Franco Ferrucci

Il mondo creato

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«Mi hanno immaginato come un secchione dalla barba bianca che non si sa bene che cosa abbia combinato durante un’infinità di tempo. Finché un giorno, apparentemente senza motivo, decise di creare il mondo e si mise a dare ordini, e subito le sue migliori creature gli disubbidirono; e fra questi c’era un serpente che non s’è mai più liberato di una bruttissima fama… In realtà ero un fanciullo abbandonato da genitori ignoti».

Pubblicato a metà degli anni ’80, premiato da un successo di pubblico e di critica, tradotto in più di dieci lingue, Il mondo creato è uno di quei libri in cui il romanzo e il saggio, il dramma e il grottesco trovano una miracolosa unità. Chi parla è Dio, che racconta di come ha creato la vita, e dei tanti incontri con personaggi famosi, da Eraclito e Budda a Mosè e Cristo, fino a oscure figure delle vicende umane e naturali. Questo Dio narrante è egli stesso un personaggio indimenticabile, creativo e pasticcione, solitario e vulnerabile, mai davvero compreso dalle sue creature più amate; e la sua storia, come quella del mondo, è intessuta di amori e di sbagli, di slanci e di tristezze. Ecco le sue discussioni con i filosofi presocratici, e le liti con Mosè, e il peregrinare nella mente di Agostino; ecco l’amore per una giovane donna il cui nome è Maria, e i viaggi astrali alla ricerca dell’ignoto; ecco le guerre e le incomprensioni, e gli incontri con Freud ed Einstein, e le paure per quanto l’uomo sta riservando a se stesso; ecco il senso di impotenza divina e il desiderio di felicità che marcano ogni sua azione e pensiero. Brillante fino al registro comico, e insieme tramato su uno sfondo filosofico del tutto originale, Il mondo creato (qui presentato in una nuova edizione ampiamente rivista dall’autore) rappresenta uno dei vertici della narrativa italiana contemporanea.

IL MONDO CREATO – RECENSIONI

 

UN DUELLO FRA ROMANZIERI AL COSPETTO DI NOSTRO SIGNORE

Manlio Cancogni e Franco Ferrucci dialogano intorno a un singolare libro sull’Aldilà. Che è Dio?

