Filippo Tuena

La grande ombra

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«Noi siamo la contraddizione».

Per quale ragione Michelangelo, già anziano e malato, declinò i reiterati e pressanti inviti di Cosimo dei Medici a fare rientro a Firenze (come del resto lo stesso artista si augurava)? È da questa domanda che prende spunto La grande ombra, magistrale affresco a molte voci intorno agli ultimi anni di vita di Michelangelo; uno dopo l’altro, interrogati dallo scrittore-cronista-detective, sfilano davanti al lettore i tanti personaggi (dai domestici di Michelangelo ai suoi amanti romani e fiorentini, dai mecenati illustri ai pochi amici sinceri al fidato servo) che conobbero da vicino il suo genio e raccontano la propria versione, il proprio personale coinvolgimento nella storia michelangiolesca, il proprio parere: sono voci di testimoni fuori dal tempo, alcuni viventi durante la “deposizione”, altri richiamati “in assenza di tempo e di spazio” a lasciare la propria voce di omaggio al grande artista scomparso. La grande ombra è un romanzo corale scritto in modo meraviglioso da uno dei nostri migliori autori, un libro che trascende l’argomento biografico per diventare una grande e indimenticabile riflessione intorno alla vita, alla morte e alle scelte che condizionano la nostra esistenza.

LA GRANDE OMBRA – RECENSIONI

Giorgio Bonsanti, L GIORNALE DELL’ARTE
– 01/07/2001

 

Un Michelangelo da palcoscenico

 

Il procedimento è, grosso modo, l’inverso di quei libri in cui dei morti si presentano a raccontare di sé. In La grande ombra di Filippo Tuena (Fazi Editore, Roma, 2001, 292 pp., L. 28mila) abbiamo dei vivi (con poche eccezioni; qualcuno parla «in assenza di tempo») che vengono a parlare di un morto, che è Michelangelo. Effettivamente, secondo l’argomento e il titolo, un senso cupo pesa su queste pagine, e si allenta raramente. Soprattutto la premonizione della fine sta continuamente in trasparenza anche quando sembrerebbe si parlasse d’altro. È vero del resto che i personaggi, le dramatis personae, raccontano quello che sanno di Michelangelo dopo che lui era morto, e sostanzialmente in riferimento con quell’evento: alcuni a distanza di pochi mesi, altri di anni. Michelangelo è il centro al quale si rivolgono le strade di ognuno, e dal quale poi nuovamente si dipartono. Alcuni personaggi emergono per pregnanza di significato, nell’economia del volume: per primo e più di tutti, direi, Cosimo, il primo Granduca mediceo, che apre e chiude il libro. Alla fine, raccogliendo le fila ed esprimendo l’insoddisfazione universale della condizione umana, è un potente che dice: «Io non ho quello che voglio», e intorno, fra parentesi e in corsivo, come da prassi teatrale, leggiamo le lunghe descrizioni del suo girovagare senza meta. Un tema collaterale a quello del senso della morte riguarda l’ostinato rifiuto di Michelangelo di tornare a Firenze da Roma, e le ragioni del tutto ipotetiche (professionali? caratteriali? sentimentali?) per cui egli nel 1534 lasciò Firenze senza mai più farvi ritorno. Non sarebbe potuto accadere finché era vivo Cosimo: le due personalità si elidevano, ove era l’uno non avrebbe potuto trovarsi l’altro. Questa l’interpretazione dell’autore; che poi riprende il tema dell’incompiutezza, del non finito (ovviamente, tipicamente michelangiolesco) nel senso di qualcosa lasciato incompiuto per inseguire qualcosa d’altro, di diverso; perché l’incompiutezza è condizione inerente alla situazione umana. Simbolo ne è la scala della Biblioteca Laurenziana, confezionata da Michelangelo da lontano, per gradi, attraverso mille ripensamenti. Sta in un «ricetto», un ingresso, che è uno spazio del tutto sui generis, più alto che largo o lungo. L’architettura del vestibolo della Laurenziana
l’ho sempre considerata lo sforzo più gigantesco mai compiuto da mente umana per farsi attore di creazione.
Naturalmente non sarebbe stato possibile a nessuno scrittore far sì che i personaggi si distinguessero ognuno per lessico, gergo, pensieri. Sono poco meno di una quarantina: dai biografi Vasari, Condivi, Francisco de Hollanda, agli amori: Tomaso de’ Cavalieri, Cecchino Bracci, al nipote Leonardo, agli Accademici Ammannati, Bronzino, Cellini, agli amici come Benedetto Varchi, agli altri artisti come Sebastiano del Piombo e Daniele da Volterra. Essi in realtà rappresentano l’incontro e la fusione fra le proprie personali esperienze e l’intervento dell’autore moderno, che controlla la materia, come è sua prerogativa, gli spetta e compete, e muove i protagonisti sulla scena. Ciò comporta che a volte una nota non del tutto intonata possa farsi strada per la discrepanza fra le parole pronunciate da un personaggio, e la verosimiglianza storica ch’egli potesse effettivamente esprimersi in tal modo. Ma sostanzialmente a mio parere il tutto nel complesso tiene bene, l’idea attorno alla quale Tuena ha costruito e ordinato la materia funziona. Emergono, naturalmente, i particolari biografici relativi all’artista: il rapporto dispotico con i parenti, la scarsa partecipazione umana ai drammi del nipote Leonardo, cui le figliolette morivano una dopo l’altra poco dopo venute alla luce. Nemmeno mancò alla morte di Michelangelo il proverbiale tesoro nel forziere: aveva in casa l’enorme somma di 7.252 ducati d’oro e 1.037 scudi d’oro, come li contò il notaio Roberto Ubaldini. Lo sappiamo bene, Michelangelo era irsuto di carattere. In questo ricorda, naturalmente, Beethoven (anche in quel caso, seppure in funzioni diverse, un nipote… ma è naturale, questi sommi geni non si sposavano, e in mancanza di figli era un nipote ad essere presente in qualche modo). Michelangelo morì il 18 febbraio (del 1564, a ottantanove anni), lo stesso giorno del Beato Angelico.
Questa «grande ombra» di cui ci ha parlato Filippo Tuena, è dunque il motivo ispiratore del libro. Non è un romanzo, non è un testo di filologia, potrebbe casomai ricordare il «non-fiction novel» teorizzato da Thomas Wolfe, e sembra pronto a trasporsi su di un palcoscenico teatrale: ovviamente c’è molto di pirandelliano. A volte ha un taglio quasi giornalistico. Nel complesso, è un libro riuscito, che trattiene con sicurezza l’interesse del lettore, e gli insegna su Michelangelo molte cose: non direi, più di quanto non si ottenga con una monografia scientifica; ma in maniera diversa, e certamente molto efficace.

Antonio De Leo, WWW.ITISCANNIZZARO.NET
– 02/09/2002

 

La grande ombra di Filippo Tuena, romanzo storico

 

“Oh, quanto tempo,. Quanto tempo. Io non so perché il tempo mi vola intorno a questa testa balzana e sciocca.” A parlare è Cosimo I de’ Medici, Granduca di Toscana. Questo magnifico libro è una sorta di documentario inteso in senso moderno e televisivo del termine, di quei documentari fatti di interviste ai personaggi, di storie vere raccontate da uomini veri, dove i fatti piano piano vengono alla luce quasi auto-costruendosi, come i documentari di Zavoli per intenderci. Una pagina alla volta riesci a farti un quadro, ad avere via via le idee sempre più definite, fino a che, alla fine, pensi di averci capito qualcosa anche tu. Frammento su frammento qualcosa si costruisce, e questo “qualcosa” è la personalità di Michelangelo negli ultimi anni della sua vita. Un Michelangelo vecchio, malato e bizzoso come sempre. Caparbio tanto che per non dare la soddisfazione a Cosimo di progettare la Biblioteca Laurenziana, si inventa di aver fatto un sogno e come tale lo descrive a Giorgio Vasari e a Bartolomeo Ammannati, senza fare un solo disegno, senza dare soddisfazione di perder tempo per quell’uomo e quell’opera, descrive con immagini straordinarie e realizza, per mani di altri, il capolavoro che tutti conosciamo. Tuena è l’interlocutore, l’intervistatore, il giornalista che compie un salto nel tempo di oltre cinquecent’anni e si fa raccontare tante piccole storie per capire, per interpretare, per svelare la personalità di un grande di tutti i tempi. Una storia fatta da piccole storie apparentemente slegate tra loro, ma che tutte assieme creano un quadro fantastico. Il linguaggio è quello dei personaggi, schietto, vero e senza fronzoli, tanto che ne restiamo stupefatti. L’immagine immaginata di un’epoca, del Rinascimento, si svela appieno sentendo parlare in modo semplice e naturale gli uomini che l’anno costruita e vissuta. Un’epoca unica nella storia dell’uomo, fatta di eccelso e di misero, di vittorie e fallimenti, di grandezze e meschinità, di speranze e delusioni, un “rinascimento mancato” per concomitanze storiche o per ineluttabile passaggio di quel soffio che fa nascere decine di geni nello stesso luogo e nello stesso tempo e che poi non torna per secoli e millenni.  Un libro che si “deve” leggere e che non può mancare nella “biblioteca” di conoscenze che ognuno di noi si costruisce e che ci aiuta a vivere, apprezzando il mondo che ci circonda, il mondo fatto di meraviglia per il genio di altri uomini che hanno condiviso con noi, anche in altre epoche, l’esistenza su questa terra.

Sergio Rotino, WWW.PRIVATE.COM

 

Filippo Tuena: La grande ombra

 

Per quanto si possa storcere il naso davanti a un romanzo come questo, che ripercorre a posteriori gli ultimi anni della vita di un grande artista qual è Michelangelo Buonarroti, bisogna riconoscerne sia la tenuta che la presenza di una scrittura forte, capace di orchestrare compiutamente la polifonia dei personaggi collocati nelle sue pagine. Costruito su una miriade di dichiarazioni, inframmezzato da estratti delle Epistole michelangiolesche, il lavoro di Tuena sembra trarre ispirazione o essere l’evoluzione naturale delle Interviste impossibili di radiofonica memoria. Ma qui l’intervistato è in assenza, e sono i molti personaggi che l’hanno conosciuto in vita a parlarne, proponendo il ritratto di un artista dai tanti chiaroscuri e dalle non poche ambiguità in cui si rispecchia parte o tutta la nostra storia passata e presente.

