel, si tatuano un bufalo azzurro in segno di amicizia. Come mai proprio un bufalo?
Quello che ho sognato. Sogno tutte le storie che scrivo. Ho sognato il bufalo, la trama del romanzo e ho scritto il libro. Ho sognato sempre sia i miei romanzi che le mie sceneggiature. L’inconscio lavora meglio del conscio. I sogni raccontano storie, io sono un narratore di storie e per questo sogno i mei racconti.
Lei ha intensificato la sua scrittura proprio quando si è trovato vicino alla morte
L’esperienza della morte si può tradurre in due momenti: la morte di una persona che si ama, e il rischio personale di morire. Io ho sofferto molto la morte di mia nonna, una morte così improvvisa che non l’ho ancora digerita. Quando avevo 24 anni, invece,mi sono ammalato di cuore e ho rischiato di morire. La scrittura esprime questa sensazioni.
Dunque, perché scrive?
Per non morire, per cercare di dare un senso alla mia vita, e per cercare di lasciare qualcosa dentro di me. Quando mi sono ammalato di cuore guardavo le mie mani e pensavo che sarebbero state le mani di un cadavere. Quindi pensai che bisognava fare qualcosa. Così ho iniziato a scrivere.
Perché da piccolo preferiva leggere enciclopedie anziché romanzi?
Io ho un problema neurologico ,un disturbo dell’attenzione. Non riesco a concentrarmi molto e le enciclopedie hanno informazioni molto brevi.
Poi però ha iniziato a leggere romanzi, quali sono stati i suoi maestri?
Juan Rulfo, William Faulkner, pio Baroja, Martin Luis Guzman…Per quanto riguarda la letteratura italiana, naturalmente Dante e poi Moravia
Prossimi progetti?
Sto scrivendo per il cinema un paio di sceneggiature: la terza parte della trilogia, dopo Amores Perrose 21 grammi, e un poliziesco. E altri due romanzi. Entrambi avranno a che fare con la vendetta sociale, la morte, lo sbaglio.

 

Gabriele Romagnoli, MUSICA-SUPPLEMENTO DELLA REPUBBLICA
– 07/07/2004

 

Noi, i ragazzi dello zoo umano

 

Anni fa andai a vedere un film,ancora sconosciuto, intitolato Amores Perros. A metà infransi la regola del silenzio e commentai a voce alta: “Chi ha scritto questa roba è un genio!”. Sui titoli, i nomi degli sceneggiatori passano in fretta, sui cartelloni sono minuscoli, dovetti cercarlo e segnarlo: Guillermo Arrriaga. Sono ancora convinto che quel film sia eccezionale, ma in senso stretto: non gli si avvicinano né l’altro che Arringa ha poi scritto per lo stesso regista(21 grammi né questo romanzo Il bufalo della notte. Nel Bufalosi mantengono molti degli elementi presenti nei film. Primo fra tutti: l’ossessione per gli animali e per i loro destini, crudeli e insensati quanto quelli degli umani. In Perros c’erano i cani costretti a sbranarsi, quello (puro Cortazar) che scompariva nel buco sotto il parquet e i tanti straziati nel rifugio del mendicante. Nessun effetto bastava a riscattarli. Qui abbiamo un giaguaro giustiziato allo zoo, un gattino maciullato nel motore, le forbicine prodotte dalla follia. E l’alito del bufalo che soffia sui protagonisti mentre, come un dio addormentato ne segna le vite. “Prima che esseri umani siano animali”, sottolinea la giovane Tania. “E molto prima siamo demoni”, aggiunge. Lei è il perno di un triangolo amoroso che la morte non cancella. Gli altri due lati sono Gregorio, che trasforma la sensibilità in ferocia e autodistruzione, e Manuel, attratto dallo stesso richiamo. Non basta che si cancelli il tatuaggio gemello: lo aspetta un bivio tra la pazzia e la morte ( e la prima, decide, è più spaventosa). Ma l’abisso più grande, viene suggerito, è quello che ha inghiottito generazioni di “impiegati che all’uscita dell’ufficio comprano il pane da portare a casa”. Ecco, lì il bufalo di Arringa non sembra più tanto selvaggio, ma una di quelle macchine da rodeo a gettone. Fuggire dalla banalità attraverso la pazzia o la morte è una di quelle strade narrative , filosofiche, biografiche, così battute che sotto i piedi non c’è più asfalto , soltanto polvere. Come Manuel, ho fatto un I Ching e aperto il libro a caso (terzo paragrafo, quinta frase) chiedendo: “Che ne penso?”. Risposta: “ Anche se dentro era sregolato seppe proiettare i suoi trucchi da camaleonte e — strano ma vero – li ingannò”.