“Le otto domande che lo scrittore Manlio Cancogni ha rivolto a Franco Ferrucci, autore del libro “Il mondo creato ” (Fazi editore), la cui riedizione esce in libreria domani” Manlio Cancogni: Il Dio che ci proponi nel tuo poema in prosa si muove sin dal principio in una luce estetica. Gode del proprio operare, si compiace delle proprie creature che gli escono dalle mani quasi inconsapevolmente; da vero artista si stupisce del proprio Io.Chi sono? Da tale compito creativo tutto può nascere. Non ti preoccupa, almeno un poco, la sua irresponsabilità? Einsten, che in uno degli ultimi capitoli del libro mostri di ammirare forse più di ogni altro contemporaneo, mi pare che in qualche su scritto abbia detto che ” Dio non gioca a dadi”. Franco Ferrucci: non mi preoccupa? Mi preoccupa moltissimo. Non ha fatto che preoccuparmi da quando ho cominciato a pensare: Dio è il protiro di ogni artista, come vide anche Dante, oltre che Platone; ma si sa che l’artista unisce genio e sregolatezza. Da sempre si è accettato il Suo genio, non i suoi difetti. Siamo forse a una svolta epocale: il passaggio da una visione infantile di Dio, visto come Padre che non può fallire, a una visione adulta di Dio come fratello e corresponsabile. Una tale rinnovata visione potrebbe tenerci occupati per un altro millennio. Cancogni: Preso dal suo entusiasmo, dalla sua infinita generosità, il Grande Poeta non s’è accorto per tempo che nella sua gioiosa “work in progress” stava entrando il dolore. Contemporaneamente sembra che il suo fervore creativo vada spegnendosi: Egli può solo modificare il già fatto: E quindi gli è necessario un aiuto. E’ così che riplasmando e ritoccando come un artista insoddisfatto, Egli affida il compito, proseguendo la propria opera, di combattere ed eliminare il dolore? Ferrucci: Nel mio libro l’uomo è concepito da Dio come un rimedio al dolore del mondo. L’impresa riesce solo in parte . L’uomo inventa l’amore, la bellezza, il sapere distruttivo e imperfetto: A questo punto di evoluzione non si sa come il genere umano possa migliorare. Forse può cominciare a modificare l’immagine del suo creatore. Chissà che, così facendo, non gli riesca di modificare anche se stesso! In fondo è un animale che vive di sogni. Cancogni: L’uomo fa dunque la sua comparsa nel mondo. Ma in che modo? Durante, ci dici, una temporanea assenza di Dio. Eppure gli viene affidato un compito altissimo. Qui ci troviamo davanti a un grande mistero che può essere interpretato in due modi. O l’uomo è nato da un errore della natura (mentre Dio è distratto) e quindi non è responsabile del male che farà; o è nato libero (la distrazione di Dio non può essere involontaria) e in questo caso lo è pienamente. Ferrucci: La nozione di libertà umana ha inchiodato da sempre i filosofi e i teologi. Non intendo risolverla in due righe. Dico solo questo: è libero Dio? Un Essere che può solo esser Dio è un Essere perfettamente libero? Il mio personaggio narrante si trova scagliato come divinità nel cosmo, e cerca di fare del suo meglio in una situazione non certo facile. Veniamo all’uomo: nessuno più di un prigioniero pensa alla libertà. Chi sceglie d’essere nato? Chi sceglie il giorno della sua morte naturale? Chi sceglie i propri genitori? Chi sceglie il proprio sesso? Al tempo stesso, chi, se non l’uomo, è tormentato dal bisogno di sentirsi sciolto da ogni vincolo? Ogni momento di assoluta felicità coincide con il sentimento di essere diventati liberi. Poi passa. Ma quel momento va ricordato da chi vuole capire la natura umana. Cancogni: Nelle intenzioni divine, secondo te, l’uomo avrebbe dovuto proseguire nella gioia l’opera del creatore. Ma ecco entrare in scena, minacciosamente, Mosè ad annunciarli la legge, l’ubbidienza, il castigo. E anche la possibilità di pentirsi, di espiare, di perdonare ed essere perdonato. E’ dunque un arricchimento che gli viene offerto: da ora in poi non sarà solo “homo ludens”; l’artisticità sarà completata dall’etica, dalla fede. Tu invece attribuisci al Legislatore del Sinai un fine contrario alla volontà di Dio, in nome dell’autorità, delle regole, del potere. Da lui procederebbe dunque una perdita, una limitazione. Non è come se, nell’esprimere un giudizio artistico, tu privilegiassi un’opera di puro godimento estetico (che so, le “Ariette” del Metastasio) a una creazione molto più complessa, moralmente e religiosamente ispirata, (diciamo gli “Inni Sacri”)? Ferrucci: Veniamo all’essenza della domanda. Etica ed estetica non sono separabili, e fanno parte della stessa vicenda. Regola e arte si corrispondono, e così bellezza e sapere – anzi, il fatto di averle separate è stato il vero dramma. Mosè sbaglia in quanto non capisce Dio, e s’intesta di volerlo infallibile, e quindi perpetua un’immagine di religione come sottomissione e rinuncia. L’idea di un Dio onnipotente è servita a cementare l’idea di un potere umano onnipotente. Cancogni: Verso Gesù sei pieno d’ammirazione (il massimo di amore apparso in terra, dici) e nello stesso tempo sembra che tu dubiti della sua sincerità. Gesù sa che Giuda sta per tradirlo, ed è giusto che essendo pronto a immolarsi per la salvezza degli uomini, Egli lo lasci fare. Aggiungi che Pietro è complice di Giuda, d’accordo con lui per vendere il Figlio dell’Uomo. Ma Gesù ha detto che Pietro lo rinnegherà, non che lo venderà. Non ti pare di forzare, in maniera inaccettabile per il credente, il significato del Vangelo? La scena a cui ci introduci ricorda quella del Grande Inquisitore di Dostoevskij. Solo che qui le parti sono rovesciate. E’ lo stesso Gesù infatti che, invece del grande sacerdote, preoccupandosi della governabilità degli uomini, perdona Pietro perché in un certo senso, col suo tradimento gli assicura che sotto la sua guida politica qualcosa del Vangelo si salverà. Ferrucci: Gesù è un personaggio che mi è molto caro, ed è impossibile non amarlo. Egli vuole che il proprio messaggio sopravviva, e sa anche che gli uomini sono quello che sono, e che occorre lasciare che s’illudano un po’. Per questo si definisce “Figlio di Dio”, il che è anche vero, naturalmente, nel senso in cui lo siamo tutti quando ce ne rendiamo conto. Giuda e gli altri faranno di tutto, anche tradire il Cristo e poi pentirsene amaramente, perché la verità di quel messaggio giunga fino a noi. Chi vuole incidere sulla vita accetterà anche le contraddizioni della vita. Cancogni: Per il cristiano, con la passione, la morte e la resurrezione di Gesù comincia la storia. Attraverso i secoli, su per il Medioevo, il Rinascimento, l’Età dei lumi, ci fai assistere a una progressiva deriva dell’uomo dall’iniziale disegno divino. Con i Lumi l’uomo torna a parlare di felicità, di bontà naturale, di tolleranza, di piacere: si assiste al ritorno di una visione estetica del mondo. Il peccato non c’è più, via il senso di colpa. Non sembra tuttavia che i risultati di questa “liberazione” siano confortanti. La visione della vita illuminata dalla “raison” e addolcita dal “plaisir”, si trasformerà presto in un incubo che dura tuttora. Ferrucci: Questa è la tua opinione, e come tale rispettabile. Io vedo in quei secoli il faticoso sforzo di diventare adulti – con quale euforia e con quale sofferenza e con quali cadute. Farne parte è già qualcosa. Non si sa ancora il risultato finale, perché la crescita non è terminata, e può rivelarsi anche come una corsa alla morte. Cancogni: Nei due secoli che seguono, da Napoleone a oggi, ti soffermi volentieri su alcune figure di pensatori-poeti, di pensatori-scienziati, di pensatori-artisti, che hanno avuto un posto di rilievo nella storia della civiltà moderna. T’incontri con molti di loro (Höelderlin, Melville, la Dickinson etc.). Fra gli ultimi Einstein e Freud ai quali dedichi molta più attenzione che non ad altri “maestri” pur in fluentissimi (penso a Marx e a Nietzsche) nella formazione e nella malasorte degli uomini. Perché? Non mi pare che essi (specie il secondo) siano immuni da responsabilità nella nostra sconfitta. Ferrucci: Sì, certo, ma non sono i soli che ho tralasciato: non ho incontrato Darwin, e neppure Schopenhauer, né Leopardi, alcuni fra i miei autori di sempre. Mentre scrivevo non si sono fatti trovare! E non puoi parlare con chi non si fa trovare? Nietzsche e Marx, poi, non sono così responsabili dei disastri del mondo. Ricordiamoci che ai seguaci piace avere dei maestri a cui addossare le colpe, perché l’uomo ama servire, oltre che sognare la libertà. E’ assai difficile trovare una persona davvero libera, perché c’è sempre il rischio di finire nell’aridità di spirito, nella mancanza di fede in qualcosa. C’è anche chi passa la vita a cercare, e anche il fatto di non trovare può diventare una passione. Si è tutti folli e saggi in modo diverso, e non si può dire che il genere umano sia noioso. Tanto meno lo è il Dio che ha messo insieme una cosa simile. Cancogni: In ultimo il tuo Dio appare sempre più deluso della terra, luogo che sembra ormai avviato, col concorso fervido dei suoi stessi abitanti, all’autodistruzione. Il suo tentativo di fare degli uomini i suoi primi collaboratori in un progetto di vita fondato sull’amore, la libertà e la gioia è dunque irrimediabilmente fallito? Si direbbe di sì, visto che ci mostri lo stesso Dio intenzionato ad abbandonare la terra. E tuttavia penso che un Dio come questo, così motivato dall’estetica, non avrebbe ragione di sentirsi troppo scontento di un mondo come il nostro che nella sua nichilistica frenesia non riconosce altro verbo che non sia edonistico, all’insegna dell’immediato e dell’effimero, sordo a ogni valore trascendente. Le arti è vero (grazie al loro vuoto etico e religioso) stanno andando in malora: in cambio l’artisticità trionfa; siamo tutti artisti. Ferrucci: Dio vuole partire perché, un po’ come Ulisse, non si può tenerlo fermo. Ama molto viaggiare, considera l’immobilità come una forma di morte – e infatti nel suo universo non c’è atomo che stia fermo. Ci sarebbe un modo di trattenerlo, con qualche sorprendente mutamento, e non soltanto con l’effimera artisticità di cui tu parli, quella dei clown e dei guitti. Vogliamo provarci? Si può cominciare a fargli raccontare la storia di se stesso e scoprire che è un essere tenero, enormemente bisognoso d’affetto, e che non sempre è riuscito a farcelo capire. Basta con l’esprimersi in modo cifrato, attraverso profeti e messaggeri! E’ giunto il momento di parlare in prima persona.

