Renzo Paris

La croce tatuata

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«Una notte ti verrò a rapire. Voglio vivere accanto alla tua bara di zinco. Non me ne voglio separare».
Una confessione intima, autobiografica, dal forte sapore nostalgico che riflette su religione e laicismo, tradizione e modernità. Il ritratto inedito di un’Italia che sembrava definitivamente scomparsa e che invece riaffiora proprio quando le ideologie del Novecento appaiono sgretolarsi.
Estate del 2003. Un professore universitario si ritira nella sua casa delle vacanze, in una località sperduta dell’Abruzzo montano, per scrivere un libro sulla madre e tornare così nei luoghi oscuri della sua esistenza. Il professore ha lasciato la moglie a bagnarsi nello splendido mare di Sardegna e i figli ai loro irrequieti viaggi. La madre è morta da qualche tempo, ma il suo fantasma torna ad aleggiare nelle solitarie stanze, aprendogli le pareti di un mondo invisibile. Attraverso l’incontro fortuito con una ragazzina del paese che ha lo stesso nome della madre, il protagonista ripercorre le tappe salienti della sua esistenza, a partire dal terribile terremoto della Marsica, nel 1915, a cui la madre scampò miracolosamente. Il racconto si snoda poi tra processioni religiose a piedi scalzi nei santuari sperduti, dove si praticavano sanguinosi tatuaggi, per continuare con la miseria della Grande guerra e del lavoro servile nella tenuta dei principi Torlonia, fino alla nascita del protagonista durante la seconda guerra mondiale. E l’arrivo nella capitale è il punto di svolta, tra boom economico e il ’68, che segna la vita del figlio e della madre fino ai nostri giorni. In parallelo il romanzo svela la vita del figlio, la sua educazione alla rivolta con episodi dolorosi e grotteschi nello scontro quotidiano con la madre. La croce tatuata è anche una bruciante confessione di risentimenti e di perverse passioni che sfiorano l’incesto di madre e figlio: una sorta di Edipo moderno che si tinge di grottesco. Mondo laico e mondo animistico sono messi a confronto da uno scrittore che ci ha abituati a uno stile coinvolgente, estremamente visivo, rievocando un mondo che credevamo definitivamente scomparso e che riaffiora oggi, proprio quando le ideologie novecentesche si sono dissolte come neve al sole.

LA CROCE TATUATA – RECENSIONI

Renzo Paris, IL CENTRO
– 21/08/2008

 

Il doppio tradimento di Ignazio Silone

 

 

IL CENTRO
– 30/07/2008

 

Poeta, narratore e saggista

 

 

A. Spadaro, LA CIVILTÀ CATTOLICA
– 01/01/2006

 

Renzo Paris, La croce tatuata

 

L’A., docente di Letteratura fran-cese all’Università di Viterbo, è al suo quinto romanzo. I suoi primi libri si possono collocare all’origine del romanzo generazionale italiano, che muta l’idea di “educazione” a favore di itinerari di “iniziazione”. Quella dell’A. è la generazione dei Cani sciolti – come si evince dal titolo di un suo romanzo del 1988 -, impa-stati di utopia ed enormi debolezze. La prima stagione narrativa dell’autore abruzzese è legata al Sessantotto, all’emigrazione dalla provincia, all’i-nurbamento, al postsessantotto e, quindi, al riflusso sul privato a parti-re da quell’ “anno capolinea” che fu il Settantasette. La sua idea di romanzo non è mai coincidente con la storia o il pezzo giornalistico. La letteratura tiene testa insomma alla marea della contestazione che appiattisce tutto sulla categoria dell’ “impegno”: la risposta è il recupero del vissuto e dell’io come capace di attraversare e interpretare il mondo.
Gli anni Ottanta hanno indotto lo scrittore a uno scavo del passato più profondo, e così emerge anche il tema dell’interiorità, di una “radice interio-re”. Paris aveva affermato in un libro intervista di alcuni anni fa: “La poesia, per me, come anche il roman-zo, insomma l’uso della parola, è una forma di preghiera .È la parola che ci farà bucare le tenebre de tempo, cioè quella particolare energia spirituale che è nel parlato”. La croce tatuata sembra costituire un approdo maturo di questo itinerario complesso. L’A. propone una confessione intima, autobiografica, profondamente coin-volgente. Il protagonista del romanzo è un docente universitario che lascia la moglie in vacanza nel mare della Sardegna per recarsi in Abruzzo, sua terra di origine. Qui intende ritirarsi per scrivere un libro sulla madre, ormai scomparsa da tempo.
Il suo sarà un viaggio nel tempo e nella coscienza alla ricerca di eventi che hanno segnato la vita della madre, dal terremoto della Marsica del 1915 al boom economico, passan-do attraverso la seconda guerra mondiale, durante la quale nasce il protagonista. Ripercorrendo le tappe della vita della madre, dunque, egli compirà un viaggio nel proprio passato, che coincide col Novecento e le sue vicende. Ma il punto di osser-vazione è quello del paese d’Abruz-zo, e il percorso fa emergere un mondo che non ha nulla a che sparti-re col laicismo borghese e urbano. I ricordi affiorano come tasselli di un puzzle: i capitoli sono brevissimi, e la narrazione è tanto sincopata quanto intensa, viva. Le pagine di La croce tatuata non sono l’estemporanea espressione di una nostalgia passeg-gera, né di un desiderio fragile. Esse ci sembrano manifestare il desiderio di un modo nuovo di guardare il mondo, il desiderio di una saggezza che sembra perduta.
Il mondo della madre è quello di una religiosità naturale e profonda, ma anche magica, che le parole di Paris rappresentano con efficacia, come quando scrive che le preghiere sembrano un “assembramento di api” (p. 31). I pellegrinaggi, i tatuag-gi religiosi, le immagini sacre, le feste liturgiche creano nello scrittore, adesso adulto, colto e “laico”, un’a-bissale distanza ideologica e una altrettanto abissale nostalgia emozio-nale. I sentimenti contrastanti si fanno evidenti in un’intensa e accora-ta meditazione dialettica: “Mentre tu pregavi per me durante le manifesta-zioni violente in strada, io pregavo di essere ferito, di pagare con il mio corpo la ribellione nei tuoi confronti. Ah, quanto strabismo tra noi due! Non appartengo a nessuna religione, madre. L’unica fede che ho provato nella mia vita è una forma di super-stizione per le parole, come una protesi, una stampella” (p. 228). “La mia cultura, crescendo, ha reciso la radice stessa della fede”, confessa, e l’ “unica eternità a cui ho creduto è quella dell’ arte. Oggi non credo più nemmeno a quella” (p. 229). La madre, il suo ricordo, la sua storia, la sua presenza mai svanita rimane la sua vera inquietante (e forse salvifica) “spina nel cuore” (ivi).

 

IL GAZZETTINO
– 04/12/2005

 

Un viaggio nel passato tra fede e superstizione

 

 

Cristina Cossu, LA NUOVA SARDEGNA
– 17/10/2005

 

“La Croce tatuata”, fede e fanatismo

 

 

Gianni Paris, NUOVO MOLISE
– 18/07/2005

 

Stop agli applausi

 