WWW.CREMONAONLINE.COM
– 17/07/2001

 

Filippo Tuena, ‘La grande ombra’ di Michelangelo

 

Siamo in pieno Cinquecento, in Italia si fronteggiano eserciti, principi e duchi. Le grandi famiglie si appoggiano a questo o quello straniero, stringono alleanze, mirano a conquistare città e a piazzare un loro parente sul trono più ambito, quello di Roma. Dal canto loro, gli artisti creano, misurano nuove prospettive, si piegano ai voleri dei committenti: il potere si costruisce anche attraverso palazzi da ostentare e chiese da far ammirare, il mecenatismo era qualcosa di più (o di meno) dell’amore per l’arte. Tra tanti pittori e scultori pronti a inchinarsi di fronte al principe di turno, Michelangelo spicca per la sua (relativa) indipendenza. E’ il più grande di tutti, è ormai molto anziano (morirà alla soglia dei novant’anni), vive come ha sempre fatto: da solitario. La casa se l’è scelta in un quartiere di scalpellini, un piccolo tugurio con un orto e un pollaio appresso. E’ un orso, ma siccome è un grande, nessuno ha nulla da obiettare. Il Papa gli ha affidato la Fabbrica di San Pietro, ma i lavori procedono a rilento. A qualche giorno di viaggio, qualche confine più in là, c’è qualcuno che vorrebbe riportare Michelangelo a Firenze, dove è nato. E dove ha tanti lavori in sospeso, a cominciare dalla chiesa di San Lorenzo che non ha ancora (e non avrà mai) una facciata. Cosimo I de’ Medici ci prova in tutti i modi a far tornare Michelangelo a casa. Lo lusinga, lo minaccia (è pur sempre il suo duca), lo fa chiamare dagli amici, gli promette lavori e libertà. Ma Michelangelo non molla, non si sa perché.
Il romanzo di Tuena parte da questo dubbio irrisolto. Forse fu un amore a trattenere Michelangelo, forse furono i lavori che doveva fare, forse la constatazione che lui, libertario, non avrebbe potuto accettare di piegare la testa davanti a un duca. Certo, Michelangelo non dice esplicitamente di no: tergiversa, dilaziona, allunga i tempi. Ma pur di non fare il bozzetto per la scala della biblioteca laurenziana l’artista arriva al punto di raccontare a Giorgio Vasari di aver fatto un sogno e gli spiega il progetto come una visione. Bizze d’artista? Forse. O forse più probabilmente la malinconia di un uomo che cerca la perfezione e non la trova, che non si accontenta di essere il migliore e il più grande di tutti, che comincia le opere e le lascia incompiute, che pensa che la morte è ormai vicina, invincibile. Anche per lui che per capire meglio l’uomo, con l’aiuto di Realdo Colombo – il medico cremonese che gli fu amico -, faceva autopsie per scoprire i segreti dell’anatomia e, chissà, i misteri dell’anima. Gli amici non sanno, non danno spiegazioni.
Ognuno ricorda quello che sa e La grande ombra viene a essere come I sette samurai di Akira Kurosawa, un racconto pieno di tante verità. Ma se il mistero di Michelangelo – che alla fine a Firenze ci tornerà, ma da morto, trafugato come un oggetto prezioso, nascosto in un rotolo di stoffa – resta, emerge il singolare ritratto di un ambiente e di personaggi più o meno famosi. Ecco Vasari, ambizioso al parossismo, ecco Vittoria Colonna ascetica, ecco Benvenuto Cellini pronto a ritirarsi nell’ombra, ecco Cosimo de’ Medici incredulo davanti alla morte della moglie e dei figli, portati via dalla «mal’aria» dell’Arno. E’ un Rinascimento struggente, quello che emerge da La grande ombra. E c’è in effetti l’ombra della morte, della caducità dell’uomo a prevalere su tutto. Nella sua casa di Macel de’ Corvi, Michelangeloaveva affrescato uno scheletro che reggeva una cassa da morto. E in una delle Rime scrisse: «O notte, o dolce tempo benché nero».
Filippo Tuena, La grande ombra, Fazi Editore, 295 pagine, 28mila lire.

 

La Grande Ombra

 

Perché Michelangelo, già anziano e malato, declinò i reiterati e pressanti inviti di Cosimo de’ Medici a fare rientro a Firenze? Michelangelo era trattenuto a Roma dai suoi obblighi di lavoro per il papa o era altro a impedirgli il ritorno in patria? 

Da questa domanda, rivolta inizialmente allo stesso Cosimo, prende spunto La grande ombra, magistrale romanzo a più voci intorno agli ultimi anni di vita di Michelangelo Buonarroti. Uno dopo l’altro, idealmente interrogati dallo scrittore (insieme cronista e detective), i tanti personaggi che conobbero da vicino il genio di Michelangelo (dai domestici agli amanti romani e fiorentini, dai mecenati illustri ai pochi amici sinceri, fino a Benvenuto Cellini e Giorgio Vasari) sfilano davanti ai nostri occhi e raccontano la propria versione.

Basato sugli straordinari epistolari michelangioleschi e ambientato nell’inedito e sorprendente scenario privato dell’artista, La grande ombra è un romanzo corale, intenso e malinconico, su Michelangelo e su un «Rinascimento mancato», sulle speranze e i fallimenti dell’arte; una profonda e indimenticabile riflessione intorno alla grande Opera Incompiuta: la vita.

In una sorta di «uno, nessuno e centomila», Michelangelo è visto nelle mille sfaccettature della sua personalità, a seconda di chi l’ha incontrato, di chi l’ha conosciuto. A ognuno ha mostrato un lato del proprio carattere: con alcuni è stato straordinariamente gentile, con altri reticente, sfuggente, talvolta ostile. Ne emerge il ritratto di un uomo tormentato e forte, intimamente e intellettualmente irraggiungibile.

Luigi La Rosa, ORIZZONTI
– 01/07/2001

 

Il mistero di quell’ombra divina toccata dal fuoco

 

C’è una Roma sotterranea, segreta, diversa. E’ a questa città che mi piace pensare, ai suoi magnetismi invisibili, ai suoi richiami del cuore. La città alternativa e vibrante che nessun altro luogo al mondo sarebbe in grado di eguagliare. La città delle rovine, che emergono da ciuffi di rovi impensati; delle fontane, gorgoglianti come una musica sacra; ma più di tutto, la città degli artisti. E di artisti la città capitolina ne ha avuti davvero tanti, raccogliendone fascinazioni, suggestioni, carismi; assumendone, in altre parole, un’impronta profonda e incontestabile.

Tra le voci che animano i silenzi di Roma, ce n’è una struggente, languidamente titanica, sottilmente evocativa. E’ una voce maestosa, che ha segnato il profilo cittadino, dettando forme, armonie, giochi di luce e d’ombra, dimensioni assolute del sentire. La voce geniale ma tormentata di Michelangelo Buonarroti, il più grande artista italiano di tutti i tempi, oltre che l’uomo che ha inaugurato – oltre che in senso strettamente artistico, anche in quello mentale e filosofico – il discorso più acuto e originale sulla modernità.

Michelangelo giunge nella Roma dei papi in un periodo storico di grandi intuizioni, ma di altrettanto terribili lacerazioni. Il secolo nuovo, il secolo della grande arte, che ha già lanciato i suoi molteplici appelli di rinnovamento: i marmi di Carrara riposano accatastati nelle segrete dei sotterranei; molte le pareti delle basiliche che attendono il racconto del colore e la battaglia delle forme. Michelangelo è giovane, dotato di un talento purissimo, ma di un carattere impulsivo, a tratti ombroso, mutevole, diffidente. Ha un temperamento che facilmente si presta ai contrasti, alle difficoltà, alle facili ispirazioni momentanee presto abbandonate. Probabilmente si tratta dell’uomo nuovo di cui parlava Cicerone, il primate assoluto della bellezza, colui che darà alla città eterna una fama imperitura. E’ il giovane che poco più che ventenne ci regalerà la dolce rassegnazione della Pietà, lo studioso delle anatomie che trascorre le notti studiando i cadaveri, l’angelo maledetto accecato da una grazia fin troppo fugace, il diverso viziato di sublime che ha fatto dell’umile casa di Macel De’ Corvi il suo rifugio dal mondo.

Proprio così, perché una fuga Michelangelo la compie sul serio. E non mi riferisco solo a Firenze, alla famiglia rappresentata dal nipote Leonardo, al potente Cosimo: la vera fuga di Michelangelo è quella da un quotidiano sempre più banale e disattento; da individui mediocri che non consentono al pensiero spazi di elevazione adeguata; dal moralismo piatto di una chiesa che, se pure non evita d’innescare in lui turbamenti e sconforti spirituali d’ogni natura, non riesce tuttavia a frenare la poetica materica e sensualissima delle sue visioni, l’ansia d’Apocalisse dei dipinti, il fuoco genuino degli affreschi.

Nessun altro artista del suo tempo comprende quanto lui che è in atto una battaglia cruenta: quella tra materia e spirito, tra idea e forma, cui Buonarroti darà voce nelle cupe Sibille della Sistina, nei freddi marmi delle Sagrestie, nella tormentata ribellione dei Prigioni. Si tratta di una battaglia che, però, finisce col contagiare anche l’anima: l’artista vive tra i fasti di una romanità in minore fatta di amici e amanti poco più che leggendari, e il desiderio mai soddisfatto di tornare a casa, là dove il vecchio Cosimo lo esorta inutilmente a rientrare, per ultimare quei lavori lasciati in sospeso.

Michelangelo non vuol decidersi, e intanto medita sui disegni, sulle sculture delle cappelle, consuma la sua esistenza fra notti di baldoria e la “magica” solitudine del quartiere adottivo – l’umile agglomerato nei pressi dell’attuale Palazzo delle Assicurazioni a Piazza Venezia -, cambiando radicalmente l’arte e la cultura del suo tempo. La millenaria piazza del Campidoglio, la basilica di Santa Maria degli Angeli, la Cupola di San Pietro che fissa l’orizzonte a limite fra cielo e terra: sono questi gli esempi intramontabili di un’arte che avrebbe imposto il suo nome al mondo intero.

Parlare di Michelangelo, oggi, significa rimettere in luce le mille tessere di un mosaico gigantesco. Ed è proprio questo mosaico, il difficile mosaico della vita di un genio, a suggerire a Filippo Tuena la scrittura del suo ultimo romanzo dedicato al celebre artista fiorentino: «La grande ombra» (Fazi, pp. 290, Lit. 28.000).

Il narratore romano, già apprezzato per romanzi come «Lo sguardo della paura» (’91), Il volo dell’occasione (’94), Il diavolo a Milano (’96), Tutti i sognatori (’99 – vincitore Grinzane Cavour) dedica questa sua fatica al celebre autore della Pietà, in un libro che raccoglie le confessioni dei personaggi a lui vicini come all’interno di una partitura polifonica. Da Cosimo de’ Medici al nipote Leonardo, da Tommaso de’ Cavalieri, a Luigi del Riccio, Vittoria Colonna, Bartolomeo Ammannati, Giorgio Vasari e Agnolo Bronzino: queste, le voci chiamate in causa per delineare un potenziale ritratto umano e artistico di Michelangelo. E poi ancora gli amici, i papi, gli amanti degli anni romani, tutto nella ricostruzione di un’esistenza speciale, animata dai tormenti della creazione e dall’insofferenza del genio.