Massimo Onofri, IL DIARIO DELLA SETTIMANA

 

Il punto di vista di Dio

Torna, riveduta, una riscrittura della Bibbia

Credo che l’editore Fazi abbia fatto una scelta molto felice nel ripubblicare, proprio allo scadere del millennio, in un’edizione ampiamente rinnovata, “Il mondo creato” di Franco Ferrucci, il libro che, nel 1986, ebbe un notevole successo di pubblico e di critica. “Il mondo creato” è una specie di Bibbia riscritta dal punto di vista di Dio, con molte smentite e molte rettifiche, che però annette tutti i libri poi pensati e scritti dagli uomini, insomma tutti quelli ipoteticamente catalogabili nei registri della biblioteca di Babele, con la semplice aggiunta che, in presenza di cotanto autore, il mondo dei libri non poteva non coincidere col libro del mondo. E la felicità della scelta sta in questo: che “Il mondo creato” realizza e compie in sé, in duplice guisa, un’idea del Novecento. Se questo è stato il secolo della morte di Dio, coloro che l’hanno accettata, hanno avuto di fronte due alternative: vivere la vita al cinque per cento, consegnandola alle timidissime verità del “ciò che non siamo”, del “ciò che vogliamo”, oppure, nietzschianamente, energicamente, occupare il campo lasciato libero dalla divinità, quello che, con un atto di blasfema euforia, assumendo il punto di vista di Dio. Il Novecento, poi, è stato anche il secolo che s’è involato subito dentro l’utopia di Joyce, Proust, Musil: nel sogno di un’opera che potesse appunto contenere tutta la realtà. E che cosa c’è di più reale, quanto ad assolutezza, del Dio che tutto contiene, della fenomenologia del suo spirito? Quella che Ferrucci, oltrepassando novecentescamente i generi, innestando il saggio sul romanzo, guadagnando la misura di un’hilarotragica epopea del divino, ha saputo condurre con tutta l’ironia del caso: un’ironia coltissima, di quella di un Creatore che è letterato fin nelle midolla (“il Cretaceo fu l’inverno del mio scontento”) e umanista smaliziato, per niente a digiuno di metaletteratura e post-modernità, come quando vuole riferirsi, con un certo compiacimento, all’edizione precedente del “Mondo creato”, all’effetto che può aver sortito persino sul Papa. Il lettore avrà capito che siamo di fronte a un libro di assoluta originalità nel quadro delle lettere contemporanee: con un unico corrispettivo cinematografico forse, quanto ad ampiezza di sguardo e forza di sintesi, nella “kubrickiana 2001: Odissea nello spazio “. Per quanto, a voler essere precisi, un antecedente letterario, almeno per vocazione metamorfosica, si potrebbe anche trovarlo: un libro non di questo livello ma ingiustamente ignorato da tutte le storie e che s’intitola “Mida il nuovo satiro”. Lo ha scritto, nel 1930, insospettatamente, un critico brillante e un professore autorevole, Francesco Flora: vi s’intessono, lungo una storia di millenni, miti pagani e biblici, presi a pretesto di infiniti vagabondaggi meditativi. Ma Ferrucci non ha, della vita, la stessa idea affermativa dell’idealista Flora: e ci ha affidato il documento di una teologia dell’impotenza e dell’imperfezione. Il suo Dio, negli incontri infiniti (molti, ad alta temperatura filosofica: con Senofane e Parmenide, Cristo e Buddha, Agostino, Einstein e Freud), può anche fungere da involontario e micidiale demistificatore della follia e dell’arroganza umane (magistralmente, nel caso di Mosè). Eppure, inetto e solo, inconsapevole di quel che vien creando, impreparato a tutte le conseguenze, incalzato da un disperato bisogno d’amore, ci è più facile riconoscerlo nei panni di “un barbone del cosmo” d’anagrafe ignota: l’ultimo eroe da mille e una notte, dentro una storia del mondo in precipitosa fuga verso un’irreparabilità che potrebbe anche essere definitiva.

Renato Minore, IL MESSAGGERO

Italiani

L’incontro tra Dio e Eintein e gli aforismi della Merini

 

Tra gli scrittori italiani con cui proficuamente passare questo giro di boa del Millennio, metterei in piedi un quartetto assai irregolare: Malerba, Ferrucci, Doninelli e Merini promettono, e realizzano con mezzi diversi, un assai certo “piacere del testo”. Innanzitutto Luigi Malerba (“La superficie di Eliane”, Mondadori, 202 pagine, 28.000 lire) comico e grottesco nel suo giallo metafisico che, muovendosi tra spionaggi industriali e rivalità aziendali, ha smalto e lucidità, fiato e intrigo più che sufficiente. Poi una nuova edizione in parte riscritta e giustamente “rilanciata”, de “Il mondo creato” di Franco Ferrucci (Fazi 312 pagine, 28.000 lire): tradotto in molte lingue, il romanzo torna a circolare nella nostra, portando sulla scena il “miracoloso” dialogo di un Dio che discute con sé e con altri – anche Freud ed Einstein – sul “destino del mondo”.

Andrea Carraro, MEDIA – L’UNITÀ

Italiani – Franco Ferrucci

“Io sono Dio, depresso come voi”

 

“Il mondo creato” di Franco Ferrucci già pubblicato nel 1986 e adesso ristampato da Fazi in una versione aggiornata è nientemeno che l’autobiografia di Dio. Si tratta quindi di un libro a dir poco ambizioso, che ripercorre, con piglio postmoderno, i miti, la Storia e la Cultura dell’umanità, in particolare dell’Occidente ebraico cristiano, dai suoi albori sino ad oggi. Ora, la questione critica cruciale è la seguente: una simile, elefantiaca riproposizione in chiave narrativa delle antiche tradizioni sapienziali ci dice qualcosa di importante sul nostro presente, oppure si offre soltanto come una gigantesca, gratuita messinscena biblica sul genere di un kolossal dell’Antico Testamento? A questo proposito va detto che, per quanto ambiziosissimo sia il progetto, il risultato è tutt’altro che approssimativo o fallito, sebbene alcuni passaggi meno ispirati dell’opera inducano qualche sospetto di un raffinato, ipercolto esercizio letterario. Si registra inoltre uno squilibrio espressivo, poetico e stilistico fra le varie parti del libro. L’inizio offre pagine davvero memorabili, di grande intensità poetica, sulla genesi dell’universo, nelle quali la figura del Dio narrante si definisce e si concreta attraverso le sue molteplici, straordinarie creazioni. In questa prima sezione (nettamente la più felice di tutto il romanzo, la quale rappresenta davvero, come suggerisce il risvolto di copertina, “uno dei vertici della narrativa italiana contemporanea”), sotto la spinta di una robusta vena lirica, si delinea una immagine panteistica del cosmo e del nostro eletto pianeta, sede delle creazioni divine più stupefacenti. La rappresentazione, dal tono magico, mitico, simbolico, con empiti visionari, ha un ingrediente indispensabile nella sua ambiguità, costruita sull’ellissi e sul mistero. Nelle sezioni successive il romanzo però perde questa impalpabile ambiguità poetica via via che il Dio comincia a peregrinare nel tempo e nello spazio. Le annotazioni filosofiche che scandiscono i suoi incontri con personaggi importanti (ma anche ignoti) della storia e della mitologia universale da Dedalo a Senofane, da Mosè a Eraclito, da Gesù Cristo a Budda, da Agostino a San Francesco, e poi Freud, Picasso, Padre Pio, Einstein eccetera, oltre a numerosi, anonimi individui pescati nelle epoche più diverse sono spesso contrassegnate da un certo didascalismo divulgativo (fra De Crescenzo e Umberto Eco) che tuttavia di rado cede ad ammiccamenti o ruffianerie (pur facendo uso del registro ironico e anche comico). Il Dio di Ferrucci lungi dall’essere onnisciente, ha le idee assai confuse sia sul passato (non sa chi lo ha concepito) sia sul futuro (ignora il proprio destino prima ancora di quello dell’umanità e dell’universo che ha creato), è tutt’altro che immortale come gli uomini si ostinano a credere. Inoltre è istintivo, insicuro, vulnerabile, affascinato dalla bontà, allarmato per la crudeltà degli uomini e della natura, ma totalmente inabile a porvi rimedio. Conosce periodi di iperattività creativa e lunghe parentesi di oziosa, dolente inanità. E’ abitato dalla rabbia, dall’odio, dall’amore, dalla passione… Teme la noia, anticamera della depressione e della paura della morte. Insomma, il Dio di questo romanzo a conti fatti sembra assai più “umano” che “divino”. Ed è altrettanto umano il doloroso sentimento che lo invade nell’oscuro, magmatico e vagamente apocalittico finale, quando (forse) prende definitivamente congedo dal mondo: “Non sarà facile abbandonare tanta bellezza”.

