Emidio Clementi

La Notte del Pratello

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«Fu Leo ad avere il primo approccio con Zaccardi, un pomeriggio poco dopo il nostro arrivo in via del Fratello. Come sempre, a quell’epoca, eravamo seduti ai tavolini fuori del bar di Lele aspettando che qualcosa accadesse… Quello che ancora non sapevamo è che da lì a qualche giorno quel vecchio avrebbe cambiato la nostra esistenza».

Bologna, primi anni Novanta: Via del Pratello è un microcosmo a sé, isolato e fuori dal mondo, impermeabile alle leggi che governano il resto della città, un vero e proprio regno del precariato, teatro all’aperto delle gesta di un piccolo, strampalato drappello che si muova tra case occupate, bar ed edifici in rovina: Mimì, la voce narrante, che da San Benedetto del Tronto si ritrova in una nuova realtà improbabile ma affascinante e Leo, suo amico, guida e maestro di vita, geniale “dropout” in preda a una lucida follia. A loro si aggiungono amici e nemici: tutta una serie di personaggi romantici e stralunati alle prese con avventure drammatiche e grottesche, innamoramenti senza futuro, progetti al limite della legalità. L’eroica e sconquassata festa finale del quartiere e il successivo sgombero del Pratello da parte della polizia segneranno il tramonto della strada e di un modo di vivere, la fine di un’età gloriosa che non potrà più ritornare e l’inizio di una nuova vita.

LA NOTTE DEL PRATELLO – RECENSIONI

Chiara Affronte, L’UNITÀ – ED. BOLOGNA
– 12/11/2008

 

Clementi: “L’idea d’ordine di Cofferati più adatta alla fabbrica che alla città”

 

 

GIORNALE DI BRESCIA
– 03/08/2007

 

Paolo Cattaneo incontra i “reading” sofferti di Emidio Clementi

 

 

Serena Destito , WWW.STRADANOVE.NET
– 10/12/2001

 

La notte del pratello

 

AGILE. SCIOLTO. BREVE. ‘LA NOTTE DEL PRATELLO’ SI LASCIA LEGGERE FACILE, COME UN ROMANZO. Questo è il primo inganno. Assecondate piuttosto le pause, i capitoli.
Lasciate giorni vuoti tra una pagina e l’altra. Camminate il vostro Pratello, quella “strada di schiavi e di puttane. Di protettori e di ladri di polli. Suburbia”, come la dice Emidio Clementi.
L’ultimo libro della voce dei Massimo Volume è una storia, un racconto, forse, ma non un romanzo.
E’ una ballata, che canta una via che fu la sua casa e dove adesso è la sua casa. E’ il ricordo di un’estate lunga un anno, iniziata un ventidue giugno con una festa alcolico-artistica e un rito pagano e finita dietro le porte di un autobus, una mattina del giugno dopo.
E’ un brano della vita di Leo e Mimì e Zaccardi e dell’umanità varia che si aggirava tra le case occupate, il bar di Lele e i bicchieri di vino in osteria.
Foto ricordo di uomini che ripuliscono il proprio passato chiedendo ad altri di sgomberare le loro cantine. Digressioni sulla schiatta del rattus norvegicus e i resti etruschi sparsi nella campagna felsinea.
Un’amicizia che innamora di un fascista la rossa Bologna. E questo è il secondo inganno. Indagare i protagonisti come se fossero uomini e non personaggi. Chiedere a chi c’era quanta verità vive dietro la maschera di Batman che indossa Leo per condurre le trasmissioni di Tele Pratello. Non è davvero importante scoprire se Emidio è Mimì e come ha trascorso i mesi lontani dalla sua strada.
Gli anni Novanta sono finiti. Il Pratello è stato sgomberato da autonomi e abusivi e occupato da notabili e targhe d’ottone. Ma resiste. Con il carcere minorile che si affaccia sui tavolini all’aperto d’estate e sulle chiacchiere etiliche nelle notti d’inverno.
Con i negozi che sembrano botteghe e le osterie fiancheggiate dai pub. Con chi se n’è andato, ma sempre ritorna, o vorrebbe tornare. Con questo libro, i matti che vivono tra le sue pagine, il profumo malinconico dei vent’anni, ora che sono diventati trenta.

