Gabriele Marconi

Io non scordo

COD: 41f1f19176d3 Categoria: Tag:

Romanzo-culto dell’underground italiano, pubblicato alcuni anni fa da una piccola casa editrice romana di destra (Settimo Sigillo) e diventato immediatamente un successo negli ambienti underground, viene ora proposto al vasto pubblico in una nuova versione completamente rivista dall’autore. Un ex latitante di destra, scappato a Londra dove si è rifugiato diventando un punk che si confonde tra la massa urbana “alternativa”, torna in Italia, ai giorni d’oggi e, mentre è inseguito da alcuni poliziotti nella metropolitana di Roma, si ritrova nel sottosuolo e sbuca per caso in una stanza misteriosa che contiene l’archivio segreto dei servizi deviati italiani dal dopoguerra a oggi. Una volta uscito, si rimette in contatto con i vecchi amici, i “camerati” di quando era poco più che un ragazzino, e insieme decidono di vederci chiaro nella vicenda e organizzano una spedizione con la non troppo segreta volontà di trovare lì il faldone dedicato alla strage di Bologna, fino a oggi accreditata al terrorismo nero… Marconi conduce il lettore in un racconto avvincente e mozzafiato, ricco di continui spostamenti temporali, tra flashback delle vicende di un piccolo gruppo di amici di allora e il resoconto dell’avventura degli stessi oggi alle prese con i ricordi di un passato che non c’è più e con un’ultima incredibile “impresa”. Definito da Pietrangelo Buttafuoco «uno splendido action-movie in forma di romanzo sui ribelli della generazione del ’78», Io non scordo non è solo uno straordinario racconto degli anni di piombo da una prospettiva completamente nuova e sorprendente, ma anche, e forse soprattutto, un bellissimo e toccante romanzo di formazione e un vero e proprio inno ai valori più profondi dell’amicizia.

IO NON SCORDO – RECENSIONI

Guido Caldiron, LIBERAZIONE
– 18/11/2008

 

Dentro il neofascismo, antropologia dell’odio

 

 

Antonio Lodetti, IL GIORNALE
– 26/08/2008

 

Se gli anni di piombo si trasformano in moda letteraria

 

 

IL GIORNALE
– 07/01/2008

 

Dal dopoguerra a San Babila, in libreria per saperne di più

 

 

Giano Accame, AERA
– 01/07/2007

 

L’uomo nero non fa più paura

 

 

Giancarlo de Cataldo, HOT SUMMER

 

Io non scordo

 

Fascista rivoluzionario, punk per disperazione, Giacomo torna a Roma dopo vent’anni di latitanza giusto in tempo per imbattersi nell’inaccessibile archivio dei segreti di Stato. Originale rivisitazione da destra degli “anni di piombo”, fra bevute, scazzottate, sparatorie all’insegna del mito della forza e dell’amicizia virile.

Sebastiano Gulisano, AVVENIMENTI ATTUALITÀ
– 01/06/2004

 

Inchiostro in corpo P38

 

Punk, “con borchie, capelli crestati e tutto l’armamentario di rito” è anche Giacomo detto Giaco, il protagonista di Io non scordo, un ex estremista di destra (come l’autore, militante di Terza Posizione) che dopo ventitré anni di latitanza a Londra decide di tornare a casa, in quanto un paio di dozzine di mandati di cattura a suo carico “si erano sbriciolati strada facendo fino a ridursi a una condanna miserrima, quasi da vergognarsi”. Dopo un inseguimento nella metropolitana di Roma in cui riesce a sfuggire a dei vigilantes, si ritrova in uno stanzone (“la madre di tutte le cantine!”) che contiene l’archivio dei servizi segreti deviati, dal dopoguerra ai nostri giorni. Beccato, ancora una volta ce la fa a dileguarsi. Ma intende tornarci, per trovare il faldone sul 1980, “con le stragi di Ustica e Bologna. E le retate, le persecuzioni e i morti. Tutto. A quel punto avrei fatto non so cosa per scoprire la verità”. Una verità ovviamente difforme da quella giudiziaria. Per riuscire nell’intento contatta i vecchi amici, un piccolo gruppo di “camerati” insieme ai quali si imbarca nell’avventura di tornare in quell’archivio. Ne viene fuori un thriller dai ritmi frenetici e dai continui tuffi nel passato, quasi un romanzo di formazione: ogni via, ogni luogo, ogni amico è un episodio che torna dagli anni Settanta, quando erano poco più che ragazzi ma respiravano, per dirla con Venditti, “il fumo delle barricate” e il sangue – fascista o comunista che fosse – arrossava le strade ” … e noi eravamo il Male… e pure un male vigliacco: noi eravamo quelli in-venti-contro-uno… Che merde! Eravamo sempre quattro gatti, in confronto a loro!”.

STILOS
– 06/07/2004

 

Così perduti gli anni di piombo

 

Io non scordo (Fazi) di Gabriele Marconi, già autore del giallo esotericoL’enigma di Giordano Bruno, è la storia di un ex latitante di destra che si rifugia, agli inizi degli anni Ottanta, a Londra dove vive tra i punk. Ritornato in Italia e inseguito dalla polizia nella metropolitana sbuca per caso in una staza misteriosa che contiene l’archivio segreto dei servizi deviati italiani dal dopoguera ad oggi. Decide di mettersi in contatto con i vegghi amici “camerati” per vederci chiaro con il preciso intento di trovare anche qualcosa che riguardi la strage di Bologna. L’impresa diventa anche un motivo di crescita, negli anni di piombo, per il piccolo gruppo di quella generazione “perduta” dell’estrema destra tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Già pubblicato alcuni anni fa e divenuto immediatamente un libro-cult del genere “maledetto”, viene ora riproposto con una nuova versione dell’autore; è in libreria dal 30 aprile.