Maria Pia Ammirati, LIBERAL
– 11/01/1999

Franco Ferrucci

E Dio racconta come e perchè ha creato il mondo

 

Fa un certo effetto apprendere che Dio possa, seduto comodamente in poltrona, riaccendere la sua memoria guardando in televisione la “girandola di eventi ” che il mondo propone. Il Dio in questione è il protagonista io narrante del romanzo di Franco Ferrucci “Il mondo creato”, nella nuova stesura ora proposta da Fazi (312 pagine, 28 mila lire), un personaggio talmente anticonvenzionale e nuovo da mettere in crisi, forse per la prima volta, il personaggio uomo di memoria debenedettiana. E’ da lì, dallo specchio poliedrico televisivo, che senza snobismi Dio parte per narrarci la creazione del mondo a cominciare dalla sua stessa nascita, l’evento fondante del mondo (e del romanzo). Con una punta di ereticalismo Dio si dichiara un trovatello abbandonato dai genitori che, come tutti i figli di nessuno, porta con sé l’impeto di rivalsa e insieme un’indelebile insicurezza. Una rivelazione sconcertante alla quale il lettore però si affeziona accreditandola come la più ovvia e naturale delle ipotesi. Ciò che il romanzo richiede è la partecipazione all’evento affrontata con disincanto, con spirito della scoperta, affidando alla fabula non lo scandalo dell’irriverenza per questo Dio umano, troppo umano, ma il piacere dello svelamento del mondo che ci appare nuovo in ogni pagina. La caratteristica primaria del Dio di Ferrucci è di avere dei limiti. Sono proprio i limiti che permettono all’onnipotente la creazione del mondo. “C’era un limite alla mia possibilità di giocare con il mondo creato. Se creavo qualcosa non potevo distruggerla”. Un mondo che viene fuori per accumulo, partorito caoticamente dal pensiero di un dio con la passione per la matematica che porta gli occhiali scuri nei giorni d’estate, e che desidera creare spinto dalla passione di abitare nelle cose, nelle piante e negli animali. Ogni piccolo movimento e ogni pensiero del dio producono il mondo fino a quando arriva la scoperta del dolore che cambia la storia. Da questo momento è un dio prostrato quello che si accorge che gli elementi dominanti sono la fame, la paura e l’angoscia e che nel profondo abbattimento concepisce il desiderio di creare un nuovo animale, diverso da quelli già esistenti: un essere che possa temperare il dolore con l’alternativa di altri sentimenti. Ecco nascere gli uomini “pieni d’ingegno e più chiacchieroni degli uccelli”. La complessità del romanzo non si arresta qui, alla creazione del mondo segue la storia del mondo che non è mai approssimativa, fatta di incontri indimenticabili da quello burrascoso con Mosè, a quello commovente con Gesù, il figlio nato dalla passione per una bellissima donna amata secoli prima. E poi Seneca, Agostino, Tommaso d’Aquino, Albert (Einstein). Un romanzo in cui comico e tragico, le vere dominanti del mondo, si miscelano all’infinito.

Lidia De Federicis, L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

 

Franco Ferrucci, “Il mondo creato”, pp. 312, Lit 28.000, Fazi, Roma 1999

 

Franco Ferrucci, italiano nato a Pisa (1936) e italianista che insegna a New York, aveva pubblicato da Einaudi nel 1986 “Il mondo creato”, vasto romanzo di gusto anglosassone in cui è narratore il creatore. É il Dio biblico che si racconta, mescolandosi all’esistenza degli umani e alle “esistenze fantomatiche” che essi hanno creato al di là del suo volere; il diavolo, naturalmente. Ora Ferrucci ristampa un romanzo, o poema, che è già stato fra i suoi maggiori successi; anzi lo riscrive in una minuziosa revisione, con accenni protratti fino all’attualità recente e inserti anche notevoli. L’aggiornamento e il rilancio hanno buoni motivi. Alcuni dipendono da Ferrucci stesso, dal suo persistente interesse per i miti di fondazione e gli archetipi (memorabile il saggio del 1974 su Omero, L’assedio e il ritorno), dall’attitudine a muoversi con uno sguardo planetario che abbraccia in poche righe vicende immani, a scrivere appunto come Dio, rendendo accettabile la grandiosità esagerata, dell’assunto grazie alla tecnica dell’abbassamento ironico adatto a un Dio debole. Un’altra ragione può trovarsi inoltre nel fenomeno di carattere generale che investe la nostra cultura, nell’andare del nostro tempo e nel paradosso per cui, nonostante la dichiarata secolarizzazione, di Dio discorrono i giornali ogni mattina. É fatale tuttavia che il Dio del Mondo creato sia un personaggio della modernità. Un inetto dunque, un pasticcione, uno sperimentatore al quale sfuggono di mano gli esperimenti, un dio dell’imperfezione che cerca e non trova ascoltatori (gli interpreti accreditati, vedi Agostino qui vanamente inseguito, si ostinano infatti a celebrarne l’onnipotenza e le misteriose finalità). Nella nuova edizione l’ultimo, esplicativo capitolo è cresciuto da quattro a diciotto pagine, spia di un’aumentata cura o preoccupazione dell’autore nel commentarsi e nel rendere espliciti i propri convincimenti. Così apprendiamo che “il credere e il non credere” fanno parte della stessa ricerca “di dare un senso alla vita”; e che “quando il genere umano se ne andrà” anche Dio se ne andrà con lui. Ma la malinconia di questo libro assai bello non viene dalla sentenziosa e un po’ scontata conclusione, bensì dall’apparire e scomparire di mille vite a perdere, di cose e animali, teologi, lucertole, e imperfettissime talpe mosche bisce.