Io questo libro lo avevo già sentito.
Sì, perché Renzo mi aveva raccontato di questa figura materna proprio mentre stava buttando giù le prime pagine.
Per la prima volta, da quando scrivo il mio diario, vi dico che non ho avuto bisogno di alcun foglietto riciclato durante la lettura. Gli appunti sono entrati nella mia mente in fila uno dietro l’altro e, dunque, non mi hanno richiesto alcun contributo cartaceo. Oggi, poi, vi parlo di questo “romanzo materno” dopo aver preso una decisione importante. Dal prossimo anno non dirigerò più il festival letterario “Sei settimane in cerca d’autore” ad Avezzano. Dal prossimo anno non me ne occuperò più. Motivo: la città e i cittadini non sanno che farsene dei vari De Carlo, Brizzi, Ballestra, Piperno e Affinati. La Marsica, quella raccontata da Renzo, non le capisce certe cose…Sarà perché il Dio denaro conta troppo e nelle menti degli uomini c’è poco spazio per i vari De Carlo, Brizzi, e company. Sarà perché gli pseufoscrittori e pseudo-intellettuali avezzanesi e marsicani, se non sono invitati, come si usa fare nel più assoluto provincialismo, non muovono il sedere dalle loro “calde” riuscito ad allestire qualcosa di cui loro non saprebbero nemmeno da dove cominciare. Renzo Paris, dal canto suo, questi ostacoli li ha superati andandosene d ragazzino a Roma. Io, al contrario, li supererò lasciando alla città il teatro dialettale, i cantanti stonati e senza nome, i pagliacci travestiti da Sbirulino che non fanno nemmeno ridere. Io, al contrario di Renzo, resterò a scrivere di loro. Del deserto culturale che ogni anno aumenta di molti metri. Resterò a scrivere dell’ignoranza dei marsicani…Tra questi salverò, ma con un ruolo da comparsa, quelli che hanno la luce negli occhi. Quelli che come me saccheggiano un albero altissimo chiamato letteratura, i cui rami sono carichi di saggezza e di voci d’inchiostro. Anch’io racconterò, come Renzo, di mamme quasi analfabete che non riescono a insegnare nulla ai propri figli. Ah…Tre giorni fa, andando a parlare con un dirigente dell’ufficio cultura del comune di Avezzano, mi è stato detto: “Paris, perché ti ostini ad organizzare il festival. Non lo vedi che viene nessuno”. Bene, questo dirigente, anche se mi ha offeso nel profondo di me stesso, ha detto una sacrosanta verità. Quella che la Marsica non è cambiata. E allora, addio festival. La prossima estate scriverò un romanzo. In quella del 2007, se vivrò, me ne andrò in vacanza. E così non starò più da cani nel vedere trenta persone che sonnecchiano la sera mentre uno scrittore dice cose che in nessun bar si ascoltano…

Maurizio Gregorini, ITALIA SERA
– 10/06/2005

 

Una croce tatuata colma d’amore

 

Romanzo decisamente autobiografico La croce tatuata di Renzo Paris (Fazi Editore, 238 pagine, 14,50 euro), incentrato sull’amore per la madre, presenza tutelare per chiunque svolga attività dello scrivere. Paris, abruzzese di origine (insegna letteratura francese all’Università di Viterbo), la moglie a fare bagni sulle spiagge della Sardegna mentre, da solo, si reca nella vecchia casa di famiglia. Viaggio decisamente desiderato, ciò che si prospetta nel soggiorno abruzzese non è soltanto voglia di capire in quale modo si è andata strutturando una propria vita, ma una insospettata esigenza di autoanalisi che porterà l’autore a far riemergere ricordi dolorosi, fantasmi e ossessioni che sono rivelazione di luoghi tuttora oscuri della memoria. Diviso in cinque parti con intermezzi che richiamano il lettore ai giorni nostri, la trama si snoda anche grazie all’incontro con una strana ragazzina che sembra vivere a Celano, paese nativo di Elisa Tommasetti, nata nel 1911 e morta nel 1996, a cui il libro è dedicato. Si tratta di figure ambigue che permettono a Paris di ripercorrere le tappe salienti della esistenza materna, dal terremoto terribile della Marsica avvenuto nel 1915, a cui lei scampò per miracolo, alle processioni a piedi scalzi nei santuaari sperduti tra le montagne dove si praticavano tatuaggi sanguinosi: “sul polso sinistro era raffigurata la Madonna di Loreto. Sulla spalla destra invece c’era tatuata una croce. Erano tatuaggi fatti con la punta di un pennino che aveva trafitto la pelle fin nella carne profonda”. in una descrizione dove emerge un’Italia tradizionalmente contadina e cattolica, v’è spazio per l’inquietudine, la morbosità, la visionarietà di una confessione acuta ed efficace in cui pure l’incesto sembra una possibile espiazione del male, proprio perché si tratta di un Edipo postumo, tinto di grottesco, dove passioni perverse e risentimenti non lasciano spazio alla capacità di riflettere intimamente su possibili errori di valutazione nel rapporto madre- figlio. Sì, perché mentre viene offerta una messa in scena teatrale del dialogo mancato (il genitore che a fatica riconosce se stesso nel figlio e il figlio che si vergogna del costume paesano di una donna d’altri tempi, lui che ha imparato a vivere la modernità della città, luogo in cui una madre non si è mai voluta inserire)tra due esseri umani, si mostra soprattutto il legame imprescindibile che ogni uomo ha con chi l’ha partorito. Una condizione psicologica cara a molti eterosessuali, che intendono perpetrare quel bisogno sessuale materno nella scelta di una seconda donna (la propria moglie), compagna che entrerà in competizione certa con una figura dominante a cui non può sottostare. Lo testimoniano me telefonate affettive, quasi una incursione strafottente, della moglie dello scrittore, telefonate dove non solo ella si premura di sapere come procede la stesura dell’opera, ma in cui si preme di sottolineare passaggi a lei conosciuti ritenuti significativi, tipo riportare efficacemente in che modo e senza pudore madre dello scrittore soleva masturbare il proprio figlio dodicenne. Fantasia o verità che dir si voglia (non è questo che può coinvolgere il lettore), La croce tatuata determina l’opera piò significativa di Renzo Paris, autore che, come scrivemmo già anni fa, resta autore di d’amore e di passione. Per questo La croce tatuata pur essendo un romanzo dalla efficace scioltezza narrativa, è anche una presenza tagliente, mozzafiato nonché unica di chi conosce gli strumenti per produrre una buona poesia. Ma, soprattutto, esso è sintesi estrema di chi, consapevolmente o no, tenta di equilibrare –prima che sia troppo tardi-, colmandolo, quel vuoto che spesso si manifesta tra un figlio adulto d una madre anziana. Poiché subentra in lui la compassione di una vita che sta per spegnersi, mentre vive in lei l’amarezza di sapere che forse, la vita, tramite i figli, poteva donargli più amore e comprensione. La croce tatuata non è lo spaccato indelebile sull’amore di una madre per il figlio e viceversa, ma è pure sintesi concreta sul perché un figlio (anche se divenuto padre) non è mai cresciuto definitivamente.

Francesco Roat, L’INDICE
– 01/07/2005

 

Figura materna

 

L’incipit è fantasmatico, onirico e allucinatorio. Vero e proprio incubo, il corpo della madre defunta del protagonista aleggia sopra il suo letto per poi calare su di lui fino a gravargli il petto, a soffocarlo, quasi. Né il risveglio scongiurerà altre visioni; che, anzi, all’uomo appariranno i “mazzamurelli”: dispettosi folletti i quali già avevano funestato i sogni della sua infanzia.
pure il prosieguo e un po’tutto il romanzo è all’insegna di visioni/ossessioni che irrompono nell’immaginario dell’io narrante facendolo regredire ai giorni di una fanciullezza fortemente marcata dalla presenza materna: genitrice alquanto opprimente piuttosto che premurosa, e caratterizzata da un modo di rapportarsi con il figlio ora algido ora sensuale. La madre: deuteragonista di questa storia dai risvolti biografico – autobiografici, dapprima ambientata in un borgo marsicano, quindi a Roma, quantunque lo scenario maggiormente suggestivo sia senz’altro quello abruzzese della prima metà del Novecento, rievocato a partire dal terremoto che nel 1915 devastò i paesi della Marsica colpendo la casa della futura madre della protagonista.
E’ l’affresco di una campagna piagata da una miseria endemica, che Renzo Paris descrive senza enfasi, in modo scarno ma intenso. Piccolo mondo contadino in cui nulla pare debba mai mutare e dove le stagioni vengono scandite da processioni, sagre e ricorrenze religiose.
Ma è la figura materna a stagliarsi netta contro questo fondale umbratile; simbolo d’un legame intessuto di amore –odio che Paris esplora e disseziona con notevole acume psicologico, riuscendo a far partecipe il lettore della conflittualità che permane irrisolta fra madre e figlio, sino alla malattia terminale della prima. E forse i brani migliori dl romanzo sono quelli in cui la voce narrante descrive la propria sollecita assistenza alla genitrice. Altre pagine invece- sia marsicane che romane- finiscono per ridursi a frammenti episodici, cui non sempre basta la presenza della coppia per mantenere viva la tensione narrativa.
Si riscatta invece il serrato finale, ancora una volta visionario e allucinato, con il figlio adulto che prende congedo dal fantasma materno in uno straniante spaesamento dell’anima, nel dare in parallelo addio ad altri “parenti lontani morti da tanto”. Ed è una lunga teoria di trapassati ad affollare la mente del protagonista, accompagnandolo nella sofferta accettazione d’un lutto mai prima compiutamente elaborato.