La grande ombra è un libro che salda un conto importante: quello con un grande amore giovanile. «Ci fu un periodo della mia vita – dice l’autore – in cui mi occupavo di antiquariato e storia dell’arte. Ebbene, già da allora mi sentivo vicino a Michelangelo, e incuriosito dalla sua vita così sconosciuta e piena di enigmi. E’ stato uno di quegli uomini capaci di segnare la storia dell’umanità, mettendo in gioco non solo gli aspetti positivi e solari dell’esistere, ma soprattutto i momenti inquieti e sotterranei di un’anima nobile».

Il suo è un libro particolare, una biografia romanzata nella quale, però, il protagonista non parla mai in prima persona. Perché?

«Per il fatto che dar voce diretta a Michelangelo avrebbe significato farlo diventare un presuntuoso: sarebbe stato come cedere a una mania di onnipotenza. Invece, adoperando il meccanismo delle varie voci dei personaggi, ho avuto la possibilità di osservarlo da più punti di vista, senza per questo intaccare l’alone di mistero che comunque è alla base del romanzo».

Una tecnica di scrittura nuova rispetto ai suoi lavori precedenti?

Sì, perché ogni libro ha una fisionomia differente da tutti gli altri, e ogni volta che ne scrivi uno nuovo sei costretto a inventarti una formula diversa. E’ come costruire un vasto collage, cercando qua e là finché il testo non abbia raggiunto una vita autonoma e indipendente.

Quanti anni di studio e di ricerca ha richiesto il romanzo?

Gli anni sono tanti, perché già il mio primo romanzo, apparso nel ’91, raccontava la storia di un antiquario alla ricerca di un disegno michelangiolesco rubato durante gli ultimi mesi di vita dell’artista. In quell’occasione avevo iniziato una rigorosa raccolta di materiali che poi ho lasciato sedimentare per un lungo periodo, finché alcuni anni addietro, in occasione di una mia improvvisa collaborazione con l’Enciclopedia di Roma, non decisi di riprendere in mano il materiale.

Ha mai avuto paura nell’affrontare un compito così difficile?

A dire il vero credo che si sia trattato di una leggera forma di incoscienza, perché Michelangelo non è davvero un personaggio facile. A dire il vero, avrei potuto scrivere un libro più commerciale, attento agli aspetti umani e alle debolezze del personaggio; ma non era questo ciò che avevo in mente. Io volevo solo cercare di capire, e avvicinarmi quanto più possibile, ma sempre con grande rispetto, alle verità intime di una vita.

Quali sono state le difficoltà principali che ha incontrato durante la redazione dell’opera?

Anzitutto la mancanza di dialogo. Io ho sempre avuto una sincera predilezione per le scene di dialogo, e tutti i miei libri precedenti sono costruiti con questo accattivante escamotage. Dentro «La Grande Ombra», invece, non ci sono mai dialoghi diretti, perché sarebbe stato poco credibile sentir parlare degli uomini del Cinquecento così lontani da noi e dalla nostra quotidianità. Questo ha un po’ complicato le cose, ma non mi ha impedito, alla fine, di recuperare, all’interno del monologo, una forma di scrittura altrettanto utile e psicologica.

Una delle figure più interessanti del libro è quella del nipote di Michelangelo, il giovane Leonardo. Cosa pensa di lui?

Ma, a dire il vero io provo anche un po’ di simpatia per lui: era ancora giovane, stava a Firenze, e aveva il peso enorme di avere per parente un genio come Michelangelo. Ciò lo rendeva inadeguato, ma mi chiedo: chi di noi non lo sarebbe stato? Lui fu comunque in grado di gestire la vita dello zio, e ci ha lasciato le lettere che costituiscono un gioiello inestimabile per la conoscenza del Buonarroti.

Oltre al carattere difficile, alla sregolatezza, al dramma esistenziale, perché, secondo lei, Michelangelo fu, più di chiunque altro, un uomo scomodo e incompreso?

Secondo me, molte contraddizioni dell’esistenza di Michelangelo andrebbero riferite alla sua intolleranza del potere. Il Buonarroti fu un artista forte, carismatico, che attraversò tutto un secolo col coraggio di abbandonare quello che non sentiva più fedele alla propria estetica. Era un uomo assolutamente puro, con la forza di guardarsi dentro e di stabilire il meglio per il suo cammino.

Come scrive Filippo Tuena?

Di solito non mi pongo orari prestabiliti, e scrivo quando sento di farlo. Il romanzo è nato in modo spontaneo, e ogni capitolo è frutto di alcune giornate di scrittura. Dapprima ho proceduto con molta cautela, senza finalità e obiettivi precisi: solo seguendo l’istinto. Poi, a un certo punto del lavoro, ho capito che le pagine cominciavano a dire qualcosa, possedevano un significato che mi invitava a continuare. E così che ho proseguito fino alla fine, cercando di far luce sul mistero di un artista unico, che io ritengo geniale oltre ogni misura.

Il titolo del romanzo, «La grande ombra», da dove nasce?

Nasce dal fatto che io ho sempre pensato a Michelangelo come a un grande mistero. E ho sfruttato il concetto di luce e ombra – che per un pittore rimane fondamentale – per farlo diventare una metafora di vita e di morte, temi sicuramente fondamentali in una speculazione alta e visionaria come quella del Nostro. In altri termini, non ho inteso dare una chiave di lettura o risolvere un enigma più grande di me. Né ho voluto assumere il compito dello studioso e giudicare le difficoltà di una vita. Ho solo immaginato le emozioni, i drammi e le passioni di un artista eccezionale. E spero, con tutta l’umiltà di questo mondo, di esserci riuscito.

Luigi La Rosa, IL GIORNALE DI BRESCIA
– 28/06/2001

 

Michelangelo: il mistero di un genio ombroso

 

Ci sono personaggi le cui vite si prestano con facilità alla leggenda, generando nel tempo tutta una ricca dimensione di mitologie e suggestioni capaci di accrescere la loro fama. Si tratta, per lo più, di uomini geniali ma difficili, spesso incompresi perché scomodi, perché diversi; forse, semplicemente, perché troppo fedeli a se stessi e alla propria natura. Michelangelo non può che essere tra questi, e parlare di lui equivale a parlare di colui che ha lasciato l’impronta più radicale e più profonda nell’arte e nel gusto dell’epoca moderna.

Eclettico, spudorato, dotato di un sentimento morale scrupoloso nel porlo continuamente in discussione, il Buonarroti ha impresso nell’arte del Cinquecento il sigillo di un’autorità senza pari. Giunto nella Roma dei papi in epoca di fervida rinascita artistica e intellettuale, deciso a portare alle estreme conseguenze le riflessioni della sua sensibilità stravagante, Michelangelo fece confluire all’interno di un linguaggio artistico la dimensione di un sentire alto, maestoso, attento alla fisicità come tramite ideale del bello divino.

Nessun altro artista del suo tempo comprende quanto lui che è in atto una battaglia titanica, cruenta: quella tra materia e spirito, tra idea e forma, cui Buonarroti darà voce nelle cupe Sibille della Sistina, nei freddi marmi delle Sagrestie, nella tormentata ribellione dei Prigioni. E si tratta di una battaglia che contagia anche l’anima: l’artista vive tra i fasti di una romanità in minore fatta di amici e amanti poco più che leggendari, e un desiderio ardente di tornare a Firenze, sua patria natale, là dove il vecchio Cosimo lo esorta inutilmente a rientrare, per ultimare quei lavori lasciati in sospeso.

Michelangelo non vuol decidersi, e intanto continua a lavorare ai disegni, ai marmi di Carrara, consumando la sua esistenza fra notti di baldoria e la “magica” solitudine di Macel De’ Corvi – l’umile casa nei pressi dell’attuale Palazzo delle Assicurazioni a Piazza Venezia -, mutando lentamente il volto della città eterna. La millenaria piazza del Campidoglio, la basilica di Santa Maria degli Angeli, la Cupola di San Pietro che fissa l’orizzonte a limite fra cielo e terra: sono questi gli esempi intramontabili di un’arte che avrebbe imposto il suo nome al mondo.

Ma non dimentichiamo che dietro tutto questo si nasconde la vita, una vita piena di gioie e patimenti. Ed è questa stessa vita – poco importa se vissuta o immaginata – a suggerire a Filippo Tuena la scrittura del suo ultimo romanzo dedicato al celebre artista fiorentino: «La grande ombra» (Fazi, pp. 290, Lit. 28.000).

Lo scrittore romano, già apprezzato per romanzi come «Lo sguardo della paura» (’91), Il volo dell’occasione (’94), Il diavolo a Milano (’96), Tutti i sognatori (’99 – vincitore Grinzane Cavour) dedica la sua nuova fatica al celebre autore della Pietà, in un’opera che raccoglie le confessioni dei tanti personaggi che gli furono vicini come all’interno di una partitura polifonica. Da Cosimo de’ Medici al nipote Leonardo, da Tommaso de’ Cavalieri a Luigi del Riccio, a Vittoria Colonna, Bartolomeo Ammannati, Giorgio Vasari e Agnolo Bronzino: queste, le voci chiamate in causa per delineare un potenziale ritratto umano e artistico di Michelangelo. E poi ancora gli amici, i papi, gli amanti degli anni romani, tutto partecipa alla ricostruzione di un’esistenza speciale, animata dalle inquietudini della creazione e dall’insofferenza del genio.

Tuena è soddisfatto di aver scritto il suo libro, perché è stato come saldare il conto con il maggior amore della sua giovinezza. «Ci fu un periodo della mia vita – dice – in cui mi occupavo di antiquariato e di storia dell’arte. Ebbene, già allora mi sentivo vicino a Michelangelo, e incuriosito dalla sua vita sconosciuta e piena di enigmi. E’ stato uno di quegli uomini capaci di segnare la storia di tutti noi, mettendo in gioco non soltanto gli aspetti positivi e solari dell’esistere, ma soprattutto i momenti amari e sotterranei di un’anima nobile».

Il suo è un libro particolare, una biografia romanzata nella quale, però, il protagonista non parla mai in prima persona. Perché?