F.T., ORDINE E LIBERTÀ
– 02/11/2000

 

Il mondo Creato

 

“L’uomo di Stato aveva stretto l’alleanza con il ribelle per dare alla Francia la repubblica. Ma il destino non lo volle. Il destino andò per la sua strada. Ancora una volta la vecchia Francia condannata a morte doveva trionfare sulle idee di un tempo nuovo. Il mondo non doveva essere defraudato dallo splendore del Re Sole. Per contrastare i progetti del titano Richelieu, il destino si servì di un matto di nome “Turlupin””; Corre il 1642 quando per le strade e nei palazzi di Parigi si sparge la voce di n bagno di sangue preparato da Richelieu: il giorno di San Martino cadranno le teste di diciassettemila nobili. Ma il potente cardinale-duca non ha fatto i conti con un trovatello allevato da un parrucchiere, un po’ Arlecchino e un po’ Charlot, di nome “Turlupin”. E’ lui il protagonista dell’omonimo romanzo scritto dal maestro dell’assurdo Leo Perutz nel ‘24 e ripubblicato oggi da Adelphi che da tempo è impegnata a diffondere l’opera dello scrittore scomparso nel ‘57. Un viaggio a metà strada tra storia e fantasia per un gioco degli equivoci in cui un “uomo del popolo” diventa l’ultimo paladino dell’aristocrazia: un bel ritratto d’epoca condotto attraverso una scrittura brillante e deliziosamente ironica. Avvincente, disturbante, pensato come un’autobiografia ma descritto alla velocità” di un romanzo pieno di sorprese e immagini shock. Finalmente è stato tradotto in italiano il romanzo da cui Scorsese ha tratto il suo ultimo bellissimo film “Al di la della vita”. Si chiama “Pronto Soccorso” e conserva le memorie di Joe Connelly che ha lavorato come paramedico per dieci anni nel quartiere newyorkese di Hell’s Kitchen (la cucina dell’inferno!), patria di drogati, spacciatori, alcolizzati e piccoli criminali. Un viaggio allucinante che rifiuta la retorica alla E.R., asciuga al massimo la scrittura e racconta di uno slancio altruistico quasi violento, “insensato”, una sfida con se stessi alla disperata ricerca di qualcuno da salvare. Il pasticcione e distratto Dio di Franco Ferrucci, che aveva garantito nell’86 il successo del romanzo “Il mondo creato” torna a raccontare in prima persona la storia del mondo di una revisione edita da Fazi (pp. 314). Un curioso umoristico e originale viaggio nel tempo condotto da un Padre assetato d’amore (più umano degli uomini), tutto preso dalla contemplazione della sua creazione.

Massimo Onofri, IL DIARIO DELLA SETTIMANA

 

Il punto di vista di Dio

Torna, riveduta, una scrittura della Bibbia

Credo che l’editore Fazi abbia fatto una scelta molto felice nel ripubblicare, proprio allo scadere del millennio, in un’edizione ampiamente rinnovata, “Il mondo creato” di Franco Ferrucci, il libro che, nel 1986, ebbe un notevole successo di pubblico, e di critica. “Il mondo creato” è una specie di Bibbia riscritta dal punto di vista di Dio, con molte smentite e molte rettifiche, che però annette tutti i libri poi pensati e scritti dagli uomini, insomma tutti quelli ipoteticamente catalogabili nei registri della biblioteca di Babele, con la semplice aggiunta che, in presenza di cotanto autore, il mondo dei libri non poteva coincidere col libro del mondo. E la felicità della scelta sta in questo: che “Il mondo creato” realizza e compie in sé, in duplice guisa, un’idea del Novecento. Se questo è stato il secolo della morte di Dio, coloro che l’hanno accettata, hanno avuto di fronte due alternative: vivere la vita al cinque per cento, consegnandola alle timidissime verità del “ciò che non siamo”, del “ciò che non vogliamo”, oppure, nietzschianamente, energicamente, occupare il campo lasciato libero dalla divinità, quello che, con un atto di blasfema euforia, ma di rigorosa ed estrema consequenzialità, ha fatto lo scrittore, assumendo il punto di vista di Dio. Il Novecento, poi, è stato anche il secolo che s’è involato subito dentro l’utopia di Joyce, Proust, Musil: nel sogno di un’opera che potesse appunto contenere tutta la realtà. E che cosa c’è di più reale, quanto ad assolutezza, del Dio che tutto contiene, della fenomenologia del suo spirito? Quella che Ferrucci, oltrepassando novecentescamente i generi, innestando il saggio sul romanzo, guadagnando la misura di un’hilarotragica epopea del divino, ha saputo condurre con tutta l’ironia del caso: un’ironia coltissima, quella di un Creatore che è letterato fin nelle midolla (“il Cretaceo fu l’inverno del mio scontento”) e umanista smaliziato, per niente a digiuno di metaletteratura e post-modernità, come quando vuole riferirsi, con un certo compiacimento, all’edizione precedente del “Mondo creato”, all’effetto che può aver sortito persino sul Papa. Il lettore avrà capito che siamo di fronte a un libro di assoluta originalità nel quadro delle lettere contemporanee: con un unico corrispettivo cinematografico forse, quanto ad ampiezza di sguardo e forza di sintesi, nella kubrikiana “2001: Odissea nello spazio”. Per quanto, a voler essere precisi, un antecedente letterario, almeno per vocazione metaforica, si potrebbe anche trovarlo: un libro non di questo livello, ma ingiustamente ignorato da tutte le storie e che s’intitola “Mida il nuovo satiro”. Lo ha scritto, nel 1930, insospettatamente, un critico brillante e un professore autorevole, Francesco Flora: vi s’intessono, lungo una storia di millenni, miti pagani e biblici, presi a pretesto di infiniti vagabondaggi meditativi. Ma Ferrucci non ha, della vita, la stessa idea affermativa dell’idealista Flora: e ci ha affidato il documento di una teologia dell’impotenza e dell’imperfezione. il suo Dio, negli incontri infiniti (molti, ad alta temperatura filosofica: con Senofane e Parmenide, Cristo e Buddha, Agostino, Einstein, Freud), può anche fungere da involontario e micidiale demistificassero della follia e dell’arroganza umane (magistralmente, nel caso di Mosé). Eppure, inetto e solo, inconsapevole di quel che vien creando, impreparato a tutte le conseguenze, incalzato da un disperato bisogno d’amore, ci è più facile riconoscerlo nei panni di “un barbone del cosmo” d’anagrafe ignota: l’ultimo eroe da mille e una notte, dentro una storia del mondo in precipitosa fuga verso un’irraparabilità che potrebbe anche essere difinitiva.

Giovanni Pacchiano, CORRIERE DELLA SERA
– 02/08/2000

 

Torna il Dio di Ferrucci, più umano degli uomini

 