Errico Passaro, AREA
– 15/07/2005

 

Renzo Paris- La croce tatuata

 

La morte, la follia, il diavolo (“la brutta bestia”), il mago, i folletti, il “mucchio di ossa”(citazione kinghiana?): sono alcune delle parole-chiave fantastiche del viaggio simbolico intrapreso da Paris, insieme al suo doppio-protagonista, nei “luoghi oscuri” del passato di sua madre, in una Marsica ferina che ricorda l’Abruzzo delle novelle dannunziane, la Sardegna deIl giorno del giudizio di Satta e la Lucania del Cristo si è fermato ad Ebolidi Levi. Una strana ragazzina fa da Virgilio nel paese natio della madre, a ritroso in una storia personale e collettiva fatta di eventi epocali (terremoti, guerre) e riti semipagani (il sanguinoso tatuaggio del titolo). Il romanzo di Paris è la dimostrazione di come uno stile naturalista, diversamente da quanto comunemente si crede, ben si accorda a rappresentare un universo contadino a mezza strada tra aldilà e aldiquà.

Massimo Onofri, DIARIO
– 15/04/2005

 

In nome della madre

 

Non vorrei arrivare a sostenere che il Renzo Paris di questo intenso romanzo, La croce tatuata, sia uno scrittore integralmente nuovo rispetto a quello che abbiamo conosciuto e apprezzato a partire da Cani sciolti(1973): là dove, una volta metabolizzata la rivolta sessantottarda dentro un personale traguardo d’intelligenza e cultura (come bene testimonierà poi l’impegno di traduttore e commentatore degli Amori gialli del gran ribelle Tristan Corbière), la scrittura gli si dispose subito e felicemente al corrosivo autoritratto generazionale. Basterebbe osservare, a smentita d’un eventuale cambiamento, che qui Paris torna a sciogliere i nodi di un filo che s’era già provato a dipanare in un libro del 1991 pubblicato dalla defunta Teoria, Le luci di Roma, altrettanto divaricato sul conflitto radicale di mondi, tra l’Abruzzo povero e contadino delle origini e Roma, la capitale dell’utopia e dell’apprendistato alla vita adulta.
Epperò, una volta riconsiderati certi eventi della propria biografia, non più nel nome del padre, ma in quello della madre Elisa Tomassetti, la dedicataria del nuovo romanzo, la sua vicenda di scrittore pare approfondirsi di colpo, le domande radicalizzarsi, la razionalità anche civile aprirsi inaspettatamente al magismo atavico e folklorico (proprio quello che aveva così interessato il grande Ernesto De Martino, spingendolo assai oltre le colonne d’Ercole del laicismo crociano), i fatti disporsi a significati ulteriori (e ultimi), i bambini (come quella che porta il nome della madre, decisiva, nei dialoghi con lo scrittore, ad accelerare l’anamnesi, il ritorno alle origini) confondersi con i “mazzamurelli”, gli gnomi dell’infanzia e della tradizione popolare, coi quali, alla fine, lo scrittore si ritroverà a parlare, proprio come faceva la madre. Ecco perché non ci stupiamo di leggere in epigrafe una frase della prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: per ritrovarla (attraverso Sergio Quinzio), anche come titolo, nel penultimo paragrafo dedicato alla morte della madre.
Siamo nell’Abruzzo profondo, tra il I agosto e il 10 settembre 2003: dove lo scrittore s’è rifugiato, spedendo moglie e figli in vacanza in Sardegna, per concentrarsi sulle proprie ossessioni. In vista d’una storia che coincide quasi con il secolo appena trascorso: dal 1915, quando la madre, ad appena quattro anni, riesce a salvarsi dal terribile terremoto della Marsica, sino alla morte di lei, avvenuta nel 1996. non senza sottolineare le cesure: il trasferimento a Roma della famiglia, la morte del padre nel 1978, l’ictus della donna, eventi, questi ultimi, che inducono progressivamente al rovesciamento dei ruoli, tra chi cura e chi è curato. Ora: Paris è pur sempre il lettore di Moravia che sappiamo è troppo avvezzo alla scienza del profondo, per non servirsene nella disanima della relazione amorosa prima, quella tra madre e figlio, fino alle sue punte più morbosamente risentite e incestuose. Ma la partita fondamentale che qui si giuoca è ben altra. E’la partita con la propria morte: “Con te moriva gran parte di me”. Ecco: “Il Nulla arriva quando anche il ricordo scompare”. Sicché questo romanzo ci pare scritto almeno per rimandare la resa, procrastinarla: mentre, insieme al fantasma della madre, tutti i morti ritornano a scarmigliarci allegramente l’esistenza.

 

Gaia Piccinini, GAZZETTA DI PARMA
– 06/05/2005

 

Sulle tracce del proprio sangue

 

La morte di una madre, specialmente in età adulta, è evento che oltrepassa la sfera esistenziale per adire a quella simbolica, diventando dolorosa quanto preziosa occasione di rilettura del proprio mondo interno. Ne è ben consapevole Renzo Paris, professore di letteratura francese all’Università di Viterbo e già autore di numerose traduzioni e romanzi, che nel suo “La croce tatuata” (Fazi editore), ripercorrendo il tormentato rapporto con colei che gli ha dato la luce una sessantina d’anni fa nelle aspre terre d’Abruzzo, mette a nudo se stesso e le sue scelte di uomo e di intellettuale.
A sette anni dalla scomparsa della donna, lo scrittore, in una calda estate, decide di lasciare moglie e figli alle loro vacanze dal sapore mondano e si ritira nella Marsica, nella vecchia casa d’infanzie per scrivere un libro sulla genitrice. Il tentativo è di ricomporre dentro di sé, con la terapia della parola scritta e quindi profondamente meditata, le fratture, le ferite e le dissonanze che la forza ctonia e grezza del femminile materno, così duro e potente, hanno cristallizzato dentro di lui. Sarà un lavoro intenso, faticoso, a tratti visionario e onirico in cui insieme ai “mazzamurelli”, spiritelli maligni delle campagne morsicane, aleggerà il fantasma della madre, tornata nelle fogge più assurde (“il suo corpo immobile, come quello della moglie di un lucumone etrusco, lungo su un letto di ferro, è sospeso sulla scrivania”) a esercitare il suo controllo sul figlio e sui suoi ultimi passi nel cammino verso una libertà postumana dal sentimento di dipendenza castrante e dall’affetto morboso. Nel ripercorrere le tappe salienti della vita di sua madre, dal terribile terremoto della Marsica del 1915 sino alle processioni in cui con la punta di un pennino venivano incisi sulla carne i segni di una devozione palpitante e quasi tribale, l’autore, in parallelo, volge lo sguardo ai frammenti della sua esistenza e riafferma il suo coraggio di essere se stesso “nonostante” la madre: dalle scelte religiose, a quelle politiche e culturali. Uno stile di vita, un credo quotidiano che hanno irreversibilmente allontanato l’autore dal mondo rurale dell’infanzia, fatto di valori e credenze fossilizzati dal tempo a cui la madre lo ha educato e a cui avrebbe voluto vederlo sempre e comunque confermato, lontano dalla domanda, figlia della razionalità, che insinua i dubbio e nutre la critica. Il distacco, la separazione e la lacerazione sono comunque inevitabili: acuiti dai fermenti intellettuali della grande città, Roma, che accoglie madre e figlio nel 1958, se da una parte marcano l’affievolirsi di un dialogo, per così dire esterno, verbale, dall’altra non diminuiscono l’intensità del confronto a labbra serrate che l’autore porta avanti con un femminile interiorizzato, più in ombra e sfuggente, che incarna la tradizione, il rigore, la resistenza al cambiamento, ma anche una sensualità primitiva e vitale. Non può non tornare in mente il Carlo Emilio Gadda de “La cognizione del dolore”, romanzo tra i più intensi che la nostra letteratura ha dedicato al rapporto madre-figlio. Qui, la madre che è un “grumo di dolore”, secondo la felice espressione di un noto critico, in quanto perdutamente rappresa attorno ai sentimenti di una mancanza-dolore, nostalgia, rimpianto seppure personaggio ancora vivente, è solo uno spettro muto, un’evanescente ossessione. Nell’opera di Paris, sembra vero l’inverso: la madre, ormai defunta, ritorna sotto forma di allucinante presenza e ha tutto il peso di un’ingombrante corporeità, di un’invadente carnalità che continua a ergersi come faticosa pietra di paragone di ogni possibile autonomia e riscatto del figlio. Rimane un dubbio: che Paris, durante questo tormentoso viaggio di emancipazione, di redenzione e di ricompensazione, da buon professore di letteratura francese, abbia avuto sempre in mente, forse in modo lui stesso inconfessabile, le parole di Balzac secondo cui “il cuore di una madre è un abisso in fondo al quale si trova sempre un perdono?”.