«Per il fatto che dar voce diretta a Michelangelo avrebbe significato farlo diventare un presuntuoso: sarebbe stato come cedere a una pericolosa mania di onnipotenza. Invece, adoperando il meccanismo delle varie voci dei personaggi, ho avuto la possibilità di osservarlo sotto punti di vista differenti e insieme concomitanti, senza per questo intaccare l’alone di mistero che è alla base del romanzo».

Una modalità nuova rispetto ai suoi lavori precedenti?

Sì, perché ogni libro ha una vita e una fisionomia diversa da tutti gli altri, e ogni volta che ne scrivi uno nuovo sei quasi costretto a inventarti una formula diversa. E’ un po’ come costruire un collage, cercando qua e là finché il testo non raggiunge una vita autonoma e indipendente, e può finalmente proseguire per la sua strada.

Quanti anni di ricerca ha richiesto il suo romanzo?

Gli anni sono tanti, perché già il mio primo romanzo, apparso nel ’91, raccontava la storia di un antiquario alla ricerca di un disegno michelangiolesco rubato durante gli ultimi mesi di vita dell’artista. In quell’occasione avevo iniziato una rigorosa raccolta di materiali che poi ho lasciato sedimentare per un lungo periodo, finché alcuni anni addietro, in occasione di una mia improvvisa collaborazione con l’Enciclopedia di Roma, non decisi di riprendere in mano tutto il materiale. Da questo, oltre che da mille fonti importanti e autorevoli come gli epistolari, è venuta fuori la sostanza storica e concreta del romanzo, oltre che le suggestioni principali della sua anima segreta.

Ha mai avuto paura nell’affrontare un compito così difficile?

A dire il vero credo che si sia trattato di una leggera forma di incoscienza, perché Michelangelo non è davvero un personaggio facile. E devo riconoscere che avrei anche potuto scrivere un libro più commerciale, attento agli aspetti umani e alle debolezze del personaggio; ma non era questo ciò che avevo in mente. Io volevo cercare di capire, e avvicinarmi quanto più possibile, ma sempre con rispetto, alle verità intime di una vita.

Quali sono state le difficoltà principali che ha incontrato nella redazione dell’opera?

Anzitutto: la mancanza di dialogo. Io ho sempre avuto una sincera predilezione per le scene di dialogo, e tutti i miei libri precedenti sono costruiti con questo accattivante escamotage. Dentro «La Grande Ombra», invece, non ci sono mai dialoghi diretti, perché sarebbe stato ridicolo e poco credibile sentir parlare degli uomini del Cinquecento così lontani da noi e dalla nostra quotidianità. Questo ha un po’ complicato le cose, senza però impedirmi di trovare, all’interno del monologo, una forma di scrittura altrettanto utile e psicologica.

Una delle figure più interessanti del libro è quella del nipote di Michelangelo, il giovane Leonardo. Cosa pensa di lui?

Ma, a dire il vero io provo anche un po’ di simpatia per lui: era ancora giovane, stava a Firenze, e aveva il peso enorme di avere per parente un genio del calibro di Michelangelo. Ciò lo rendeva inadeguato, ma mi chiedo: chi di noi non lo sarebbe stato? Lui fu comunque in grado di dare una parvenza di gestione alla vita dello zio, lasciandoci le lettere, che costituiscono un gioiello inestimabile per la conoscenza della vita e del pensiero del Buonarroti.

Oltre al carattere difficile, alla sregolatezza e al dramma esistenziale, perché, secondo lei, Michelangelo fu, più di chiunque altro, un uomo tanto scomodo e incompreso?

Secondo me, molte contraddizioni dell’esistenza di Michelangelo andrebbero riferite alla sua intolleranza del potere. Il Buonarroti fu un artista forte, carismatico, che attraversò tutto un secolo col coraggio di abbandonare ciò che non sentiva più fedele alla propria estetica. Era un uomo puro che aveva la forza di guardarsi dentro e cercare se stesso.

Come scrive Filippo Tuena?

Di solito non mi pongo orari prestabiliti, e scrivo quando sento di farlo. Il romanzo è nato in modo spontaneo, e ogni capitolo è frutto di alcune giornate di scrittura. Dapprima ho proceduto con molta cautela, senza finalità e obiettivi ben precisi: solo seguendo l’istinto. Poi, a un determinato punto del mio lavoro, ho capito che le pagine cominciavano a dire qualcosa, che possedevano un significato che mi invitava a continuare. E così ho proseguito fino alla fine, cercando di far luce sul mistero di un artista unico, che io ritengo geniale oltre ogni misura.

Il titolo del romanzo, «La grande ombra», da dove nasce esattamente?

Nasce dal fatto che io ho sempre pensato a Michelangelo come a un grande mistero. E ho sfruttato il concetto di luce e ombra – che per un pittore rimane fondamentale – per farlo diventare una metafora di vita e di morte, concetti sicuramente fondamentali in una speculazione alta e visionaria come quella del Nostro. In altri termini, non ho inteso dare una chiave di lettura o risolvere un enigma più grande di me. Né ho voluto assumere il compito dello studioso e illustrare i motivi intimi di una vita. Ho solo immaginato le emozioni, i drammi e le passioni di un artista eccezionale. E spero, con tutta l’umiltà di questo mondo, di esserci riuscito.

Giuseppe Amoroso, ROMA
– 26/04/2001

 

Un mistero di nome Michelangelo

 

Perché Michelangelo non è voluto tornare in Toscana negli ultimi anni della sua vita? Si apre con questa domanda rivolta a Cosimo I de’ Medici il romanzo di Filippo Tuena, “La grande ombra” (Fazi, pagg. 291, 28.000). A interrogare idealmente il Duca è lo stesso autore che si riserva nel libro, un continuo itinerario di manovra, una serie di specole da cui chiama in causa molti testimoni del tempo: figure importanti e complementari, umili comparse si levano dai rutilanti e cupi fondali di un Rinascimento ricostruito con avvolgente cura storicistica, ma anche trafitto nelle sue pieghe, braccato in quel velario di atmosfere leste a scivolare via, tra fatti privati, vicende sfuggite alla ricerca degli studiosi o semplicemente generate da una fantasia narrativa disposta a lavorare sui dettagli invisibili, sui soffi, sullo sfumare di una voce, una presenza.
Se, dunque, alla base di pagine dense e perplesse, illustrative e drammatiche v’è una documentazione severa (si pensi al sostrato offerto dai carteggi di Michelangelo e dalle Vite del Vasari), all’estro di Tuena, all’acuminata capacità di distendersi dal chiaroscuro alla mezza tinta capricciosa, al segno anomalo che esprime il sorgere inatteso di alcuni fatti, dobbiamo quel di più di senso che si alza dalle cose come stordimento e stupore e arco di conoscenze più affilate. Da un gesto che non, si chiude, da una frase sospesa deriva al racconto l’effetto di deragliamento, malinconia e declino, intorno al quale la scrittura subisce i suoi avvelenati percorsi. Si forma un moto rotatorio che dà subito vertigine: già lo avverte Cosimo (“Vedo gli altri, gli uomini, gli animali, le cose persino, girarmi attorno come giostra”). Dalla tristezza di Cosimo, deluso e convinto che ormai per lui è scaduta la stagione dei desideri esauditi, prende le mosse un ritratto di Michelangelo insofferente, stanco, infilato dentro una “storia di gente vecchia, di gente che ricorda, di gente passata, finita, sterile”. E Tuena dà l’avvio sfruttando quelle parole straziate, proprie di chi rammenta poche cose e deve cucire tra loro i frantumi.
Tassello dopo tassello si compone una linea psicologica dell’artista che, composta dall’accumulo, ha l’opportunità di inglobare tanti elementi, ora con il concorso di chi, come il nipote Leonardo, va “smussando, nascondendo, cancellando”, ora di chi, come Fra’ Sebastiano del Piombo, vuole dimenticare, sulla sponda di una “distanza”, asti e contrasti, concentrandosi solo sul proprio lavoro. Parla Tommaso, il più bello in Roma, del tempo che distrugge tutto e della passione nutrita per lui dal grande artista, della sua ansia senza rimedio, del suo rammarico di non “poter riavere il passato”. Altri particolari affiorano dal susseguirsi delle voci: la piccola casa buia, “tana d’un orso”, di fronte alla Colonna traiana; il sonetto dedicato a Febo, “luce eterna dei mortali”; il disegno del “Giudizio Universale” e alcune considerazioni sugli uomini (pronti a “contemplare quel che non hanno mai avuto e che sembra non possa mai esistere”) e sulla mediocrità di certi pittori circondati da una fama sproporzionata.
Racconto del “tarlo” della morte che ha roso l’artista, del destino di illusione, costante presenza maligna questo amaro affresco di una civiltà splendida e dannata, spesso spiazzata dai suoi grandi sogni, ci offre un monumentale ritratto riflesso.
Le fonti di ogni notizia e la vita stessa circolano intorno. Altrove scorrono le sottili concatenazioni tra gli eventi. Al centro, ma velato di una lontananza che fa tutto incerto, c’è lui, il genio alle prese con un progetto che non potrà avere una fine perfetta: ma disposto “a giocare ancora il rischio, per vincere la scommessa, per superare ancora una volta l’ostacolo”.

Anna Folli, GOLEM
– 09/05/2001

 

La Grande Ombra

 

L’ombra alla quale allude il titolo è quella di Michelangelo, il grande artista che qui viene ritratto quando, anziano e malato, pensa alla morte e alle opere che lascerà incompiute, meditando sulla vanità della ricchezza e degli onori riservatigli dai potenti. A raccontare la vita del Buonarroti non è il protagonista, che non appare mai direttamente, ma una schiera di personaggi vivi e morti che gli furono vicini, da Cosimo de’ Medici a Benvenuto Cellini, a Giorgio Vasari, fino ai servi, agli scalpellini, ai giovani amanti con cui trascorse gli ultimi anni della sua vita. Ne esce un romanzo corale, che descrive magistralmente non solo l’irrequieta personalità di Michelangelo, ma anche la vita nell’Italia del Cinquecento. E di quel periodo irripetibile, che venne poi chiamato Rinascimento, ci viene svelata la dimensione più privata e meno conosciuta.