Massimo Colombo, WWW.BLOOMRIOT.ORG

 

La notte del pratello

 

“Quello che è successo è che un giorno io e Leo siamo diventati amici e da allora abbiamo passato insieme anni che non dimenticherò mai, anni in cui non avevamo niente se non l’energia per trovare fantastico ogni cosa che accadeva”

Bologna, primi anni novanta: in Via del Pratello si riuniscono i più coloriti spostati della città. Si vive in case occupate. Si sgomberano luridi solai e cantine polverose. Si viaggia nel cassone di un Ape, agli ordini di un malvagio vecchio emarginato, nevrotico e violento. Si beve. Si organizzano feste. Si passano i pomeriggi nel Bar di Lele ad ascoltare storie. Si contano i soldi. Si interpreta il Giulio Cesare di Manckiewitz a squarciagola. Da S.Benedetto del Tronto arriva Mimì, partecipa al lavoro degli sgomberi con Leo e Zaccardi e alla squallida vita di Via del Pratello ma soprattutto osserva con passione, osserva e narra. E’ indolente e spirituale. Non è solo attento alla realtà, ne è anzi innamorato, ma di un amore tisico e rallentato. Ha la romantica passione per l’orrendo e il deforme. Subisce il fascino di ciò che è decadente e perduto ma non vi cede. Si lascia tentare dalla dissolutezza ma solo per esercitare su di sé quella disciplina che finge di imparare da Leo e che in realtà già possiede con disinvoltura. Mimì osserva le vite disperate dei suoi amici e vi prende parte quanto basta per non cadere nella stessa rovinosa condizione. Li guarda e ne sorride, li ama da esteta e soprattutto non giudica, non si scandalizza, non si deprime. Mimì è leggero, innocente. Gli altri di Via del Pratello ne ammirano la discrezione, la nobiltà, la devozione di cui sono assolutamente sprovvisti. Mimì è un giovane angelo, l’avvento della giovinezza in quell’orda di angeli caduti che sono Leo, Rigoni, Zaccardi e gli altri minori che svolazzano ubriachi per Via del Pratello. Loro si ostinano a vivere con disperazione nonostante la sconfitta che si portano addosso: la solitudine che il loro strano consorzio non è riuscita a sfuggire e che anzi si respira per tutto il romanzo. Mimì vive con curiosità in quella fogna, forse non inconsapevole di essere diverso, migliore, ancora puro, destinato ad altro (Leo glielo dice). Loro alimentano il loro egocentrismo con bizzarrie estreme (Leo è spesso al limite della dissociazione) dando sfogo al più grossolano istrionismo (Rigoni) e alla violenza verbale e fisica, alla ferocia paranoica (Zaccardi). Mimì sta defilato, fatica, si arrangia come loro e si alimenta del piacere di osservarli, di stare con loro in quel grottesco fronte che è Via del Pratello (ma la Guerra è finita e le vie della Bologna di Clementi, come “La lunga strada” di Ferlinghetti, non porta da nessuna parte). Il loro legame è una fratellanza senza retorica, senza regole, senza ideologie. E’ diversa da quella della comune che hanno vicino. Per Mimì e Leo il mondo non ha bisogno di “bombe e mazzate” ma di essere osservato, interpretato senza ricavarne conoscenza, senza utile, per pura passione estetica. Loro interpretano il mondo, Leo offre a Mimì gli strumenti della poesia di cui è assuefatto e Mimì gode del mondo in silenzio, lo ama. Sono inerti di fronte agli assalti della Legge e dell’Ordine. Si fanno macellare non come agnelli mansueti, ma come leoncelli addormentati, forti ma sognanti. Zaccardi guida l’Ape per i vicoli di Bologna come se avesse sempre il diavolo alle calcagna e dietro, nel cassone, Mimì e Leo si tengono forte, sbattono e guardano il mondo, il primo con stupore, con lucida follia il secondo. Zaccardi ordina di sgomberare questo o quel locale, traffica con altri maneggioni, sottopaga Leo e Mimì, li ospita a pessime cene, li insulta mentre nelle loro mani passano un infinito numero di oggetti, e loro sentono il peso di questi oggetti nella maniera più materiale: nelle braccia, sulla schiena, sulle gambe. Cassapanche, divani, comodini, televisori, tavoli, sedie, bottiglie, cuscini, libri, documenti, borse, cappelli, giocattoli, quaderni, lettere, statue, vasi: un inventario di oggetti attraverso i quali Mimì e Leo si divertono poco ad intuire le vite concluse delle persone a cui erano appartenuti.
Nella poetica di Clementi ci sono suggestioni, indizi, segnali di vita e di amore, ma solo segnali appunto, suggestioni. Da una parte sta la materia (gli infiniti oggetti delle infinite vite concluse e destinate alla dimenticanza che pesano, sporcano, spezzano la schiena…) e dall’altra l’ideale dell’Io che condanna i personaggi alla stranezza, all’incomprensione, all’emarginazione, alla solitudine. Nel mezzo, un vuoto: l’amore, l’incapacità dei personaggi di Clementi di amare, di dimenticarsi. Tutti, tranne Mimì. Chiuso il libro sappiamo che Mimì si innamorerà. La prosa di Clementi è controllata, lucida, senza sbavature. E’ un contemporaneo ma non un postmoderno. Alcuni periodi entusiasmano per lo stile potente e pulito. Alcuni passi quasi diaristici ricordano per sintesi l’Ottiero Ottieri de “La linea gotica”. Nei capitoli 20 (l’Imperatore del Pratello. Verso la festa), 21 (La vigilia della festa) e 22 (La festa) Clementi ricorda il Vian de “Le formiche” o addirittura (per il misterioso scempio alla testa di manzo) Jarry (Ubu Roi). I dialoghi sono aperti e veloci, lo slang bolognese credibile. Le pagine volano.
Eppure al termine della lettura si rimpiange l’intensa suggestione che suscitano i testi letti dalla sua viva voce. Come se l’arte di Clementi stesse nella capacità di evocare un formidabile amore per il mondo attraverso uno stile letterario potente e di rendersi credibile grazie all’intensa umanità della sua voce. Qualcosa che ha a che fare con le alchimie dell’alcol e con l’educazione spartana (disciplina e ferocia), alla maniera di Leo (e di Rimbaud). Clementi ha fatto stare Mimì dietro le quinte, a narrare. E Jean Genet chiederebbe: “Dove sei fratello?”.