 

Cristina Piccino, IL MANIFESTO
– 25/06/2004

 

Città del Messico, set del mondo

 

Scrittore, documentarista, Guillermo Arriaga è esploso con le sceneggiature di «21 grammi» e «Amores Perros» con la regia di Inarritu. Contraddizioni e vitalità del suo paese a partire dall’ ultimo romanzo, «Il bufalo della notte»

Nelle note che Guillermo Arriaga scrive su se stesso leggiamo:«mi piacciono la boxe, il basket e il football. Mi piacciono il deserto, i ragni, i coyote, il cinema, i cani di grossa taglia, i cavalli, le lepri … Non mi piacciono il golf, la foresta, i cani piccoli, i gatti, il teatro e le caverne. Mi piacciono Faulkner, Borges, Shakespeare, Rulfo, Cormac McCarthy, Hemingway, Sam Shepard, le poesie di Kerouac… ». Potremmo aggiungere che, come racconta nella mattinata romana gli piacciono molto Totti e Corradi e, naturalmente, Roma. Il suo ultimo romanzo, Il bufalo della notte, si muove nervosamente dentro a una Città del Messico soggettiva che pulsa come impazzita. Eppure a Guillermo Arriaga la definizione di «autore metropolitano» è un’altra delle cose – per continuare col gioco – che gli piacciono poco. Nato nel 1958 a Città del Messico, cresciuto nei quartieri popolari sognando di diventare pugile, Arriaga è scrittore ma anche regista di documentari, produttore di programmi tv e radio, docente univesitario di comunicazione. I suoi romanzi, Escuadron Guillotina, Un dulce olor a muerte, la raccolta di racconti, Retorno 201 e quest’ultimo Il bufalo della notte – il primo a essere pubblicato in Italia (Fazi editore) lo hanno reso un punto di riferimento indispensabile in tutte le nuove onde letterararie esplose in America latina. Anche se Arriaga è conosciuto soprattutto per le sue sceneggiature, complice di Inarritu in Amores Perros, che segna la nascita della nuova generazione di registi messicani, coccolatissimi nel mondo, che la Mostra del Nuovo cinema di Pesaro ci farà scoprire nelle diverse tendenze da oggi. Arriaga è l’autore della sceneggiatura di 21 grammi, sempre diretto da Inarritu, sta lavorando a diverse sceneggiature: Looking for Jimenez per Tommy Lee Jones, Dallas Buyers Club per Marc Forster, è coature con Rafael Azcona dell’adattamento di Escuadron Guillotina. Nella lista delle cose che-non-piacciono troviamo pure la formula del «nuovo», i figli che si ribellano ai padri, cioè i Marquez o i Borges, come nella rivolta letteraria lanciata col manifesto McOndo dallo scrittore cileno Alberto Fuget. McOndo raccoglieva i racconti di diciotto autori. Ufficialmente il gioco di parole metteva insieme Mc Donald’s, Macintosh e condomonio anche se il bersaglio era proprio il Macondo celebrato da Marquez che Arriaga invece ama molto. In generale insomma le definizioni precotte non fanno per lui. La risposta è nella sua scrittura densa, fatta di immagini che nei film di Inarritu come in questo Bufalo della notte scivola sul confine ambiguo dell’amore, del controllo, di un potere emozionale personalissimo. Lo incontriamo alla Casa delle letterature.
Cinema, letteratura, il Messico sta vivendo un’esplosione di nuovi immaginari. Come si colloca il suo lavoro all’interno di questi percorsi?
Mi interessa molto nei romanzi o nelle sceneggiatura parlare del Messico, è un paese che amo, con molti valori e molte contraddizioni. Per questo mi piace esplorarlo. Città del Messico è una città che vive di estremi e che oggi esprime una condizione nuova, una qualità della vita molle, gelatinosa, dove sembra essere risucchiata ogni possibile interiorità. Ci sono televisioni accese in ogni ristorante, la gente dà l’impressione di essere sempre più sola, chiusa nei propri universi, davanti ai computer… Credo che per uno scrittore sia molto importante ricondurre la vita alla vita stessa. Fare i conti con le contraddizioni significa anche rompere gli stereotipi nei quali si rinchiude un paese. Molta gente è stata sorpresa da un film come Amores Perros. Il Messico è oggi un centro culturale molto importante nel mondo, esprime una forza come poche altre che può cambiare la storia. In questo convivono figure come quella di Marcos e cineasti come Lourdes Portillo. Sono esempi diversi di una stessa enorme vitalità.