Romana Petri, IL MESSAGGERO
– 09/06/2005

 

Una madre speciale quasi magica che è sempre padrona

 

Quando muoiono le madri, a volte i figli cominciano a vivere molto a stento. E’ il caso del protagonista del bel romanzo di Renzo Paris La croce tatuata, viaggio intorno al proprio passato (forse la prima, vera ricostruzione di sé), vissuto attraverso il ricordo-apparizione della madre morta. Ma una madre speciale, quasi magica, una maga sensuale che sembra uscita da un saggio di De Martino per quanto travolge il lettore. Una donna-femmina-madre così affascinante che è riuscita a marchiare e sedurre il proprio figlio costringendolo alla dipendenza di una specie di eterno allattamento. La madre-droga ossessiona i ricordi dell’uomo ormai maturo che, per meglio isolarsi con lei, per godersela ancora sebbene morta ce a volte addirittura ripugnante nell’oscena mostra di sé in pieno disfacimento, se ne va in Abruzzo, terra natale di lei, a scrivere di lei nella speranza di trattenerla ancora, di fermare lamartinianamente il tempo breve degli affetti terreni. Gesto estremo dell’amore che affida all’arte l’immortalità dell’estinto, quel nero su bianco che in Paris si è trasformato in un autentico gioiello della prosa, nella perfezione delle scelte linguistiche, nell’esaltazione di un ritmo a flusso continuo che sembra davvero scandire, per tutta la durata di un romanzo sempre in crescendo, i battiti di quel sacrocuore di madre destinata a restare per sempre padrona.

Pino Casamassima, LETTURE
– 01/05/2005

 

Una madre religiosa naturalmente

 

In professore lascia allo sfavillante mare della Sardegna moglie e figli per trascorrere le vacanze a Celano, piccolo e sconosciuto paese di sua madre. Parlando con Elisa, una ragazzina che ha lo stesso nome della mamma scomparsa, affiorano tanti ricordi, che vanno dal terremoto che distrusse i paesi della Marsica nel 1915, alla modesta vita nell’Abruzzo del dopoguerra, fino al trasferimento a Roma nel 1958. “Era il crocefisso la cosa che avevi amato di più nella tua vita”. Tanto d’aver scelto di farsi tatuare una croce sulla spalla destra durante la processione alla Madonna della pietra acquaria. Sul polso sinistro invece un altro tatuaggio raffigurante la Madonna di Loreto.
Nel suo ultimo romanzo, La croce tatuata, Renzo Paris scava negli affetti in quell’Abruzzo in cui è nato, fra la realtà povera e contadina di una Marsica vissuta attraverso la figura della madre, una donna che ha fatto della fede la sua ragione di vita. Una religiosità “naturale”, come “naturale” è la vita dei campi che produce una cultura permeata di valori indissolubili e inattaccabili. E per questo capaci di far attraversare tutta una vita con la serenità del “giusto”. In una parola, valori ai quali non si può, di conseguenza, non restare fedeli per tutta l’esistenza. Valori che il figlio, da laico, non solo rispetta, ma riconosce come viatico di salvezza.
La madre, con la sua semplicità fatta di gesti, di piccole ma sagge parole, di sguardi tanto muti quanto profondi, regala al figlio una visione disincantata verso certi baratri pur travestiti da sirene ammalianti, spesso travestite da modernità, altare sul quale tutto è sacrificabile. E quando il figlio accoglie “laicamente” le ragioni della madre, lei lo stupisce ancora, rivendicando la sua “essenza”, scevra da ogni sovrastruttura ideologica di facile accesso ma di difficile nascita: “Tu recalcitravi, non volevi essere incasellata come una povera cristiana che doveva essere vendicata dal figlio per la sua vita”

Carlo Bordini, L’UNITÀ
– 30/05/2005

 

Incesto con la terra

 

La presenza del tema del rapporto con la madre non è una novità, nella narrativa dello scrittore abruzzese, ma anzi l’accompagna fin dalle prime prove: La stanza, Le luci di Roma e Filo da torcere sono altrettanti titoli sull’argomento; la differenza è che qui la madre è al centro del libro, lo occupa dal principio alla fine. Si tratta di un libro a tratti ossessivo, onirico, pieno di fantasmi, che si divide tra memoria e allucinazione, tra realismo e fantasmaticità, ma anche il realismo è fantasmatico e le allucinazioni di cui è punteggiato il libro (il corpo della madre sospeso a mezz’aria nella stanza, sotto gli occhi del figlio, la decomposizione del corpo della madre) conduce poi a ricordi rudi, realistici, quasi da libro-documento, sulle condizioni dell’Abruzzo all’inizio del secolo, sulla povertà che diviene l’orizzonte esclusivo della vita umana. Sia la memoria che l’allucinazione, questa realtà un po’ ectoplastica che unisce in qualcosa di ibrido entrambi gli stilemi narrativi, e ne costituisce qualcosa che partecipa di entrambe le nature, sono percorsi da temi che innestano in una realtà arcaica (quella dell’Abruzzo rurale, appunto) motivi moderni come l’odio-amore, l’incesto, le pulsioni pedofile. Un edipo primitivo rivisitato dal figlio acculturato e scrittore, estraneo e incomprensibile alla madre, lontano dalla religione, che cerca di colmare un vuoto di rapporto, in cui entrano doverosamente i sensi di colpa, di un figlio colpevolizzato che cerca di rievocare la madre. E la seconda parte del libro parla proprio di questo, dell’impatto della piccola famiglia abruzzese con l’emigrazione a Roma, rievocando, della madre, la religiosità primitiva, il conservatorismo contadino, l’incapacità di immettersi nella città e la sua distanza dal figlio. Ma, nello stesso tempo, rivalutandola. “Un pezzo della tua roccia antica era rimasto dentro di me”, dice Paris, e questa presenza gli ha permesso di guardare con sospetto “gli atti gratuiti, i risvolti negativi della modernità”. E’ questo poi il senso del libro – e infine il rimpianto: “Con te moriva gran parte di me”. Una riflessione postuma dell’autore di Cani sciolti, che si chiude col vagheggiamento di un impossibile ritorno al passato e con il rapporto con la bambina marsicana Alessia che incarna la figura di sua madre da giovane ma anche la giovinezza della sua terra. L’incesto mai vissuto che lo scrittore vive mentalmente e a cui vuol farci partecipare è in realtà l’incesto con la sua terra madre.