 

Silvestro Serra, GENTE VIAGGI
– 01/11/2002

 

La notte del Pratello

 

In via del Pratello c’è il carcere giovanile. E ci sono anche puttane, trans e quell’umanità che vive sulla linea di confine. Ma non è un ghetto. Non è mica il Pilastro. È proprio lì, a due passi dalla centralissima via Bassi, quella dei bei negozi, della gente perbene, è una strada dove vivono gli studenti, viva tanto che se vuoi rifarti l’arredamento puoi passare e cercare sui marciapiedi: qualcosa troverai per la tua casa. Oggi come ieri ha conservato i laboratori di artigiani, ci trovi persino il liutaio, le osterie oneste, è la “buona notte” della Bologna alternativa. Emidio Clementi, alla sua terza prova letteraria, è un musicista, la voce dei Massimo Volume. E forse solo un musicista, per quella capacità anfibiologica di trattare le parole come la musica, le dissonanze come l’armonia, è riuscito a raccontarci le vite del Pratello, quelle maledette e dolenti, tristi e ambigue di Leo e Mimì, di Rigoni e Zaccardi.

Luigi La Rosa, ORIZZONTI

 

La notte del Pratello

 

La grande narrativa mondiale ci ha insegnato come un luogo, una città, semplicemente una strada possano improvvisamente tramutarsi in uno spazio dell’anima, un orizzonte del vissuto e del pensato capace di generare suggestioni. Macondo non è solo uno spazio epico del pensiero, è anzitutto una realtà concreta dello sguardo, dimensione corporea e materica che l’identità cristallizza attraverso lo spettro dominante dei suoi colori.
Macondo risorge quando un luogo fisico viene fagocitato dalla letteratura, dalle energie della forma. Ogni volta che ci incamminiamo verso territori magici del sentire, Macondo ci abita. Questa volta viene a coincidere con Via del Pratello, il microcosmo urbano in cui è ambientato “La notte del Pratello”, il romanzo di Emidio Clementi, musicista e voce del gruppo musicale bolognese “Massimo Volume”, già apprezzato per la precedente raccolta di racconti “Gara di resistenza”.
Il libro è anzitutto la cronaca interiore di un’amicizia, quella di Mimì, voce narrante e protagonista principale della vicenda e dell’amico Leo, sorta di poetico alter ego o di magica ombra (difficilmente i personaggi di un romanzo hanno la bellezza, il rigore, l’istrionismo satiresco di questo simpatico virgilio metropolitano), alle prese del tirannico Zaccardi e della sua inverosimile attività per le polverose cantine bolognesi. Il mondo di Mimì e di Leo si rivela oscuro, un mondo del sottosuolo, in cui gli oggetti assumono il potere di decantare il vissuto, di tradire memorie. Un mondo che cambia di continuo, che suddivide, che accantona per rigenerare. Un mondo che svende per dimenticare. Bastano solo una scatola, un materasso in disuso, un antico lampadario dai cristalli scheggiati, ed ecco che il miracolo strano dell’esistere si riaccende identico a se stesso: è l’individuo desolato che ci aspettava silenzioso a un angolo della strada, al crocevia di un quartiere ormai noto, sugli scalini di un appartamento in vendita.