Una storia come quella narrata nel «Bufalo della notte» può accadere in qualsiasi luogo.
Penso che la globalizzazione stia evidenziando il fatto che gli esseri umani hanno molte cose in comune. Mi è capitato di parlare con un ragazzo svedese che mi diceva quanto si fosse identificato con la storia di un mio romanzo. La globalizzazione insomma ci mostra una cultura che tutti condividono. Per me cercare di razionalizzare la propria opera è un po’ una bugia. Non si può dire `oggi voglio scrivere un’opera profonda’, nella profondità ci capiti o altrimenti è nulla. Credo che ogni parola abbia un’anima e quando delle parole si incontrano è come se si aprisse una porta. La mia letteratura parte dalla vita.
I protagonisti sono ragazzi.
Mi interessa lavorare insieme ai più giovani, esplorare il loro mondo, ecco perché nel mio lavoro è molto importante il rapporto che ho con gli studenti. Ho notato che oggi hanno molta paura di rischiare, di compromettersi troppo con una storia d’amore… Il mio compito diventa allora più che insegnare aiutarli a scoprire delle cose dentro di loro, sostenerli nelle loro ricerche. Nel mondo accademico è molto difficile, sembra che il primo obiettivo sia castrare i giovani e le loro proposte. Al contrario io voglio castrare i castratori. E a proposito di «padri-figli» mi piace ricordare un lavoro fatto insieme agli studenti. Un giorno gli ho detto di leggere Marquez e Borges e poi di scrivere un racconto copiandone lo stile. Quando abbiamo distribuito le loro composizioni, tutte senza nome, le abbiamo lette e ognuno ne riconosceva l’autore. Non c’entravano Marquez o Borges ma erano le singole personalità a caratterizzare la scrittura.
Veniamo al cinema. Come ci è arrivato? Anche perché in qualche modo è già dentro alla sua scrittura…
A ventidue anni lavoravo in produzioni per la radio e per la tv, il cinema è arrivato abbastanza naturalmente. Penso che nella scrittura ci sia già l’immagine, il regista poi vi inserisce gli odori e i sapori in cui si muovono i personaggi. Sarà per questo che mi piace fargli mangiare frittelle spiaccicate, è come se l’odore si diffondesse nella stanza. Per il resto credo anche che il pubblico sia molto più intelligente di quello che pensano i produttori. E capisce se dietro a un’immagine ben girata c’è qualcosa di profondo e di emozionante. Ovvero una storia. Perché la gente va al cinema per vedere delle storie.
Oggi si parla anche molto di nuove onde messicane. Lei cosa ne pensa?
Non ragiono mai in termini di padri e figli, non so per il cinema ma tra gli scrittori ve ne sono alcuni che si vedono come padri e altri che si sentono i figli e dunque hanno bisogno di ribellarsi. Non ho nulla in comune col manifesto McOndo, per fare un esempio. Posso dire chi sento vicino al mio universo e chi invece non mi piace, cioè quegli scrittori che utilizzano le parole come caramelle colorate.
Ripete spesso che la sua scrittura nasce dall’esperienza vissuta. Vuol dire che è autobiografica?
Non esattamente. È che da ragazzini abbiamo capito subito di non vivere nel paese dei balocchi. Sognavamo di diventare calciatori o pugili non manager o grandi artisti. Ho passato interi pomeriggi e notti a scoprire nelle strade della mia città cosa fosse la vita. Abitavo con un ragazzo che doveva partecipare alle Olimpiadi come vogatore. Ero invidioso, ho cominciato a allenarmi con la boxe. Un giorno avevo male al petto, ho visto un cardiologo e mi ha detto che ero quasi morto. Sono uscito dal suo studio e guardandomi le mani, che erano già quelle di un morto, mi sono detto che se fossi vissuto le avrei usate per scrivere. Forse è per questo che la morte è sempre presente nei miei racconti e nel mio studio ci sono un sacco di teschi. Voglio ricordarmi che abbiamo una sola opportunità nella vita e che bisogna usarla. Credo poi che la morte ci venga sottratta, si deve essere sempre giovani e belli. Ma perdendo il rapporto con la morte lo si perde anche con la vita.