Guido Bosticco, LIBERO
– 26/06/2004

 

Questa destra andava in piazza contro Marx, sbirri e capitalisti

 


Loro non sono “gente normale”, né mai avevano voluto esserlo. Forse oggi sono diventati, soprattutto per l’età ormai poco incline alla lotta, per qualche buona posizione raggiunta nel lavoro, per una sorta di ammutinamento dei muscoli e dei nervi, non più all’altezza della tensione di un tempo. Ma di certo non perché si siano affievoliti gli spiriti e le idee, non perché abbiano vinto ed oggi possano vivere tranquilli e sereni. Quegli ex ragazzi, quelli della generazione 78, oggi vivono come tutti i superstiti di un’epoca che non trova più un senso: chi ha un lavoro suo,bello o brutto, chi è scomparso tra le pieghe di una villetta con giardino, chi scrive e parla in pubblico, chi è finito in galera, chi ci ha lasciato la pelle. Le piazze di quegli anni sono sempre inevitabilmente narrate a metà: chi parla stava da una delle due parti della piazza. Sa la sua storia, immagina quella degli altri,la ricostruisce, la ipotizza, ma è davvero padrone soltanto di quello che gli è capitato in prima persona. “ Io non scordo”(Fazi Editore) è un libro scritto dalla parte destra della piazza. Tra le infinite sigle di movimenti che costellavano l’estrema destra degli anni Settanta e Ottanta, infatti, c’è anche quella di Terza Posizione, alla quale apparteneva Gabriele Marconi, autore del libro e oggi vicedirettore di “Area”, mensile della Destra Sociale. E nelle pagine di questo quasi thriller, tra archivi nascosti, servizi segreti, ricerche archeologiche, amori e pestaggi, ritornano,nei frequenti flash-back, le storie maledette dei camerati,delle botte tra le scuole di quartiere, dei volantinaggi, delle sparatorie .
Ricordi corsari, di quando ci si riconosceva da un verso di una canzone “alternativa”, da un tatuaggio che raffigura una Runa, simbolo dell’alfabeto celtico e adottato da molta iconografia dell’estrema destra. Gli anni di piombo erano di piombo per tutti. Morivano i compagni, morivano i camerati. C’erano delle regole forse, un codice che la gente normale non riconosceva, ma che faceva di un camerata un rivoluzionario, fedele all’ideale e fedele all’amicizia. Pronto a morire per entrambe le cose.
Proprio l’amicizia, in fondo, è la protagonista di questo romanzo, giocato su una serie di nomi e di caratteri che richiamano i vecchi amici di Gabriele Marconi, in una Roma di oggi, vista soprattutto tra i sotterranei della metropolitana e delle fogne da cui il racconto prende inizio, e la Roma di ieri, tra le scuole nemiche, le piazze infuocate,le sezioni di partito insanguinate, ma anche i concerti di musica celtica, i libri di Tolkien, i saggi di Julius Evola e di Saint- Paulien.
Una strana cultura, per chi non la conosce,e sono molti,che rappresenta l’altra faccia dell’ underground,un po’ punk e un po’ militaresca, disobbediente,e ferrea,nemica del marxismo quanto del capitalismo,favorevole a tutte le lotte indipendentiste del mondo. Una cultura da sempre marginale nel nostro Paese, forse più nell’immagine che nei numeri, che ha pagato,anch’essa, il suo prezzo, in vite umane e ideali calpestati, in quegli anni in cui lo Stato non era né trasparente né amico, a destra come a sinistra.
La storia inizia proprio in mezzo a questo confuso stato di cose, fedelmente riprodotto nel confuso stato mentale di Giaco, il protagonista, che ritorna a Roma dopo molti trascorsi in latitanza a Londra, semi vagabondo tra pub e lavoretti di fortuna, con la cresta da punk e qualche mese di prigione alle spalle. Una baruffa nei corridoi della metropolitana, una fuga dai poliziotti lungo i binari scuri, un tombino, il canale della fogna e una grata che affaccia su una stanza polverosa. Uno schedario, per date, luoghi ed eventi. Il padre di tutti gli schedari: basta poco per intuire che la sotto ci sono tutte le carte mai pubblicate della storia italiana, nelle salde mani di qualche servizio segreto più o meno deviato. Fa freddo, i vestiti bagnati,una voce che si avvicina, una luce che si accende e di nuovo la fuga di corsa, ma questa volta gli inseguitori sono ben più temibili. Un tram, al volo. Scampata. A mente fredda il pensiero corre al giorno in cui tutto finì, in cui il sogno si sgretolò per tutti. In quel 1980, quando, immediatamente dopo la strage della stazione di Bologna,si aprì la caccia grossa e i camerati entrarono nel mirino degli inquirenti. Qualche pestaggio nelle stanze della questura, molte minacce e un giovane di diciannove anni trovato impiccato nella cella. Si chiamava Nanni De Angelis ed è il simbolo della lotta di Terza Posizione. Ed è il simbolo della fine di quella lotta ed è sicuro che in quei raccoglitori impolverati c’è la verità mai rivelata. Questo è il momento per Giaco di ripresentarsi dai vecchi amici camerati, per coinvolgerli nella ricerca di una verità che li aveva sempre snobbati, cacciandoli nel ventre della colpevolezza. Un’ avventura che porterà forse da qualche parte, che rivelerà i segreti dello Stato cattivo,o che forse potrà sfumare nel nulla di un’illusione stinta dagli anni. Ma che saprà riaccendere il sentimento di profonda amicizia che, questa no, il tempo non sa intaccare.

Andrea del Mastro, AREA
– 09/07/2004

 

Io non scordo

 