Storie di solitudini incrociate: faremmo forse bene a dire, di ordinaria follia, che lo scrittore raccoglie attraverso una struttura narrativa di notevole effetto, e che indirizza magistralmente verso le finalità di una trama. Le fila dei destini si intrecciano attraverso un nodo focale che li racchiude e li trattiene in modo accurato, pregevole. E’ questa la caratteristica degli eroi in minore che lo scrittore dissemina sulla pagina: uomini e donne condannati a vivere la desolazione di una diversità rigorosamente letteraria, di una devianza primigenia che è al tempo stesso elezione, specialità, patrimonio cromosomico, sentimento della strada.
La scrittura di Emidio Clementi riesce a scavare nelle profondità dell’animo, per trarne fuori sentimenti, intuizioni, scoramenti improvvisi. Il suo è un bulino sagace, che ha tutto il sapore e la pazienza amara del vivere contemporaneo. La notte del Pratello è davvero un buon libro, un romanzo essenzialmente “italiano” dotato del pregio indiscutibile di ritrarre il quotidiano del nostro tempo, trovandoci dentro verità umane di statura epica.

 

Una ballata per il pratello

 

AGILE. SCIOLTO. BREVE. ‘LA NOTTE DEL PRATELLO’ SI LASCIA LEGGERE FACILE, COME UN ROMANZO. Questo è il primo inganno. Assecondate piuttosto le pause, i capitoli.
Lasciate giorni vuoti tra una pagina e l’altra. Camminate il vostro Pratello, quella “strada di schiavi e di puttane. Di protettori e di ladri di polli. Suburbia”, come la dice Emidio Clementi.
L’ultimo libro della voce dei Massimo Volume è una storia, un racconto, forse, ma non un romanzo.
E’ una ballata, che canta una via che fu la sua casa e dove adesso è la sua casa. E’ il ricordo di un’estate lunga un anno, iniziata un ventidue giugno con una festa alcolico-artistica e un rito pagano e finita dietro le porte di un autobus, una mattina del giugno dopo.
E’ un brano della vita di Leo e Mimì e Zaccardi e dell’umanità varia che si aggirava tra le case occupate, il bar di Lele e i bicchieri di vino in osteria.
Foto ricordo di uomini che ripuliscono il proprio passato chiedendo ad altri di sgomberare le loro cantine. Digressioni sulla schiatta del rattus norvegicus e i resti etruschi sparsi nella campagna felsinea.
Un’amicizia che innamora di un fascista la rossa Bologna. E questo è il secondo inganno. Indagare i protagonisti come se fossero uomini e non personaggi. Chiedere a chi c’era quanta verità vive dietro la maschera di Batman che indossa Leo per condurre le trasmissioni di Tele Pratello. Non è davvero importante scoprire se Emidio è Mimì e come ha trascorso i mesi lontani dalla sua strada.
Gli anni Novanta sono finiti. Il Pratello è stato sgomberato da autonomi e abusivi e occupato da notabili e targhe d’ottone. Ma resiste. Con il carcere minorile che si affaccia sui tavolini all’aperto d’estate e sulle chiacchiere etiliche nelle notti d’inverno.
Con i negozi che sembrano botteghe e le osterie fiancheggiate dai pub. Con chi se n’è andato, ma sempre ritorna, o vorrebbe tornare. Con questo libro, i matti che vivono tra le sue pagine, il profumo malinconico dei vent’anni, ora che sono diventati trenta.