 

Irene Bignardi, LA REPUBBLICA
– 23/06/2004

 

In Messico senza sogni

 

E Città del Messico, ma potrebbe essere qualsiasi altra grande tragica metropoli del mondo. Niente colore, niente barrios popolari, niente folklore, niente di meraviglioso o di mitico, niente che ricordi e tramandi la tradizione romanzesca del realismo magico. Ma una grande, grandissima città grigia e piovosa, popolata di una gioventù inquieta e infelice, di gente normale con tutti i suoi dolori e le sue difficoltà, di figli che recitano all’estremo il ruolo di figli e di genitori che interpretano, con pena e fatica, il ruolo di genitori di figli difficili. E al centro un triangolo, anzi un tragico triangolo amoroso. Anzi,al centro un’ assenza : Gregorio, il ragazzo schizofrenico, cattivo, perverso, che si è tolto la vita e che da dove è, dalla sua assenza, perseguita con un perverso gioco di ricatti e memorie l’amico che è rimasto, e di cui vuole vendicarsi. Sotto una copertina ingannevole che mostra un ragazzo dagli occhi pesantemente truccati di azzurro (e invece non ci sono travestiti , nel libro, la devianza è una deriva perversa dalla cosidetta normalità borghese) questa è la storia che ci propone Guillermo Arriaga, messicano di Città del Messico, quarantacinque anni, romanziere molto letto e molto tradotto nel suo paese e molto noto ormai in giro per il mondo per essere stato lo sceneggiatore di due film fortunati e inquietanti: il messicano Amores perros (messicano nel senso che il territorio a cui si aspira il film di Alejandro Gonzalez Inarritu è, appunto Città del Messico, con tutte le sue antiromantiche durezze), e l’americano (anche se sempre diretto da Inarritu), 21 grammi che una volta di più ricama sull’ossessione per la morte nella società statunitense. E si potrà incontrarlo a Roma questa sera, per il Festival alla Basilica di Massenzio.Il bufalo della notte(Fazi, pagg.245, euro 16) è un romanzo disturbante, il tuffo in una giovinezza che sotto la sua apparenza normale- gli esami universitari, che in realtà non si fanno, la casa familiare, a cui si approda ogni tanto giusto per le necessarie funzioni del cibo e della doccia, gli affetti che forse anche ci sono , ma non rappresentano la necessaria zavorra per tenere in piedi delle vite già alla deriva- nasconde una realtà sconvolgente. E al centro, appunto,c’è Gregorio : o, meglio,”non c’è” Gregorio che compare solo nel ricordo, rievocato da Manuel, il suo amico e compagno del cuore, ma anche suo rivale in amore, protagonisti, l’uno e l’altro, allo stesso tempo e in tempi diversi, di una tormentata relazione amorosa con un inquieta, bugiarda, fascinosa Tania. Gregorio sa, sapeva? C’entra , il tradimento della sua ragazza e del suo amico, con le sue ossessioni e il suo suicidio? O viceversa? E perché dalla sua assenza, tormenta chi è rimasto con una ragnatela di provocazioni ben architettata, prima di andarsene per sempre? Perché vuole a tutti i costi questa vendetta? Il risvolto di copertina definisce Il bufalo della notte (bufalo come l’ossessione e la metafora perseguita il ragazzo suicida) un “thriller esistenziale”. Ma è anche e soprattutto un libro scritto col linguaggio controllatamente duro e sgradevole (e i dialoghi trppo lunghi di un profesionista della scrittura cinematografica) di chi sa bordeggiare tra temi dolorosi e personaggi “antipatici” (nel senso che è difficile sentire le loro stesse emozioni così dure e perverse), costringendoti a voler sapere, a inquietarti a interrogarti sulla realtà di quei ribelli senza una causa che sono o possono essere i nostri figli, in maniera più sofisticata ma non diversa da quei film terribili e destabilizzanti che sono stati,in tempi diversi,Gioventù bruciata o Kids di Larry Clark. E alla fine, in questa Citta del Messicoborghese, moderna, “normale”, il basso continuo del libro ha la meglio : i ribelli senza una causa sanno sopravvivere al trauma del suicidio dell’amico, l’ossessione della morte divora ogni possibile futuro. E il Bildungsroman di Arriaga finisce con una dissolvenza in nero.

 

Maria Teresa Carbone, IL MANIFESTO
– 22/06/2004

 

Star del romanzo in bilico tra realtà e immaginario

 