Alberto Bartolomeo, GAY.IT
– 16/05/2001

 

FILIPPO TUENA – La grande ombra

 

È un libro bellissimo questo di Filippo Tuena (classe 1953, già vincitore nel 1999 del premio Grinzane Cavour). Un libro che meriterebbe un’approfondita indagine più che una breve segnalazione. Ma per il momento vi consigliamo di correre in libreria e farlo vostro. La grande ombra del titolo è quella di Michelangelo Buonarroti che rimane personaggio muto sulla pagina, ma è anche la grande disillusione di quel secolo che, nato in pieno Rinascimento, s’è trovato poi a doversi confrontare con il fallimento di quell’utopia antropocentrica e progressiva. Il romanzo presenta una sapiente raccolta di testimonianze -tutte frutto della fulgida fantasia dello scrittore, ovviamente- di contemporanei del grande artista toscano. Gli amici, i parenti, i collaboratori, i nemici parlano di lui e tracciano il profilo di uno dei più grandi e controversi artisti della Storia. Ed ecco dunque passare in rassegna le dichiarazioni di illustri personaggi come Alessandro de’ Medici, Bartolomeo Ammannati, Vittoria Colonna, Benvenuto Cellini, Clemente VII, Giorgio Vasari, ma anche i ricordi di tante persone meno note che ebbero i privilegio di conoscere l’artista. Questo romanzo nasce dall’attento studio di molte fonti, tutte elencate alla fine del libro, e da un’illuminata ispirazione artistica che lo rende così interessante e piacevole alla lettura. Con una prosa scorrevole e una scrittura semplice e precisa il narratore ci introduce, meglio di qualsiasi libro di storia, all’atmosfera che si respirava nelle due più importati capitali culturali dell’epoca, Firenze e Roma, delineando la figura di Michelangelo quale artista geniale e umanissimo. La sua incontrastata fama, il suo caratteraccio, l’amore per i giovanetti, primo fra tutti quel Tommaso de’ Cavalieri, gentiluomo romano, che gli fece perdere la testa.

Carlo Carlino, LA GAZZETTA DEL SUD
– 24/05/2001

 

Rivelando i tormenti e i segreti d’un genio

 

Ricordate Il tormento e l’estasi, il film hollywoodiano interpretato da Charlton Heston che ha contribuito a creare, nell’immaginario collettivo, la figura di un gigante bello, un Michelangelo affascinante, genio tormentato e audace? Solo che il divino Buonarroti, come ci ricorda Giorgio Vasari nelle sue Vite , “era un ometto gracile e bruttino, anche se di forte carisma”. Inoltre, era irascibile, diffidente, e pure omosessuale e forse impotente, che fuggì da Firenze dopo la rottura con un ragazzetto senza nessun’arte, un tale Febo, forse lo stesso celebrato in un suo sonetto, e fu poi preso da una senile infatuazione per Tommaso Cavalieri, un nobile romano ventenne; un legame che dopo si trasformerà in sincera amicizia,tanto che il genio gli affiderà la direzione dei lavori in Campidoglio. Aveva “Il naso ricagnato, le spalle ingobbite, idiosincrasia a fiumi e caratteraccio”. Così lo descrive un amico di Febo. A Roma, dopo la fuga di Firenze, Michelangelo andò ad abitare in un quartiere popolare, Macel dei Corvi, così chiamato forse perché a quel tempo si macellavano le mucche che pascolavano nel vicino Campo Vaccino. Una misera casa buia, a due piani, con accanto una stalla per il cavallo e un grande capanno dove erano custoditi marmi e sculture, con un piccolo giardino popolato di galline e di gatti. Qui accoglieva pochi amici per discutere di arte e di politica di fede, scriveva rime e lettere alla poetessa Vittoria Colonna e qui concepì alcuni tra i suoi capolavori. Frequentava pochi cenacoli artistici, soprattutto per questioni di lavoro. Ma viveva tutto con estremo distacco, senza riuscire a creare un’amicizia salda, duratura. Racconta il suo domestico: “Lui non voleva restare solo. Tutta la sua rabbia nasceva da queste. Perché, poi immancabilmente, accadeva che gli uomini lo disgustavano, tradivano la sua fiducia, si mostravano inadeguati. Cadevano per piccolezze, per meschinerie”. Solo l’arte lo riconciliava con il mondo: “Era sereno quando scolpiva la Pietà”, aggiunge il servitore. Il nipote, Leonardo, sostiene che lo zio era “irascibile e insopportabile” e “che iniziò a morire molti e molti anni prima che morisse”. Voleva solo morire in pace Michelangelo, l’uomo che abbellì con opere impareggiabili la Roma dei papi, vivere mascherato tra la gente, passare come inosservato. E morì senza il conforto di nessun prete, ma solo ascoltando, dalla bocca del domestico, Antonio del Francese, la Passione di Gesù. Forse una scelta di orgoglio in sintonia con la sua visione meno ortodossa della religione, che riaffermava un dialogo diretto con Dio. Solo dopo la sua morte, quando la notizia si diffuse per Roma, cardinali, potenti e artisti gli resero omaggio, e inevitabile fu la contesa dell’eredità: oltre alla Pietà poi chiamata Rondinini, altre sculture incompiute e una cassa piena di scudi d’oro, che custodiva sotto il letto. Il nuovo romanzo di Filippo Tuena, La grande ombra , edito da Fazi (pp. 291, lire 28.000), che già lo scorso anno ci aveva consegnato un altro libro di grande respiro, Tutti i sognatori, supervincitore del Grinzane Cavour, racconta in questa biografia romanzata, tra aneddoti, fantasia e molte fonti originali, l’ultimo periodo della vita del genio. E se non getta luce sul mistero di Michelangelo, certo chiarisce molti aspetti di una personalità complessa e contradditoria, un uomo forte e tormentato, impenetrabile anche intellettualmente, rivelando i segreti e la quotidianità di un genio, servendosi dell’epistolato dell’artista e di altre fonti coeve, e delle testimonianze dei tanti che lo conobbero e lo frequentavano, da Vittoria Colonna a Giorgio Vasari, dal nipote Leonardo al fedele servitore, da Benvenuto Cellini a Cosimo de’ Medici, da Benedetto Varchi a Daniele da Volterra. Solo Michelangelo non parla, non si rivela, se non per bocca di questi personaggi che ne disegnano un altro sfuggente, che sembra voler custodire gelosamente tanti misteri. Primo fra tutti, la sua fuga da Firenze e la volontà di non tornare più nella città dove il Granduca lo aspettava pieno di speranza: “C’è stato un tempo che avevo grandi desideri. Grandi desideri perché un uomo grande ha grandi desideri… Sguazzo dentro questi desideri, dentro questi palazzi che mi costruiscono, e immagino già la tomba e la bella cappella che mi seppellirà. Questo è un gran desiderio. E anche quello che tu dici, era un gran desiderio. Buonarroti a Firenze, Buonarroti a casa mia, a lavorare per la mia casata. Gran desiderio. Sì. L’ho avuto. E perché mai, poi, Michelangelo, m’ha detto no. Era un farabutto, dopotutto. Un gran mascalzone”, dice Cosimo, manifestando tutto il suo disappunto e il suo dispiacere. Ma questo enigma rimane irrisolto nelle pagine del romanzo di Tuena, composto come un giallo avvincente, in parte fondato solo su indizi, per il resto con riferimenti puntuali alle fonti storiche (Tuena si interessa anche di storia dell’arte), con tratti differenti che si combinano in maniera corale in una narrazione tesa, densa, che ricostruisce, aldilà delle facili vulgate, un genio ambiguo e umano, un uomo tormentato sul quale rimane “la grande ombra”.

 

Patrizia Tagliamonte, RADIOCORRIERE TV
– 03/06/2001

 

Le tempeste di un genio

 

Di Michelangelo si è scritto molto, a cominciare da quel mostro di ottocentoventotto pagine che è Il Tormento e l’Estasi di Irving Stone, diventato poi il nobilmente noioso kolossal hollywoodiano con Charlton Heston e Rex Harrison. Cosa c’è in quel gigante di carta? Vicende biografiche tempestose, di quelle che da sempre attirano voci, cinema e editoria. Anche troppo, se si condivide l’idea di T.S. Eliot «E nelle stanze le donne trafficano parlando di Michelangelo». Si, perché lui, da bravo snob inglese eccessivo e intransigente, non sopportava che il più grande genio di tutti i tempi venisse svilito nel tran tran di un pomeriggio casalingo, tra insulse faccende e chiacchiere qualunquiste; attenti, sembrava ammonire, si tratta di Michelangelo, guai a farlo diventare argomento di basso prezzo! Non lo deluderebbe invece oggi, ne sono sicura, questo romanzo di Filippo Tuena, bello e vibrante al punto da riaprire il dibattito se quella della biografia sia o no un’arte, se richieda o no talento da scrittore. E’ sì la risposta nel caso de La grande ombra, che ha la sua forza non solo nella validità della ricerca storica ma anche e soprattutto nella originalità dell’espediente narrativo, rivelatore di un romanziere di inusuale vivacità e qualità. La narrazione procede per brevi e scorrevoli capitoli ed è giocata tutta su questa domanda: perché Michelangelo è rimasto a Roma, perché ha voluto cancellare le opere, gli affetti, i sapori familiari lasciati a Firenze? Nel tentativo di trovare una risposta, amici, nipoti, allievi, mecenati e amanti vengono chiamati ad un ipotetico banco dei testimoni a raccontare ciascuno il proprio Michelangelo; scontroso per Cosimo de’ Medici, appassionato per l’amante romano, umorale e sospettoso per il nipote, economo e orso, eppure tanto amato, per il domestico… Hanno giurato di dire la verità, nient’altro che la verità. Che però non uscirà, naturalmente, né da quella fittizia aula di tribunale né dal libro: a venire fuori sarà invece un ritratto inedito e godibilissimo di Michelangelo, della sua corte e dell’immaginifica, irripetibile avventura rinascimentale.

 

Corrado Augias, IL VENERDÌ – SUPPL. LA REPUBBLICA
– 08/06/2001

 

La grande ombra

 

In forma di racconto e d’inchiesta un magistrale romanzo sugli ultimi anni di Michelangelo che è anche un (documentato) ritratto dell’artista e del Rinascimento.

