Steve Turner

L’angelo caduto

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Traduzione di Alessandra Osti

Nessuno come Jack Kerouac è riuscito a esprimere i turbamenti e i sogni di libertà di intere generazioni. Come James Dean nel cinema o Elvis Presley per il rock, Kerouac è il simbolo di un’epoca e al tempo stesso l’icona immortale di un’idea della vita inquieta e sfrontata, fuori dalle convenzioni imposte dalla società. Kerouac è il padre della Beat Generation; On the Road, il suo capolavoro, a quarant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, resta un libro fondamentale nella storia della cultura di questo secolo e continua a indicare al lettore un nuovo modo di vedere il mondo, mantenendo intatta tutta la propria carica eversiva, la propria vitalità.
Ma chi è stato veramente Jack Kerouac? Qual è stata la sua vita, al di là di quanto possiamo immaginare dai suoi romanzi?
L’angelo caduto di Steve Turner è l’emozionante racconto della vita di Kerouac, dall’adolescenza a Lowell, nel cuore della provincia americana, fino all’arrivo a New York, all’incontro con Allen Ginsberg, William Burroughs e Neal Cassady, ai viaggi leggendari su e giù per le strade d’America, ai tanti lavori occasionali, e quindi al successo di On the Road e agli ultimi fuochi dei tardi anni Sessanta.
Quanto rende preziosa questa biografia per parole e immagini è la ricchezza della documentazione e lo straordinario materiale fotografico che la accompagna e ne fa un vero e proprio oggetto da collezione.

L’ANGELO CADUTO – RECENSIONI

 

Alessandero Mezzena Lona, IL PICCOLO
– 01/10/1998

Letteratura. Due libri passano al setaccio la vita di Kerouac

Jack il solitario: un angelo caduto dulla strada

 

Discepoli non ne ha mai voluti. Perché Jack Kerouac era un solitario. Uno che non amava parlare, predicare, imbottire la testa degli altri con le proprie idee. Lui preferiva scrivere. Cercare se stesso lungo le strade d’america piuttosto che tra le mura di un’angusta stanza, attorniato da giovanetti estasiati pronti ad ascoltare il suo Verbo. Eppure, neanche Jack Kerouac s’è salvato. Il suo vagabondare, lo sfinirsi di birra fino a perdere il contatto con la realtà, il lasciarsi travolgere da veri e propri attacchi di febbre letteraria che lo portavano a scrivere per ore, senza fermarsi, lo hanno trasformato in una leggenda. Lo hanno intruppato tra i miti del nostro tempo. Insieme a James Dean, a Elvis Presley che peraltro, lui, l’autore di “Sulla strada”, “I vagabondi del Dharma”, “I sotterranei”, non incontrò mai di persona. E, allora, non deve stupire se, anno dopo anno, i libri di Kerouac vengono ristampati. E se spunta sempre qualcuno pronto a giurare che “Sulla strada” non l’ha proprio mai letto. Chi, invece, non si accontenta dell’immagine da santino eretico, che dipinge un Kerouac tutto sbronze e soprassalti di ribellione, non potrà fare a meno di leggere due libri diversissimi, ma ugualmente interessanti, pubblicati proprio adesso. Si tratta de “L’angelo caduto” di Steve Turner (Fazi Editore, pagg. 224, lire 48.000) e di “Vita e leggenda di Jack Kerouac” di Tom Clark (Marlboro Country Books-Edimar, pagg. 235, lire 28 mila). Certo, né Clark né Turner hanno scritto queste due biografie per gettare altre palate di carbone nel fuoco che alimenta il mito di Kerouac. Anzi, i due autori, quasi in coro, precisano che il vero Jack va cercato ben al di là degli episodi mille volte raccontati, delle storielle a effetto che circolano ormai da troppo tempo. Come dire: non crediate che lo scrittore sia vissuto di solo alcol, di donne amate e perdute, di lavori impossibili accettati per disperazione, di viaggi lunghi e senza una meta precisa. Ma ripercorrendo le strade battute da Jack Kerouac, cercando le tracce del suo passaggio in un’America ormai diversissima da quella che lo scrittore abitò, sia Turner che Clark finiscono per innalzare un piedistallo ancora più alto per la leggenda di uno degli ultimi “maudit” della letteratura americana. Che, peraltro, nel 1965, quando andarono a dirgli che gli hippy lo consideravano una sorta di guru, ormai a un passo dalla morte, alcolizzato e rintronato da troppa tivù, rivelò che lui non aveva scritto “Sulla strada” per fornire modelli. Per tracciare il sentiero da seguire a chicchessia. “Volevo soltanto scrivere un fedele resoconto di un’avventura vera accaduta sulla strada (che non aveva nulla di propagandistico), che raccontava di un ex cowboy e di un ex giocatore di football i quali viaggiavano in macchina attraverso il continente a nord, a nord-ovest, nel midwest e nel sud in cerca di padri perduti, strani lavori, divertimento e ragazze, e che si concludeva in treno”. Tutto qui? Non proprio. Perché Jack Kerouac, nato a Lowell nel Massachussets nel 1922, e morto in Florida ad appena 47 anni in seguito a un emorragia, è diventato, suo malgrado, un’icona. Un’immagine stereotipata, cristallizzata, immobile nel tempo, dell’uomo che non accetta compromessi e che non si rassegna alle schifezze del mondo. Che fugge in continuazione dalla routine, dalla monotonia, dall’apatia, per ritrovare se stesso nella precarietà, nell’eccesso, nell’eversiva voglia di spremere la vita fino all’ultima goccia. Chi, poi, avrà la pazienza di leggere “L’angelo caduto” e “Vita e leggenda di Jack Kerouac” scoprirà un piccolo uomo, ben diverso dall’eroe ribelle e libertario della leggenda. Un uomo insicuro, gonfio di solitudine, aggrappato alle illusioni è in fuga dalle delusioni. Capace, però, di incantare con le parole, con le sue storie, che fluivano, sulla carta, come magma ribollente.

 

L. Ghi., CORRIERE DEL TICINO

 

Le immagini di Ti Jean e della beat generation

 

Proprio come il giornalista italiano Cesare Fiumi si è servito del romanzo ‘On the road’ come di una guida per il suo pellegrinaggio sui luoghi che hanno marcato l’immaginario collettivo di più generazioni il poeta e scrittore americano Steve Turner ha seguito le indicazioni contenute in questa come in altre opere di Jack Kerouac, per realizzare una nuova biografia – ora tradotta anche in italiano – che ripercorre la vita di quello che lui stesso definisce il “James Dean della macchina da scrivere”. Il breve testo ricostruisce la vita dell’artista scomparso nell’ottobre del 1968 sulla base di quando già conosciuto ma anche di una guardevole quantità di interviste con i protagonista delle sue vicende private e letterarie molto spesso inscindibili. Attraverso le testimonianze dei compagni delle avventure raccontate nei vari romanzi il legame fra il proprio vissuto e le persone con i protagonisti delle sue vicende private e letterarie molto spesso inscindibili. Attraverso le testimonianze dei compagni delle avventure raccontate nei vari romanzi il legame fra il proprio vissuto e le persone con cui lo condivideva e l’opera dell’autore di ‘Visioni di Cody’ diventa così ancora evidente. La particolarità di ‘Jack Kerouac’. L”Angelo caduto’ è però soprattutto di proporre molto materiale fotografico in parte conosciuto (ad esempio le molte immagini scattate da Allen Ginsberg che ovunque andasse si portava la macchina fotografica) e in parte inedito. Proprio per questo il libro di Turner che non svela in fondo nulla di nuovo rispetto alle molte biografie già pubblicate rischia di diventare un cult-book assolutamente indispensabile nella collezione dei sempre più numerosi appassionati della beat generation. Dal testo di Turner come dalle fotografie da lui scelte per illustrare la storia personale e letteraria – di quello che ormai è diventato un mito traspare tutto l’amore dell’autore per Ti Jean (il piccolo Jean come lo chiamava la madre a cui rimase sempre morbosamente legato) questa figura carismatica provocatoria e ribelle in gioventù e poi sempre triste e patetica, così prigioniera della forza autodistruttrice. In particolare emerge il tormentato rapporto con la religione in secondo piano in ‘Sulla strada’ ma fondamentale in in altre opere: quel cattolicesimo dell’infanzia da cui non saprà staccarsi definitivamente neanche dopo aver a lungo “flirtato” con il buddismo. Senza cadere nella facile trappola dell’agiografia, Turner mantiene sempre la propria lucidità cercando non solo di ricostruire avvenimenti e riportare aneddoti ma tentando anche qualche accenno di analisi su cosa rappresentarono i beat per la loro e per le successive generazioni. “Ma i beat erano una parte del problema o una parte della soluzione?- scrive Steve Turner già biografico di Van Morrison, Cliff Richard e degli U2 – ci hanno salvato dall’ipocrisia e dal vile materialismo o ci hanno aiutato a minare l’etica giudeo – cristiana che aveva avuto una gran parte nella creazione del tessuto della cultura americana, per rimpiazzarla poi con una logica per l’indulgenza verso se stessi e per la propria irresponsabilità?”. Accanto ad una selezione di opere critiche e biografiche su Kerouac nonché la bibliografia completa (americana e italiana) e alla lista delle fonti iconografiche, il volume propone anche un capitolo – denominato ‘Dove sono’? – che permette di identificare molti dei personaggi principali delle opere e della vita di Jack da Neal Cassady (il Dean Moriarty di On the road) a sua moglie Carolyn da Gabrielle (la madre) a Jan Kerouac (la figlia di cui rifiutò di occuparsi), dal poeta Greogory Corso a quell’Hebert Huncke che involontariamente diede alla parola “beat” il significato che le permise di connotare un movimento letterario ed un’intera generazione. In attesa del film di Francis Ford Coppola tratto da On the road lungometraggio di cui si parla da molto tempo ma di cui non si è purtroppo ancora visto un fotogramma, ‘L’angelo caduto’ rimane l’opera iconografica più attuale a cui i fan possano fare riferimento.