Si dice che in una carriera letteraria il terzo libro sia il più importante, il testo che rivela se uno scrittore possa a buon diritto definirsi tale. E forse qualcosa del genere avviene anche con i festival culturali:giunto alla sua terza edizione dopo due successi strepitosi, e in certa misura inaspettati, il festival Internazionale dedicato alle Letterature, che si apre questa sera a Massenzio con un reading di Antonio Tabucchi, affronta la “prova della maturità”, aggiungendo alcuni alementi nuovi alla sua formula, a dimostrare il desiderio di non chiudersi all’interno di un meccanismo collaudato.Prima di tutto, la musica:se nelle prime due edizioni l’accompagnamento sonoro alle letture era stato, per tutti li scrittori, un pianoforte jazz, questa volta si è deciso di chiedere agli autori di indicare l’autore o il genere musicale da loro preferito.Con il risultato che di sera si potranno ascoltare sonorità assai diverse, dalla bossa nova, genere amatissimo da Banana Yoshimoto, alle musiche di Nicola Piovani, che accompagnerà il reading di Carlo Fuentes e Guillermo Arriaga a una suite di Haendel, il musicista prediletto da J.M.Coetzee che chiuderà la rassegna, il 22 giugno.Quanto agli attori, sono decisamente più “cinematografici” di quelli ingaggiati i primi due anni,forse per sottolineare la vocazione di Roma come città del cinema,fortemente voluta dal sindaco Veltroni: e dunque la “voce narrante” di Agota Kristof sarà Sergio Rubini, mentre Margherita Buy e Michele Placido sono stati chiamare per duettare rispettivamente con Banana Yoshimoto e con Carlos Fuentes, e Laura Morante dividerà con Coeztee la scena della serata di chiusura.Se musicisti e attori costituiscono senza dubbio un elemento di richiamo per il pubblico (e non a acaso, prevedendo grandi folle, sono stati aumentati i posti a sedere), l’elemento più interessante di Massenzio 2004 è legato, e non potrebbe essere altrimenti, alla rosa, alla rosa degli scrittori invitati: dopo due edizioni che apparivano improntate, per i criteri di scelta, all’idea evanescente del best seller di qualità, il programma di quest’anno comprende, accanto ad autori già più che celebri, anche nomi decisamente poco conosciuti al pubblico italiano, un segnale forse che la rassegna –magari grazie al suo successo-può adesso permettersi di fare da vetrina non soltanto ai “soliti noti”, concedendosi anche uno spazio di ricerca:al punto di proporre due scrittori i cui primi titoli escono in Italia contemporaneamente al festival, Azar Nafisi e Guillermo Arriaga-scrittori che, oltre tutto, sia pure per motivi assai diversi fra loro, potrebbero dare un senso concreto al tema generale, e volutamente generico, dell’edizione di quest’anno:”reale , immaginario”, giocato,già come negli anni passati, sulla chiave dell’ossimoro.Già tradotto in dodici lingue e in uscita fra un paio di settimane per Adelphi, Reading Lolitain Teheran dell’iraniana Azar Nafisi- sul palcoscenico di Massenzio la sera del15 giugno insieme all’attrice Anna Bonaiuto- è stato lo scorso anno un caso letterario nel mondo anglosassone. In bilico fra testimonianza, saggio e narrazione, il testo racconta delle lezioni di letteratura che l’autrice- ora docente alla John Hopkins School for Advanced Studies- ha tenuto a casa sua nella Teheran degli ayatollah per un gruppo di studentesse. “Non lasciamoci ingannare da bignè e morbidi cuscini- ha scritto a proposito di questo libro Cynthia Ozick- questa è una sala operativa:le giovani che arrivano nascoste dal velo sono in realtà ardenti rivoluzionarie.Mappe e munizioni sono pronte :Lolita, Il grande Gatsby, Daisy Miller, Orgoglio e pregiudizio. E anche Le mille e una notte ,proibito iin Iran, e reperibile solo al mercato nero, con la sovversiva Shaharazad, che sa come le storie possono superare in astuzia la crudeltà e dare la vita…”.Particolarmente interessante può quindi essere una riflessione su “reale e immaginario” da parte di un’autrice che legge Lolita come una sorta di metafora della Repubblica islamica e che ha dichiarato:”se i miei studenti iraniani si sono identificati con Nobokov, è per via dell’universo da lui creato, quello in cui l’individuo ha sempre dovuto badare alla propria libertà-l’altro mondo in cui il crimine più grande era la privazione della realtà altrui”.Molto diverso, ma probabilmente non meno interessante, sarà il taglio con cui il messicano Guillermo Arriaga affronterà il tema di Massenzio 2004:ancora conosciuto da noi come narratore (il suo romanzoIl bufalo della notte uscirà per Fazi più o meno negli stessi giorni del Festival), Arriaga ha invece acquistato anche in Italia una certa notorietà per le sceneggiature di due film dl connazionale Alejandro GonzalezInarritu, Amores perros e 21 grammi, testi in cui con tutta evidenza lo scrittore ha attinto dalle sue esperienze personali : spiegano infatti le note biografiche che Arriaga, il cui reading, insieme all’attore Fabrizio Gifuni, è previsto per la sera del 18 giugno, è nato in un quartiere violento di Città del Messico e si è dedicato alla scrittura negli anni dell’università, dopo che gli è stato diagnosticato un grave problema cardiaco (un elemento, questo, che riemergerà proprio in21 grammi , nel volto sofferente di Sean Penn in attesa del trapianto di cuore”.E sempre nello stesso spirito di proposta, in questo lodevole tentativo di esplorare piste meno usurate, va inserita anche la scelta di altri autori.Come il senegalese Abasse Ndione (1 giugno), che ha pubblicato per e/o due romanzi, il recentissimo Ramata , ma soprattutto il testo che gli ha dato notorietà nel suo paese e in Francia ,Vita a spirale, racconto “on the road”di marijuana e di conflitti giovanili sullo sfondo di piccoli centri del Senegal. O come Jhumpa Lahiri, nata a Londra da genitori bengalesi, ma ormai da molti anni trapiantata negli Stati Uniti, vincitrice nel 2000 del Pulitzer opera prima per i racconti contenuti nella raccolta L’interprete dei malanni, edita in Italia da Marcos y Marcos, che ha anche pubblicato lo scorso anno il nuovo romanzo della scrittrice ,L’anonimo ,che ruota intorno al personaggio (e al nome) di Gogol Ganguli, nato a Boston nella torrida estate nel 1969. O, se si vuole, come Jean-Marie Gustave Le Clezio che, pur essendo uno dei più noti autori francesi contemporanei , in Italia non è mai (o ancora?) riuscito ad affermarsi davvero. O infine come Colson Whitehead, trentenne african-american che alterna giornalismo e scrittura narrativa e ha quindi al suo attivo romanzi come John Henry Festival (minimum fax) e reportages come Il colosso di New York, appena pubblicato da Mondadori. Ma l’alchimia di un festival richiede naturalmente anche autori di fama consolidata, dal panamese Carlos Fuentes, uno dei grandi autori della letteratura latinoamericana contemporanea, romanziere e saggista dalla produzione fluviale (per lo più pubblicata in Italia dal Saggiatore) all’ungherese (trapiantata in Svizzera) Agota Kristof, diventata famosa in età già matura con La trilogia della città di k. (Einaudi). E, ancora ,la scena di Massenzio accoglierà Niccolò Ammaniti, diventato dopo Io non ho paura il prototipo del “giovane scrittore italiano di successo”, Melania Mazzucco forte del Premio Strega vinto con l’ultimo romanzo Vita, Banana Yoshimoto che attirerà di certo le folle dei suoi ammiratori guadagnati con Kitchen e mai più persi , Jonathan Franzen, costretto, dopo il trionfo mondiale delle Correzioni, ad affrontare sempre più spesso gli amati-odiati lettori. E, in chiusura, J.M.Coetzee, il più recente premio nobel per la letteratura, autore di grandi romanzi (e di quello splendido testo autobiografico che è Infanzia), restio ancor più di Frenzen all’incontro con il pubblico. Che per fortuna, a Massenzio, non viene coinvolto- diversamente da quanto accade in altre kermesse- in improbabili incontri al caffè o quant’altro, rispettando la riluttanza a venire invasi che quest’anno, più di altre volte, gli autori hanno dichiarato.