“Coinvolgente”, sarebbe un eufemismo, per indicare la forza trascinante e turbinante del romanzo Io non scordo . Per associazione di idee, il rimando immediato e istintivo è al magnifico Arancia meccanica , ma il libro dell’amico Marconi non è solo ingenua, quasi incolpevole, brutale, immediata e gratuita violenza, è anche poetica, romantica confessione di una generazione che voleva bruciare il mondo è che si è scottata in giovane età
. Tra fantapolitica (ma sarai poi così fanta?) e ribellismo, il libro si snoda tra ricordi , progetti e avventure di un gruppo di ragazzi della “destra radicale”. Godibile anche a prescindere dall’interesse per l’argomento, il romanzo conserva il fascino tipico di quei libri che puoi e devi leggere più volte, non solo e non tanto per la piacevolezza della lettura di una buona penna (ce ne sono così poche!), quanto e soprattutto per il fatto che ogni volta afferri un significato diverso che prima appariva recondito, ma che in realtà è sempre stato lì pronto a palesarsi. Una generazione vinta e braccata, dispersa in mille rivoli, che però si risveglia al richiamo irresistibile dell’avventura e della “possibilità”, costituisce l’umanità che popola, anima e si agita nel libro di Marconi. Ua lacerante confessione di una generazione, ma anche una riflessione sui significati più puri dell’amicizia, del valore e del coraggio, senza nessun cedimento a ammorbanti retoriche buoniste. L’amicizia si cimenta nell’azione, si assapora nel coraggio, si ritrova nella sofferenza e si misura nello scontro: niente a che fare con masturbazioni mentali sui significati più reconditi dell’ amicizia, niente a che spartire con noiose avventure per boy scout annoiati.
Pubblicato per la prima volta nel 1999 da Settimo Sigillo, e salutato dal circuito underground come il primo racconto sui giovani “di destra” durante gli Anni di piombo, Io non scordo approda ora al grande circuito nazionale con la casa editrice Fazi, per l’occasione riveduto e ampliato dall’autore. L’utilizzo continuo, maniacale dei flash back contribuisce a rendere dinamico un libro che si lascia leggere tutto d’un fiato. Un libro che, nel pullulare delle letture e riletture di una delle pagine più affascinanti e nel contempo più drammatiche della nostra storia repubblicana, non può mancare.
La generazione dei turbolenti anni ‘ 70 è stata ora magnificata, ora vilipesa, ora elogiata, ora criminalizzata. Finalmente viene semplicemente raccontata, rivissuta senza fronzoli, senza esasperazioni, crudamente e realisticamente, tramite flash back che giungono improvvisi come un pugno nella bocca dello stomaco, disseminati lungo tutto il romanzo.
E c’era bisogno di un romanzo per raccontare quella maledetta generazione, in mezzo a mille trattati pretenziosi, a mille falsi poeti e pseudo-intelletual sempre scalpitanti per poter dire, urlare e imporr la loro parziale verità. Se Se da un castello all’altro di Céline ha avuto il pregio di dipingere un’umanità braccata, allucinata, reduce di se stessa, in fuga da se stessa, ma un’umanità vera senza cedere a miti crepuscolari o superomistici, allo stesso modo il libro di Marconi ci rende l’immagine di una generazione nella sua dimensione umana, nella sua naturale e cruda nudità, nella sua irriverente ansia iconoclastica, ma anche in tutta la sua splendida, umana, eroica e commovente fragilità.
Se avessimo dovuto fare una recensione brevissima del libro avremmo potuto dire che, in mezzo alle mille verità e bugie, in mezzo a quel gioco di luci e ombre che ancora avvolge una delle generazioni, quella degli anni ‘ 70 , più narrata e raccontata (ma, fino ad ora, sempre e solo da sinistra), questo libro rappresenta uno squarcio di luce, uno di quei lampi che , per un attimo, illumina e chiarisce tutto, ridando nitidezza ai contorni di figure sfocate dal tempo e dalle menzogne. Se fossimo invece stati degli amici seri di Gabriele non avremmo aggiunto nulla alle sue parole: “ E ora là, avvolti da una nebbia fitta che nascondeva il cielo e le stelle, ci chiedevamo cosa avremmo fatto l’indomani, ce lo chiedevamo come pagani braccati che vedono il loro mondo svanire insieme al fumo delle querce sacre bruciate. Noi, poco più che adolescenti, avevamo combattuto la nostra battaglia, e ora ci sembrava che non ci fosse rimasto più niente, a parte la nostra amicizia”.

Mario De Filippis, QUOTIDIANO DELLA CALABRIA
– 03/06/2004

 

Io non scordo

 