 

Stefano Paolo, CORRIERE DELLA SERA
– 29/06/2001

 

L’ enigma di Michelangelo, genio e farabutto

 

Irascibile e insopportabile: con questi due aggettivi inequivocabili il nipote descrive il genio di Michelangelo. «Farabutto e gran mascalzone», dirà di lui Cosimo de’ Medici, il cui desiderio massimo era quello di vedere ritornar e a Firenze, negli ultimi anni di vita, il più ammirato artista del suo tempo. Invece, niente. Dopo tante promesse, il Buonarroti deciderà di restarsene a Roma. Perché? Qual è l’ enigma che sta alla base di questo «tradimento»? Filippo Tuena prende a vvio da questo interrogativo per costruire un romanzo polifonico, in cui diverse voci narrano, ognuna dal proprio punto di vista, i capricci, le idiosincrasie, le passioni, i tormenti dell’ artista. C’ è il nipote Leonardo, appunto, e c’ è il pittore Sebastiano del Piombo; c’ è l’ amante giovanissimo di Michelangelo, c’ è lo scalpellino e c’ è il notaio. Apre e chiude, a cornice, lo stesso Cosimo, Granduca di Firenze, il quale narra con un fiato di voce la sua delusione che si dissolve nell’ afa sia dolorosa di un definitivo «Io non ho quello che voglio». La grande ombra è un romanzo che si fonda su numerose testimonianze biografiche (il carteggio, le vite di Vasari e Papini, eccetera), ma utilizzandole a suo modo, in una struttura corale ar chitettata per successive e frammentarie testimonianze rese a un ipotetico super narratore e investigatore (che in esordio e in chiusura interviene come voce in minore, non a caso posta tra parentesi). Come in ogni giallo che si rispetti, l’ ombra ri mane ombra: l’ enigma non verrà del tutto risolto. L’ artista, se si esclude la documentazione epistolare, non parla mai in prima persona, poiché tutta l’ investigazione si compie post mortem. Michelangelo viene «parlato» da chi lo conobbe. Co sì sul fondo della sua Grande ombra, destinata a rimanere tale, si accende come una luce abbagliante la personalità contraddittoria del genio ricostruita per singole tessere che si sposano in un mosaico unitario. Per portare a compimento questo mosai co, l’ autore utilizza tonalità stilistiche dai colori tenui, non espressionistici ma mescolati con pronunce a volte gergali e arcaizzanti. E lo fa con mano leggera. Sicché il romanzo ha il dono di essere insieme godibile e denso di tutte le inquietu dini e le disillusioni che segnarono il glorioso autunno del Rinascimento.

Diego Zandel, LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
– 21/10/2001

 

Michelangelo, un’ombra sulla grande vita

 

Filippo Tuena, uno scrittore romano oggi quarantottenne ha ottenuto il significativo riconoscimento del Superpremio Grinzane Cavour nel 1999 con il romanzo Tutti sognatori, edito da Fazi. Sempre da Fazi pubblica un nuovo interessante romanzo, La Grande ombra, che narra la vita, o meglio gli ultimi anni della vita di Michelangelo Buonarroti. Non si pensi però a una biografia romanzata. Tuena, pur tenendo ovviamente conto dei documenti dell’epoca – epistolari, le Vite dei Vasari, testimonianze – costruisce un romanzo corale, o meglio poliedrico, dove a parlare sono le “voci” di quanti, nobili, artistici, domestici, amanti, lo hanno conosciuto e frequentato. E’ lo stesso Tuena, assunti i panni di una sorta di Poirot, che investiga sui motivi, su “la Grande ombra”, per dirla con il titolo del romanzo che sono alla base del rifiuto di Michelangelo, ormai vecchio, di tornare a Firenze, dove avrebbe voluto morire, preferendo rimanere a Roma. Una Firenze, è bene ricordare, dalla quale Michelangelo era scappato in fretta e furia lasciando dietro di sé disordine e tante opere in sospeso.
“Le statue erano per terra”, ricorda il vasari, “le nicchie alle pareti vuote. Giuliano e Lorenzo erano messi da parte, seduti in attesa che il loro destino si compisse; giorno e notte, crepuscolo e aurora sparsi per il pavimento, come se un immenso caos regnasse in quella porzione di spazio…”.
Cos’era successo? “perché”, chiede Tuena a un Cosimo I ormai vecchio e semibenedetto, “perché non siete stato capace di far tornare Michelangelo a Firenze?”. E per trovare una risposta lo scrittore fa scorrere i suoi testimoni, uno ad uno, da Cosimo I de’ Medici, granduca di toscana, appunto, al nipote Leonardo Buonarroti, da Cornelia Colonnelli, , vedova del migliore amico di Michelangelo, , all’allievo daniele Ricciarelli, a Giorgio Vasari, al domestico Antonio del Francese, a Federico donati, il medico che assistette alla sua morte, “sopraggiunta all’ora del tramonto di quel venerdì 18 febbraio 1564”.
Ciascuno degli intervistati da una sua versione dei fatti. E sulla composizione di queste si costruisce , come in un puzzle, il romanzo. Sta qui l’originalità del libro. Anche se un tassello di merito manca per renderlo perfetto: la diversità dei linguaggi, che avrebbe dato alla scrittura quell’impatto che, seppur ricercato in una rivisitazione del timbro cinquecentesco, non ha, o non ha del tutto. Troppa omogeneità assimila il linguaggio dei testimoni, non c’è distinsione tra il nobile e il popolano, l’incolto e l’artista, il medico e il vetturale. Tuena ha molto puntato a trasmettere gli atteggiamenti emotivi dei personaggi. Rabbia, amore, odio, rancore, nostalgia, ammirazione emergono, talvolta con forza sorprendente. Ma è come se un’unica voce prevalesse. Quella di Tuena, solida, efficace, di sicura valenza letteraria, che però, prestandola a tutti, riduce, come dire, la sua invenzione narrativa. Se viceversa, quella voce se la fosse fatta prestare, di volta in volta modulandola, commisurandola allo spirito e al carattere del personaggio coinvolto,la sua operazione sarebbe stata originale e completa. E’ l’unico appunto, mio malgrado, che mi sento di muovere a uno scrittore come Filippo Tuena che, per altro, ha scritto un libro che comunque vale la pena di leggere, se non altro per certe pagine che hanno il dono della magistralità.

Massimo Onofri, DIARIO DELLA SETTIMANA
– 28/05/2002

 

gli ultimi anni di Michelangelo

 

Uno spartito animato
Gli ultimi anni di Michelangelo
di Massimo Onofri

LA GRANDE OMBRA
di Filippo Tuena
Fazi, pp. 296, 28.000 lire

L’editore Fazi ha scommesso su Filippo Tuena sin dal 1999, quando pubblicò l’interessantissimo Tutti i sognatori.E ha fatto bene: se possiamo leggere ora La grande ombra, l’ambiziosissimo romanzo dedicato agli ultimi anni di Michelangelo, a certi suoi misteri prima di tutto psicologici, a cominciare da quello del suo mancato ritorno a Firenze, pur se quasi implorato da Cosimo I de’ Medici, misteri che, s’aggiunga pure, ne nutrirono gli umori, quelli d’una vecchiaia bizzosa ma non priva di tenerezze, d’una vecchiaia assediata dalla malattia e da una crescente desolazione metafisica ed esistenziale.

L’animatissimo spartito di Tuena s’affida allo stesso contrabbasso che accompagna il XXV capitolo del Principe di Machiavelli, laddove ci s’interroga su “quanto possa la Fortuna nelle cose umane e in che modo se li abbia a resistere”. Se si pone mente al fatto che qui sia Michelangelo a ingaggiar tenzone con la Fortuna, con la “sua potenzia”, e cioè uno degli uomini in possesso d’una virtù tra le meglio ordinate “a resisterle”, il lettore può già capire da sé quanto alta sia la posta di tale partita. Nondimanco, è proprio il caso di dirlo, il romanzo sembra inclinare a una temperie meno cinquecentesca che contemporanea, se dal coro di voci che lo compongono, talvolta voci di trapassati, arrivano note di requiem, l’angoscioso avvertimento che “poi tutto si disfa e poco dura e quel che rimane, lentamente, s’opaca e svanisce”. Luigi del Riccio, banchiere e letterato: “Tanto i nostri desideri sono preda del destino”; Donato Giannotti, storico e letterato: “Non c’è desiderio che possa vincere il destino”; Daniele Ricciarelli da Volterra, pittore e scultore: “Ogni marmo ha, nel suo destino, una frattura”; e si potrebbe continuare.
Quasi inutile dire che il romanzo è in grado di soddisfare le esigenze di palati molto diversi. Non poca carne sul fuoco troveranno coloro che hanno meri interessi di biografia: cito solo, tra i tanti possibili, il capitolo degli amori omosessuali (struggente il paragrafo che spetta a Tommaso de’ Cavalieri), quindi quello relativo ai difficilissimi rapporti con il nipote Leonardo Buonarroti, ma anche l’altro, intensissimo, ove campeggia il devotissimo Francesco Amadori (detto Urbino), scalpellino e domestico, la cui morte segna per Michelangelo il vero inizio della fine. Non manca poi materia per tutti quelli che volessero ricostruire la vicenda con un occhio rivolto alla storia dell’arte e della cultura: i nomi di Benedetto Varchi, Giorgio Vasari, Vittoria Colonna, Giovan Battista Strozzi, Benvenuto Cellini, Paolo III, e di tanti altri ancora, la sovrapposizione delle loro testimonianze, stanno lì a indicare che questo libro su Michelangelo può valere anche come un’ipotesi, non certo tra le più fragili, sul nostro Rinascimento. Né resteranno delusi coloro che, oltre la biografia estrema dell’artista e del genio, vorranno leggere una parabola sul mistero dell’arte.
Tuena, scrittore coltissimo, dispone all’uopo d’ogni attrezzatura retorica e culturale. Non è per tali ragioni, però,
che sto qui a rimarcare le qualità di questo romanzo. La ragione sta forse nell’immagine di Cosimo I molto ammalato, inebetito
– un filo di bava che gli scende dalla bocca -, che si trascina penosamente, a stento sostenuto dal valletto, nelle prime
e nelle ultime pagine del libro: un’immagine che per me ha acquistato subito il valore d’un correlativo oggettivo.
Man mano che ci addentriamo nella vicenda, che ci spingiamo dentro il segreto di quell’uomo grandissimo, che ci perdiamo dietro quella suprema avventura di sensi e d’intelligenza, che ci solleviamo all’altezza di quelle smisurate ambizioni, non possiamo esimerci dal senso d’una stremata vanità del tutto.
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Alessandro Zaccuri , AVVENIRE

Il grande scultore è l’enigmatico protagonista del racconto-reportage di Filippo Tuena