 

 

Brunella Schisa, IL VENERDÌ
– 22/06/2004

 

E dopo il film “21 grammi” un romanzo alla Jules e Jim

 

Da Guillermo Arriaga (il 17 a Massenzio) un tragico amore a tre.

Jules e Jim si aggirano in una cupa Città del Messico. Sono Gregorio e Manuel, amici d’infanzia, entrambi innamorati di Tania, la ragazza del primo. Quando Gregorio, malato di schizofrenia, si spara un colpo di rivoltella in testa, Manuel vacilla tra follia e senso di colpa. Il messicano Guillermo Arriaga, che sarà al Festival delle letterature a Massenzio il 17 giugno, è un attento indagatore del lato più oscuro dell’essere umano, come ha dimostrato al cinema in Amores perros e 21 grammi di cui è lo sceneggiatore, e ha una potenza narrativa lacerante.
Lei ha detto di appartenere a una tradizione letteraria che si definisce attraverso l’azione, che usa molti verbi come Dostoevskij e Stendhal
“Io amo le contraddizioni tra ciò che i miei personaggi pensano e come agiscono. Si possono dire molte cose, ma una singola azione può definire per sempre una persona”.
Si considera più uno sceneggiatore o scrittore?
“Mi sento uno scrittore anche quando lavoro alle sceneggiature: in quei casi uso lo stesso rigore, la stessa attenzione alla lingua, in modo da rendere piacevole la lettura, e uso le stesse strutture del racconto”.
Lei preferisce i toni cupi, dolorosi: in 21 grammi come nel Bufalo della notte non c’è un solo istante in cui si veda una luce, se non alla fine.
“Credo che la luce ci sia in entrambi , sono due storie in cui i protagonisti arrivano alla luce viaggiando attraverso luoghi terribilmente bui.”
Ma questo è un romanzo sulla vendetta, sull’amicizia, o sulla morte?
“ Tutti i miei lavori riflettono sull’, amore, sulla vita e dunque sulla morte. Ma alla fine credo che sia la vita a vincere non la morte”.