Il protagonista di questo romanzo, Giacomo, è anche la voce narrante, e dalle sue frasi concitate, rabbiose, apprendiamo che, ad un certo punto, si sente “lasciato solo a fare a botte con i ricordi”. I ricordi sono quelli del 1978-1980, tra i fasci di Roma, cioè i ragazzi neofascisti dei vari gruppi attivi, in quegli anni, nella capitale.
Giacomo è tornato in Italia dopo vent’anni di latitanza all’estero; fuggito nei giorni successivi alla strage della stazione di Bologna, il 2 agosto 1980. Si è rifugiato a Londra perché i camerati come lui sono ricercati dalle forze dell’ordine e anche perché è stanco della vita assurda che conduce da anni, tra risse con gli autonomi, volantinaggi, veglie in onore dei camerati uccisi negli scontri.
Un’altra testimonianza sugli anni di piombo, quella proposta da Gabriele Marconi (Io non scordo, Roma, Fazi, 2004), visti questa volta dall’altra parte della barricata, con gli occhi di un quarantenne che, rientrato quasi per caso a Roma, crede di avere imparato a “calare la visiera e tagliar fuori i ricordi”.
Invece il passato irrompe prepotentemente nella sua esistenza di esule volontario e lo riporta in mezzo ai vecchi amici, per le strade della sua Roma, quella delle scuole davanti a cui si faceva a botte, quella dei grandi parchi dove esistono ancora degli slarghi nascosti, per riunire i membri della Legione e preparare un’incursione. Una topografia sentimentale, lontana dalle solite cartoline con vista, dove sono importanti le case degli amici, le sezioni del Movimento sociale, i bar sempre uguali. Una discesa agli inferi perché nel sottosuolo della città, tra le vestigia dell’Impero tanto caro al duce e ai suoi epigoni, Giacomo segue le tracce di un archivio misterioso, trasferito in gran fretta e in segreto da una parte all’altra. Faldoni, fascicoli e cartelle cercati affannosamente sotto i Fori imperiali, potrebbero far luce sugli anni di piombo, sulle stragi, su altri momenti bui della nostra storia recente.
I faldoni dei servizi segreti fanno parte, ormai, della mitologia dell’Italia contemporanea, insieme alle verità che si è portato nella tomba il bandito Giuliano, al tentativo di golpe del generale De Lorenzo, alla sparizione o morte sospetta di personaggi scomodi, come il giornalista Mauro De Mauro. Anche se il mistero, di tanto in tanto, viene violato da qualche dossier confezionato apposta per riaprire qualche polemica, tirare fuori dall’armadio i soliti vecchi scheletri.
Gabriele Marconi ha scritto un bel libro, a parte il giudizio sugli eventi tragici, evocati durante la narrazione, che sono stati già oggetto di sentenze giudiziarie, e devono essere ancora vagliati in modo adeguato dagli storici. Avvincente nelle pagine in cui i suoi personaggi si muovono in questa Roma minore, dei quartieri, dei luoghi di ritrovo, di certi angoli davanti ai quali il nostro Giaco deve fermarsi, perché gli “è partito il cuore”. Struggente e documentato nella rievocazione dei suoi anni Settanta, delle canzoni, dei libri, mai oleografico, didascalico o di maniera. Perché i giovani fasci appaiono ragazzi come tutti gli altri, timorosi di svelare ai propri genitori i pasticci in cui vanno a ficcarsi. Innamorati persi delle amiche, che a volte si mostrano più determinate di loro nel ritrovarsi, per rispondere a una provocazione dei compagni.
Il contesto in cui il nostro protagonista si muove, pur essendo preciso, non appesantisce la narrazione, concentrata in pochissimi giorni, vissuti di corsa all’inseguimento dell’archivio segreto, in una Roma sotterranea che potrebbe ispirare un’intera serie di avventure di Indiana Jones. Quella Roma che con i misteri della storia ci convive da sempre, senza lasciarsene troppo turbare. Una città che ne ha visto tante, dove di notte, “par di sentire ruggire i leoni” annota Carlo Levi ne “L’orologio” e aggiunge “forse il suono nasce, più che da un fatto presente, dal fondo profondo della memoria, quando tra il Tevere e i boschi, sulle pendici solitarie, si aggiravano le belve, e le lupe allattavano ancora i fanciulli abbandonati”.
Una città inquietante, dove in questi giorni si celebra l’ingresso delle forze alleate, nel 1944, ma iniziano anche le manifestazioni per i 150 anni dell’Unità, che culmineranno nel 2011. Dove si discute spesso di storia, come si è fatto proprio per gli anni Settanta, a cui sono stati dedicati una serie di convegni. Uno appena concluso, a Viterbo, dedicato ai rituali civili, ai simboli dell’unità nazionale, da Garibaldi al tricolore. Chissà se avranno dedicato una relazione ai faldoni dei servizi segreti?
Presentandola alla Fiera di Torino, qualche settimana fa, Marconi lamentava una congiura del silenzio ai danni della sua opera, soprattutto per la prima edizione del 1999, pubblicata da Settimo Sigillo. Forse ha ragione, oppure le congiure sono un suo pallino. Un’ultima considerazione: è vero che le carte più scottanti ci vengono sottratte da un potere occulto, ma gli archivi pubblici sono zeppi di documenti, anche su materie spinose e scomode, consultabili liberamente. Ma pochissime persone ci mettono piede, negli archivi. Forse perché, lo dico per esperienza diretta, non è così emozionante come sembra nei romanzi.

 

Francesca Petrucci, AREA
– 01/06/2004

 

Un po di Area alla fiera del libro

 

La Fiera internazionale del libro ospitata dalla città di Torino è certamente l’appuntamento più prestigioso e significativo per l’editoria italiana e non solo. Per questa edizione, chiusa il 10 maggio, si è raggiunto il record di presenze, superando quanto ad affluenza il salone di Parigi: in cinque giorni circa 200mila visitatori hanno affollato gli stand dei numerosissimi editori e anche gli spazi dedicati ai dibattiti e alle presentazioni delle novità editoriali più interessanti. Tra queste siamo felici di segnalare due eventi che hanno visto come protagonisti, sebbene in modo diverso, due autori legati strettamente alla destra italiana.
Gabriele Marconi – noto a tutti i nostri lettori, in primis perché è vicedirettoredi Area, ma anche per le sue qualità di scrittore e cantautore – ha finalmente saputo portare alla luce un tema da sempre rimasto (o meglio volutamente lasciato) nel silenzio editoriale: gli anni Settanta visti “da destra”. Riscrivendo (e ampliando) il suo romanzo Io non scordo per Fazi editore (nel 1999 era uscito per Settimo Sigillo), Marconi ha scelto di parlare di storia e di politica con un linguaggio nuovo ed elettrizzante, senza utilizzare i canali canonici della storia nel senso più stretto del termine, ché forse gli avrebbero dato del pazzo, c’è da dire… Torino gli ha addirittura dedicato un incontro. “Gli anni di piombo visti da destra”.
Si parte invece da una storia inventata, genere underground, con tutti i crismi di quelle storie avvincenti, con i personaggi che “sembrano” veri, ognuno il suo passato, il suo presente, ognuno perfettamente attore di se stesso, a tal punto da sembrare quasi vero… però! allora non è proprio tutto un’invenzione… anzi! non lo è affatto: ad essere inventata, come per ogni buon romanzo che si rispetti, è solo la trama, il resto è vita vera (compresi i nomi dei personaggi, a parte il protagonista), è vita vissuta, è storia dimenticata e che è meglio dimenticare, è roba scomoda, che a scuola non ci hanno mai detto, che sui giornali non si legge, sui libri neanche a pensarci. E forse qualche resistenza ancora si incontra, quando si sposta la macchina da presa verso destra, giusto Marconi? “S’incontra sì, visto che le grandi testate sembrano ancora svicolare, quando si parla di recensire il libro. Qualche citazione, ma niente di più”.
Però, con Io non scordo presente in tutte le librerie, una prima pietra è stata messa. Ora bisogna vedere quali saranno i prossimi passi… A questo punto Gabriele smette l’espressione accigliata: “L’importante è dimostrare di esserci. Il resto verrà. Quando ho scritto questo romanzo, era la prima volta che la finestra su quegli anni, visti dalla nostra parte, veniva aperta (a parte l’esperimento di Alda Teodorani, con Fiore oscuro). Per troppo tempo noi siamo stati rappresentati in maniera falsa e grottesca: era tempo di dire basta. Oggi altri si sono cimentati. Penso a Pierluigi Felli con Camerata addio, per Novecento, e soprattutto a Ferdinando Menconi, che con Anni di porfido ha dipinto un bell’affresco su un gruppo di ragazzi del Fronte della gioventù. Il difficile viene quando cerchi di approdare a case editrici a diffusione nazionale, ma la strada, ormai, è segnata”. Quando gli chiedo perché abbia scelto di trattare un argomento storico attraverso una storia inventata, sorride: “Ma perché siamo sempre stati restii a parlare di certe cose… be’… così intime per noi… Allora, il filtro della trama di finzione mi ha aiutato. Così ho potuto affrontare i flash back, rigorosamente veri, con più semplicità. Senza reducismo né autocelebrazioni”.
Rimanendo nell’ambito del racconto, seppur di tutt’altro genere, alla fiera di Torino è stato presentato anche il libro di Sem Petrucci, Romanzo per uomini soli a cavallo (ed. Equitare, tel. 0577 758150 – [email protected]). Petrucci, da una lontana e intensa militanza nel Movimento sociale, poi continuata tra le fila di An, oggi come giornalista dirige il mensile Laboratorio 99 e svolge tra l’altro un ruolo di consulenza per il ministero dell’Ambiente. Certo, qui non c’entra la politica, non nel senso più comune del termine almeno, ma chi la pensa come noi sa bene che la politica è un modo di vivere, di pensare, che abbraccia e plasma inesorabilmente tutte le nostre esperienze, le nostre passioni dandogli una forma e una profondità tutta particolare: i valori in cui si crede si ritrovano ovunque e si possono rafforzare attraverso le esperienze più diverse.
Il libro narra di un viaggio, lungo la via dell’antico pellegrinaggio che parte da Cabo de Roca verso Santiago de Compostela. Alla scoperta dei propri limiti e delle proprie forze, da solo di fronte al suo passato, e al suo futuro, il protagonista vive questa esperienza con i suoi due cavalli e con grande determinazione. Ma scoprirà presto di non essere realmente da solo in questo viaggio, che risulterà invece un “incontro”, un cammino iniziatico verso la vita, con tutti i suoi inspiegabili misteri per scoprire che alla fine possiamo solo accettarli, senza pretendere di comprenderli razionalmente… in fondo “il mondo è pieno di cose spiegate che non servono a niente…”, a volte il vero senso della nostra esistenza riusciamo a coglierlo proprio in ciò che ci può sembrare più “inaccettabile” per il nostro pensiero moderno. Il rapporto con il cavallo oggi può anche essere visto come una preziosa chiave per arrivare a comprendere proprio questa verità tanto semplice, eppure a volte così confusa nel frastuono del quotidiano: è nell’essenziale dei valori in cui si crede che risiede la forza, la vita stessa.