Enzo Di Mauro, IL MANIFESTO – ALIAS
– 21/05/2005

 

Un notturno abruzzese

 

Renzo Paris ha atteso i sessant’anni prima di porre mano al suo libro più intimo, al suo notturno, alla storia (anche) di una privata antropologia dentro ai riti di passaggio dell’infanzia e dell’adolescenza abruzzesi fino ai primi anni romani, cioè dall’immediato dopoguerra agli anni sessanta, il decennio del distacco dal mondo arcaico e delle nuove consapevolezze politiche e letterarie. Ma poi, alla luce di questo libro, si può veramente parlare di distacco? La croce tatuata (Fazi editore, pp. 238, euro 24,50) ci mostra la persistenza di una coabitazione di nodi certo non facili da sciogliere e tuttavia produttivi di cortocircuiti che diventano, qui, materia di poesia, di riscoperta dell’incanto, di spavento – ma, al tempo stesso, la materia di Paris è vischiosa ed esposta al rischio dell’abbandono (o della deriva) sentimentale, se al dunque non giungesse in aiuto, a raggrumare, la radicale volontà dello scrittore a che nulla vada perduto. Questo romanzo sulla madre segue le leggi di un disperato agonismo, di un corpo a corpo senza esclusione di colpi, anche bassi, com’è naturale in una storia di tanto amore narrata mediante il tentativo di abolire la reticenza. La croce del titolo è quella che la madre ha tatuata sulla spalla destra, a significare l’appartenenza a una Marsica (Celano precisamente) contadina, arcaica, rituale, magica alle prese col duro affaccendarsi quotidiano, con l’ostinazione a farcela, con la fame, le malattie, i lutti e le asprezze di chi è pur sempre in credito col futuro. Con i pregiudizi e con le superstizioni che presiedono a cuna comunità che fu, per secoli, sempre uguale a sé medesima, in un tempo senza tempo, fuori dalla storia.
“Mi sono domandato spesso che cosa hanno toccato le tue mani di bambina”, dice il narratore come se volesse lambire uno iato tra due percezioni del reale, benché egli non ne sia sicuro e noi lettori siamo quasi certi che gli oggetti (anche quelli immateriali) se ne stanno ancora lì a frasi ancora toccare o accarezzare dal figlio al apri di una consegna morale di incorporei vessilli, (“l’Abruzzo è un grande produttore di silenzio”, annota Giorgio Manganelli in uno dei suoi bellissimi pezzi su questa regione contenuti nel prezioso volume adelphiano La favola pitagorica, a cura di Andrea Cortellessa). L’anno era scandito dalle ricorrenze religiose, e la mente attraversata dall’immagine tremenda della Croce e del figlio di Dio uomo sanguinante. Questo era il romanzo che ora Paris doveva scrivere. “Ti toglierò dal cimitero di Prima Porta, lo prometto. Una notte ti verrò a rapire”: così alla fine il vecchio ragazzo si rivolge alla madre che non lo può sentire. Passare all’azione – sottrarla a quell’eternità – è il gesto che forse gli consentirà di non più scrivere di lei. La lunga e spietata autoanalisi produce così una sorta di accelerazione del processo di necrosi anche figurale di quei ventiquattro anni di vita in comune, di simbiosi – fermandosi un attimo prima che ogni cosa svapori.

 

Simone Gambacorta, IL CITTADINO
– 01/05/2005

 

La croce tatuata

 

Scrivere un romanzo sul rapporto tra madre e figlio è pericoloso come camminare in un campo minato. Un passo sbagliato e addio, perché luoghi comuni e prevedibilità sono sempre in agguato.
Ma c’è chi ama le scommesse pericolose. Uno di questi è Renzo Paris. Paris è nato a Celano nel 1944, dove è vissuto fin quando si è trasferito a Roma. Nella vita fa lo scrittore e insegna Letteratura francese all’Università di Viterbo. Ha scritto diverse cose importanti (narrativa, poesia, saggistica) ed è stato amico del buon Moravia. Per farla breve: Paris è u no scrittore che non scherza per niente, perché sa cosa scrivere e sa come scriverlo. Perciò rientra nella ristretta cerchia di quelli che possono permettersi di fare scommesse grosse. Di farle e di vincerle. Lo dimostra il romanzo “La croce tatuata”, una lettera-diario a metà tra l’atto d’amore e l’atto d’accusa con cui Paris mette se stesso e sua madre (morta) davanti allo specchio della loro storia. Ne viene fuori un processo senza giudici e senza imputati, ma solo con testimoni. Il principale punto di forza del romanzo sta comunque nella sua (densa) intensità, perché indaga con sincerità disarmante un legame complesso, ambiguo e ossessivo.
“La croce tatuata” è un libro mosso e scuro come il mare quando piove, un braccio di ferro che inchioda il lettore e spinge a tavoletta una scrittura di incantevole semplicità. Paris vince la scommessa perché non sbaglia niente. Tanto di cappello.

Mara Pardini, STILOS
– 01/04/2005

 

Ricongiungersi con la madre diventa un atto laico

 


Il rapporto con la madre è riflesso sempre all’interno di un gioco psicologico molto arduo e sottile, pronto ad cogliere tutte le contraddizioni della sfera degli affetti, nel tentativo di svelare le presenze più surreali dietro situazioni drammaticamente reali. Un mondo che si identifica con l’insieme di motivi che intende esprimere, tanto da trasformarli in una dimensione in cui spesso è doloroso ritornare. Accade a Renzo Paris, abruzzese d’origine ma romano d’elezione, docente di letteratura francese all’Università di Verbo, con La croce tatuata (Fazi, pp. 238, euro 14,50). Nel suo andamento cronistico, scandito per brevi paragrafi, il romanzo offre l’acuto resoconto dei travagli patiti dal figlio che rivisita i rapporto con la madre a sei anni di distanza dalla morte di lei. Il racconto è condotto in prima persona, con un fortissimo accento autobiografico: un professore universitario decide di trascorrere le vacanze in Abruzzo, lontano dalla famiglia, per capire come abbia realmente “vissuto” la madre. Guardando negli occhi Elisa, una ragazzina di dieci anni che ha lo stesso nome della donna, ripercorre le tappe salienti dell’esistenza di colei alla quale avrebbe voluto immolarsi: dal terremoto della Marsica da cui si salvò miracolosamente nel 1915, alle processioni a piedi scalzi nei santuari dove le furono praticati sanguinosi tatuaggi, alla religiosità naturale che permise al figlio “laico” di guardare con sospetto all’estremismo delle rivoluzioni culturali del dopoguerra. Nella vecchia casa di famiglia, accompagnato dall’ossessione del corpo in disfacimento della madre, il protagonista scopre così i luoghi oscuri del proprio stato. Stilos ha intervistato Renzo Paris
Da cosa deriva la necessità, ad un certo punto della vita, di recuperare il legame con la madre ormai scomparsa?
Il legame di un uomo con la madre non finisce con la morte di lei. C’è un Edipo postumo che lavora ancor più in profondità di quello in vita. La madre può dettare le sue volontà dall’aldilà, anche quando il rapporto sembra superficiale. Nel mio unico volume di poesie, Album di famiglia (Guanda, 1990), ho scritto un testo rivolto a un bambino appena nato dove gli consigliavo di non mettere in mezzo analisti e partiti se la madre è colei che non smetterà di cercare.
Elisa, la mamma del professore, è rimasta sempre fedele a una religiosità magica e popolare, a un mondo contadino feticista e naturale. Quali conseguenze ha avuto tutto questo sul loro rapporto?
Elisa è la tipica madre italiana del nostro Novecento. La sua religiosità primitiva ha segnato il figlio che ha dovuto faticare per marcare la propria differenza laica. Si pensi a quante madri ancora oggi pretendono che il figlio battezzi i suoi neonati o che eviti di sposarsi in comune. Tutto questo provoca spaccature profonde e dolori inenarrabili, soprattutto quando la cultura di entrambi è impreparata a trovare un accordo. L’Italia di oggi è divisa in chi si sente laico e chi no; e spesso il laicismo e la religiosità vengono intesi come etichette spendibili, soprattutto sul piano politico.
Lei descrive senza reticenze un legame d’amore a tratti malsano e per certi versi incestuoso. Freud ha detto che “gli scrittori hanno l’obbligo di produrre piacere intellettuale e estetico. Da qui la necessità di isolare alcune parti della realtà per eliminare quelle associazioni capaci di provocare sentimenti spiacevoli”. Il capitolo I folletti, ad esempio, per le insistenti attenzioni della madre nei confronti della sessualità del figlio, può risultare spiacevole. Perché ha preferito non “sfumare” questi aspetti?
Ho riscritto quel capitolo dieci volte per raggiungere una certa leggerezza onirica e poi non l’ho inserito nel dischetto per l’editore, recuperandolo solo in bozze. Non mi pare tuttavia che provochi spiacevolezza perché è possibile vedere nel comportamento sessuale della madre una spiegazione del suo modo d’amare, non avendo a disposizione nemmeno il vocabolario di un altro amore. I romanzieri italiani, perfino il mio amico Moravia, sono stati reticenti sull’argomento. Perché?
A tale proposito, quanto la sua frequentazione personale e letteraria di Moravia ha inciso sulla Croce tatuata?
Ha influito solo in parte. Differentemente da Agostino, ad esempio – libro che peraltro mi ha segnato molto – La croce tatuata è più scoperta. La vera “istigatrice” dl romanzo è stata Elsa Morante: mi ha sempre spinto a scrivere della Marsica e di mia madre.
Nel libro esiste un altro personaggio femminile: la seconda moglie del professore. Ella descrive la suocera come “un vampiro” che per sopravvivere ha succhiato le forse della fanciullezza del figlio.
Marito e moglie sono ovviamente in crisi. D’altra parte anche alle coppie appena sposate accade di spaccarsi per la presenza delle madri. La seconda moglie a un certo punto del libro “scoppia” ma potrebbe risultare perfino simpatica, data la perdurante ossessione della suocera.
Il romanzo è giocato anche sull’interpretazione di simboli disseminati qua e là: dalla “croce tatuata”, alla “vecchia con in mano un forchettone”, allo “scorpione neo sulla parete bianca”. Quali significati nascondono?
Il tatuaggio della croce è la negazione dei tatuaggi odierni, spiegabili con una tribalità di plastica. Lo scorpione, venerato nell’antichità come un nume; indica una presenza diversa nel mondo dei morti. La vecchia, poi, è una versione paesana di chi con un paio di forbici tagliava il filo del destino. Questi aspetti mi sono stati suggeriti dalla lettura di scrittori africani come Amos Totuola o Ben Okri, di coloro cioè che hanno abbattuto la parete della realtà aprendo al lettore un mondo invisibile altrettanto vivace – se non di più – di quello reale.
Mi pare che la forza del romanzo stia proprio nel porsi in uno stadio intermedio, di sospensione tra la vita e la morte. Non a caso la rievocazione del rapporto con la madre è accompagnato dall’ossessione del corpo di lei in una bara e tutta la vicenda è in bilico tra sorpresa e compiacimento, fra attrattiva e ripugnanza. Forse perché scrivere sulla propria madre è come affondare il bisturi nel corpo martoriato della nostra epoca?
La sospensione tra la vita e la morte si riferisce proprio a quella parlavo sopra. Una volta abbattuta tutto trema, soprattutto la nostra assurda fiducia nel reale più superficiale, di plastica, televisivo. Certo, il corpo della madre è anche il corpo del secolo appena trascorso, oggi sfigurato dai troppi revisionismi giornalistici.
Possiamo dire, con Saba, che l’esperienza della scrittura si lega necessariamente a quella di un grande amore (o di un grande dolore)?
Nell’amore c’è molta sofferenza perché è misto all’odio. Proprio questo sentimento è il centro di tutti i miei libri. Oltre all’amore e all’amicizia, che altro c’è? Senza contare che per evitare di portarsi sempre addosso la dolorosissima “elaborazione del lutto” è necessario scrivere. Ho scritto La croce tatuata come in trance e poi me ne sono dimenticato, tanto è stato penoso per me.
Scrivere per liberarsi, dunque. Ma dopo questa confessione, lei può ritenersi “guarito”?
Mia madre come la madre del protagonista, sei anni dopo la morte è tornata a visitarmi, ad attraversarmi. E io ho cercato di liberarmi con le parole di qualcosa di cui non credo di essere guarito ma con ci ho sentito un senso di riappacificazione.