 

Paolo Petroni, L’ADIGE

Nuove traduzioni, saggi e una biografia con foto inedite curata da Steve Turner

Kerouac, ritorno on the road

Anche in Italia boom del profeta del Beat

Ho letto “On the road” nel 1959 credo. Ha cambiato la mia vita come quella di chiunque altro”: parola di Bob Dylan. Il fenomeno Beat torna a far parlare di sé e viene rivisitato come uno dei più interessanti culturalmente di questo dopoguerra escono i libri antologie e saggi. E naturalmente si torna a parlare di quello che è considerato un po’ il padre di quel gruppo di artisti che gli diete vita e anima, Jack Kerouac, scomparso il 21 ottobre del 1969 a 47 anni Ultimo ad arrivare in libreria è un album illustrato a cura di Steve Turner con numerose foto anche inedite pubbliche e private accompagnate da un testo che ne ricostruisce la vita e si allarga ai suoi compagni di “viaggio”, a quel gruppo di autori oggi noti appunto come beat. Un libro che non indulge in falsi compiacimenti ma ricostruisce nei particolari nelle manie, nelle avventure più o meno quotidiane nelle vicende culturali e editoriali, nei luoghi frequentati nelle amicizie il ritratto di uno scrittore divenuto un mito per il suo essere riuscito a influenzare tutta una generazione e conquistare ancora giovani lettori col suo esistenzialismo on the road. Ma col quarantennale nel ’97 dell’uscita di “Sulla strada”, in libreria sono arrivati tanti altri suoi libri. Si tratta di nuove traduzioni e suoi inediti in Italia come i versi de “Il libro dei Blues” (Mondadori – Lenardo) e “San Francisco Blues” (Miti Mondadori) oltre a “Scrivere bop” sono pagine saggistiche che si avvicinano a quanto fa capire oggi di quel periodo di quella generazione di Kerouak soprattutto il libro fotografico ma non meno ricco di testo di Steve Turner “Jack Kerouak, l’angelo caduto (Fazi 244 pagine L. 48 mila) che punta inevitabilmente sul rapporto vita e arte che fu alla base del movimento beat cercando di rompere col passato impostando una visione totalizzante del mondo e dell’esistenza . così i fraintendimenti con chi ne era all’esterno erano all’ordine del giorno e basti citare il caso proprio della parola beat che Kerouac in “Scrivere pop” spiega essere un’abbreviazione di “beato” di chi aspira a un senso spiritualistico dell’essere e dell’essere artista. La cosa per cui Jack aveva sempre pregato scrive a conclusione della sua sentita biografia Turner era un momento di illuminazione che avrebbe potuto dare un senso a ogni cosa: “Qualcosa accadrà – aveva scritto a Ed White – qualche rivelazione mi apparirà presto come una luce come una scoperta scientifica ma non una formula . così nel mio lavoro potrò riflettere su quei misteri come in uno specchio”. Kerouac nel 1956 dedicò al suo incontro con il pensiero buddhista “La scrittura dell’eternità dorata” una raccolta di aforismi in forma poetica pubblicati ora nella Piccola Biblioteca degli Oscar Mondadori con la traduzione di Massimo Bocchiola. Kerouac racconta di aver raggiunto l’eternità dorata” in seguito ad un’ulliminazione, il “satori” avvenuta dopo un mancamento nel suo cortile. “Dovevo essere – afferma – svenuto o morto da circa un minuto”. Al centro della riflessione del padre della beat generation è il concetto di “vuoto” che porta l’armonia sconfiggendo ogni conflittualità. ” In senso stretto il mio io non esiste, poichè tutto è svuotezza. Sono vuoto sono non-esistente . Tutto è una beatitudine”. Così scrive il padre della beat generation che attingendo all’antica saggezza dell’Oriente arriva a sentirsi pare del Tutto. Come scrive Anne Waldmanm nell’introduzione, “essendo così inebriante da dare alla testa il pensiero buddhista tende a generare un linguaggio esoterico”.

 

Paolo Petroni, LIBERTÀ
– 03/03/1998

Il padre di quel gruppo di artisti che diede vita al fenomeno “Beat”

Jack Kerouac: un album di foto una biografia e scritti inediti

 

“Ho letto “On the road” nel 1959, credo. Ha cambiato la mia vita come quella di chiunque altro”: parola di Bob Dylan. Il fenomeno Beat torna a far parlare di sé e viene rivisitato come uno dei più interessanti culturalmente di questo dopoguerra escono libri antologie e saggi. E naturalmente si torna a parlare di quello che è considerato un po’ il padre di quel gruppo di artisti che gli diede vita e anima Jack Kerouac scomparso il 21ottobre del 1969 a 47 anni ma lasciando libri come appunto “Sulla strada” e “Vagabondi del Dharma”. Ultimo ad arrivare in libreria questo album illustrato con decine e decine di foto anche inedite pubbliche e private accompagnate da un testo che ne ricostruisce la vita e si allarga ai suoi compagni di “viaggio” a quel gruppo di autori oggi noti appunto come Beats. Un libro che non indulge in falsi compiacimenti ma ricostruisce nei particolari , nelle manie, nelle avventure più o meno quotidiane, nelle vicende culturali e editoriali nei luoghi frequentati nelle amicizie il ritratto di uno scrittore divenuto un mito per il suo essere riuscito a influenzare tutta una generazione e conquistare ancora giovani lettori col suo esistenzialismo “on the road”. Ma, col quarantennale nel 97 dell’uscita di “Sulla strada” in libreria sono arrivati tanti altri suoi libri. Si tratta di nuove traduzioni e suoi inediti in Italia come i versi de “Il libro dei Blues” (Mondadori – Leonardo) e “San Francisco Blues” (Miti Mondadori) oltre a “Scrivere bop” sono pagine saggistiche che ci avvicinano a capire oggi quel periodo quella generazione Kerouak in particolare e soprattutto il libro fotografico ma non meno ricco di testo di Steve Turner che punta inevitabilmente sul rapporto vita e arte che fu alla base del movimento beat cercando di rompere col passato impostando una visione totalizzante del mondo e dell’esistenza. Così i fraintendimenti con chi ne era all’esterno erano all’ordine del giorno e basti citare il caso proprio della parola beat, che Kerouac in “Scrivere bop” spiega essere un’abbreviazione di “beato” di chi aspira a un senso spiritualistico dell’essere e dell’essere artista. La cosa per cui Jack aveva sempre pregato – scrive a conclusione della sua sentita biografia Turner – “era un momento di illuminazione che avrebbe potuto dare un senso a ogni cosa: Qualcosa accadrà – aveva iscritto a Ed White – qualche rivelazione mi apparirà presto come una luce, come una scoperta scientifica ma non una formula. Così nel mio lavoro potrò riflettere su quei misteri come in uno specchio”.

 

St. S., L’UNITÀ

 

Immagini, pensieri e flah di un “angelo caduto”

La storia di Jack Kerouac in un libro Steve Turner. Un piatto prelibato per collezionisti, fan e appassionati dell’autore di On the road

Gli amici d’infanzia, le fidanzatine, la sua squadra di football, gli amici del gruppo beat, le bevute al bar, flash rubati alla sua vita privata, fotogrammi di apparizioni televisive, appunti, manoscritti, messaggi. “L’angelo caduto”, biografia per immagini di Jack Kerouac del giornalista inglese Steve Turner (Fazi Editore, L. 48.000 pp. 224), è l’ultimo “mai più senza” per tutti gli appassionati di Sal Paradise. Un vero e proprio “santino” che offre la possibilità di soddisfare soprattutto il voyeurismo dei fan. D’altronde lo stesso autore collaboratore di “Rolling Stone” e “The Times”, dichiara nell’introduzione di non aver realizzato un “racconto esaustivo” e neanche di “essere entrato nei particolari più intimi della vita di Kerouac”. Per gli studi seri Turner rimanda (e noi con lui ) ai lavori di Ann Charters (” Kerouac, 1973), Gerald Nicosia (“Memory Babe” 1983) e Tom Clark (“Jack Kerouac: A Biographi”, 1984). “L’angelo caduto” è il lavoro di un appassionato di Kerouac e dei suoi libri rivolto agli appassionati. Che, vista la vastità e la trasversalità del “mito Kerouac”, non necessariamente sono interessati a studi più seri. E non è un caso che Turner nel primo capitolo del libro, accosti Kerouac a James Dean e Elvis Presley perchè tutti e tre “rappresentavano la stessa ondata di dissenso giovanile che sfidava le vecchie certezze sulla razza, il sesso, la famiglia, la religione, l’autorità e persino il dominio della mente razionale”. La filosofia di questa biografia sta tutta in quell’ accostamento nonostante l’autore indichi la tesi che ha tentato di sviscerare nel suo lavoro ovvero quella di approfondire il lato spirituale di Kerouac (di qui il titolo preso in prestito da “Urlo” di Ginsberg nonostante non sia chiaro se il termine “angelo caduto” sia stato coniato da Ginsberg pensando a Kerouac). Comunque sia la biografia per immagini dell’autore di “On the Road” è un piatto prelibato soprattutto per i collezionisti.