Andrea Morandi, ROCKSTAR
– 01/06/2004

 

I nostri anni di piombo

 

Cantautore, giornalista, ex militante di Terza Posizione e ora direttore responsabile di “Area”, il mensile della Destra Sociale Italiana, Gabriele Marconi rimane ad oggi uno dei pochi intellettuali di destra, autore di canzoni come “Piccolo Attila” e “In Viaggio” e, soprattutto, di questo Io Non Scordo, unico romanzo sugli anni di piombo filtrati dall’ottica destrorsa di un gruppo di camerati. Uscito già parecchi anni fa, viene oggi rieditato dalla Fazi in una versione ampliata. La storia, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, racconta le peripezie di un latitante di destra che trova un misterioso archivio contenente documenti segreti sulla vera storia del terrorismo nero (Bologna compresa).
Un libro più nostalgico che politico.

Andrea del Mastro, AREA
– 01/05/2004

 

Io non scordo

 

”Coinvonlgente” sarebbe un eufemismo, per indicare la forza trascinante e turbinante del romanzo Io non scordo. Per associazione di idee, il rimando immediato e istintivo è al magnifico Arancia meccanica, ma il libro dell’amico Marconi non è solo ingenua, quasi incolpevole, brutale, immediata e gratuita violenza, è anche poetica, romantica confessione di una generazione che voleva bruciare il mondo e che si è scottata in giovane età.
Tra fantapolitica (ma sarai poi così tanto “fanta”?) e ribellismo, il libro si snoda tra ricordi, progetti e avventure di un gruppo di ragazzi della “destra radicale”. Godibile anche a prescindere dall’interesse per l’argomento, il romanzo conserva il fascino tipico di quei libri che puoi e devi leggere più volte, non solo e non tanto per la piacevolezza della lettura di una buona penna (ce ne sono così poche!), quanto e soprattutto per il fatto che ogni volta afferri un significato diverso che appariva recondito, ma che in realtà è sempre stato lì pronto a palesarsi. Una generazione vinta e braccata, dispersa in mille rivoli, che però si risveglia al richiamo irresistibile dell’avventura e della “possibilità”, costituisce l’umanità che popola, anima e si agita nel libro di Marconi. Una lacerante confessione di una generazione, ma anche una riflessione sui significati più puri dell’amicizia, del valore e del coraggio, senza nessun cedimento ad ammorbanti retoriche buoniste. L’amicizia si cimenta nell’azione, si assapora nel coraggio, si ritrova nella sofferenza e si misura nello scontro: niente a che fare con masturbazioni mentali sui significati più reconditi dell’amicizia, niente a che spartire con noiose avventure per boy scout annoiati.
Pubblicato per la prima volta nel 1999 da Settimo Sigillo, e salutato dal circuito underground come il primo racconto sui giovani “di destra” durante gli Anni di piombo, Io non scordo approda ora al grande circuito nazionale con la casa editrice Fazi, per l’occasione riveduto e ampliato dall’autore. L’utilizzo continuo, maniacale dei flash back contribuisce a rendere dinamico un libro che si lascia leggere tutto d’un fiato. Un libro che, nel pullulare delle letture e riletture di una delle pagine più affascinanti e nel contempo più drammatiche della nostra storia repubblicana, non può mancare.
La generazione dei turbolenti anni ’70 è stata ora magnifica, ora villipesa, ora elogiata, ora criminalizzata. Finalmente viene semplicemente raccontata, rivissuta senza fronzoli, senza esasperazioni, crudamente e realisticamente, tramite flash back che giungono improvvisi, come un pugno nella bocca dello stomaco, disseminati lungo il romanzo.
E c’era bisogno di un romanzo per raccontare quella “maledetta” generazione, in mezzo a mille trattati pretenziosi, a mille falsi poeti e pseudo-intellettuali sempre scalpitanti per poter dire, urlare e imporre la loro parziale verità. Se Da un castello all’altro di Céline ha avuto il pregio di dipingere un’umanità braccata, allucinata, reduce di se stessa, in fuga da se stessa, ma un’umanità vera senza cedere a miti crepuscolari o superomistici, allo stesso modo il libro di Marconi ci rende l’immagine di una generazione nella sua dimensione umana, nella sua naturale e cruda nudità, nella sua irriverente ansia iconoclastica, ma anche in tutta la sua splendida, umana, eroica e commovente fragilità.
Se avessimo dovuto fare una recensione brevissima del libro avremmo potuto dire che, in mezzo alle mille verità e bugie, in mezzo a quel gioco di luci e ombre che ancora avvolge una delle generazioni, quella degli anni ’70, più narrata e raccontata (ma, fino ad ora, sempre e solo “da sinistra”), questo libro rappresenta uno squarcio di luce, uno di quei lampi che per un attimo, illumina e chiarisce tutto, ridando nitidezza ai contorni di figure sfocate dal tempo e dalle menzogne. Se fossimo invece stati degli amici seri di Gabriele non avremmo aggiunto nulla alle sue parole: “E ora là, avvolti da una nebbia fitta che nascondeva il cielo e le stelle, ci chiedevamo cosa avremmo fatto l’indomani, ce lo chiedevamo come pagani braccati che vedono il loro mondo svanire insieme al fumo delle querce sacre bruciate. Noi, poco più che adolescenti, avevamo combattuto la nostra battaglia, e ora ci sembrava che non ci fosse rimasto più niente, a parte la nostra amicizia”.