Emidio Clementi, La notte del Pratello, Fazi Editore, pp.150, Lire 22.000

 

Elisabetta Bottoni, IL VELINO
– 12/04/2002

 

La notte del Pratello

 

Lo scrittore della settimana, Emidio Clementi. Fino a poco tempo fa la sua unica passione era la musica: oggi vi ha affiancato quella per la scrittura. Emidio Clementi suona il basso e canta. O meglio, cantava nel gruppo rock Massimo volume, che si è sciolto di recente. “Ma stiamo per formarne un altro”, dice al VeLino. “È stata proprio la musica a fornirmi le basi per la scrittura: ho iniziato a comporre le canzoni, quindi ho preso dimestichezza con la parola e ho cominciato anche a proporla al pubblico”. In che cosa le parole nate per la musica si differenziano da quelle scritte per un libro? “Nella scrittura letteraria manca l’impatto fisico con il pubblico che invece si crea nel momento in cui ci si esibisce, cantando o suonando”. Nato a San Benedetto del Tronto 35 anni fa, Clementi vive da molto tempo a Bologna. Proprio nella città emiliana è ambientato il suo ultimo libro, La notte del Pratello, pubblicato da Fazi editore. È frutto di un lungo lavoro che il giovane autore ha condotto sotto la guida dell’editor Simone Caltabellota. “Simone è una figura molto importante, in un certo senso è lui che mi ha scoperto, anche oggi mi affianca in questo viaggio nella parola scritta”. L’incontro tra i due è avvenuto casualmente, dopo che l’editor di Fazi aveva letto il precedente romanzo del musicista scrittore, Il tempo di prima. La prima pubblicazione di Clementi è invece una raccolta di racconti dal titolo Gara di resistenza. In tutti c’è molto della vita dell’autore e degli ambienti a lui cari: “Prendo inevitabilmente spunto”, spiega, “da ciò che mi accade e da esperienze a me vicine. Malgrado ciò, il fondo non è sempre autobiografico”. L’opera alla quale Clementi sta lavorando è un romanzo che nelle previsioni dovrebbe finire in libreria l’anno prossimo. “I contenuti riguardano per una metà la mia infanzia e la mia adolescenza, per l’altra la vita dello scrittore americano Emanuel Carnevali. Sto studiando il modo di intrecciare le due sfere”. Proprio Carnevali è stato il maestro spirituale del giovane autore: “Ha influenzato”, dice Clementi, “il mio percorso artistico in maniera particolare, forse perché mi affascina la sua storia. Ha pubblicato un unico romanzo, uscito nel 1978, Il primo Dio, alla ricerca di un successo che non è mai arrivato. Da lui posso imparare a riconoscere ed evitare gli errori”. Pur essendo giovane e pur vivendo a Bologna, una città che negli ultimi anni ha cullato talenti letterari come Enrico Brizzi e Silvia Ballestra, Clementi non si sente vicino alla corrente generata da Pier Vittorio Tondelli: “Forse è lo scarto generazionale che mi divide da Brizzi e dagli altri, anche se sono autori che stimo molto. Piuttosto, nel panorama letterario ammiro Claudio Piersanti e a lui mi sento vicino. Ho letto i suoi libri e li ho apprezzati: quando l’ho conosciuto personalmente la simpatia si è rafforzata”.