 

Steve Turner, REFLEX
– 04/01/1998

 

Jack Kerouac l’eroe ribelle

“Jack aveva l’aspetto, oltre all’atteggiamento, di un eroe ribelle: aveva dei bei lineamenti celtici, un fisico d’atleta e indossava una uniforme fatta di camicie aperte sul collo, jeans Levi’s e scarpe da lavoro. Aveva anche trovato una frase per descriv

Il cinema degli anni Cinquanta aveva avuto James Dean e Marlon Brando. La musica Elvis Presley. Il romanzo americano Jack Kerouac. Forse non era stato l’autore che aveva influenzato maggiormente la sua generazione, e di certo non era stato il più apprezzato dalla critica, ma nessun altro aveva colto così attentamente le incertezze e le inquietudini di chi, nel dopoguerra, aveva lottato per distruggere il tiepido conformismo modernista dell’era Eisenhower ponendo in tal modo le basi della rivoluzione sociale degli anni Sessanta. In romanzi quali “The Subterraneas”, “Desolation Angels” e “On the Road”, Kerouac aveva infatti descritto quei giovani assetati di un’esperienza non fine a se stessa, ma mezzo per ottenere una nuova visione esistenziale. Meditavano, fumavano erba, ascoltavano il jazz, facevano l’amore, bighellonavano e, in generale, seguivano le proprie inclinazioni, sperando di riuscire a liberarsi da convenzioni borghesi quali la moderazione, la rispettabilità, la sicurezza e l’autocontrollo. Fortunatamente per i media, Jack Kerouac aveva l’aspetto, oltre all’atteggiamento, di un eroe ribelle: aveva dei bei lineamenti celtici, un fisico d’atleta e indossava una uniforme fatta di camicie aperte sul collo, jeans Levi’s e scarpe da lavoro. Aveva ricevuto una buona istruzione, si esprimeva con frasi enigmatiche e aveva trascorso un’esistenza originale durante la quale aveva viaggiato e aveva lavorato. Fra l’altro, era stato: guardiano, sguattero, benzinaio, muratore, marinaio, addetto ai freni nelle ferrovie, facchino, lettore di copioni, barman, cuoco di fast-food, lavapiatti e giornalista sportivo. Aveva anche trovato una frase per descrivere le persone con le quali si identificava e delle quali scriveva. Erano, diceva, membri della “Beat Generation” . In seguito ci furono disaccordo e varie dispute riguardo quell’etichetta – Cosa voleva dire esattamente? Chi poteva definirsene membro? – tutto sommato però fu più una benedizione che una maledizione. Alcuni scrittori, che sarebbero probabilmente rimasti nell’ombra se non avessero avuto un’identità di gruppo, improvvisamente furono richiesti da più parti. Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso e Jack furono intervistati e fotografati da “Time”, “Life” e “Madamoseille”. Jack apparve in televisione con Steve Allen e dal vivo sul palcoscenico del Greenwich Villane. Alla fine degli anni Cinquanta, il movimento beat era famoso, era l’indicatore del cambiamento artistico avvenuto in una cultura le cui fondamenta venivano profondamente scosse. James Dean, Elvis Presley e Jack Kerouac non si incontrarono mai, ma nel seguire i propri istinti, piuttosto che i codici esterni, rappresentavano la stessa ondata di dissenso giovanile che sfidava le vecchie certezze sulla razza, il sesso, la famiglia, la religione, l’autorità e persino i dominio della mente emergente del proprio tempo. Ognuno esprimeva un nuovo senso di abbandono e di indipendenza che rifletteva lo spirito emergente del proprio tempo. (…) Sia Elvis Presley sia Jack Kerouac vissero abbastanza a lungo da potersi occupare della rivoluzione sociale della quale erano in parte ritenuti responsabili. Entrambi ritenevano di essere americani timorati di Dio, rispettosi delle loro madri, e soffrivano nel vedersi accusati di qualsiasi cosa, dalla delinquenza giovanile e le rivolte nei campus, fino all’aumento della dipendenza dalla droga e del frantumarsi della famiglia. Come James Dean ed Elvis Presley, Jack Kerouac è rimasto un simbolo per tutta la seconda metà del Ventesimo secolo. Nessun altro romanziere americano del dopoguerra aveva suscitato un interesse così vasto e una tale devozione, anche se dobbiamo riconoscere che in parte ciò è dovuto al suo stile di vita piuttosto che alla sua arte. Come osservò una volta cinicamente William Burroughs: “Kerouac ha aperto milioni di bar e ha venduto milioni di pantaloni Levi’s”. Adesso è possibile abbonarsi a riviste su Jack Kerouac, ascoltare Cd di Jack Kerouac, interagire con i Cd-Rom su Jack Kerouac, indossare una maglietta Jack Kerouac e ci si può persino iscrivere ai corsi estivi della Jack Kerouac School of Disembodied Poetics, a Boulder, Colorado. È stato rappresentato in un film (“Heart Beat”), a teatro (“Angels Still Falling” di Richard Deakin) e nominato in alcune canzoni (“Jack and the Neal”, dei 10.000 Maniacs). L’industria di abbigliamento Gap ha utilizzato una sua fotografia del 1957 in una campagna pubblicitaria per la linea Khaki (fra gli altri c’erano Marylin Monroe e Andy Warhol) e nel 1994 la star di Hollywood Johnny Depp ha pagato 10.000 dollari per uno dei suoi vecchi impermeabili. “On the Road”, che è ancora uno dei romanzi più noti e più letti di Jack Kerouac, è essenzialmente un libro per giovani, proprio come “The Wild Ones” e “Rebel Without a Cause” sono tuttora film per giovani. Fa leva, infatti, sul desiderio dei giovani di liberarsi, di sperimentare ciò che è proibito e di vivere fuori dalla legge e fu proprio con “On the Road” che Jack venne considerato come l’archetipo del beat: colui che fa l’autostop da una città all’altra in cerca di momenti travolgenti che diano un senso alla vita. L’eroe del romanzo è Dean Moriarty, un ladro di macchine, dipendente dal sesso e intellettuale mancato, un personaggio basato sull’amico di Jack, Neal Cassady; Jack invece è sul Sal Paradise, la fedele spalla di Dean. Le quattro parti del libro sono basate sulle loro avventure dal dicembre 1946 all’estate del 1950, mentre viaggiavano da New York a San Francisco e viceversa, fermandosi in varie città, incluse Denver e mexico City. (…) Jack rendeva la scrittura una musica eccitante. Il suo non era un mondo di matite mordicchiate, biblioteche polverose e premi letterari, ma un mondo fatto di musica, di macchine veloci e della ricerca di un senso. “Ero uno scrittore giovane e volevo andarmene”, dice Sal all’inizio di “On the Road”. “Sapevo che da qualche parte ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; da qualche parte la perla mi sarebbe stata offerta”. Jack Kerouac ed i suoi contemporanei beat erano riusciti a fare letteratura, sia orale sia scritta, e a renderla tanto “sexy” quanto i film, il jazz e il rock’n’roll. Con Dylan Thomas e Kenneth Rexroth furono in gran parte responsabili del rinnovato interesse per le letture pubbliche durante gli anni Cinquanta. Aiutarono a liberare la poesia dalla schiavitù della pagina e la portarono in luoghi più comunemente associati con la musica, l’arte e la stand-up comedy, quali i jazz club, le gallerie d’arte e i bar. Come ha recentemente osservato Glenn O’Brien nel suo saggio “The Best Goes On”: “i beat erano in giro per il mondo. Riconducevano la parola scritta al respiro vitale e al tempo della musica. La poesia era finalmente messa in scena, e non più da parte. La parola era vicina”. Jack aveva sempre avuto una grande affinità con i musicisti. Scriveva tenendo presente la musicalità dell’americano parlato comune, e si vedeva come il creatore dello stile di una “prosa bop spontanea” che incarnava le tecniche del riffing e dell’improvvisazione usate dai suonatori di jazz come Charlie “Bird” Parker e Lester “Perez” Young. Voleva “suonare” le parole come Bird suonava la musica, e si sentiva più vicino spiritualmente ai musicisti neri che trasferivano la loro gioia e i loro dolori nel suono puro piuttosto che agli scrittori bianchi dell’establishment del dopoguerra, perché riteneva che il loro lavoro fosse pieno di “orribile ipocrisia e di pomposità”. Il suo interesse nel be-bop coincideva con gli esperimenti di poesia e di jazz che avevano luogo a San Francisco e che in seguito avrebbero costituito il legame del beat con il jazz. Jack registrò due album di poesia e prosa con un accompagnamento jazz e prese parte al primo spettacolo di poesia e di jazz di New York. (…) Bob Dylan, il paroliere più innovatore degli anni Sessanta, scoprì la poesia di Jack quando era un adolescente e viveva a St. Paul, Minneapolis, e in seguito ammise: “Mi sconvolse”. Quattro anni dopo Dylan incontrò Allen Ginsberg, il quale lo introdusse alle opere del simbolista francese Arthur Rimbaud. Non è difficile riconoscere l’influenza degli scritti di Jack nelle opere di Dylan; nello stile, nei soggetti e nel linguaggio. Si può addirittura sentire l’eco dei titoli dei libri di Jack nei titoli delle canzoni di Dylan: “Delsolation Row” tratto da “Desolation Angels”, “Subterranean Homesick Blues” che fa riferimento a “The Subterraneans” e “Visions of Johanna” che riecheggia “Visions of Gerard”. Dylan è stato il primo cantautore a unire il linguaggio e gli interessi dei beat al potere e all’influenza del rock’n’roll, e seguendo i suo esempio molti ammiratori di Elvis Presley e di Jack Kerouac, Little Richard e Allen Ginsberg, oppure di Chuck Berry e Willam Burroughs furono in grado di riconciliare le loro passioni. È risaputo che Dylan a sua vota influenzò le canzoni di John Lennon e di Paul McCartney, ma è certo però che Lennon conosceva gli scrittori beat già dai tempi in cui frequentava il Liverpool Art College. Il suo compagno di studi Bill Harry ricorda con precisione che Lennon lesse “On the Road” e il racconto “The Time of the Geek”, pubblicato in un’antologia che si chiamava “Protest”, nel 1960. “Amava molto l’idea delle strade e del viaggiare”, dice Harry. “Parlavamo sempre di quella cosa che era la Beat Generation”. Nel giugno 1960, i Beatles avevano suonato accompagnando il poeta londinese Royston Elllis in uno spettacolo di poesia e di musica. Ellis sostiene che fu dietro suo suggerimento che il gruppo, allora noto con il nome di Beetles, cambiò il modo con cui quel nome era scritto. “Volevo che venissero a Londra e che suonassero per me in qualche programma televisivo”, ha detto Ellis. “Gli domandai come era scritto il loro nome e loro mi risposero “BEETLES”. In quel momento io ero noto come il poeta beat inglese, e quindi gli dissi: “Perché non lo scrivete BEATLES?”. E loro lo fecero!”. Così, in modo indiretto, il più grande gruppo rock degli anni Sessanta adottò il nome beat e lo portò in giro per il mondo. Molti altri musicisti rock che portarono delle innovazioni hanno pagato un tributo all’opera di Jack. Van Morrison nomina “The Dharma Bums” e “On the Road” nella sua canzone “Cleaning Windows”; David Bowie riconosce a “On the Road” il merito di avergli mostrato, quando era ancora adolescente, che “non ero obbligato a vivere tutta la vita a Bromley” (il sobborgo di Londra dove era conosciuto); e mentre Jim Morrison scriveva le sue canzoni ormai classiche per i Doors, leggeva ogni libro beat che gli capitasse fra le mani. Bruce Springsteen, che aveva in comune con Jack il fatto di essere cresciuto in un ambiente cattolico e piccolo borghese sulla East Coast, divideva con lui anche l’amore per le macchine veloci e per il vasto paesaggio americano. È difficile immaginare l’esistenza di Springsteen senza Jack. Persino i suoi abiti di scena, una camicia a scacchi e un paio di blue jeans – abbigliamento impensabile per la gente di spettacolo di una volta – sono presi da “On the Road”. (…)

 

MARIE CLAIRE
– 12/01/1997

Scrittore, poeta, “idealista maledetto”. Che odiava il conformismo, l’ipocrisia e i premi letterari. E che amava il jazz, la strada e le macchine veloci. Per andare da una città all’altra, sempre in cerca del senso della vita.