“Squadra che vince non si cambia”, dice un motto divulgato. Libro che vince non so cambia, sembra invece volerci coraggiosamente significare Franco Ferrucci, con la riscrittura, in diversi punti radicale, di “Il mondo creato” (e comunque in tutto il libro si notano tagli, aggiunte ritocchi di lessico). Il romanzo, nella prima edizione, del 1986, raggiunse un grande successo nazionale e internazionale. Non solo per l’oggettiva bravura dell’autore, dotato di uno degli stili più belli e convincenti della nostra odierna narrativa, ma anche, e forse soprattutto, per il soggetto rappresentato. Perché,in questa storia chilometrica, e anche, in molti tratti, picaresca, che abbraccia le vicende e i destini dell’uomo, dalle origini ad oggi, protagonista e voce narrante risulta nientemeno che Dio. Il quale offre di sé un’immagine singolare, distante da quella della tradizione biblica: non il Dio onnipotente e onnisciente, ma un demiurgo imperfetto, ciarliero e confusionario, puntiglioso e distratto. Non un vecchione con la barba bianca, ma un “trovatello” che girovaga, all’inizio, nella “notte dei tempi, con desideri incandescenti”. Sinché, spaventato dalla sua stessa solitudine, lancia un urlo nella tenebra, ed ecco principiare la creazione del mondo. Un Dio assetato d’amore, che contempla curioso gli esseri e, talvolta, decide di entrare in loro, sicché, nel suo colossale viaggio nel tempo e nello spazio, diviene di volta in volta sapiente e prostituta, pellegrino e poeta, ma anche, tra l’altro, infine, lucertola. Toccandogli di incontrare, nelle sue infinite metamorfosi, insieme a una folla sterminata di sconosciuti, le figure più rappresentative della storia della civiltà: da Gesù a Sant’Agostino e a Dante, da Einstein a Freud. C’é più affanno e commozione, rispetto all’archetipo, in quella riscrittura. Ma con maggiore precisione e pregnanza di vocaboli: come a voler arginare la naturale effusività dei sentimenti opposti e complementari che qui, più ancora che nella prima versione, attraversano il libro, la gioia e il dolore. Suggestivamente presentandoci questo Dio: lui, più umano degli uomini.

Alessandro Zaccuri, L’AVVENIRE
– 12/01/1999

Perché il “personaggio Dio” affascina ancora? Parla Franco Ferrucci

La divina autobiografia

“Nella figura di Gesù mi colpisce il fatto che il desiderio di salvazione si accompagni a una drammatica necessità di morte”

Dall’Italia all’America e ritorno. Uscito per la prima volta da Mondadori nel 1986, poi apparso negli Stati Uniti in una traduzione realizzata dallo stesso autore in collaborazione con Raymond Rosenthal, Il mondo creato di Franco Ferrucci torna ora in libreria in un’edizione che rielabora profondamente il testo di partenza. Senza però rinunciare all’intuizione centrale del racconto: presentare al lettore un’autobiografia di Dio. Da questo punto di vista il libro di Ferrucci si inserisce in una lunga tradizione letteraria, che va dai racconti popolari confluiti nel Novellino alle poche note Sette giornate del mondo creato di Torquato Tasso (poema da cui deriva il titolo del romanzo), dal Paradiso perduto di Milton a Dio, vita e opere dell’accademico di Francia Jean d’Ormesson. Il problema, semmai, è che il protagonista del Mondo creato non è, se non in minima parte, il Dio della Bibbia. Di primo acchitto assomiglia semmai al Demiurgo della tradizione gnostica, che crea il mondo in obbedienza a un destino superiore il cui disegno complessivo gli sfugge. Un Dio minore, quindi, ma che conserva un’inestinguibile curiosità per le vicende degli uomini, ai quali ama mescolarsi. Eccolo quindi seguire perplesso l’opera ordinatrice di Mosè e simpatizza a distanza con Gesù, compiacersi del comportamento di San Francesco ed entrare in confidenza con Einstein, polemizzare con Freud e, infine, osservare con un sentimento simile alla rassegnazione l’inabissarsi dell’umanità al termine del XX secolo… ”Diciamo che il mio è il Dio di chi cerca, non il Dio di chi ha trovato”, ammette senza reticenze Ferrucci, affrettandosi subito dopo a precisare di non aver voluto scrivere un libro irriverente o blasfemo. “Il punto è – spiega – che per la nostra cultura non è possibile affrontare la domanda sul senso della vita senza tornare a interrogarsi su Dio. E’ un problema non risolto, che nasce dalla contrapposizione fra l’assoluto monoteismo giudaico, per il quale la divinità è sempre e comunque inavvicinabile, e la visione cristiana, nella quale sopravvivono quelli che definisco elementi “pagani”. Mi spiego: come per gli antichi romani non era affatto scandaloso pensare che Giove potesse scendere sulla terra, così per i cristiani è del tutto naturale che il Figlio di Dio si sia fatto uomo. Ogni volta che in letteratura compare il “personaggio Dio”, è come se questo particolare aspetto del cristianesimo rivendicasse i propri diritti. Detto altrimenti, cerchiamo di avvicinarci a Dio immaginando che Dio si avvicini a noi”. Si tratta di temi che Ferrucci ha sviluppato anche nella sua più recente produzione saggistica (per esempio Il formidabile deserto, sull’opera di Leopardi, e Le due mani di Dio, sulla compresenza di cristianesimo e paganesimo in Dante). La riflessione sul crinale tra letteratura e teologia, del resto, è una caratteristica dei nostri anni, come conferma l’attività di studiosi autorevoli come Harold Bloom e Giorge Steiner. “Aggiungerei Northrop Frye – Interloquisce Ferrucci -, per il quale la letteratura non è altro che una mitologia ricostruita. Un argomento suggestivo, che però può essere rovesciato: anche la teologia, infatti, può essere considerata come un’iniziale forma di poesia. ED è per questo che io, che pure non sono un osservante, sono così affascinato dalla religione: la considero uno strumento quasi insuperabile di comprensione dell’anima. Quando ci si interroga seriamente sul senso della vita, lo ripeto, non si può fare a meno di confrontarsi con le verità più antiche, magari pensando che, se hanno resistito così a lungo, è perché forse sono vere”. Dal punto di vista della teologia cattolica, Il mondo creato presenta almeno due grandi ostacoli: la descrizione (peraltro molto efficace sul piano letterario) della creazione come atto inconsapevole e l’incontro con Gesù che davvero non sembra figlio del Dio che qui si racconta in prima persona. “E’ vero – dice Ferrucci -, il mio personaggio ricorda il Demiurgo gnostico, ma con un’importante differenza: non è malvagio. Ogni sua azione, anzi, corrisponde al desiderio di entrare in contatto con gli uomini, in un’alternanza di entusiasmi e malinconie che fa di lui il perfetto prototipo dell’artista. Nelle mie intenzioni, non è un Dio estraneo al cristianesimo, perchè partecipa di quel bisogno di amore che del cristianesimo rappresenta un aspetto fondamentale. Soltanto che, in questo caso, ad avere bisogno di amore è Dio stesso, che chiede agli uomini di essere accettato per quello che è. Quanto alla figura di Gesù, per me rimane affascinante e misteriosa. Non perché dubiti della sua esistenza storica, che mi pare fuori discussione, ma piuttosto perché vedo in lui un desiderio di salvazione accompagnato da una drammatica necessità di morte. E anche in questo, a pensarci bene, si rivela una sottilissima conoscenza dell’anima umana. La grande psicologia inizia con la Passione e si sviluppa poi lungo il Medioevo, con riflessioni teologiche che non hanno da invidiare, quanto a esattezza e profondità, alle acquisizioni della psicanalisi. Forse è per questo che, nel libro, me la prendo tanto con Freud”.