Resta nell’ombra il mistero di Michelangelo

Una schiera di testimoni rievoca gli ultimi anni del taciturno Buonarroti

C’è stato un periodo in cui, in letteratura, si parlava spesso del «personaggio che dice io». La definizione non era il massimo dell’accuratezza, però funzionava. Da qualche tempo, invece, «il personaggio che dice io» si è fatto sempre più sfuggente, le sue apparizione sempre più rare e ambigue. Forse perché, nel passaggio di secolo e di millennio, il vero problema al quale la narrativa cerca di dare voce è proprio la ricerca dell’identità personale. Una «perdita del centro» che non riguarda soltanto la contemporaneità, ma investe anche il modo in cui cerchiamo di guardare al passato, alla tradizione culturale da cui proveniamo. In apparenza, La grande ombra di Filippo Tuena è un libro pieno di personaggi che dicono «io». Dal granduca di Toscana Cosimo de’ Medici al capomastro Bartolomeo Baronino, dall’impetuoso Benvenuto Cellini al cerimonioso Giorgio Vasari, dall’apollineo Tommaso de’ Cavalieri al fedele servitore Francesco Amadori (più noto con il soprannome di Urbino), da Daniele da Volterra, alias il Brachettone, alla raffinata poetessa Vittoria Colonna: tutti che contribuiscono, con la propria testimonianza, a ricostruire gli ultimi anni della vita di Michelangelo Buonarroti. Soltanto lui, il protagonista, non prende mai la parola, quasi volesse sottrarsi al lavoro di scavo psicologico e filologico (le citazioni dall’epistolario michelangiolesco sono frequenti e puntuali) compiuto dall’autore, che ha costruito questo libro come un’inchiesta giornalistica collocata al di fuori di ogni coordinata spazio-temporale. Nato a Roma nel 1953, Tuena ama dividersi tra l’attività di narratore – l’anno scorso il suo Tutti i sognatori, anch’esso edito da Fazi, è stato il supervincitore del Grinzane Cavour – e quella di connaisseur dell’arte del Cinquecento, alla quale ha dedicato contributi importanti. La grande ombra rappresenta il luogo di intersezione fra questi interessi, nel segno di una novità di struttura che si ribella programmaticamente alle convenzioni del romanzo storico. Una vita di Michelangelo secondo i canoni del best seller d’autore, del resto, esisteva già (ricordate Il tormento e l’estasi di Irving Stone?). Tuena si muove su un piano del tutto diverso, facendo del vecchio «Michelagniolo» l’emblema del radicale mistero di ogni esperienza umana. L’artista che si commuove fino alle lacrime per la morte del servitore Urbino, infatti, è lo stesso uomo che accoglie con imperturbabile freddezza la notizia della scomparsa del proprio fratello o della fine prematura dei figli del nipote Leonardo, al quale Tuena riserva alcuni dei monologhi più memorabili del libro. Ma la pagina più alta rimane quella in cui il fonditore Giacomo del Duca descrive la «maschera» che Michelangelo si era fatto costruire per poter continuare a scolpire anche di notte. Una corona di candele che garantisse «una luce costante, sempre frontale all’oggetto a cui lavorava, che non dava ombre ingannevoli […]. Perché questo è il problema degli scultori: che essi devono girare attorno alla loro opera e, se non è giorno pieno, c’è sempre una parte in ombra, che sembra come opaca, malfatta, ritrosa, scostante». Piccole ombre, certo, che tuttavia alludono in modo spietato alla «grande ombra» della morte.

Andrea Colombo, LIBERO

Una biografia rivela gli aspetti più segreti e le contraddizioni più profonde del grande artista

Quante ombre su questo genio

Michelangelo: taccagno e gay, era terrorizzato dalla solitudine e dal buio

Milano – Michelangelo era un seguace della Riforma protestante nella Roma dei Papi o un fedele servitore della Curia romana? Era un omosessuale, addirittura impotente, o un uomo capace di amare anche le donne? La personalità, complessa, dell’autore della “Cappella Sistina” e delle tre drammatiche “Pietà”, non può logicamente essere rinchiusa in categorie e schemi. Michelangelo era, con tutta probabilità, tutti questi aspetti: una somma di contraddizioni. E così la storia di uno dei massimi geni del rinascimento italiano rimane, come spesso capita quando si tratta di personalità eccezionali, fuori dalla norma, da ogni norma, inevitabilmente avvolta nel mistero. Un mistero che certo non può essere svelato da una nuova biografia romanzata, fra aneddoti, vicende reali e fantasia, scritta da Filippo Tuena: s’intitola “La grande ombra” (Fazi) e ripercorre l’ultimo periodo della vita del grande maestro della “Pietà”. Ma se non scopre il velo del mistero, il libro di Tuena riesce tuttavia a gettare nuova luce sulla quotidianità dell’ultimo Buonarroti. L’anziano Michelangelo é descritto così da un amico di Febo, uno dei tanti giovani che passeggiavano, mangiavano e discorrevano nelle notti luminose romane in compagnia del genio della Sistina: “Il naso rincagnato, le spalle ingobbite, iidiosincrasia a fiumi e caratteraccio. Spesso pisciava sangue e sassi. Offriva questi doni a chi gli andava incontro a braccia aperte”. Michelangelo aveva un debole per i ragazzi. Come quel Tommaso de’ Cavalieri, nobile romano di vent’anni, di cui l’artista fiorentino ormai già sessantenne s’innamorò perdutamente. Un amore corrisposto e poi trasformato in sincera e disinteressata amicizia, tanto che il Buonarroti gli affiderà la direzione dei lavori in Campidoglio. O come il misterioso “Febo”, un ragazzino a cui Michelangelo dedica addirittura un sonetto: “O Febo, o luce ecterna dei mortali / perc’a mme sol ti scuri e non altrove?”. Sulle tracce del genio Tuena raccoglie confessioni, osservazioni, lettere, pettegolezzi, memoriali di coloro che ebbero a fare con lui, dal nipote Leonardo agli aiutanti (Daniele da Volterra, quello dei braghettoni al “Giudizio”), dai domestici, ai Papi Clemente VII e Paolo III, dai capomastri ai Medici di Firenze. Michelangelo abitava in una Roma spettrale, nella piccola dimora di Macel de’ Corvi, una casa buia dove raccoglieva esuli e spiriti solitari. Da qui scriveva lettere e rime d’amore a una delle donne più importanti della sua vita, Vittoria Colonna. Lei, poetessa, sposa al marchese di Pescara e poi monaca, ma sempre intima amica del genio, ricorda così, in una lettera ricostruita dal Tuena, i momenti del loro incontro: “Con Michelangelo abbiamo molto parlato, abbiamo confrontato similissime solitudini e rimpianti e da quelle discussioni ne abbiamo ricavato poche regole. Ci concediamo alla pietà del prossimo, ma abbiamo fatto del rigore l’ossatura della nostra persona. Tutti ci commuovono ma nessuno ci piega”. Michelangelo frequentava cenacoli intellettuali, era in qualche modo immerso inevitabilmente nella bella società romana. Ma viveva il tutto con estremo distacco, non riusciva quasi mai a costruire un legame saldo con un amico, o un’amica. Prevalevano gli amori occasionali, i contatti professionali, i rapporti di circostanza. Leggendo il libro di Tuena scopriamo che la solitudine del Buonarroti non era voluta, non era scelta, ma imposta dagli eventi. “Lui non voleva restare solo”, ricorda il suo domestico. “Tutta la sua rabbia nasceva da questo. Perché poi, immancabilmente, accadeva che gli uomini lo disgustavano, tradivano la sua fiducia, si mostravano inadeguati. Cadevano per piccolezze, per meschinerie”. Solo l’arte lo riconciliava col mondo:”Era sereno quando scolpiva la Pietà”, rammenta ancora il servitore. E’ il nipote, Leonardo Buonarroti, a spiegare che lo zio era “irascibile, insopportabile” e “che iniziò a morire molti e molti anni prima che morisse. Molti anni di vita gli sono capitati sulle spalle come una somma non desiderata. E in tutto questo tempo m’é parso che soltanto una cosa lui aspettasse: di morirsene in pace. E la cosa gli é successa, ma con lo sbaglio che é accaduta almeno una decina d’anni dopo il previsto”. Gli ultimi giorni della vita del genio passarono in un’atmosfera di bizzarra euforia: ”Il vecchio”, ricorda ancora Leonardo, “si comportava in maniera strana. Faceva scherzi, si nascondeva in casa, era diventato intollerante di ogni costrizione”. Nel momento della morte poi l’artista che, forse più di ogni altro, aveva abbellito con opere eccezionali la Roma dei Papi, spirò senza prete, ascoltando però le parole della Passione di Gesù lette dal fedele domestico Antonio del Francese. Le scene del funerale di Michelangelo sono tra le più suggestive del libro: gli amici scelsero la chiesa, e poi il rito, breve, senza solennità. Ma ben presto la voce della sua morte si diffuse nella Roma che contava: e all’appuntamento non mancarono i Cardinali della Curia, gli artisti, i nobili. Il mondo che aveva circondato Michelangelo, eppure che l’aveva lasciato irrimediabilmente solo.

Giulia Mozzato, ALICE.IT

 

‘Noi siamo la contraddizione”

 

Che Filippo Tuena fosse uno scrittore di qualità già si poteva capire dal suo precedente lavoro Tutti i sognatori, vincitore del Superpremio Grinzane Cavour nel 2000. Ma prendendo in mano La grande ombra rimaneva qualche perplessità: un romanzo sulla vita di Michelangelo, meglio, sugli ultimi anni della sua esistenza può essere dedicato a pochi, un po’ “respingente” per chi non ami la narrativa biografica o il romanzo storico. E invece sin dalle prime pagine questa idea preconcetta svanisce, lasciando il posto a un entusiasmo crescente. È un romanzo biografico, senza dubbio, ed è una ricostruzione storica, anche, ma condotta con un ritmo appassionante e un andamento quasi da “giallo”. Raccogliendo le testimonianze dei tanti che conobbero o frequentarono Michelangelo (da Leonardo Buonarroti a Vittoria Colonna, da Bartolomeo Ammannati a Benvenuto Cellini, a Giorgio Vasari, a Cosimo I e Francesco de’ Medici, tra i tanti), Tuena ricalca i tempi e segue le regole di un’indagine. Piano piano scopriamo lati nascosti del carattere e della personalità anche artistica di Michelangelo. La sua passione per un giovane, ad esempio, intelligente e con velleità artistiche, ma soprattutto estremamente bello. Il rapporto tormentato con Cosimo I de’ Medici. La voglia di isolamento, la necessità di “mascherarsi” fra la gente, di vivere in pace, magari in alloggiamenti più modesti di quello che le sue finanze gli avrebbero permesso di scegliere. Gli anni dell’esilio a Roma, nella piccola dimora di Macel de’ Corvi, circondato da altri esuli in una “somma di solitudini”. E la volontà di non tornare in patria, a Firenze, dove Cosimo l’attenderebbe speranzoso. Qui ruota il fulcro della storia: perché Michelangelo non vuol fare ritorno nella sua città, malgrado le offerte interessanti? Qual è il vero motivo del suo rifiuto? In una sorta di “uno, nessuno e centomila”, Michelangelo è visto nelle mille sfaccettature della sua personalità, a seconda di chi l’ha incontrato, di chi l’ha conosciuto. A ognuno ha mostrato un lato del proprio carattere: con alcuni è stato straordinariamente gentile, con altri reticente, sfuggente, talvolta ostile. Ne emerge il ritratto (fondato sull’epistolario michelangiolesco) di un uomo tormentato e forte, intimamente e intellettualmente irraggiungibile.