Jack Kerouac. Il mito di una generazione molto speciale.

“Jack aveva l’aspetto, oltre all’atteggiamento, di un eroe ribelle: aveva dei bei lineamenti celtici, un fisico d’atleta e indossava una uniforme fatta di camicie aperte sul collo, jeans Levi’s e scarpe da lavoro. Aveva anche trovato una frase per descriv

Il cinema degli anni Cinquanta aveva avuto James Dean e Marlon Brando. La musica Elvis Presley. Il romanzo americano Jack Kerouac. Forse non era stato l’autore che aveva influenzato maggiormente la sua generazione, e di certo non era stato il più apprezzato dalla critica, ma nessun altro aveva colto così attentamente le incertezze e le inquietudini di chi, nel dopoguerra, aveva lottato per distruggere il tiepido conformismo modernista dell’era Eisenhower ponendo in tal modo le basi della rivoluzione sociale degli anni Sessanta. In romanzi quali “The Subterraneas”, “Desolation Angels” e “On the Road”, Kerouac aveva infatti descritto quei giovani assetati di un’esperienza non fine a se stessa, ma mezzo per ottenere una nuova visione esistenziale. Meditavano, fumavano erba, ascoltavano il jazz, facevano l’amore, bighellonavano e, in generale, seguivano le proprie inclinazioni, sperando di riuscire a liberarsi da convenzioni borghesi quali la moderazione, la rispettabilità, la sicurezza e l’autocontrollo. Fortunatamente per i media, Jack Kerouac aveva l’aspetto, oltre all’atteggiamento, di un eroe ribelle: aveva dei bei lineamenti celtici, un fisico d’atleta e indossava una uniforme fatta di camicie aperte sul collo, jeans Levi’s e scarpe da lavoro. Aveva ricevuto una buona istruzione, si esprimeva con frasi enigmatiche e aveva trascorso un’esistenza originale durante la quale aveva viaggiato e aveva lavorato. Fra l’altro, era stato: guardiano, sguattero, benzinaio, muratore, marinaio, addetto ai freni nelle ferrovie, facchino, lettore di copioni, barman, cuoco di fast-food, lavapiatti e giornalista sportivo. Aveva anche trovato una frase per descrivere le persone con le quali si identificava e delle quali scriveva. Erano, diceva, membri della “Beat Generation” . In seguito ci furono disaccordo e varie dispute riguardo quell’etichetta – Cosa voleva dire esattamente? Chi poteva definirsene membro? – tutto sommato però fu più una benedizione che una maledizione. Alcuni scrittori, che sarebbero probabilmente rimasti nell’ombra se non avessero avuto un’identità di gruppo, improvvisamente furono richiesti da più parti. Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso e Jack furono intervistati e fotografati da “Time”, “Life” e “Madamoseille”. Jack apparve in televisione con Steve Allen e dal vivo sul palcoscenico del Greenwich Villane. Alla fine degli anni Cinquanta, il movimento beat era famoso, era l’indicatore del cambiamento artistico avvenuto in una cultura le cui fondamenta venivano profondamente scosse. James Dean, Elvis Presley e Jack Kerouac non si incontrarono mai, ma nel seguire i propri istinti, piuttosto che i codici esterni, rappresentavano la stessa ondata di dissenso giovanile che sfidava le vecchie certezze sulla razza, il sesso, la famiglia, la religione, l’autorità e persino i dominio della mente emergente del proprio tempo. Ognuno esprimeva un nuovo senso di abbandono e di indipendenza che rifletteva lo spirito emergente del proprio tempo. (…) Sia Elvis Presley sia Jack Kerouac vissero abbastanza a lungo da potersi occupare della rivoluzione sociale della quale erano in parte ritenuti responsabili. Entrambi ritenevano di essere americani timorati di Dio, rispettosi delle loro madri, e soffrivano nel vedersi accusati di qualsiasi cosa, dalla delinquenza giovanile e le rivolte nei campus, fino all’aumento della dipendenza dalla droga e del frantumarsi della famiglia. Come James Dean ed Elvis Presley, Jack Kerouac è rimasto un simbolo per tutta la seconda metà del Ventesimo secolo. Nessun altro romanziere americano del dopoguerra aveva suscitato un interesse così vasto e una tale devozione, anche se dobbiamo riconoscere che in parte ciò è dovuto al suo stile di vita piuttosto che alla sua arte. Come osservò una volta cinicamente William Burroughs: “Kerouac ha aperto milioni di bar e ha venduto milioni di pantaloni Levi’s”. Adesso è possibile abbonarsi a riviste su Jack Kerouac, ascoltare Cd di Jack Kerouac, interagire con i Cd-Rom su Jack Kerouac, indossare una maglietta Jack Kerouac e ci si può persino iscrivere ai corsi estivi della Jack Kerouac School of Disembodied Poetics, a Boulder, Colorado. È stato rappresentato in un film (“Heart Beat”), a teatro (“Angels Still Falling” di Richard Deakin) e nominato in alcune canzoni (“Jack and the Neal”, dei 10.000 Maniacs). L’industria di abbigliamento Gap ha utilizzato una sua fotografia del 1957 in una campagna pubblicitaria per la linea Khaki (fra gli altri c’erano Marylin Monroe e Andy Warhol) e nel 1994 la star di Hollywood Johnny Depp ha pagato 10.000 dollari per uno dei suoi vecchi impermeabili. “On the Road”, che è ancora uno dei romanzi più noti e più letti di Jack Kerouac, è essenzialmente un libro per giovani, proprio come “The Wild Ones” e “Rebel Without a Cause” sono tuttora film per giovani. Fa leva, infatti, sul desiderio dei giovani di liberarsi, di sperimentare ciò che è proibito e di vivere fuori dalla legge e fu proprio con “On the Road” che Jack venne considerato come l’archetipo del beat: colui che fa l’autostop da una città all’altra in cerca di momenti travolgenti che diano un senso alla vita. L’eroe del romanzo è Dean Moriarty, un ladro di macchine, dipendente dal sesso e intellettuale mancato, un personaggio basato sull’amico di Jack, Neal Cassady; Jack invece è sul Sal Paradise, la fedele spalla di Dean. Le quattro parti del libro sono basate sulle loro avventure dal dicembre 1946 all’estate del 1950, mentre viaggiavano da New York a San Francisco e viceversa, fermandosi in varie città, incluse Denver e mexico City. (…) Jack rendeva la scrittura una musica eccitante. Il suo non era un mondo di matite mordicchiate, biblioteche polverose e premi letterari, ma un mondo fatto di musica, di macchine veloci e della ricerca di un senso. “Ero uno scrittore giovane e volevo andarmene”, dice Sal all’inizio di “On the Road”. “Sapevo che da qualche parte ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; da qualche parte la perla mi sarebbe stata offerta”. Jack Kerouac ed i suoi contemporanei beat erano riusciti a fare letteratura, sia orale sia scritta, e a renderla tanto “sexy” quanto i film, il jazz e il rock’n’roll. Con Dylan Thomas e Kenneth Rexroth furono in gran parte responsabili del rinnovato interesse per le letture pubbliche durante gli anni Cinquanta. Aiutarono a liberare la poesia dalla schiavitù della pagina e la portarono in luoghi più comunemente associati con la musica, l’arte e la stand-up comedy, quali i jazz club, le gallerie d’arte e i bar. Come ha recentemente osservato Glenn O’Brien nel suo saggio “The Best Goes On”: “i beat erano in giro per il mondo. Riconducevano la parola scritta al respiro vitale e al tempo della musica. La poesia era finalmente messa in scena, e non più da parte. La parola era vicina”. Jack aveva sempre avuto una grande affinità con i musicisti. Scriveva tenendo presente la musicalità dell’americano parlato comune, e si vedeva come il creatore dello stile di una “prosa bop spontanea” che incarnava le tecniche del riffing e dell’improvvisazione usate dai suonatori di jazz come Charlie “Bird” Parker e Lester “Perez” Young. Voleva “suonare” le parole come Bird suonava la musica, e si sentiva più vicino spiritualmente ai musicisti neri che trasferivano la loro gioia e i loro dolori nel suono puro piuttosto che agli scrittori bianchi dell’establishment del dopoguerra, perché riteneva che il loro lavoro fosse pieno di “orribile ipocrisia e di pomposità”. Il suo interesse nel be-bop coincideva con gli esperimenti di poesia e di jazz che avevano luogo a San Francisco e che in seguito avrebbero costituito il legame del beat con il jazz. Jack registrò due album di poesia e prosa con un accompagnamento jazz e prese parte al primo spettacolo di poesia e di jazz di New York. (…) Bob Dylan, il paroliere più innovatore degli anni Sessanta, scoprì la poesia di Jack quando era un adolescente e viveva a St. Paul, Minneapolis, e in seguito ammise: “Mi sconvolse”. Quattro anni dopo Dylan incontrò Allen Ginsberg, il quale lo introdusse alle opere del simbolista francese Arthur Rimbaud. Non è difficile riconoscere l’influenza degli scritti di Jack nelle opere di Dylan; nello stile, nei soggetti e nel linguaggio. Si può addirittura sentire l’eco dei titoli dei libri di Jack nei titoli delle canzoni di Dylan: “Delsolation Row” tratto da “Desolation Angels”, “Subterranean Homesick Blues” che fa riferimento a “The Subterraneans” e “Visions of Johanna” che riecheggia “Visions of Gerard”. Dylan è stato il primo cantautore a unire il linguaggio e gli interessi dei beat al potere e all’influenza del rock’n’roll, e seguendo i suo esempio molti ammiratori di Elvis Presley e di Jack Kerouac, Little Richard e Allen Ginsberg, oppure di Chuck Berry e Willam Burroughs furono in grado di riconciliare le loro passioni. È risaputo che Dylan a sua vota influenzò le canzoni di John Lennon e di Paul McCartney, ma è certo però che Lennon conosceva gli scrittori beat già dai tempi in cui frequentava il Liverpool Art College. Il suo compagno di studi Bill Harry ricorda con precisione che Lennon lesse “On the Road” e il racconto “The Time of the Geek”, pubblicato in un’antologia che si chiamava “Protest”, nel 1960. “Amava molto l’idea delle strade e del viaggiare”, dice Harry. “Parlavamo sempre di quella cosa che era la Beat Generation”. Nel giugno 1960, i Beatles avevano suonato accompagnando il poeta londinese Royston Elllis in uno spettacolo di poesia e di musica. Ellis sostiene che fu dietro suo suggerimento che il gruppo, allora noto con il nome di Beetles, cambiò il modo con cui quel nome era scritto. “Volevo che venissero a Londra e che suonassero per me in qualche programma televisivo”, ha detto Ellis. “Gli domandai come era scritto il loro nome e loro mi risposero “BEETLES”. In quel momento io ero noto come il poeta beat inglese, e quindi gli dissi: “Perché non lo scrivete BEATLES?”. E loro lo fecero!”. Così, in modo indiretto, il più grande gruppo rock degli anni Sessanta adottò il nome beat e lo portò in giro per il mondo. Molti altri musicisti rock che portarono delle innovazioni hanno pagato un tributo all’opera di Jack. Van Morrison nomina “The Dharma Bums” e “On the Road” nella sua canzone “Cleaning Windows”; David Bowie riconosce a “On the Road” il merito di avergli mostrato, quando era ancora adolescente, che “non ero obbligato a vivere tutta la vita a Bromley” (il sobborgo di Londra dove era conosciuto); e mentre Jim Morrison scriveva le sue canzoni ormai classiche per i Doors, leggeva ogni libro beat che gli capitasse fra le mani. Bruce Springsteen, che aveva in comune con Jack il fatto di essere cresciuto in un ambiente cattolico e piccolo borghese sulla East Coast, divideva con lui anche l’amore per le macchine veloci e per il vasto paesaggio americano. È difficile immaginare l’esistenza di Springsteen senza Jack. Persino i suoi abiti di scena, una camicia a scacchi e un paio di blue jeans – abbigliamento impensabile per la gente di spettacolo di una volta – sono presi da “On the Road”. (…)