Annalisa Terranova, SECOLO D’ITALIA
– 08/05/2004

 

Quella “scapigliata” gioventù di destra

 

Gabriele Marconi è stato tra i primi a raccontare la “scapigliata” gioventù ribelle della destra con il romanzo “Io non scordo”. Una specie di controstoria letteraria, la sua, sulle passioni coltivate nel ghetto i cui confini erano delimitati dall’indifferenza borghese, dall’odio antifascista e marxista e, infine, dall’aperta ostilità dei vertici del Msi. Quel ghetto per Gabriele Marconi era Terza Posizione, per altri erano altri luoghi, circoli, sedi, piazze, sigle, ma con un unico filo rosso: un sogno di rivoluzione inestirpabile. Quando Marconi pubblicò “Io non scordo” correva l’anno 1999. La trama non si annoda solo attorno alle rimembranze militanti dell’autore ma si aggira anche tra i segreti non svelati sulla strage di Bologna, la grande vergogna, il marchio d’infamia che fu iscritto sulla pelle di tanti giovani di destra perseguiti e demonizzati per un delitto che oggi nessuno a cuor leggero attribuirebbe ancora ai “fascisti”. Chissà se anche le pagine di Marconi hanno contribuito a sfaldare una leggenda nera, ad aprire uno squarcio di verità.
A suo modo “Io non scordo”, oggi ripubblicato da Fazi editore (pp. 186, 15 euro), ha inaugurato un filone che sta diventando fecondo: a raccontare la gioventù erede delle camicie nere mussoliniane, quella del “boia chi molla”, quella antisistema per la quale l’anticomunismo era solo il dettaglio di una “grande guerra santa” vissuta con convinzioni granitiche e metafisiche, ci stanno provando altri autori, sfornando le loro opere prime con l’orgoglio di chi può dire che la memoria non si seppelisce.
Così c’è stato il romanzo “Anni di porfido” di Ferdinando Menconi (Sassoscritto editore), e poi “Camerata addio” di Pierluigi Felli (Ed. Novecento), e da ultimo il romanzo sui sanbabilini di Milano “Avene selvatiche” di Alessandro Preiser (Marsilio editore).
Il libro di Marconi, tuttavia, si candida a divenire un caso letterario perché la sua storia dei ribelli neri degli anni Settanta viaggia su un circuito letterario non più chiuso al mondo esterno. La “consacrazione” dell’editoria ufficiale è avvenuta con la presentazione a Roma del volume alla libreria Feltrinelli di Largo Argentina, un tempio per i giovani progressisti dove tra pile ordinate di titoli ora spicca da ieri anche “Io non scordo”.
“Un segno dei tempi, e positivo”, ha commentato Giampaolo Pansa, intervenuto alla serata con Giano Accame e il giornalista Luca Telese.
Anche Pansa, con il suo “Il sangue dei vinti”, ha raccontato la tragedia di una guerra civile e ha definito il romanzo di Gabriele Marconi il racconto di una replica della guerra civile che straziò l’Italia tra il ’43 e il ’45, la terza e ultima guerra generazionale di un secolo, il Novecento, avvelenato da ideologie feroci ma appassionate.
“L’Italia – ha detto Pansa – è un Paese che dimentica in fretta, ma c’è una parte che ama ricordare, che come me e come Marconi crede nella forza del ricordo. Eppure leggendo il suo romanzo una domanda mi ha folgorato: quei vent’anni non sono stati forse tempo sprecato? Cos’è rimasto nelle mani dei reduci di quella guerra se non un pugno di mosche, triste esito di quegli agguati, delle pistolettate, dei roghi come quello in cui bruciarono i fratelli Mattei?”.
Una risposta, desunta dall’analisi storica, l’ha voluta dare Giano Accame: “I fenomeni di fede e di passione sono difficili da comprendere. La guerriglia urbana in cui si fronteggiarono giovani di destra e di sinistra negli anni Settanta è l’ultimo episodio della cultura delle rivoluzioni che ha animato il Novecento. Un episodio se vogliamo marginale poiché per numero di morti non eguaglia certo la tragedia del biennio 1919-22 o della guerra civile del 1943-45 che lasciò sul terreno circa ventimila caduti. Non fu però tempo sprecato poiché in quelle prove di rivoluzione si forgiò la parte migliore della gioventù di destra. Oggi ci si iscrive a un partito pensando alle liste elettorali mentre all’epoca ci si iscriveva anche ad un’esperienza di attivismo. A sinistra rincorrendo il mito del riscatto sociale, a destra inseguendo un’etica guerriera”.
Il dibattito sui perché si è sovrapposto alla rievocazione, obbligando anche l’autore del romanzo a una risposta: “Non penso – ha detto Marconi – che avessimo altre possibilità di scelta. Abbiamo fatto quello che ci sembrava giusto fare. Una condivisione di quelle esperienze ha saldato amicizie e legami in modo così forte e duratuto come può avvenire solo in trincea”.
Appartenenze da non rinnegare, dunque, che solo le temperie violente sanno mettere insieme. Ma non c’è solo un bel cameratismo tra i frutti di quegli anni ribelli e avvelenati. C’è pure una scelta di vita. Perché, come ha concluso Accame, “la vita si può attraversare in modo tranquillamente vegetativo oppure con entusiasmo”. E nella scelta di essere diversi, di voler cambiare, di scegliersi gli amici e in nemici oltre gli indottrinamenti, c’era un entusiasmo sincero e cristallino. Il “meglio” della gioventù di una parte e dell’altra.