 

Paola Aurisicchio, IL CENTRO
– 11/02/2005

 

L’incontro di Renzo con Elisa tra allucinazione e realtà

 

Ritirato in una vecchia casa di famiglia a San Panfilo d’Ocre, Renzo viene incoraggiato ala scrittura da fantasmi e folletti del passato che riempiono la stanza:”Li vedo ballare in circolo con le lingue di fuori, rosse di febbre. Sembrano dimenticarsi della mia presenza e finito il ballo scompaiono. E’ un incoraggiamento, mi dico, tornando a sedere davanti alla mia scrivania”. Sospeso ancora tra allucinazioni e realtà l’incontro epifanico con Elisa, la bambina che porta il nome della madre del protagonista, darà il la al libro.

Si tratta del volume “La croce tatuata” (Fazi, 238 pagine, 14,50 euro), il romanzo dello scrittore abruzzese Renzo Paris dedicato alla madre scomparsa.
Nata a Celano nel 1911, la biografia di Elisa si intreccia con la storia, quella della Grande guerra e del terremoto della Marsica del 1915, con la presenza di Ignazio Silone e quella ossessiva di una religione, al limite tra il magico e il superstizioso che la portò a tatuarsi la Madonna del Loreto e una croce.
Con la nascita dei due figli il racconto si fa confessione e lo scrittore narra della rigida educazione ricevuta dalla madre, di un rapporto ossessivo, ma accettato, anzi indispensabile per il bambino Renzo.
Nei capitoli intitolati “Intervallo”, lo scrittore riporta le conversazioni telefoniche tra lui e la moglie in vacanza in Sardegna. Cerniera tra presente e passato del libro, la figura della moglie appare puntualmente a ricordare al marito la presenza oppressiva e la cattiva influenza di Elisa sul figlio.
Con il trasferimento a Roma, nel libro ritorna la storia d’Italia con Togliatti e De Gasperi: infatuato dagli ideali marxisti, al giovane Renzo la mamma tuonava che i comunisti non andavano a messa. Poi il ’68 e il boom economico fino al primo ictus della madre e alla sua morte nel 1996.

 

IL TEMPO
– 23/01/2005

 

“La croce tatuata di Renzo Paris”

 

L’AQUILA – In libreria dal 28 gennaio prossimo l’ultima fatica letteraria di Renzo Paris (nella foto), scrittore di origine abruzzese ma che vive a Roma. Insegna Letteratura francese all’Università di Viterbo. Il romanzo “La croce tatuata”, per la Collana Le Vele, editore Fazi, è quasi tutto ambientato in Abruzzo ed in sintesi è una confessione intima, autobiografica, dal forte sapore nostalgico che riflette su religione e laicismo, tradizione e modernità. Il ritratto inedito di un’Italia, che sembrava definitivamente scomparsa e che invece riaffiora proprio quando le ideologie del Novecento appaiono sgretolarsi. In sintesi. Estate 2003, un professore universitario si ritira nella sua casa delle vacanze, in una località sperduta dell’Abruzzo montano per scrivere un libro sulla madre e tornare così sui luoghi della sua esistenza. Il professore ha lasciato la moglie nella splendida Sardegna e i figli ai loro irrequieti viaggi.
Il protagonista, attraverso l’incontro fortuito con una ragazzina del paese che ha lo stesso nome della madre, ripercorre le tappe salienti del suo vissuto a partire dal terribile terremoto della Marsica nel 1915 a cui la madre scampò miracolosamente. Il racconto si snoda tra processioni religiose per continuare con la grande Guerra. L’arrivo nella Capitale è il punto di svolta, tra boom economico e il ’68 che segnava la vita del figlio e della madre fino ai nostri giorni.