 

P.P., LA SICILIA
– 02/04/1998

 

I DISCEPOLI ITALIANI DELLA BEAT GENERATION

 

Nel 1997 si sono ricordati i 40 anni dalla uscita di “Sulla strada”, il romanzo di Jack Kerouac che ha segnato gli anni ’60 e ’70 ed è stato un po’ la bibbia della generazione o popolo Beat. Per l’occasione Lawrence Ferlinghetti (78 anni), interrogato su quali siano oggi gli eredi dei Beat, rispose: “Dopo di noi il caos”. Parlando poi, a seguire, di mondo inquinato, di multinazionali che vanno omologando la cultura mondiale, e pronosticò per il XXI secolo “la Terza guerra mondiale contro il Terzo mondo, contro le orde etniche in cerca di cibo e casa, anche se vorrei sbagliarmi”. E’ proprio per questa situazione che, secondo Ferlinghetti che ne fu uno dei protagonisti, la letteratura Beat torna in auge ora in Italia, paese in cui tale processo di progresso deleterio è ancora indietro. Negli ultimi tempi sono tanti i libri usciti e al revival lui ha partecipato con una mostra di quadri a Roma, l’uscita di un volume di suoi versi sull’arte, “Non come Dante”, poi di un suo vecchio romanzo, “Lei” (ambedue editi da Minimum Fax) e con l’apertura a Firenze di una libreria gemella della sua di San Francisco. A riaprire i discorsi fu tre anni fa una “Guida alla Beat generation” (Theoria) a cura di Emanuele Bevilacqua che ebbe successo proponendo una rilettura del fenomeno e lo stesso autore nel 1996 ha pubblicato una antologia di testi di quegli autori, “Battuti & Beati” (Einaudi). In libreria sono arrivati anche “Ero la ragazza di Kerouac”, memoria di Joyce Johnson che visse quel periodo (Il Saggiatore) e “Beat Generation, 67 poesie” (I Miti Poesia Mondadori) dei più noti poeti beat, da Kerouac ad Allen Ginsberg e da Gregory Corso a Ferlinghetti. Proprio Ferlinghetti è stato festeggiato lo scorso anno a Roma con una mostra, “Il poeta come pittore”, al Palazzo delle Esposizioni e altre iniziative, a cominciare dal convegno “Beat generation, i media e la generazione di Kerouac, Ginsberg e (appunto) Ferlinghetti”, cui sono intervenuti tra gli altri Alberto Abruzzese, Emanuele Bevilacqua e Steven Watson. Vita e letteratura, vita e idee, viaggio reale e viaggio metaforico, sino, per molti, al viaggio con la droga e per Kerouac al viaggio spirituale influenzato dalle teorie Zen, erano un tutt’uno e proprio in questo, in questa coincidenza di teoria e prassi è stata la loro valenza rivoluzionaria all’interno della società piccolo borghese dell’illusorio sogno americano affondato nelle risaie del Vietnam. La loro scrittura di ribelli, contro ogni regola, liberi, poveri, girovaghi e anche, come insegna il film “Easy Rider”, perseguitati e ‘maledetti’, è legata al ritmo della loro vita, della loro musica, con una libertà da improvvisazione Jazz e un ritmo assolutamente rock, portando una ventata di novità che ha certamente segnato la cultura di questo dopoguerra.

 

Paola Petroni, LA SICILIA
– 02/04/1998

Una biografia di Jack Kerouac “angelo caduto”

SULLA STRADA VERSO LA LUCE

 

“Ho letto “On the Road” nel 1959 credo. Ha cambiato la mia vita come quella di chiunque altro”: parola di Bob Dylan. Il fenomeno Beat torna a far parlare di sé e viene rivisitato come uno dei più interessanti culturalmente di questo dopoguerra, escono libri, antologie, saggi. E naturalmente si torna a parlare di quello che è considerato un po’ il padre di quel gruppo di artisti che gli diede vita e anima, Jack Kerouac, scomparso il 21 ottobre del 1969 a 47 anni, ma lasciando libri come appunto “Sulla strada” e “Vagabondi del Dharma”. Ultimo ad arrivare in libreria questo album illustrato con decine di foto anche inedite, pubbliche e private, accompagnate da un testo che ne ricostruisce la vita e si allarga ai suoi compagni di “viaggio”, a quel gruppo di autori oggi noti appunto come Beats. Un libro che non indulge in falsi compiacimenti ma ricostruisce nei particolari, nelle manie, nelle avventure più o meno quotidiane, nelle vicende culturali e editoriali, nei luoghi frequentati, nelle amicizie, il ritratto di uno scrittore divenuto un mito per il suo essere riuscito ad influenzare tutta una generazione e conquistare ancora giovani i lettori col suo esistenzialismo “on the road”. Ma col quarantennale nel ’97 dell’uscita di “Sulla strada”, in libreria sono arrivati tanti altri suoi libri. Si tratta di nuove traduzioni e suoi inediti in Italia come i versi de “Il libro dei Blues” (Mondadori – Leonardo) e “San Francisco Blues (Miti Mondadori) oltre a “Scrivere bop” (Oscar Mondadori). A Firenze invece su Kerouac ci fu una mostra fotografica alla biblioteca nazionale. Quelle di “Scrivere bop” sono pagine saggistiche che ci aiutano a capire le idee che animavano i protagonisti di quell’epoca, di quella generazione, e soprattutto di Kerouac. Così come per l’autore di “On the road” un contributo importante viene dalle pagine del libro fotografico, ma non meno ricco di testo, di Steve Turner, che punta inevitabilmente sul rapporto vita e arte, che fu alla base del movimento beat, cercando di rompere col passato, impostando una visione totalizzante del mondo e dell’esistenza. Così i fraintendimenti con chi ne era all’esterno erano all’ordine del giorno e basti citare il caso proprio della parola beat, che Kerouac in “Scrivere bop” spiega essere un’abbreviazione di “beato”, di chi aspira a un senso spiritualistico dell’essere e dell’essere artista. La cosa per cui Jack aveva sempre pregato – scrive a conclusione della sua sentita biografia Turner – “era un momento di illuminazione che avrebbe potuto dare un senso a ogni cosa: qualcosa accadrà – aveva scritto a Ed White – qualche rivelazione mi apparirà presto, come una luce, come una scoperta scientifica, ma non una formula. Così nel mio lavoro potrò riflettere su quei misteri come in uno specchio”.