 

Cinzia Fiori, CORRIERE DELLA SERA
– 08/05/2004

 

Gli scrittori rileggono gli anni di piombo

 

Domani ricorre l’anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Giampaolo Spinato in Amici e nemici (Fazi) affronta quella tragica vicenda, riuscendo a trasporla per la prima volta in vera letteratura. Ma non è l’unico autore che quest’anno ha pubblicato un romanzo sugli anni di piombo. Ne hanno scritto Gian Mario Villalta (Tuo figlio, Mondadori), Luca Doninelli (Tornavano dal mare, Garzanti) e Giuseppe Culicchia (Nel paese delle meraviglie, Garzanti). Ora esce da Fazi Io non scordo di Gabriele Marconi, ex militante di Terza posizione che, dal punto di vista di chi viene dalla destra estrema, racconta anche lui di quel periodo. In Italia una simile fioritura è senza precedenti. Perciò ieri la Fiera del Libro ha preso spunto dall’uscita di Marconi per dedicare al nuovo fenomeno narrativo un convegno cui hanno partecipato (eccetto Villalta) tutti gli autori sopra citati.
Spinato prova a fornire le ragioni di questo spontaneo risveglio d’interesse: “C’è un tempo naturale per la sedimentazione dei traumi. In questo caso, parliamo di un trauma vissuto come una tragedia personale da chi era giovane durante gli anni di piombo. Da parte degli scrittori c’è stata una maturazione che ora preme contro le logiche del potere, per attraversare quel periodo in senso finalmente compiuto. Cogliere quell’impasto di enorme dolore richiede la capacità di guardare fino in fondo agli eventi. È un compito che io rivendico alla letteratura: l’unico strumento capace di fare un passo indietro rispetto alle ideologie e alle mezze verità, assumendo, invece, l’integralità dell’accaduto”. Nella rivendicazione dell’arte come luogo di trasformazione degli universi mentali ed emotivi di un paio di generazioni, Spinato reclama alla letteratura ciò che finora era stato appannaggio delle scritture di testimonianza, delle analisi giornalistiche, del lavoro di magistrati e politici. “Con Marconi – spiega – siamo ancora nell’ambito della testimonianza, che è molto importante. Non affronta però il problema dei desideri indotti. Siamo abituati a considerare desiderio ciò che esiste per essere soddisfatto immediatamente. Secondo questa modalità, anche la rabbia e la frustrazione vanno espresse subito, magari sfociando in atti di terrorismo. Chi invece si ferma a chiedersi come la rabbia e il desiderio di agire sorgano, chi di quella rabbia e di quel desiderio analizza la natura incomincia a compiere un lavoro letterario”.
Il suo è un percorso narrativo di rilettura generazionale: dagli anni ’60 in Un cuore rovesciato (Mondadori), passando per Di qua e di là dal cielo (Mondadori) per giungere agli anni di piombo. Guardando agli altri autori che hanno scritto su quel periodo, aggiunge: “Forse, come me, vi sono arrivati anche perché l’attualità dell’ultimo decennio continua a porci domande che hanno radici negli anni di piombo. Intendo, per esempio: l’incompiuta trasformazione da prima a seconda Repubblica, le frange del terrore che sono ricomparse. Anche nel dramma degli ostaggi, non si può non notare che i comportamenti siano vicini a quelli degli anni in questione. Scriverne assume allora anche un valore civile”.

Pietrangelo Buttafuoco, IL FOGLIO
– 16/04/2004

 

Entusiasmante quel decennio. Gli anni 70 visti dagli altri, i fasci

 