 

 

Alessandra Bonetti, IL FOGLIO
– 18/06/2004

 

Guillermo Arriaga, sceneggiatore col fucile e 21 grammi di anima

 

Un colpo solo. Ricordate la celebre battuta che Michael Cimino fa dire a Robert De Niro nel
“Cacciatore”, mentre tiene sotto tiro un cervo?Sostituite i cervi con i bufali, i monti innvati della Pennsylvania con la Sierra messicana e il volto scavato di De Niro con un viso dalla mascella squadrata, i folti baffi e lo sguardo latino. Avrete Guillermo Arriaga, romanziere e sceneggiatore messicano, diventato famoso per aver scritto “Amores perros” e un film da cinefili della stagione, “21 Grammi”.Entrambi diretti da Alejandro Gonzalez Inarritu, connazionale.
Ovviamente, non si tratta di una questione solo di caccia.L’uomo col fucile è una metafora della vita, che Guillermo Arriaga interpreta magnficamente. Perché, come dice lui stesso,prima di essere uno scrittore è un cacciatore. E perché di questa sua passione ha fatto una lezione per comprendereil mondo,che spesso,come il bosco, ti da una sola opportunità. Non è retorica, perché questo messicano di 45 anni quando scrive sembra proprio un cacciatore che,senza riparo,cerca la linea che divide la vita dalla morte. “Per me esistono solo due generi di persone”, afferma. “I tanatici e gli erotici. Io sono un tanatico ,nel senso che sono pervaso dall’idea della morte e del destino”. Decisamente fuori luogo in una società che cerca in tutti i modi di negare la morte,allontanandola da mito dell’eterna giovinezza e con una scienza che diventa sempre più onnipotente. “Una delle cose che mi fanno più arrabbiare è andare al supermercato e vedere quell’asettica fila di carne tutta bella tagliata e impacchettata. Non hai alcuna idea della bestia che era quel pezzo di carne,della sofferenza e della morte che ci da la vita”. Un po’ Dostoevskij e un po’ Tarantino. E una buona grammatica anche di vita vissuta. Nato nel 1958 in un quartiere popolare di Città del Messico,ha trascorso quasi metà della sua vita nelle periferie suburbane della metropoli. A 12 anni ha perso il senso dell’olfatto per un pugno che gli ha spaccato il naso. A 13, un veterano del Vietnam lo ha quasi ucciso di botte. Per strada ha imparato a tirare di boxe,ma anche a difendersi dalle coltellate delle bande rivali e a non provare dolore per le sigarette spente sulla pelle. Ma a iniziarlo alla vita e ai suoi misteri,dice,più della strada è stata la caccia: “ è sempre stata la mia passione, e appena posso imbraccio ancora il fucile e parto. Cacciare, per me, è capire la vita, perché mi immerge nelle contraddizioni dell’essere umano:crudeltà e bellezza,morte e vita. Qualcuno sostiene che non è un’attività politicamente corretta, e infatti in questi ultimi anni alcuni stupidi burocrati hanno deciso di confinarla in costosissime ricerve private. Così hanno snaturato questo sport. Cacciare non significa solo uccidere, ma a appostarsi, aspettare, combattere, avere il senso del sacrificio e della morte”. Alla foresta, troppo verde e lussureggiante,preferisce l’altopiano e il deserto,con i ragni, i coyote, i cactus, e le interminabili e lunghe strade, puntellate da solitari motel.Quando parla la sua voce è profonda, fa lunghe pause e gioca con gli amuleti che porta legati al collo con un cordocino di cuoio: “Questa è una mano ,lo strumento con cui lavoro”, dice ,facendo tintinnare il talismano sui bottoni della camicia di jeans, portata aperta da vero chicano. “Questo, invece, rappresenta la bellezza,questo è un pesce ,per ricordarmi che sono un animale. E questo è un dente di squalo,perché la vita ha un lato oscuro”. Eccolo l’uomo che ha appena conquistato Hollywood contrapponendo alle creme antirughe una Naomi Watts sfigurata dal dolore, al mito dell’eterna giovinezza la malattia e il peso dell’anima, 21 grammi appunto,quando se ne va. Ora esce in Italia un suo romanzo ,”Il bufalo della notte” (Fazi) ,un noir che si apre con u suicidio e percorre le vicende di un ragazzo alla ricerca della propria strada, in un ambiente ostile e difficile. Un pugno nello stomaco,come i suoi film: vite al limite,personaggi sull’orlo dell’abisso, morte e amori proibiti. Tutte le ossessioni dell’oggi analizzate chirurgicamente e mescolate con sapienza mediatica. Senza logica,seguendo l’emozione. Ed è forse proprio per questo che Hollywood ha iniziato a corteggiarlo :John Carnahan gli ha affidato la sceneggiatura di “Void”, Tommy