Antonio Veneziani, AVVENIMENTI
– 18/02/2005

 

Mamma tu sei una croce

 

La croce tatuata (Fazi editore, 236 pagine, 14 euro) è l’ultimo romanzo di Renzo Paris. Racconta del rapporto tra un figlio e una madre, il primo di sinistra e laico, laicissimo e la seconda cattolica senza saperlo fino in fondo, legata forse a una cultura religiosa ancora più antica che è giunta misteriosamente fino a lei. Il rapporto è pieno di screzi, aggressione, dolore. La croce tatuata viene reclamizzato, e non a torto, dall’editore come la sua opera “più bella e importante”. Paris, lei è d’accordo con due aggettivi così tanto impegnativi?
Sono un po’ imbarazzato, ma indubbiamente mi ha fatto piacere. L’imbarazzo viene dal fatto che spero che molti lettori chiuderanno il libro almeno soddisfatti. Comunque si, per me è una scommessa.
C’è maggior dolore in un rapporto madre-figlio in cui si mescolano anche implicazioni religiose?
L’edipo freudiano tra madre e figlio è, per così dire, trasversale rispetto a quelle che una volta si chiamavano classi sociali. Ma nel Novecento, e specie nella seconda parte, ci si è messa anche l’ideologia, quella specie di rivoluzione culturale che altri hanno chiamato, secondo i punti di vista, americanizzazione forzata o omologazione culturale. Il carico insomma si è raddoppiato. In tal senso il dolore non è rimasto soltanto istintivo, naturale, ma si è fatto anche culturale, senza la medicina però. O meglio, con una medicina che non faceva che accentuarlo.
Nel romanzo un professore universitario, ai limiti della pensione, dopo aver seppellito sua madre, che ha vissuto per quasi tutto il secolo, non fa altro che tornare nei punti nevralgici di quel rapporto. E’ una discesa verso i luoghi oscuri?
Cominciamo da quello dove si interroga sul concetto di militanza politica e militanza religiosa. Secondo lui, ma lo scopre dopo, partecipava alle riunioni dei compagni come prima andava a messa, con lo stesso spirito, come se la ragione senza fede, sia pure fede nella ragione, non potesse darsi. Non è una cosina da poco. Se caduto il comunismo sovietico il Pci italiano avessimo tutti da subito fatto i conti con la fede che li muoveva nel bene e nel male, come del resto ha fatto il Papa, oggi non staremmo a chiederci che cos’è la sinistra., anche in campo letterario. E questo comunque è un luogo oscuro, per così dire, pubblico.
Ma in La croce tatuata i luoghi oscuri sono soprattutto quelli privati. Una madre leggendaria, cattolica, primitiva, molto italiana, si scontra con la fragile coscienza di un figlio emigrato che precipita nel clima tumultuoso degli anni Settanta…
Penso che una madre simile, sottoproletaria e piccolo borghese, ce l’hanno avuta in molti e io ho voluto scrivere questo libro proprio per dare un ritratto della famiglia italiana senza veli.
A me ha ricordato un suo romanzo d’esordio Frecce avvelenate che l’editore Bompiani esaurì in pochi mesi nel 1974. Un romanzo su certi ragazzini marsicani che ne fanno di tutti i colori, uno dei quali poi emigra nella Roma del boom economico. La Marsica nei suoi romanzi c’è sempre stata, anche in Cani sciolti che a tutt’oggi resta l’unico romanzo dell’esperienza post-sessantottesca in Italia.
La Marsica è il mio latte materno. Da Fazi, nel 1999, stampai Ultimi dispacci della notte dove raccontavo un fattaccio avvenuto nella Marsica degli anni Venti. Del secolo scorso. Ma da Theoria avevo già pubblicato Le , un romanzo sulla figura paterna che potrebbe essere accostato a questo con qualche frutto. L’Italia, come l’Africa, è stato ed è ancora un paese in cui diverse etnie configgono tra loro a volte anche negli spot pubblicitari. Inoltre, il professore del mio romanzo ha convissuto a lungo con la particolare etnia marsicana e ne conosce le figure dei folletti, degli spiritelli maligni, buoni o cattivi che siano. Il mondo visibile e l’invisibile producono una miscela molto esplosiva. Il professore non si accontenta della superficie della realtà. Troppo banale. Ma quando la parete si rompe e, attraverso la madre, scopre un altro mondo per lui è difficile tornare a mettere un passo dietro l’altro.
Nel romanzo c’è una moglie che vive una splendida vacanza in Sardegna mentre il professore si rintana nella casa marsicana per ritrovare l’ombra di sua madre che certo non si fa aspettare. Poi ci sono le ragazzine di paese, il mondo di provincia, i divertimenti, le sagre paesane. Ma i tatuaggi profondi con il crocifisso erano così frequenti un tempo?
Proprio come adesso tra i ragazzi il tatuaggio è quasi un obbligo, ma di natura per così dire culturale, allora era d’obbligo nelle fasce popolari il tatuaggio religioso, molto più doloroso di quello di adesso perché fatto con pennini, coltelli, forbici, vere e proprie armi improprie, a volte dall’amica o davanti ai santuari ove si effettuavano i pellegrinaggi.
Il suo è un romanzo molto poetico, attraversato da un linguaggio che sembra vicinissimo ma anche di colpo si allontana, come se a scriverlo fosse una voce interna. E’ così?
Tutti i miei libri sono stati scritti da una voce antica che mi detta dentro. Il risultato migliore si ha quando l’artista non ha interferenze, quando cioè è in grado di sentire la voce in tutta la sua pienezza e ridarla così come detta. Questo è un fatto che è sempre successo agli scrittori, da Omero in poi. Dante ci ha scritto sopra dei versi sublimi.
mi pare di capire che siamo sempre molto lontani da quello che vuole il mercato. Ma lei Paris, scrive per il mercato o no?
Un romanzo ha questa doppia faccia. Indipendentemente dalle sue capacità entra nel mercato, cerca di penetrarlo il più possibile, a seconda del potere dell’editore e del distributore. Poi però è il lettore che decide. I miei sono sempre stati lettori attenti: non sono mai finito nella gerla del lettore svagato o informato soltanto televisione su quello che deve leggere. Quando compri un vestito sai quello che compri, anche come segnali culturali, quando compri un romanzo è diverso. Il romanzo, diceva Pasolini, ha due anime, quella commerciale che è il suo rivestimento, poi quella intima che non è destinata ad essere venduta come fosse un prodotto.
Moravia mi diceva: ma perché un editore non dovrebbe guadagnare da un romanzo più dell’autore se ci mette tutto lui? Ma sto parlando, al solito, di ombre che ci attraversano proprio come nel mio romanzo.

Ermanno Paccagnini, CORRIERE DELLA SERA
– 27/03/2005

 

Paris, autobiografia di un’ossessione

 

Qualche giorno fa, intervenendo nel dibattito su Sartre-Aron, Renzo Paris richiamava i suoi romanzi Cani Sciolti (1973) e Cani soggetti (1988; ora riuniti in Un’altra generazione perduta 1968-1990 da De Donato-Lerici) a testi di momenti autobiografici legati alle atmosfere ideologico-politiche degli anni Sessanta. Temi che tornano anche nella Croce tatuata, dove però alla dimensione battagliera e ironica d’allora subentra una narrazione autobiografica giocata a clessidra: con una prima parte in cui il piccolo Renzo subisce la coazione educativa della figura materna, scomparsa da sette anni, prepotentemente centrale; e una seconda a ruoli invertiti, con le scelte da “cane sciolto” del figlio adulto.
Strutturalmente La croce tatuata è romanzo suddiviso in cinque tranches annuali (tipo: 1911-42; 1942-53; sino al 1968-1996 della fine), ciascuna aperta da una pagina onirica dell’Io narrante, che però subito passa a un Tu memorante-narrativo dialogico con la madre, intervallati dal presente dello scrittore (1 agosto-10 settembre 2003) intento nell’isolamento di Celano, paese della madre, a scrivere questa storia, tra dialoghi con Elisa, bimba che ha lo stesso nome della madre, e telefonate alla moglie, in vacanza coi figli, a fungere da voce critica, controllare al ricordo affettivo dell’autore. Si snoda cos’ un racconto che, dall’universo povero della natia Marsica, presto devastata dal terremoto del 1915, giunge sino al 1996 della morte di lei, offrendosi come riesame di sé attraverso la rivisitazione del proprio rapporto con la madre.
E quanto più assillante è lei, tanto più scarnificante è il riverbero su di sé del ricordo di quel rapporto da “corpo a corpo”.Rapporto fisico, scandito dall’ossessione del corpo materno come dalla analoga e talora malsana ossessione di lei per il suo. Ma non solo. Perché quella madre caratterizzata come unica ragione di vita da una fortissima fede popolare, da crocefisso tatuato sulla spalla, fomenta in lui una “educazione contro” che Paris ripercorre – con pronuncia interiore, d’intima e nostalgica affettività, ma che non per questo smorza la forza di sentimenti e contrasti – nelle sue mai dimesse scontentezze di fronte a fedi assolute o di moda, pur momentaneamente abbracciate. Un rapporto “strabico, che si riversa anche sulle opzioni stilistiche: con scrittura e atmosfera magica quando la figura della madre è centrale; e certa perdita di mordente nella maggior referenzialità della vicenda diretta dell’autore, ormai adulto.