 

LA NUOVA SARDEGNA

“Jack Kerouac, l’angelo caduto” di Steve Turner

Il viaggio e l’estasi, misteri allo specchio

 

“Ho letto ‘On the road’ nel 1959, credo. Ha cambiato la mia vita come quella di chiunque altro”: parola di Bob Dylan. Il fenomeno beat torna a far parlare di sè e viene rivisitato come uno dei più interessanti culturalmente di questo dopoguerra, escono libri, antologie, saggi. E naturalmente si torna a parlare di quello che è considerato un po’ il padre di quel gruppo di artisti che gli diede vita e anima, Jack Kerouac, scomparso il 21 ottobre 1969 a 47 anni, ma lasciando libri come appunto “Sulla strada” e “Vagabondi del Dharma”. Testi caratterizzati da un marcato autobiografismo e segnati da temi ricorrenti: il viaggio come momento di introspezione e occasione di rapporti autentici tra individuo e ambiente, la ricerca della illuminazione estatica attraverso le filosofie orientali. Ultimo ad arrivare in libreria “Jack Kerouac, l’angelo caduto”, di Steve Turner, album illustrato con decine e decine di foto anche inedite, pubbliche e private, accompagnate da un testo che ne ricostruisce la vita e si allarga ai suoi compagni di “viaggio”, a quel gruppo di autori oggi noti come Beats. Un libro che non indulge in falsi compiacimenti ma ricostruisce nei particolari, nella manie, nella avventure più o meno quotidiane, nelle vicende culturali e editoriali, nei luoghi frequentati, nelle amicizie, il ritratto di uno scrittore divenuto un mito per il suo essere riuscito a influenzare tutta una generazione e conquistare ancora giovani lettori col suo esistenzialismo on the road. Ma, col quarantennale nel ‘97 dell’uscita di “Sulla strada”, in libreria sono arrivati tanti altri suoi libri. Si tratta di nuove traduzioni e suoi inediti in Italia come i versi de “Il libro dei Blues” (Mondadori-Leonardo) e “San Francisco Blues” (Miti Mondadori) oltre a “Scrivere bop” (Oscar Mondadori). A Firenze invece su Kerouac ci fu una mostra fotografica alla biblioteca Nazionale. Quelle di “Scrivere bop” sono pagine saggistiche che si avvicinano a quanto fa capire oggi di quel periodo, di quella generazione, di Kerouac in particolare e soprattutto, il libro fotografico, ma non meno ricco di testo, di Steve Turner, che punta inevitabilmente sul rapporto vita e arte, che fu alla base del movimento beat, cercando di rompere col passato, impostando una visione totalizzante del mondo e dell’esistenza. Così i fraintendimenti con chi ne era all’esterno erano all’ordine del giorno e basti citare il caso proprio della parola beat, che Kerouac in “Scrivere bop” spiega essere un’abbreviazione di “beato”, di chi aspira a un senso spiritualistico dell’essere e dell’essere artista. La cosa per cui Jack aveva sempre pregato – scrive a conclusione della sua sentita biografia Turner – “era un momento di illuminazione che avrebbe potuto dare un senso a ogni cosa”. “Qualcosa accadrà – aveva scritto a Ed White – qualche rivelazione mi apparirà presto, come una luce, come una scoperta scientifica, ma non una formula. Così nel mio lavoro potrò riflettere su quei misteri come in uno specchio”.

 

Monica Bungaro, QUOTIDIANO

 

Un angelo sulla strada

La biografia di Jack Kerouac scritta dal giornalista americano Steve Turner

“La grande casa dell’Anima è la strada”, scriveva David Herbert Lawrence. “Non il cielo, non il paradiso. Non il sopra. Non il dentro. L’anima non è né sopra né dentro. É un vagabondo sulla strada”. Jack amava i vagabondi. Non aveva niente in comune con i giovni selvaggi vestiti di pelle, i cosiddetti “cool hipsters”. Jack and company appartenevano alla specie calda, alla sfera degli anti-eroi che vivono di cadute nel tentativo di sperimentare le infinite gradazioni della vita. Lo chiamavano “Ti Jean”, ma per il mondo intero era Jack Kerouac o “L’angelo caduto” (Fazi editore. pp. 224, lire 48mila), che dà il titolo all’ultima e forse definitiva biografia di Steve Turner, scrittore giornalista americano, autore delle biografie di Van Morrison e degli U2. Un lavoro pregiato per la ricchezza della documentazione e lo straordinario materiale fotografico che la accompagna e che ne fa un vero e proprio oggetto di collezione. Nel corso di quasi quarant’anni, di libri ne sono stati scritti tanti (la biografia di Gerald Nicoia apparentemente svelava ogni segreto), anche dalle ex fidanzate e da gente che l’aveva frequentato, per chiarire i dettagli della sua vita e dare dei nomi veri ai personaggi. Appropdati in Italia grazie all’opera di Fernanda Pivano, Jack Kerouca, Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, saranno battezzati come “The beat generation”, verosimilmente dall’espressione “man I’m beat” (“Ragazzi sono fatto”) che “Jack”, afferma Turner, “sentì per la prima volta da Herbert Hunke, un bisessuale di trent’anni che passava le sue notti a vagare per Times Square. “I possibili significati del termine affascianrono Jack”, scrive Turner. “Lo percepì come un sentimento che caratterizzava tutte quelle persone con le quali si identificava, che erano state sconfitte e relegate ai margini della società”. Fu poco più tardi che John Holmes, in seguito diventato un profondo estimatore della letteratura beat, introdusse il termine “Beat generation” nell’uso comune, intitolando un suo articolo per il New York Times. “This is the beat generation”, cosicchè il beat entrò a far parte della coscienza collettiva dell’America degli anni Cinquanta. Bei lineamenti celtici, fisico d’atleta, uniforme fatta da camicie aperte sul collo, jeans levi’s e scarpe da lavoro. Jack nativo di Lowell, nel Massachussets, una cittadina di poche anime e trenta miglia da Boston, respirò fin da piccolo un clima francese. Papà Leo, tipografo e mamma Gabrielle, per un pò commessa in un magazzino di calzature, erano entrambi canadesi di origine francese emigrati in America da bambini (i loro antenati erano arrivati in Quebec dalla Bretagna), tanto che Jack fino all’età di cinque anni, parlò esclusivamente francese e persino durante l’adolescenza ebbe problemi a capire l’inglese se veniva parlato troppo rapidamente. Non è un caso che nel periodo trascorso a Londra e a Parigi quando era imbarcato su una nave della Marina mercantile, svolgesse ricerche sulla genealogia dei Kerouac, spinto da un’ansia d’identità e di appartenenza. Conobbe la morte da vicino, il fratellino Gerald si spense a solo dieci anni a causa della febbre reumatica. Vide il vizio impresso sul viso del padre, incallito giocatore di carte e grande bevitore, e la religione in sua madre, cattolica romana fervente. Sperimentò con i suoi amici, la vita in ogni sua forma, ma non fu mai abbastanza per Sal-Jack, perché “nel meglio che viene offerto dal mondo dei bianchi non c’era abbastanza estasi per me , né abbastanza vita, gioia, eccitazione, buio, musica, non c’era abbastanza notte!”. Per questo probabilmente, dopo l’infanzia a Lowell, preferì una vita “On the road”, fluttuante tra viaggi su e giù per il continente, amori sregolati, droga e alcool, agli studi presso l’Horace Mann, la migliore scuola privata di New York affiliata alla Columbia University, dove approdò con una borsa di studio offertagli grazie alla sua abilità nel football americano. Fu questa l’occasione per il gran salto che gli permise di conoscere Broadway e il Greenwich Village, di frequentare ristoranti, spettacoli, jazz club e testate giornalistiche. E fu lì, a New York, che tra il 1943 e il 1945 i beat si scoprirono l’un l’altro, precisamente nell’appartamento sulla 118 strada West di Edie Parker, la prima donna con cui Jack visse e che in seguito divenne sua moglie. Negli ultimi anni della sua vita divenne l’ombra di se stesso, rovinato dall’alcool e abbrutito dalla noia. Ma questo non importa. Perché, forse non fu l’autore che influenzò maggiormente la sua generazione e di certo non era stato il più apprezzato dalla critica, ma nessun altro aveva colto così lucidamente le incertezze e le inquietudini di chi nel dopoguerra, aveva lottato per distruggere il tiepido conformismo modernista dell’era Eisenhower. Quella di Jack non era un’esperienza fine a se stessa. Era mezzo per ottenere come nei “Sotterranei” una nuova visione esistenziale. “Aspettando che Dio mostri il suo volto”, come disse una volta ad un giornalista che voleva sapere che cosa cercassero i beat. La scelta di chiamarsi Sal Paradise, in “On the road” non era stata casuale: che Sal fosse l’abbreviazione di Salvation? Sarà in gran parte il soffio di spiritualità che attraversava il movimento a segnare la linea di confine con la Lost generation” dell’America degli anni Trenta e con l’esplosione di malcontento degli “Angry young men” al di là dell’Atlantico, nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Con Dylan Thomas e Kenneth Rexroth, i Beat furono in gran parte fautori del rinnovato interesse per le letture pubbliche in quegli anni. Meditavano, fumavano erba, facevano l’amore seguendo le proprie inclinazioni (omosessuali per sperimentazione, come Jack, o per scelta come Ginsberg, Burroughs), vagabondavano, frequentavano il meglio della musica jazz, per liberarsi dalle convenzioni borghesi. Forse il motivo di un fenomeno che non aveva forti basi socio-culturali e letterarie per diventare tale, andrebbe ricercato in questo connubio, nell’arte e nella vita, tra i beat e i ritmi negri di Glenn Miller, Muggsy Spanier, Charlie Parker, Chuck Berry, (incontrati nei teatri e nei locali jazz disseminati per New York) fino ad un vortice di influssi e controinflussi ereditati poi da Bob Dylan, dai Doors, fino a Bruce Springsteen. L’interesse di Jack per il be-bop coincideva con gli esperimenti di poesia e di jazz che avevano luogo a San Francisco e che in seguito divenne il centro del loro mondo. La musica funzionò per loro da cassa di risonanza, e fu il voler essere neri alla maniera dei neri a renderli stelle di un firmamento che continua a splendere a tutt’oggi.

 

Stefano Pistolini, IL DIARIO DELLA SETTIMANA

 

L’angelo desolato

Jack Kerouac come Marylin e Jimmy Dean: miti popolari alimentati da gadget, spot e discutibili pubblicazioni celebrative. Sulla vita dello scrittore della beat generation esce ora un libro ricco di indiscrezioni e di fotografie inedite.