Maria Pia Ammirati, LIBERAL
– 12/02/1999

 

Franco Ferrucci

E Dio ci racconta come e perché ha creato il mondo

Fa un certo effetto apprendere che Dio possa, seduto comodamente in poltrona, riaccendere la sua memoria guardando in televisione la “girandola di eventi” che il mondo propone. Il Dio in questione è i protagonista io narrante del romanzo di Franco Ferrucci Il mondo creato, nella nuova stesura ora proposta da Fazi (312 pagine, 28 mila lire ), un personaggio talmente anticonvenzionale e nuovo da mettere in crisi, forse per la prima volta, il personaggio uomo di memoria debenedettiana. E’ da lì, dallo specchio poliedrico televisivo, che senza snobismi Dio parte per narrarci la creazione del mondo a cominciare dalla sua stessa nascita, l’evento fondante del mondo (e del romanzo). Con una punta di ereticalismo Dio si dichiara un trovatello abbandonato dai genitori che, come tutti i figli di nessuno, porta con sé l’impeto di rivalsa e insieme un’indelebile insicurezza. Una rivelazione sconcertante alla quale il lettore però si affeziona accreditandola come la più ovvia e naturale delle ipotesi. Ciò che il romanzo richiede è la partecipazione all’evento affrontata con disincanto, con spirito di scoperta, affidando alla fabula non lo scandalo dell’irriverenza per questo Dio umano, troppo umano, ma il piacere dello svelamento del mondo che ci appare nuovo in ogni pagina. La caratteristica primaria del Dio di Ferrucci è di avere dei limiti. Sono proprio i limiti che permettono all’onnipotente la creazione del mondo. ”C’era un limite alla mia possibilità di giocare con il mondo creato. Se creavo qualcosa non potevo distruggerla”. Un mondo che viene fuori per accumulo, partorito caoticamente dal pensiero di un Dio con la passione per la matematica che porta gli occhiali scuri nei giorni d’estate, e che desidera creare spinto dalla passione di abitare nelle cose, nelle piante e negli animali. Ogni piccolo movimento e ogni pensiero del dio producono il mondo fino a quando arriva la scoperta del dolore che cambia la storia. Da questo momento è un dio prostrato quello che si accorge che gli elementi dominanti sono la fame, la paura e l’angoscia e che nel profondo abbattimento concepisce il desiderio di creare un nuovo animale, diverso da quelli già esistenti: un essere che possa temperare il dolore con l’alternativa di altri sentimenti. Ecco nascere gli uomini “pieni d’ingegno e più chiacchieroni degli uccelli”. La complessità del romanzo non si arresta qui, alla creazione del mondo segue la storia del mondo che non è mai approssimativa, fatta di incontri indimenticabili da quello burrascoso con Mosè, a quello commovente con Gesù, il figlio nato dalla passione per la bellissima donna amata secoli prima. E poi Seneca, Agostino, Tommaso D’Aquino, Albert (Einstein). Un romanzo in cui comico e tragico, le vere dominanti del mondo, si miscelano all’infinito.

Manlio Cancogni e Franco Ferrucci dialogano intorno a un singolare libro sull’aldilà. Chi è Dio?

Un duello fra romanzieri al cospetto di nostro Signore

Metà saggio e metà romanzo, l’autore di “Il mondo creato” e il suo più anziano interlocutore discutono sull’Altissimo: artista, rassomigliante alle sue creature oppure capace di salvezza e di castigo secondo la tradizione? La controversia si accende sul r