Richard Owen, THE TIMES

 

Carving out the forgotten Rome of Michelangelo

 

AN ITALIAN art expert has reconstructed the “hidden Rome” of Michelangelo through a study of the artist’s voluminous correspondence and the reminiscences of his friends and enemies. “Michelangelo’s Rome” has been altered radically since the Renaissance, but armed with contemporary records and maps Filippo Tuena has found doorways, chapels and tombs that have gone largely unnoticed in one of the most photographed square miles in the world. Michelangelo (1475-1564), a Tuscan by birth, spent the earlier part of his career working for the Medicis in Florence, and occasionally returned there. He spent long periods in Rome, where he worked for nine Popes, notably Julius II and Paul III, and settled there permanently after 1534. At first Michelangelo lived in the Borgo, the medieval area next to St Peter’s, but for the last 30 years of his life he lived in a two-storey house facing the great ruins of the Forum, next to Trajan’s column. Here he kept his marble and tools, with chickens and cats in the garden, in a semi-rural area known as the Macello di Corvi (The Slaughterhouse of the Crows). The house has gone, and across the swirling traffic Piazza Venezia there now rises a huge white marble monument to King Victor Emmanuel, inaugurated in 1911. High on an insurance building a little-noticed plaque records, however, that “Il Divino Michelangelo” lived and died here, and the church of the Madonna of Loreto that was just across the courtyard from his house survives. Up the hill Signor Tuena found two buildings that loomed as large in Michelangelo’s life as the Vatican: the Palazzo Colonna, home of his lifelong intimate friend Princess Vittoria Colonna, and the convent church of San Silvestro al Quirinale, where he spent hours in argument with the princess. The area is now dominated by the Quirinale Palace, the residence in turn of popes, kings and, after the Second World War, of Italian presidents. Work on the palace began in 1574, ten years after Michelangelo’s death, and for him the Quirinale Hill was a haven conveniently close to the foundries of his friend and pupil Daniele da Volterra. The courtyard of the church of San Silvestro — whose interior is covered in scaffolding awaiting restoration funds -— still overlooks Trajan’s Column and Piazza Venezia, although the area in between, where Michelangelo conceived a giant staircase, has been filled in. A bas relief above a chapel door shows a Pieta reminiscent of Michelangelo’s Pieta at St Peter’s. Signor Tuena said the popular image of Michelangelo, epitomised by Irving Stone’s The Agony and the Ecstasy, starring Charlton Heston, was far from fact. Michelangelo did not have Heston’s torso and chiselled features but was “small, wiry and ugly”. Rather than debating with the Pope while painting the ceiling of the Sistine Chapel, as shown in the film, when not working in the Vatican he spent “as much time as possible” on the other side of the Tiber, away from the eyes of the religious establishment. “From the Vatican’s point of view Michelangelo was dangerously Lutheran,” Signor Tuena said. “He disliked dogma and hierarchy and refused to have a priest at his deathbed.” He said that Michelangelo believed that he had a personal relationship with God, a belief which led to torture at the hands of the Inquisition for many others. Signor Tuena said that the artist’s daily life had been largely “obliterated by his greatest works”. “We have lost sight of the fact that he was a poet and thinker as well as a sculptor and painter,” he said. Few people knew that on hot summer evenings Michelangelo had walked from his house to Palazzo San Marco, a papal property, to show his plans for the Sistine Chapel to Paul III lying in a cold bath, or had climbed the steps to the Ara Coeli church “because from there he could see both the Campidoglio piazza, which he redesigned, and the dome of St Peter’s rising in the distance”. Perhaps the most curious of Signor Tuena’s discoveries is the supposed tomb of Michelangelo, hidden in a cloister at the nearby church of Santi Apostoli, which is in fact the resting place of the 16th-century doctor Ferdinando Eustachio. Michelangelo’s body did rest in the church before being taken back to Florence, and the figure on the tomb has a broken nose, as Michelangelo did, because of a fight with Pietro Torrigiano, a jealous fellow artist. “Local people to this day believe Michelangelo is buried here, which shows something of his still lingers”, Il Messaggero, the Rome daily, said.

Danilo Maestosi, IL MESSAGGERO
– 04/09/2001

 

A spasso con Michelangelo

Sulle tracce di un genio/Rivisitati o perduti i luoghi della sua Roma. Ricostruita in una biografia, tra storia e romanzo

IN GIRO per Roma sulle tracce di un Michelangelo (1475-1564) quasi sconosciuto al grande pubblico. Con una guida d’eccezione: Filippo Tuena, 48 anni, romano, ex antiquario, storico d’arte e scrittore che al più geniale artista del Rinascimento ha dedicato una intrigante biografia a cavallo tra saggio e romanzo, tra pochi giorni in libreria: La grande ombra, Fazi editore, 290 pagine, 28.000 lire. Non è un tour per comitive turistiche. Niente Cappella Sistina, S.Pietro, Mosè. La prima tappa è sulla salita che porta al Quirinale. La chiesetta di S.Silvestro, che gli sventramenti umbertini hanno reso quasi irriconoscibile, amputandone due cappelle e la facciata, sostituita da un nuovo fronte disegnato a fine Ottocento. Un gioiello dimenticato e in stato di semiabbandono: da sei anni la navata è invasa dai ponteggi di un restauro in letargo, il tetto ligneo si sfarina, dal pavimento trasuda l’umidità. Una targa beffarda all’esterno la dichiara monumento nazionale, enumerando i maestri che ne hanno abbellito l’interno: Domenichino, Cavalier d’Arpino, Algardi. Di Michelangelo nessun cenno. Eppure è uno dei luoghi che più hanno segnato la presenza dell’artista fiorentino in città. Qui incontrava la poetessa Vittoria Colonna e il cenacolo di intellettuali che attorno a lei ruotava. «Si riunivano in un chiostro sul retro – racconta Filippo Tuena, guidandoci in un cortiletto, che un tempo era un giardino affacciato su una pendice di altri orti e ora è solo una soffocata balconata su mansarde e terrazze abusive -. E discutevano di tutto con una libertà che l’atmosfera bigotta della corte pontificia non avrebbe mai consentito. Si parlava d’arte e letteratura. Ma soprattutto di politica e di fede. La morsa restauratrice della Controriforma era già scattata. Ma Michelangelo e i suoi amici inseguivano una visione religiosa meno ortodossa, sicuramente più vicina allo spirito di Lutero, che saltava le mediazioni dogmatiche e poneva il credente in dialogo diretto con Dio. Michelangelo riconfermò questa scelta d’orgoglio e di sofferta responsabilizzazione anche sul letto di morte. Non c’era un prete a raccogliere il suo ultimo respiro nel 1564, ma solo qualche allievo fedele e i suoi servitori». E’ su questa terrazza che il Buonarroti concepì uno dei suoi sogni d’urbanista e architetto più audaci. Il progetto di una scenografica scalinata che dal Quirinale sarebbe dovuta scendere fino ai piedi del Campidoglio. Pensate a una sorta di Trinità dei Monti, ma tre volte più lunga. Costava troppo, non se ne fece niente. La seconda tappa è in piazza Venezia, di fronte alla colonna Traiana. Ma è un viaggio tra memorie perdute. La casa di Michelangelo era qui alle pendici del Campidoglio, ma è stata buttata giù per far posto alla mole irreale del Vittoriano. Il posto si chiamava Macel dei Corvi, probabilmente perché all’epoca nella zona portavano a macellare le mucche che pascolavano nella radura tra le rovine del Foro, Campo Vaccino. Un quartiere povero. A differenza di altri artisti, come Raffaello, Michelangelo scelse una dimora lontana dal Vaticano, ai confini della città abitata, dove visse per più di 30 anni. Era una casetta di due piani, con accanto una stalla dove teneva il cavallo con cui si muoveva e un capannone dove custodiva marmi e sculture. Attorno un giardinetto, dove – ci dice la lettera di un suo allievo, Bartolomeo Angelini – «le galline e messer gallo trionfano e i gatti si lamentano anchorché non manchi loro da mangiare». Che quadro dimesso per la tana di un genio. Utilissimo però a liberarci dai modelli che l’immaginario ha sovrapposto alla figura di Michelangelo. E che in un celebre film, Il tormento e l’estasi, Hollywood ha riplasmato sulle spalle da gigante e sul volto da divo rubacuori di Charlton Heston. Fantasie infondate. «Michelangelo – ricorda Filippo Tuena, citando le descrizioni dal vivo di Giorgio Vasari – era un ometto gracile e bruttino, anche se di forte carisma». Per di più bisbetico, diffidente, stizzoso. Probabilmente anche omosessuale e impotente, come l’autore desume dai carteggi che raccontano la sua fuga da Firenze, dopo la rottura con un ragazzotto senza arte né parte di nome Febo, e i suoi spasimi d’infatuazione per Tommaso Cavalieri, che inondano di improvviso ardore il suo sangue di ultrasessantenne angosciato e scontento. Certo è una ricostruzione su indizi anche questa. Dove si interrompe la testimonianza diretta di un documento interviene il romanzo, l’interpretazione della fantasia. Un coro di fantasie, perché nel libro di Tuena a parlarci di Michelangelo sono i racconti, per gran parte esercizi d’immaginazione, di una ventina di personaggi che hanno a vario titolo attraversato la sua vecchiaia. Assistito o onorato la sua morte. Che si sono contesi e spartiti la sua eredità: dai soldi, migliaia di scudi d’oro stipati in una cassa sotto il letto come avrebbe fatto l’avaro di Molière, alla Pietà poi detta Rondanini e alle altre statue incompiute che si lasciò alle spalle. Le pagine più belle del romanzo? Senza dubbio quelle dedicate ai suoi funerali. Un girotondo di improvvisate cerimonie attorno a una bara, trafugata quasi di soppiatto e trasportata a Firenze, per ordine dei Medici, di cui Michelangelo aveva sempre respinto lusinghe e offerte di ritorno. Se ne celebrò una anche a Roma, a Santi Apostoli. Quanto bastò per dar vita ad un’altra appropriazione indebita. Una leggenda più tarda, che identificò a lungo come tomba dello scultore la nicchia di una statua, incastonata nel chiostro della chiesa romana, che effigiava in realtà un celebre scienziato fine Quattrocento, Eustachio, scopritore dei labirinti che regolano il sistema dell’udito. Pochi anni dopo la morte di Michelangelo al suo più fido allievo Daniele da Volterra arrivò l’ordine di ritoccare con l’aggiunta di braghe e veli i nudi della Sistina. La stagione del Rinascimento visse così la sua agonia.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
La grande ombra
Collana:
Numero Collana:
10
Pagine:
287
Codice isbn:
8881121743
Prezzo in libreria:
€ 14,00
Data Pubblicazione:
01-04-2001

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