La cultura popolare non si chiama così per caso. Proprio perché si genera e si ridefinisce sulla base dell’elaborazione spontanea, della pressione psichica e della manifestazione dei desideri ei consumatori, essa è un effetto prima che una causa. E costituisce il termometro per misurare – tra tante altre cose – il rapporto tra pubblico e arte, in particolare laddove il fattore emotivo svolga ruoli decisivi. Prendiamo ad esempio le grandi icone della pop culture contemporanea, artisti – scrittori, musicisti, attori – che col proprio stile di vita e con la propria produzione (valori indissolubilmente intrecciati) sono evasi dalle costrizioni esistenziali, levitando fino a divenire miti condivisi. E dunque stereotipi che – vedendo banalizzato e semplificato il proprio spessore poetico – hanno assunto ruoli totemici nella modernità, confortati dal culto romantico dedicato loro dai più giovani. Jimmy Dean, Kurt Cobain ma anche Arthur Rimbaud, Jim Morrison, Marilyn, Elvis, Jack Kerouac e il suo alter ego Neal Cassady (Burroughs e Ginsberg sono un passo più indietro perché – assurdo dirlo – hanno vissuto troppo a lungo, ovvero per troppo tempo hanno condivissuto, in carne ed ossa, con l’ipotesi di ascendere a condizione mitica). Il dato comune é quello di essersi congedati dal mondo dei vivi abbastanza in fretta da pietrificarsi nel proprio splendore o in un decadere ancora dinamico, intriso di tragedia ma non di malinconica deriva. E poi sono stati tutti, una volta sotto terra, smembrati dai morsi della cultura popolare, che s’é impadronita di loro, della loro leggenda, della parte più accessbile della loro produzione, della loro fisicità, della riproduzione del loro stile ( “imitabile” al punto da divenire “genere”). Disseminandone l’essenza in quel patchwork connettivo che spazia dalla televisione (la pubblicità Ford “interpretata” da Steve McQueen o quella dei tortellini Rana con la partecipazione della Monroe o di Bogart…) al fashion, dallo show business alla cultura di strada. Sconfinando anche nella letteratura, in particolare quella predisposta ad alimentare le nuove religioni del contemporaneo. A cominciare dal dilagante scaffale delle biografie, strumenti progressivamente meno rigorosi, aspiranti piuttosto a una prosperosa condizione di multimedialità (oggi libri-con-foto, domani film, serial, cd-rom con annessa mostra di souvenir convegno di superstiti). Un esempio di tutto ciò che é “Jack Kerouac: l’angelo perduto” (ma perché “angelo”? Tra i pregi di Jack non intravediamo attestati di volatilità celeste e c’é da dubitare che l’espressione, utilizzata da Ginsberg in “Urlo”, fosse dedicata a lui), firmato da Steve Turner, giornalista londinese. Non certo la più attendibile biografia del romanziere di Lowell, ma un curioso zibaldone del culto della beat generation, grazie a un notevole repertorio di immagini inedite dei protagonisti di quella mitica scena, perlopiù confidenziali instantanee di strada o d’appartamento. Fin dall’introduzione Turner confessa la deviazione dal “metodo” biografico tradizionale: “So bene di non essere entrato nei particolari più intimi della vita di Kerouac”, scrive mettendo le mani avanti. Il titolo del primo capitolo scopre il trucco: “Il James Dean dalla macchina da scrivere”. A questo punto si decide: o si lascia perdere, convinti che le celebrazioni abbiano poco a che fare con il concetto serio di biografia, oppure si sta al gioco e allora si va avanti, con la coscienza, di qui in poi, di dragare terreni sottoculturali specializzati in leggende rivisitate al punto di trasfromarle in territori del desiderio e del’immaginazione, con contorno d’iconografia indirizzata alla stabilizzazione dei suoi eroi. Presto emerge il carattere divulgativo del testo di Turner ( e questo é il dato meno interessante) ma soprattutto il suo aperto intento cerimoniale, funzionale all’elevazione di uno dei divi supremi della cultura giovanile, lo scrittore in camicia di flanella, dallo sguardo acceso e con l’avventura incisa nei lineamenti del volto. Lo sapevate che Johnny Depp s’é comprato un vecchio impermeabile di Kerouac pagandolo 10,000 dollari? No? Beh, questa é una delle prime- divertenti- notizie che l’anti-biografia di Turner ci regala e (poiché l’aasumiamo come dichiarazione di metodo) nel farlo definisce la propria volontà d’essere un breviario di culto, genere di cui perlaltro oggi c’é grande richiesta nei modi d’acquisizione culturale della nuova generazione. Difatti, in poche righe, ecco ricorrere le parole d’ordine: “jazz”, “sexy”, “rock’n’roll”, “macchine veloci” e, naturalmente “Bob Dylan”, altro grande argine nella definizione dell’immaginario popolare giovanile rispetto alla sua Storia di centro-secolo. Presto si susseguono ampi cenni alla violenta, caotica spiritualità del gruppo dei beat e a come tutto ciò abbia anticipato e introdotto i vagabondaggi mistici degli anni ‘60 e ‘70, le nuove religioni, le sperimentazioni allucinogene, le esplorazioni a tuffo nei recessi dei sé, tra Bill Graham, Alan Watts, i pellegrinaggi a Oriente. Quindi Turner imbocca la strada del turismo mitico per le strade del Massachussetts, nei dintorni della francofona Lowell che dette i natali a Jack: la sua strada, la scuola, gli incroci battuti dal vento che gli erano familiari (se il voyeurismo pop vi aggrada, lo studio di queste cartoline sarà gustoso, magari assaporando ricognizioni sul posto). S’intravedono i fantasmi di vecchi amici, d’ingrigite fidanzate (e a volte il tono narrativo di Turner ha troppo del “sentito dire”), si approda finalmente sulle ambite strade di New York City 1939 (foto d’epoca), si sente profumo di jazz club e di prostitute di Broadway. Ecco le leghe scapigliate degli studenti della Columbia, la carriera di giocatore di football interrotta da una frattura nella partita contro il San Benedetto, il ritorno a Lowell in uno di quei momenti di giovanile confusione su cui avrebbero scritto la parola definitiva Mike Nichols e Dustin Hoffman ne “Il laureato”, la pirotecnica prima esperienza omosessuale del nostro eroe autostoppando vestito da marinaretto tra Lowell e New York, le romanticherie stereotipe (le ragazze libere dell’accademia d’arte, i mille mestieri lavapiatti-parcheggiatore etc.), il sevizio militare a bordo della “S.S.George Weems” alla fonda a Londra (un concerto di Ciaikovskij e il rimorchio di una signora impellicciata) e finalmente il decollo dell’avventura epocale, la nascita del mitico circolo di pazzi con tutto ciò che ne sarebbe sguito. Che dire del libro di Turner? Che con tutta la sua approssimazione, i risolini repressi davanti ai pettegolezzi scabrosi, le occhiate di compiacimento all’apparire delle living legends, le commozioni scalcagnate, l’atteggiamento criticamente inattendibile ma passionalmente apprezzabile, “L’angelo perduto” ispira simpatia e si consuma con piacere. E’ come un film divertente, seppure non intellettualmente strabiliante: i soldi del biglietto non si rimpiangono.

 

Marisa Rusconi, L’ESPRESSO
– 11/07/1997

 

Turner, Kerouac: l’angelo caduto

 

Trent’anni fa usciva negli Stati Uniti “On the Road” di Kack Kerouac, destinato a diventare una sorta di manifesto per la beat generation. Sembra dunque il momento giusto per dare alle stampe la più completa biografia finora apparsa sil “padre” della controrivoluzione culturale degli anni Cinquanta: l’ha scritta Steve Turner (autore di alcune biografie di protagonisti della musica contemporanea, da Morrison agli U2) e l’ha intitolata “Jack Kerouac: l’angelo perduto”. Biografia ai confini del saggio, che cerca di scoprire i segreti di quella prosa “spontanea” che ancora oggi affascina migliaia di lettori, ma anche ricca di notizie inedite. Su Kerouac e sugli altri “idealisti maledetti” (Ginsberg, Burroughs, Corso…). Importante l’apparato di fotografie d’autore, alcune mai pubblicate (Fazi Editore).

 

Giuseppe Culicchia, LA STAMPA
– 01/04/1998

 