Sergio Pent, LA STAMPA TTL
– 12/02/2005

 

Inseguire se stessi all’ombra della madre

 

LA perdita della madre, se avviene quando già si è superata la fatidica età di mezzo, è un evento che ci mette di fronte in assoluto alla nostra umana nudità. L’orizzonte dell’immortalità che abbiamo creduto di possedere durante le scorribande infantili si restringe all’improvviso, diventa un cunicolo angusto e soffocante lungo il quale ci si avvia verso il lato in ombra della vita, qualunque cosa possano farci credere le scattanti pubblicità multivitaminiche. In tempi recenti due scrittori hanno dedicato un libro alla memoria della madre scomparsa, Alberto Bevilacqua con il palpitante Tu che mi ascolti, per il quale prevediamo un bel futuro come testo di lettura scolastico, e Renzo Paris, che in La croce tatuata recupera la figura materna a sette anni dalla morte. Se in Bevilacqua abbiamo letto un epitaffio scritto col cuore e la passione di una vita condivisa, con Renzo Paris ci troviamo di fronte a un uomo cresciuto ha lottato da sempre con l’ombra della madre, un uomo cresciuto con le sue velleità e le sue ambizioni “nonostante” la presenza materna, a suo modo controversa, assillante, relegata in un passato di devozioni feticiste e credenze popolari di provincia. Il dialogo mai veramente interrotto tra lo scrittore e la donna che fu sua madre – Elisa – è comunque occasione di un ripensamento etico e morale, quando prossimo ai sessant’anni l’uomo scopre la sua fragilità e si impone – quasi – di spingersi a cercare le motivazioni della sua irrequietezza, a giustificare i risentimenti che covano dentro anche ora che lei è scomparsa. In questa dimensione di “recherche” affettiva ed epocale, il libro-confessione scorre con un percorso schematico, essenziale, teso a ripercorrere le modesta tappe umane di una donna – e di una famiglia – attraverso le parole non dette, le intenzioni mai rivelate. Dal suo eremo d’Abruzzo, in un’estate solitaria ed evocativa, l’autore ci riporta indietro al tempo del silenzio, in una Marsica contadina abitata dalla povertà, a un 1915 in cui dal terremoto si salvò una bambina di nome Elisa. La bambina diventerà una ragazza snella e attraente, persa nel suo mondo di religiosità ancestrali che la portano a farsi tatuare sulla pelle i simboli della fede, smarrita in una confusione popolare fatta di riti magici e tabù sessuali. Nonostante questo la donna instaurerà col figlio un rapporto d’amore talvolta malsano, quasi incestuoso, che l’uomo ricorda con disagio ma senza vergogna, poiché rappresenta l’istintività di un amore che Elisa non riesce altrimenti a trasmettere a questo rampollo “strano” rapito dai libri e dalla letteratura.
L’educazione umana del protagonista si evolve, quindi, in un perenne e mai sereno confronto con la madre, che accetta di seguire il marito a Roma nel 1958, ma farà di tutto restare legata a se stessa e alle sue radici contadine. In una società che si trasforma, il figlio segue tutte le tappe d’obbligo delle rivoluzioni culturali, delle mode, adeguandosi a una provvisorietà ormai naturale nella corsa dei tempi. In questa galoppata verso il futuro perde sempre più di vista la madre, che tornerà a invecchiare nel suo lembo d’Abruzzo, senza mai pacificarsi del tutto con quel suo erede intelligente
Ma incapace di arricchirsi, e soprattutto privo di fede.
Il recupero della figura materna è il recupero di un mondo e di una civiltà, e la scrittura di Paris si altarizza sa un tentativo di devozione postuma che diventa – crediamo – la giustificazione per tutta una vita di scelte lontane dalle aspirazioni materne. In questo laccio gettato al passato troviamo la storia nobile, commossa, di una generazione ormai quasi scomparsa, che preparava la strada a tanti spavaldi fallimenti. Da questa memoria d’estate lo scrittore ritorna a casa rinnovato, rasserenato e sicuro d’aver rintracciato la parola mancante di un dialogo lungo mezzo secolo. E in questa quiete trova, anche, la conferma di un’inevitabile solitudine, perché il vero addio a una madre siamo noi a darlo, non la morte.

Fulvio Panzeri, AVVENIRE
– 05/03/2005

 

La croce tatuata

 

Quando gli scrittori si occupano del proprio rapporto con la madre, affondano in una specie di “vero sentire” che li porta a togliere tutte le ambiguità che hanno contrassegnato la loro visione del mondo. E si fanno estremamente forti nell’affermare la verità di se stessi, proprio in relazione alla figura materna che stanno interrogando attraverso la memoria. Accade anche per Renzo Paris che con l’ultimo romanzo La croce tatuata, ci regala anche la sua storia più bella, quella che ci riporta all’Abruzzo in cui è nato, alla realtà povera e contadina di una Marsica, vissuta attraverso la figura della madre, una donna fortemente religiosa che ha fatto della fede la sua ragione di vita: “Era il crocefisso la cosa che avevi amato di più nella tua vita”. Tanto d’aver scelto di farsi tatuare una croce sulla spalla destra, da un’artista popolare, durante la processione alla Madonna della pietra acquaria. Sul polso sinistro invece aveva un altro tatuaggio raffigurante la Madonna di Loreto. Sono segni di una religiosità naturale, vissuta nel profondo di un mondo contadino legato indissolubilmente a quei valori, da restarvi fedele per tutta la vita.
Valori che il figlio, da laico, rispetta profondamente e anzi rivendica proprio alla religiosità della madre una salvezza negli anni della contestazione: “Un pezzo della tua roccia antica era rimasto dentro di me. Se non avessi avuto quell’ancora, la mia vita non sarebbe stata molto diversa da quella di chi scelse la lotta armata o la droga pesante o altre forme di suicidio”. La madre, con la sue ragioni, non capite dal figlio, gli permette di guardare con sospetto all’estremismo di quella gioventù, ai “risvolti negativi della modernità”.
E anche quando il figlio la intuisce in un’ottica pasoliniana e sottoproletaria, lei rivendica la sua funzione di persona, la sua autenticità, al di là di qualsiasi strumentalizzazione ideologica: “Tu recalcitravi, non volevi essere incasellata come una povera cristiana che doveva essere vendicata dal figlio per la sua vita”.
Questo romanzo, ieratico e fortemente intimo, che misura le parole, cercando le più sincere, mette semplicemente in gioco il rapporto di stretto amore tra una madre e un figlio, raccontando la storia di un professore che decide di lasciare la moglie e i figli al mare in Sardegna, per trascorrere le vacanze a Celano, nel paese della madre. Guardando negli occhi una ragazzina che ha il suo stesso nome, affiorano tanti ricordi e inizia un colloquio stretto con la piccola Elisa che lo avrebbe dato la luce, negli anni di guerra e che si salva miracolosamente dal terremoto che distrusse i paesi della Marsica, nel 1915.
Nella solitudine di una decisiva estate, accompagnato dall’ossessione del corpo della madre che si sta disfacendo nella bara di zinco, emergono i segni di una memoria che non coglie il tratto epico di un popolo, ma i frammenti che sembrano emergere come da un sogno, dettagli e particolari che ci raccontano una famiglia, dalla modesta vita nell’Abruzzo del dopoguerra, fino al trasferimento a Roma nel 1958, dalla educazione religiosa del figlio, tra prime comunioni e catechismo, fino alla scelta del figlio di ribellarsi, di abbandonare la fede, togliendosi la catenella con il crocefisso che si portava al collo, creando mutismi e dinieghi da parte della madre: “Mi dicevi che mi sbagliavo. A te era successo il contrario. Più crescevi, più avevi creduto in Dio”. Si innesta da qui una particolarissima riflessione tra scelte religiose e scelte laiche che è uno dei temi più significativi del libro, insieme a quello della nostalgia del figlio per la fede mancata.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
La croce tatuata
Collana:
Numero Collana:
34
Pagine:
150
Codice isbn:
8881125919
Prezzo in libreria:
€ 13,00
Data Pubblicazione:
28-01-2005