Lee Jones quella della sua nuova regia , “Looking for Jimenez”. Ha in programma il terzo film con Inarritu, poi ne vorrebbe girare uno lui. “ Il pubblico è molto più intelligente di quello che i produttori pensano. E capisce se dietro un’ immagine ben girata c’è qualcosa di più intelligente e significativo. Ovvero, una storia. Perché la gente va al cinema per vedere delle storie”. Fino a qualche anno fa, le sue storie erano come messaggi buttati in mare in una bottiglia. Scritti nella speranza che qualcuno li leggesse. Nel frattempo era diventato il professore, insegnava letteratura all’università. Il nome di Inarritu lo ha sentito per la prima volta alla radio: e non fu un bel sentire. Il giovane regista messicano,infatti,intervistato sulla situazione culturale in Messico, si lamentava della scarsa preparazione e competenza dei professori universitari. “ Ma chi si crede di essere questo?”, fu il primo pensiero di Arriaga. Il secondo fu meno elegante. Poi lo ha incontrato, ed è stata la sua fortuna. Ora Guillermo Arriaga divide la sua vita fra Città Del Messico e Los Angeles: scrive e riscrive in maniera forsennata, “Amores perros” trentasei volte, “ 21 Grammi” cinquanta. Sempre di notte, perché fatica a concentrarsi. Di giorno va sul set, corregge le battute, discute col regista. E poi ritorna a Città Del Messico , la sua “città perduta”. Qui , per le strade di Unidad Modelo, alla periferia Sud, dove è cresciuto, ha imparato tutto quello che c’era da sapere: “ Non era il paese dei balocchi. Noi ragazzi sognavamo di diventare calciatori o pugili, non manager o presidenti o grandi artisti. Ho passato interi pomeriggi e intere notti su queste strade, appollaiato sui tetti, a scoprire la vita”. Quando lo incontriamo sulle colline di Città Del Messico, dove ora vive in una bella casa di un quartiere residenziale, con la moglie Maru e i suoi due figli, Mariana di 13 anni e Santiago di 11, il Distrito Federal, la città-Stato che da sola rappresenta un terzo degli abitanti della nazione, ci appare in maniera molto diversa. Soffia il vento, e il cielo è persino chiaro e trasparente. Una rarità in questa metropoli, una delle più inquinate del mondo. Ma questa è una città ricca di contrasti. Con la sua cascata di semafori,di luci intermittenti, di chiese e palazzi barocchi, di ricchezze antiche, di palme, di bivacchi e immondizie. Basta andare nel Zocalo Central per rendersene conto: un accavallarsi di rovine azteche, edifici tardo barocchi, casupole fatiscenti sgretolate dal terremoto del 1985, ancora abitate dai poveri che non vogliono lasciare la città. Con un’ostinazione folle, la stessa che anima Arriaga e altri scrittori messicani. Il D.F. è sudicio e svaccato, lo smog produce i migliori tramonti urbani e con l’acqua delle inondazioni si irrigano i migliori fiori nei parchi” , ha scritto in una dichiarazione d’amore e di odio Paco Taibo . “ Quello di Città del Messico è un caos pieno di forza”, confessa Arriaga. “Kafkatitlan” , l’ha ribattezzata qualcuno giocando sull’antico
Nome azteco Tenochtitlan. Mentre gli occhi del mondo sono puntati sul Medio Oriente, una minaccia scuote i messicani. A formularla è stato l’autore del celebre “Scontro di civiltà”, Samuel P. Huntington, che ora punta il dito sui “ latinos”. Nel suo saggio, “Who are we”, sostiene che la nuova sfida degli Usa sarà quella di frenare l’immigrazione che viene dal Sud e minaccia l’identità nazionale. “Questa è l’America arrogante, intollerante, violenta”, ma il paese della Diet Coke sta scoprendo che la leggerezza è solo un brand pubblicitario e la vita è un’altra cosa. Che l’essere umano è più vicino all’animale che alla divinità. L’unico modo per sconfiggerlo è affrontarlo . . .Facendo venir fuori la bestia che è in noi”. Le parole sono dure, ma il tono è mite. Vengono in mente i suoi personaggi che partono, cercano, hanno dentro un forte senso di libertà, dal quale non transigono mai. Intorno a noi, Città del Messico: ermetica, aggressiva, generosa e ottimista. Gli ambulanti cuociono tacos in improvvisate cucine agli angoli della strada è il piacevole caos che Arriaga ama, un disordine che sa di umanità.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Il bufalo della notte
Collana:
Numero Collana:
81
Pagine:
249
Codice isbn:
9788881125081
Prezzo in libreria:
€ 16,00
Data Pubblicazione:
03-06-2004

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