Kerouac, flash dalla strada

Amici, donne, auto dell’angelo beat

Pochi scrittori hanno saputo come Kerouac raccontare e restituire l’aura, il ritmo e il respiro di un’epoca, ma addirittura influenzare con la loro stessa vita – oltre che con la loro opera – un’intera generazione, fino a venire fagocitati e in qualche modo distrutti dal proprio mito. Un destino simile toccò prima che a lui a Francis Scott Fitzgerald, altro angelo precipitato nell’abisso dell’alcol, dell’obio e della disperazione dopo aver incarnato la fuggevole ed ebbra felicità dell’America degli Anni Ruggenti; come Fitzgerald, anche Kerouac morì in povertà (al momento della scomparsa possedeva appena 91 dollari, e la maggior parte dei suoi libri non veniva più ristampata: oggi il suo patrimonio si aggirerebbe intorno ai dieci milioni di dollari, e pochi anni orsono l’attore Johnny Depp arrivò a pagarne 10 mila pur di entrare in possesso di uno dei suoi vecchi impermeabili); e come nel caso dell’autore del “Grande Gatsby”, che aveva cantato il dorato mondo dei ricchi per poi non riconoscervisi più, anche “Ti Jean” – soprannome caro a Kerouac, tanto da comparire sulla sua tomba – terminò i suoi giorni nauseato dall’esercito di giovani consumatori di droghe più o meno leggere che, con i sandali ai piedi e i suoi romanzi nello zaino, avevano preso a girare in massa il mondo, servendosi di mezzi di fortuna sull’esempio dei suoi personaggi. “Fortunatamente per i media”, scrive Steve Turner nel suo “Angelo caduto”, splendida biografia fotografica di Jack Kerouac pubblicata da Fazi Editore, “Jack aveva l’aspetto oltre all’atteggiamento di un eroe ribelle: aveva dei bei lineamenti celtici, un fisico d’atleta, e indossava una uniforme fatta di camicie aperte sul collo, jeans Levi’s e scarpe da lavoro. Aveva ricevuto una buona istruzione, si esprimeva con frasi enigmatiche e aveva trascorso un’esistenza originale durante la quale aveva viaggiato e aveva lavorato. Tra l’altro era stato: guardiano, sguattero, muratore, marinaio, addetto ai freni nelle ferrovie, facchino, lettore di copioni, barman, cuoco di fast-food, lavapiatti e giornalista sportivo. Aveva anche trovato una frase per descrivere le persone con le quali si identificava e delle quali scriveva. Erano, diceva, membri della Beat Generation”. Il libro di Turner é in assoluto il primo tentativo di ricomporre i frammenti ancora rintracciabili di un’esistenza condotta davvero “on the road”- romanzo che nel 1997 ha celebrato i quarant’anni dall’uscita negli Stati Uniti, e per il quale da tempo Francis Ford Coppola favoleggia la trasposizione cinematografica – ,attraverso un ritratto che, pagina dopo pagina, prende forma senza dubbio più grazie alle immagini che non mediante le parole: per quanto riguarda queste, del resto, Turner rimanda esplicitamente il lettore alle biografie scritte in passato da Ann Chartens, Tom Clark o Gerald Nicosia; ma se lo fa, é perché sa di avere altre carte a disposizione. La sua impressionante raccolta di materiale fotografico ci mostra infatti tutta la strada percorsa da Kerouac, dal numero 9 di Lupine Road a Lowell, dove nacque il 12 marzo ‘22, al cimitero di Edson, dove la sua salma venne sepolta, tre giorni dopo il decesso, il 24 ottobre ‘69: Jack – il James Dean o se volete l’Elvis Presley della macchina da scrivere – é ritratto nelle vesti di star della squadra di football del suo liceo o alle prese con uno dei leggendari rotoli di carta che utilizzava pe sfogare liberamente e senza interrompersi le sue “esplosioni spontanee di parole”; in uno scatto del 1944 che lo vede insieme a Hal Chase, Allen Ginsberg e William Burroughs, nella prima foto di gruppo della Beat Generation; capitolo dopo capitolo, con lui compaionio le sue donne, le sue automobili, le sue abitazioni o semplicemente stazioni di servizio, e com’é naturale non mancano Lawrence Ferlinghetti nella libreria City Lights a San Francisco, Gregory Corso sorridente al tavolino di un caffé, e le segnaletiche scattate dalla polizia a quel Neal Cassady che, sotto le spoglie di Dean Moriarty, diventò in “Sulla strada” l’archetipo del beat, fino a trasformarsi in vera e propria leggenda vivente: “Credo che avesse cominciato a vivere all’altezza delle aspettative e di conseguenza che avesse perso se stesso”, ricorda di questo sua moglie Lu Anne. E racconta: “Con me, era se stesso, ma quando tutti lo guardavano diventava il Neal cantato in letteratura. Dall’essere un uomo allegro, carismatico, divenne un attore. Mi disse che non sapeva più come uscirne”. Neppure Kerouac improvvisamente seppe più come uscirne: e ce ne possiamo rendere conto dal suo volto, nel quale a ogni rullino di volta in volta impressionato aumentano l’amarezza e la sofferenza, soprattutto in seguito al fallimento del tentativo di ritrovare la pace lontano dalla celebrità, in una capanna sulle coste della California – esperienza che confluì nelle pagine di “Big Sur” – e alla delusione provata, tornando nella città natale, alla ricerca dei giorni perduti, di fronte all’atteggiamento tenuto nei suoi confronti dagli amici della giovinezza, incapaci di perdonargli i libri di cui la gente parlava male e il fatto di aver sprecato quella che ai loro occhi era sembrata “un’opportunità d’oro” di cui egli “non era riuscito ad approfittare”. In coda allo straordinario percorso popolato dai volti e dai luoghi che circondarono lo scrittore americano, il volume di Turner contiene una sezione intitolata “Dove sono?”. In essa trovano posto coloro che ispirarono a Kerouac i caratteri dei sui romanzi, come Philip Whalen, il Warren Coughlin di “I vagabondi del Dharma”, oggi settantatreenne monaco zen, o Bull Stollmack, il Gene Mackstock di “La vanità di Duluoz”, anch’egli ultrasettantenne ed ex rappresentante di scarpe. Molti di loro sono morti. Ma nelle pagine di Ti Jean vivono ancora.

 

LA REPUBBLICA DEL LUNEDÌ

 

Steve Turner. “L’angelo caduto. Vita di Jack Kerouac.”

 

Chi ha amato , o ama ancora, Kerouac, il simbolo della vita fuori dalle convenzioni, ha ora questo volume che racconta per immagini (tantissime anche inedite) e parole l’emozionante vita di questo scrittore, padre della Beat Generation e autore dell’ormai mitico “Sulla strada”. L’adolescenza a Lowell, l’arrivo a New York, l’incontro con Allen Ginsberg, William Burroughs, Neal Cassady, i viaggi su e giù per le strade d’America, i lavori occasionali, fino agli ultimi fuochi. In coda un’appendice intitolata “Dove sono?” sui personaggi conosciuti da Kerouac.

 

Massimo De Feo, IL MANIFESTO

Jack Kerouac. L’angelo caduto di Steve Turner, una biografia fotografica dell’autore di “Sulla strada”.

yes, I am Jack Kerouac

 

Scrive D.H.Lawrence in un saggio su Withman: “La grande casa dell’anima é la strada. Non il cielo, non il paradiso. Non il “sopra”. Non il “dentro”. L’Anima non é né sopra né dentro. E’ un vabondaggio sulla strada”. E’ un vagabondo sulla strada”. La citazione annotata in uno dei diari di Jack Kerouac, da poco donati dai famigliari dello scrittore alla New York Public Library. Negli stessi quaderni si scopre che già nel 1953 Kerouac cercava un titolo per il libro che lo avrebbe reso celebre: valutati e scartati “The Mistery of the Open Road”, “The Road Opens” e “The angel of the Road”, giunse finalmente, ma solo dopo quattro anni, al definitivo “On the Road”, manuale di vita per una generazione in fuga dall’aria viziata di una società perbenista e ipocrita, autoritaria e sessista, razzista, violenta, repressa e insopportabile per una sfilza di ottime ragioni. Su Kerouac sono state scritte diverse biografie, e quella giunta ora nelle librerie italiane, “Jack Kerouac. L’angelo caduto” di Steve Turner (Fazi Editore, 224 pp., lire 48,000), non pretende di essere esaustiva né tantomento definitiva, anzi l’autore consiglia, a chi volesse veramente tutto su Kerouac, di consultare le opere di Ann Charters, Tom Clark o Gerald Nicosia. Ma il libro di Turner ha il pregio di offrire una incomparabile galleria di foto su Kerouac, dalla culla nel 1922 a Lowell, Massacchussets, alla tomba nel 1969 a St. Petersburg, Florida. Lo vediamo giovanissimo e aitante giocatore di football americano negli anni del liceo; poi bello e virile e affascinante e timido aspirante scrittore illuminato dalla luce al neon dei bar di Times Square a New York. Oppure a fianco di Neal Cassady, il Dean Moroaty di “On the Road”, il vero protagonista e motore eroico del suo romanzo, essere scatenato che non si fermava mai capace di sedurre due donne nello stesso giorno viaggiando in autobus da Denver a qualche altra cittadina degli States: “Voleva sapere tutto, fare tutto e conoscere tutti – ricorda la sua ex moglie che l’aveva sposato a sedici anni – Non si vedeva mai senza almeno tre o quattro libri sotto il braccio. Parlava, leggeva, giocava a biliardo e faceva l’occhiolino alle donne, tutto insieme. Travolgeva tutti”. Anche Kerouac ne fu travolto. Divennero fratelli. Uno si specchiava nell’altro. Neal avrebe voluto essere uno scrittore, come Jack, e questi avrebbe voluto avere la incontenibile energia primordiale che scaturiva a getto continuo da ogni poro di Neal. Fotogrammi di vita congelata si sussuegono portando alla ribalta il sorriso enigmatico di William Seward Borroughs, il grande vecchio della beat generation amante delle pistole ed esperto in tutti i tipi di droga, alla cui fornita libreria si abbeverò anche Kerouac e molti degli altri beat. Allen Ginsberg irriconoscibile per la giovine età o icona pop con la barba che urla alle perdute menti migliori della sua generazione. Il giovane Gregory Corso davanti a una tazza di caffé nel Village, Herbert Huncke lo spacciatore, Lawrence Ferlinghetti l’editore della City Light e San Francisco, il primo a pubblicare le opere di questi nuovi e strani e a volte barbuti e fumati e buddisti artisti a cui piaceva leggere in pubblico e in genere fare casino. E l’ecologista Gary Snyder…fino al Tamburine Man Bob Dylan che non sarebbe mai diventato quello che é poi gloriosamente diventato se non si fosse anche lui perso tra le pagine e i fuochi d’artificio be-bop di “On the Road”. E poi le donne di Kerouac, le sue mogli e soprattutto la madre dalla quale non riuscì mai veramente a staccarsi, sempre tornando a lei nei momenti di crisi e disperazione nella natia Lowell alla ricerca di un tempo che era per lui perduto per sempre. Jack in costume su una spiaggia di Tangeri con Burroughs sdraiato sulla sabbia. Jack che legge poesie in un club jazz di San Francisco, Kack a Big Sur, sul Mattherhorn Peak, sulle pagine del New York Times, sul set di Pull My Daisy di Robert Frank..; “Continuava a tornare a Lowell, sperando di trovare le cose come le ricordava, ma i suoi vecchi amici erano ora padri di famiglia e rispettabili pilastri della comunità che non amavano uno scrittore ubriaco sulla soglia di casa”. Le foto degli ultimi anni restituiscono un Kerouac sempre più pieno di alcool, confuso, ritirato in se stesso, lontano dai suoi amici e dalla realtà. Non si riconosce nei milioni di giovani che con sacco a pelo, zaino e spinello hanno preso a sciamare per le strade del mondo con i suoi libri in tasca. Spesso era così ubriaco che si faceva buttare furi dai locali, o si addormentava dove capitava, per terra, nei boschi. Il 4 febbraio del 1968, a 42 anni, Neal Cassady muore in Messico. Dopo una notte di baldoria, alcool e pasticche, é caduto su dei binari ferroviari nel deserto dalle parti di San Miguel de Alende. Di notte nel deserto può fare molto freddo. Venti mesi più tardi Jack Kerouac lo segue in quest’altro viaggio, partendo da un ospedale della Florida.

 

Corrado Augias, IL VENERDÌ DI REPUBBLICA

 

Kerouac dopo la caduta

 

Jack Kerouac, autore di culto, é tra i maggiori profeti del nomadismo americano raccontato nel suo capolavro “On the road” (1957). Aveva cominciato amando scrittori come Hemingway, presto supera quell’esperienza e insieme a W.S. Borroughs e A. Ginsberg dà vita alla “Beat genetarion” e al suo mito, una negazione dell’opulenza americana spinta fino al rifiuto violento: “Odio i vostri buchi del culo lustri”, scriverà Ginsberg. Steve Turner ha scritto la biografia di Kerouac “L’angelo caduto” che si segnala anche per la ricca documentazione fotografica che prospetta per il libro un futuro da rarità bibliografica.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
L’angelo caduto
Pagine:
127
Codice isbn:
9788881120598
Prezzo in libreria:
€ 25,00
Data Pubblicazione:
01-11-1997