Manlio Cancogni: Il Dio che ci proponi nel tuo poema in prosa si muove sin dal principio in una luce estetica. Gode del proprio operare, si compiace delle proprie creature che gli escono dalle mani quasi inconsapevolmente; da vero artista si stupisce del proprio Io. Chi sono? Da tale compito creativo tutto può nascere. Non ti preoccupa, almeno un poco, la sua irresponsabilità? Einstein, che in uno degli ultimi capitoli del libro mostri di ammirare forse più di ogni altro contemporaneo, mi pare che in qualche suo scritto abbia detto che “Dio non gioca a dadi”. Franco Ferrucci: Non mi preoccupa? Mi preoccupa moltissimo. Non ha fatto che preoccuparmi da quando ho incominciato a pensare. Dio è il prototipo di ogni artista, come vide anche Dante, oltre che Platone; ma si sa che l’artista unisce genio e sregolatezza. Da sempre si è accettato il Suo genio, non i suoi difetti. Siamo forse a una svolta epocale: il passaggio da una visione infantile di Dio, visto come Padre che non può fallire, a una visione adulta di Dio come fratello e corresponsabile. Una tale rinnovata visione potrebbe tenerci occupati per un altro millennio. Cancogni: Preso dal suo entusiasmo, dalla sua infinita generosità, il Grande Poeta non s’è accorto per tempo che nella sua gioiosa “work in progress” stava entrando il dolore. Contemporaneamente sembra che il suo fervore creativo vada spegnendosi: Egli può solo modificare il già fatto. E quindi gli è necessario un aiuto. E’ così che riplasmando e ritoccando come un artista insoddisfatto, Egli arriva all’uomo. E’ dunque a questo nuovo personaggio-protagonista che Egli affida il compito, proseguendo la propria opera, di combattere ed eliminare il dolore? Ferrucci: Nel mio libro l’uomo è concepito da Dio come un rimedio al dolore del mondo. L’impresa riesce solo in parte. L’uomo inventa l’amore, la bellezza, il sapere; ma è anche un essere distruttivo e imperfetto. A questo punto di evoluzione non si sa come il genere umano possa migliorare. Forse può cominciare a modificare l’immagine del suo creatore. Chissà che, così facendo, non gli riesca di modificare anche se stesso! In fondo è un animale che vive di sogni. Cancogni: L’uomo fa dunque la sua comparsa nel mondo. Ma in che modo? Durante, ci dici, una temporanea assenza di Dio. Eppure gli viene affidato un compito altissimo. Qui ci troviamo davanti a un grande mistero che può essere interpretato in due modi. O l’uomo è nato da un errore della natura (mentre Dio è distratto) e quindi non è responsabile del male che farà; o è nato libero (la distrazione di Dio non può essere involontaria) e in questo caso lo è pienamente. Ferrucci: La nozione di libertà umana ha inchiodato da sempre i filosofi e i teologi. Non intendo risolverla in due righe. Dico solo questo: è libero Dio? Un Essere che può solo esser Dio è un Essere perfettamente libero? Il mio personaggio narrante si trova scagliato come divinità nel cosmo, e cerca di fare del suo meglio in una situazione non certo facile. Veniamo all’uomo: nessuno più di un prigioniero pensa alla libertà. Chi sceglie d’esser nato? Chi sceglie il giorno della sua morte naturale? Chi sceglie i propri genitori? Chi sceglie il proprio sesso? Al tempo stesso, chi, se non l’uomo, è tormentato dal bisogno di sentirsi sciolto da ogni vincolo? Ogni momento di assoluta felicità coincide con il sentimento di essere diventati liberi. Poi passa. Ma quel momento va ricordato da chi vuole capire la natura umana. Cancogni: Nelle intenzioni divine, secondo te, l’uomo avrebbe dovuto proseguire nella gioia l’opera del creatore. Ma ecco entrare in scena, minacciosamente, Mosé ad annunciargli la legge, l’ubbidienza, il castigo. E anche la possibilità di pentirsi, di espiare, di perdonare ed essere perdonato. E’ dunque un arricchimento che gli viene offerto: da ora in poi non sarà solo “homo ludens”; l’artisticità sarà completata dall’etica, dalla fede. Tu invece attribuisci al Legislatore del Sinai un fine contrario alla volontà di Dio, in nome dell’autorità, delle regole, del potere. Da lui procederebbe dunque una perdita, una limitazione. Non è come se, nell’esprimere un giudizio artistico, tu privilegiassi un’opera di puro godimento estetico (che so, le “Ariette” del Metastasio) a una creazione molto più complessa, moralmente e religiosamente ispirata, (diciamo gli “Inni Sacri”)? Ferrucci: Veniamo all’essenza della domanda. Etica ed estetica non sono separabili, e fanno parte della stessa vicenda. Regola e arte si corrispondono, e così bellezza e sapere – anzi, il fatto di averle separate è stato il vero dramma. Mosè sbaglia in quanto non capisce Dio, e s’intesta di volerlo infallibile, e quindi perpetua un’immagine di religione come sottomissione e rinuncia. L’idea di un Dio onnipotente è servita a cementare l’idea di un potere umano onnipotente. Cancogni: Verso Gesù sei pieno d’ammirazione (il massimo di amore apparso in terra, dici) e nello stesso tempo sembra che tu dubiti della sua sincerità. Gesù sa che Giuda sta per tradirlo, ed è giusto che essendo pronto a immolarsi per la salvezza degli uomini, Egli lo lasci fare. Aggiungi che Pietro è complice di Giuda, d’accordo con lui per vendere il Figlio dell’Uomo. Ma Gesù ha detto che Pietro lo rinnegherà, non che lo venderà. Non ti pare di forzare, in maniera inaccettabile per il credente, il significato del Vangelo? La scena a cui ci introduci ricorda quella del Grande Inquisitore di Dostoevskij. Solo che qui le parti sono rovesciate. E’ lo stesso Gesù infatti che, invece del grande sacerdote, preoccupandosi della governabilità degli uomini, perdona Pietro perché in un certo senso, col suo tradimento gli assicura che sotto la sua guida politica qualcosa del Vangelo si salverà. Ferrucci: Gesù è un personaggio che mi è molto caro, ed è impossibile non amarlo. Egli vuole che il proprio messaggio sopravviva, e sa anche che gli uomini sono quello che sono, e che occorre lasciare che s’illudano un po’. Per questo si definisce “Figlio di Dio”, il che è anche vero, naturalmente, nel senso in cui lo siamo tutti quando ce ne rendiamo conto. Giuda e gli altri faranno di tutto, anche tradire il Cristo e poi pentirsene amaramente, perché la verità di quel messaggio giunga fino a noi. Chi vuole incidere sulla vita accetterà anche le contraddizioni della vita. Cancogni: Per il cristiano, con la passione, la morte e la resurrezione di Gesù comincia la storia. Attraverso i secoli, su per il Medioevo, il Rinascimento, l’Età dei lumi, ci fai assistere a una progressiva deriva dell’uomo dall’iniziale disegno divino. Con i Lumi l’uomo torna a parlare di felicità, di bontà naturale, di tolleranza, di piacere: si assiste al ritorno di una visione estetica del mondo. Il peccato non c’è più, via il senso di colpa. Non sembra tuttavia che i risultati di questa “liberazione” siano confortanti. La visione della vita illuminata dalla “raison” e addolcita dal “plaisir”, si trasformerà presto in un incubo che dura tuttora. Ferrucci: Questa è la tua opinione, e come tale rispettabile. Io vedo in quei secoli il faticoso sforzo di diventare adulti – con quale euforia e con quale sofferenza e con quali cadute. Farne parte è già qualcosa. Non si sa ancora il risultato finale, perché la crescita non è terminata, e può rivelarsi anche come una corsa alla morte. Cancogni: Nei due secoli che seguono, da Napoleone a oggi, ti soffermi volentieri su alcune figure di pensatori-poeti, di pensatori-scienziati, di pensatori-artisti, che hanno avuto un posto di rilievo nella storia della civiltà moderna. T’incontri con molti di loro (Höelderlin, Melville, la Dickinson etc.). Fra gli ultimi Einstein e Freud ai quali dedichi molta più attenzione che non ad altri “maestri” pur influentissimi (penso a Marx e a Nietzsche) nella formazione e nella malasorte degli uomini. Perché? Non mi pare che essi (specie il secondo) siano immuni da responsabilità nella nostra sconfitta. Ferrucci: Sì, certo, ma non sono i soli che ho tralasciato: non ho incontrato Darwin, e neppure Schopenhauer, né Leopardi, alcuni fra i miei autori di sempre. Mentre scrivevo non si sono fatti trovare! E non puoi parlare con chi non si fa trovare? Nietzsche e Marx, poi, non sono così responsabili dei disastri del mondo. Ricordiamoci che ai seguaci piace avere dei maestri a cui addossare le colpe, perché l’uomo ama servire, oltre che sognare la libertà. E’ assai difficile trovare una persona davvero libera, perché c’è sempre il rischio di finire nell’aridità di spirito, nella mancanza di fede in qualcosa. C’è anche chi passa la vita a cercare, e anche il fatto di non trovare può diventare una passione. Si è tutti folli e saggi in modo diverso, e non si può dire che il genere umano sia noioso. Tanto meno lo è il Dio che ha messo insieme una cosa simile. Cancogni: In ultimo il tuo Dio appare sempre più deluso della terra, luogo che sembra ormai avviato, col concorso fervido dei suoi stessi abitanti, all’autodistruzione. Il suo tentativo di fare degli uomini i suoi primi collaboratori in un progetto di vita fondato sull’amore, la libertà e la gioia è dunque irrimediabilmente fallito? Si direbbe di sì, visto che ci mostri lo stesso Dio intenzionato ad abbandonare la terra. E tuttavia penso che un Dio come questo, così motivato dall’estetica, non avrebbe ragione di sentirsi troppo scontento di un mondo come il nostro che nella sua nichilistica frenesia non riconosce altro verbo che non sia edonistico, all’insegna dell’immediato e dell’effimero, sordo a ogni valore trascendente. Le arti è vero (grazie al loro vuoto etico e religioso) stanno andando in malora: in cambio l’artisticità trionfa; siamo tutti artisti. Ferrucci: Dio vuole partire perché, un po’ come Ulisse, non si può tenerlo fermo. Ama molto viaggiare, considera l’immobilità come una forma di morte – e infatti nel suo universo non c’è atomo che stia fermo. Ci sarebbe un modo di trattenerlo, con qualche sorprendente mutamento, e non soltanto con l’effimera artisticità di cui tu parli, quella dei clown e dei guitti. Vogliamo provarci? Si può cominciare a fargli raccontare la storia di se stesso e scoprire che è un essere tenero, enormemente bisognoso d’affetto, e che non sempre è riuscito a farcelo capire. Basta con l’esprimersi in modo cifrato, attraverso profeti e messaggeri! E’ giunto il momento di parlare in prima persona.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Il mondo creato
Collana:
Numero Collana:
3
Pagine:
320
Codice isbn:
8881121247
Prezzo in libreria:
€ 7,00
Data Pubblicazione:
01-11-1999

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