Fu entusiasmante l’età detta degli “anni 70”. Piazze, cortei, comizi. Lo fu dal punto di vista degli altri, i fasci, perché il Msi in Sicilia faceva un capolavoro di cappotto elettorale, 400 mila voti, si aggiudicava il voto del 13 giugno 1971 e, ancora a inizio mese, sarà stato giorno sei, 20 mila ragazzi della “gioventù nazionale”, radunati da Guido Virzì, sfilavano in corteo con una fiaccolata al grido: “Pescara, Reggio, qui ancora peggio!”. Era successo che a Pescara i camerati avevano messo a ferro e fuoco il municipio, a Reggio, si sa, c’erano stati i famosi “fatti” su cui c’è leggenda, in tutto il Sud montava la rivolta, a Roma il partito della fiamma totalizzava il 14 per cento, più di quanto non faccia oggi An ed erano i sindacalisti della Cisnal quelli che accendevano i centri sociali: “Avola, Battipaglia, continua la battaglia”.
Fu entusiasmante l’età detta degli “anni 70”. Sesso, droga e alalà. Lo fu dal punto di vista degli altri, i fasci, perché in quel tempo buono oggi per farci i romanzi – due per esempio, anzi tre: ovviamente “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi (Mondadori), quindi “Io non scordo” di Gabriele Marconi (già Settimo Sigillo, di prossima ripubblicazione per le edizioni Fazi) e “Avene selvatiche” di Alessandro Preiser (Marsilio), pseudonimo di uno ormai redento, dedito alle corrispondenze con Claudio Magris – fecero giovinezza la migliore razza di camerati, quelli tipo: “Che razza di camerata sei se sei matto o cosa?”. Bisogna avere idea di cosa fosse quel mondo delle sezioni, delle scampagnate, dei tirapugni, dei lunghi viaggi in automobile magari per arrivare a un bar di piazza San Babila a Milano e inghiottire un bicchiere raso di whisky, poi un altro, dunque tutta una bottiglia, il resto di scolatura di un’intera fornitura di Jack Daniel’s – per non parlare di cocaina e di altra droga recuperata a Brera, presso gli anarchici – per poi magari andare al comizio di Alfredo Covelli, un galantuomo monarchico arrivato nel bel mezzo dell’operazione strategica “destra nazionale” e proprio a lui, incolpevole, intontirlo di slogan tipo: “Adolfo, Benito, Hi-ro-hito!”.
Fu entusiasmante quella computa degli anni con il 70 per la “piazza di destra”, era questa una categoria della geopolitica urbana indicata in un comizio a Firenze da Giorgio Almirante, e non c’erano solo i signori educati come Giovanni Artieri, storico liberale napoletano, come Gino Birindelli, l’ammiraglio, capo militare dell’intero Mediterraneo per la Nato, o come Giovanni De Lorenzo, il generale col monocolo; per la fortuna dei narratori c’erano anche i militanti della seconda stagione degli anni 70, c’erano quelli di avanguardia nazionale, quelli del Fronte per la gioventù, quelli di Terza posizione, quelli dei Campi Hobbit (il primo è del 1977), e infine quelli tipo: “Che razza di camerata sei sei matto o cosa?”. Stanno tutti dentro i tre romanzi sopra citati, ovviamente con diverse connotazioni. In quello di Pennacchi, malgrado sia un combattente bolscevico, non c’è la redenzione ideologica che invece sugella il racconto di Preiser; Pennacchi è ancora un fascio di Littoria, lo affidiamo alla letteratura alta tanto è vero scrittore. Preiser da quello che si sa – anche attraverso la nota di Magris dove declina i gustosi fatti di sesso e il “fondaccio movimentista d’estrema destra” – è alla prova della scrittura, è tuttora detenuto, fa il Bildungsroman 70: sesso, droga e alalà. È il Bildungsroman dal punto di vista di Milano sanbabilina che è una città con le scarpe a punta, i Ray-Ban, la sfumatura alta, i capelli tirati a riga, la giacca blu su jeans tubolari, fa insomma il suo resoconto esistenziale con i dovuti nichilismi fasci, dove, vestiti con jeans, occhiali e Lacoste, si ruba una Rolls-Royce, si va al mare per ritrovare una ragazza, si va col macchinone sulla sabbia, sull’arenile dove c’è lei mogia mogia e si aspetta: si sale sul cofano e si attende che lei, possa infine accorgersi della sorpresa, e c’è l’ultima novità dei Pink Floyd che esce dalla portiera lasciata aperta apposta, per lei. È “The Dark Side of the Moon”. Lei sente la musica e si gira, lo vede, gli va incontro e gli dice: “L’albergo dove alloggio è molto lussuoso e c’è una cassaforte piena di soldi, potremmo prenderli perché ci servono proprio”. In quella Milano svettava quel capolavoro di ardito che è Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, era “Staiti, il terrore dei mariti”. Ed era anche la Milano di Max Spaggiari, il parà francese, autore di una rocambolesca evasione dopo aver violato i caveau della Banca di Francia a Nizza.
“Che razza di camerata sei se sei matto o cosa?”, era questa la formula della destra “legge e ordine”, come nell’autoritratto di Gabriele Marconi, l’autore di questo romanzo così fortunato da nascere due volte, la prima con Enzo Cipriano e il suo Settimo Sigillo, la seconda (a fine aprile) con un editore “democratico”, Fazi appunto, ma senza obblighi di redenzione. È la storia di un militante di destra rifugiatosi a Londra che si inventa una nuova vita da punk, mescolato alle nuove derive della modernità senza più vincoli di nostalgia e rituali eccetto che per un incidente, una fuga, messa in opera proprio ritornando in Italia. È inseguito dalla polizia dentro i buchi della metropolitana di Roma e proprio qui, tra i vagoni e le gallerie, giusto nel sottosuolo della città trova una stanza inzeppata di carte. È un archivio, è il cervello cartaceo dei servizi segreti, è il deposito occulto, è il racconto deviato dei misteri italiani dal Dopoguerra a oggi in una stanza. Fatto tesoro della scoperta, il protagonista di questa “autobiografia di tutto un mondo”, ritorna alla sua giovinezza tra i “camerati”, li cerca e li coinvolge ed è con loro che mette in piedi un’operazione per ritornare dentro la stanza e così recuperare il faldone dedicato alla strage di Bologna, anche per sollevare dall’incubo dell’accusa i “neri”, per rimettere infine sul ring, in piedi, tutta una tribù da troppo tempo costretta al ko della delegittimazione esistenziale. È un personaggio tutto particolare Marconi: non è solo un fior di scrittore, o un semplice giornalista (è con Marcello De Angelis una delle menti di Area, la rivista della “destra sociale”), è un artista, uno che compone e canta le sue canzoni applaudite negli affollati concerti della “musica alternativa”. Incolla sulle buste della sua corrispondenza i francobolli della città di Fiume, “reggenza italiana del Carnaro”. È giusto quel tipo: “Che razza di camerata sei se sei matto o cosa?”.

STILOS
– 27/04/2004

 

Quei perduti anni di piombo

 

Io non scordo (Fazi) di Gabriele Marconi, già autore del giallo esoterico L’enigma di Giordano Bruno, è la storia di un ex latitante di destra che si rifugia, agli inizi degli anni Ottanta, a Londra dove vive tra i punk. Ritornato in Italia e inseguito dalla polizia nella metropolitana sbuca per caso in una stanza misteriosa che contiene l’archivio segreto dei servizi deviati italiani dal dopoguerra ad oggi. Decide di mettersi in contatto con i vecchi amici “camerati” per vederci chiaro con il preciso intento di trovare anche qualcosa che riguardi la strage di Bologna. L’impresa diventa un motivo di crescita, negli anni di piombo, per il piccolo gruppo di quella generazione “perduta” dell’estrema destra tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Già pubblicato alcuni anni fa e divenuto immediatamente un libro-cult del genere “maledetto”, viene ora riproposto con una nuova versione dell’autore. È in libreria dal 30 aprile.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Io non scordo
Collana:
Numero Collana:
28
Pagine:
188
Codice isbn:
9788881125098
Prezzo in libreria:
€ 15,00
Data Pubblicazione:
30-04-2004