 

Massimo Onofri, DIARIO DELLA SETTIMANA

 

Bologna underground. Leggende sottoproletarie di formazione

 

Tutto comincia al bar di Lele in via del Pratello. Dove Mimì, arrivato a Bologna da San Benedetto del Tronto, conosce Leo: “Leo mi ha fatto scoprire il mondo, come se fosse un libro che fino a quel momento avevo sfogliato solo di malavoglia.
Questa storia parla di lui, parla di quegli anni, parla di una strada nel centro di Bologna e di un pazzo scatenato, Pietro Zaccardi, che ci ha guidati tra le viscere della terra a togliere il marcio che si annida nelle segrete del passato”. Leo è un giovane dell’underground bolognese che odia “i compagni”, i “sovietici” come li chiama, mentre vive una delirante passione per Rommel e il nazismo (“Tutto quello che non ci stava bene diventò “non comportarsi da nazisti””). Da un certo punto in poi, Mimì e Leo, condivideranno tutto: dall’occupazione di alcuni appartamenti di due vecchi stabili del Pratello dichiarati inagibili, fino a quel lavoraccio da facchini per il sordido e feroce Zaccardi, che consiste nell’andare a ripulire le cantine e i solai di chi ha qualcosa da buttare. Ma c’è di più: Leo ha deciso d’investire tutto su Mimì e ha preparato per lui un preciso “programma di addestramento”, da attuare con rigore e puntiglio: al cui termine dovrà arrivare, per entrambi, l’agognata promozione sociale.
Ecco: La notte del Pratello è sicuramente un romanzo di formazione, dove però l’apprendistato alla vita, che s’avvale d’un disparato e disperato repertorio di tecniche di sopravvivenza, può diventare persino oggetto d’esibizione, talvolta esilarante.
Un romanzo di formazione, s’aggiungerà, ritmato su un euforico movimento da leggenda sottoproletaria. E si dice sottoproletario senza imputarvi nulla di retorico – di quella fastidiosa retorica movimentista che si può riscontrare sulle pagine dei romanzi di un Nanni Balestrini o di certi suoi nipotini. Ma soltanto per rimarcare una decisa disposizione di Clementi a raccontare il mondo dal basso, dal sottosuolo appunto, laddove certi dettagli valgono assai meglio di mille proclami, per iniziarci alla crudeltà del vivere. Leo e Mimì si sono infilati sotto due enormi scatoloni piazzati sul rimorchio dell’Ape di Zaccardi: “Prima di salire, però, Leo calpesta la merda di un cane che ha appena cagato sul marciapiedi e tutto diventa un inferno, per l’esattezza quindici chilometri d’inferno, buio e puzzolente, con l’Ape che scarta nel traffico, inchioda, riparte”.
Di questo, appunto, sembra avvertirci Clementi, pagina dopo pagina: del fatto che l’inferno possa facilmente coincidere con la più ordinaria quotidianità. Ma lasciandoci intendere che quello stesso inferno nulla mai potrà contro una certa gloria del vivere: è un inestinguibile ottimismo biologico, in effetti, a caratterizzare tutti i personaggi di questo libro, poco importa che si traduca nella vorace avarizia di Zaccardi o nella dissoluta spavalderia d’una figura davvero notevole come il Rigoni. Avrei ora il dovere di parlare di Bologna: ché La notte del Pratello è anche lo struggente romanzo della città. Mi preme di più, però, sottolineare un’altra nota del libro, la meno evidente, ma non per questo meno significativa. La cogliamo in una riflessione di Mimì, ora che il violento Zaccardi è morto: “Rievoco questi anni trascorsi insieme, ben sapendo che non può essere l’affetto, né la compassione che mi spinge a farlo, ma qualcosa di cui non riesco a capire esattamente il motivo. Forse è il terrore di vedere le cose marcire. Forse la consapevolezza di come il tempo
si attacchi alle cose e le renda irriconoscibili. In fondo non sto facendo nient’altro che questo: svuoto le stanze, tolgo la polvere, rimetto le cose al loro posto. Tengo in ordine”.
Anche la rigatteria può essere un modo della metafisica.

 

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
La Notte del Pratello
Collana:
Numero Collana:
12
Pagine:
168
Codice isbn:
8881121964
Prezzo in libreria:
€ 11,00
Data Pubblicazione:
28-09-2001

Libri dello stesso autore

L’ultimo dio

Emidio Clementi

Provincia di Ascoli Piceno, primi anni Ottanta. Mimì è un adolescente confuso e insicuro, cresciuto in una casa dove dei problemi non si parla e il dolore viene fatto marcire dentro. La morte improvvisa del padre lo obbliga ad assumersi la responsabilità della famiglia e a diventare in fretta..
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