Margherita D'Amico

L’Aquila delle scimmie

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«Le cose, ormai lo sapeva, non facevano altro che correre e passare e svanire e cambiare di forma, ma c’erano dei segni che rimanevano. E quell’occhiata era così dritta, che anche se si fosse dissolta in quel medesimo istante, Marilù l’avrebbe ritrovata».

L’aquila delle scimmie è un uccello quasi del tutto estinto, che oggi sopravvive in libertà solo sull’isola di Mindanao, nell’arcipelago delle Filippine, nutrendosi prevalentemente di macachi. Ma l’Aquila delle Scimmie è anche un vecchio teatro di spogliarelli, che sorge in mezzo alla multietnia della zona di Roma che si allarga dietro la Stazione Termini e Piazza Vittorio. L’aquila delle scimmie è infine un tatuaggio in fondo alla schiena di Marilù, ragazzina misteriosa e dalle origini ignote, che bussa un giorno alla porta del teatro per un ingaggio e forse proprio grazie al tatuaggio che ha disegnato sulla pelle viene ingaggiata, benché non abbia ancora raggiunto la maggiore età. Marilù inizia così la sua seconda vita, tra spettacoli notturni e amicizie ambigue, adattandosi presto a quelle che sono le strane regole del quartiere e i nuovi compagni delle sue giornate. Tra questi le gemelle di mezza età direttrici del teatro, un coreografo nevrotico e buffo che rimpiange i tempi in cui danzò all’Opéra di Parigi, una vecchia cartomante affittacamere, le compagne di spogliarello e un giovanissimo barista che le fa la corte. Nel frattempo la ragazzina si accorge che dietro la “normale” attività dell’Aquila delle scimmie si nasconde, un gruppo dai fini misteriosi che raccoglie le sue datrici di lavoro, il coreografo e l’affittacamere, e cerca di scoprire la verità; intanto però ha conosciuto Scano, un uomo burbero e taciturno, molto più grande di lei, di cui pian piano si innamora senza essere ricambiata. Proprio mentre Marilù mette in atto le sue strategie di seduzione, in un crescendo di mistero viene improvvisamente scoperto l’assassinio del coreografo, di cui la ragazza diventa la principale indiziata…
L’Aquila delle scimmie, romanzo della maturità di una delle migliori giovani narratrici italiane, brillantemente sospeso tra giallo e commedia, è la storia della scoperta di sé e dell’amore di una ragazza deliziosa e terribile di cui è molto difficile non innamorarsi.

L’AQUILA DELLE SCIMMIE – RECENSIONI

LA REPUBBLICA ED. ROMANA
– 20/05/2002

 

La ragazza spogliarellista

 


Protagonista di questo romanzo è Marilù, una sedicenne misteriosa; In fondo alla schiena ha un tatuaggio che rappresenta l’Aquila delle scimmie. Come aquila delle scimmie si chiama anche un teatro nei pressi di piazza Vittorio dove si svolgono spettacoli di spogliarello e dove Marilù viene ingaggiata nonostante la sua giovanissima età. In questo romanzo Margherita D’Amico racconta la storia della scoperta di sé e dell’amore di una giovanissima

Di alessia Pistolini, IL MUCCHIO SELVAGGIO
– 04/04/2002

 

Noi e la vita

 

 

Come è nata l’idea che ha portato alla realizzazione del tuo ultimo libro, L’Aquila delle scimmie?

In realtà è sempre difficile capire da dove vengano le idee. Volevo raccontare una storia sul gioco delle apparenze, sull’indeterminatezza, sul fatto che la vita è in movimento e che l’assetto fondamentale è il nostro. Mentre la vita è una specie di turbinio, il filo conduttore che bisogna seguire è quello della propria persona.

Perché la scelta dell’ambientazione è caduta sul mondo degli spogliarelli?

Quando collaboravo per il corriere della Sera, mi capitò di fare un’inchiesta sui teatri di spogliarelli. Ricordavo in particolare il Volturno, che adesso non esiste più: era uno di quei vecchi teatri cadenti, polverosi, che stavano per essere soppiantati da cose più spinte e d’effetto Mi colpì molto il clima di totale innocenza: c’erano delle ragazze giovani, nemmeno bellissime, che facevano il doppio lavoro, o ragazze madre… A questo mi sono poi ispirata per L’Aquila delle Scimmie. C’erano poi due signore che tenevano il teatro…

Le signore del libro…

Si, questo è l’unico riferimento preciso. Queste donne avevano un atteggiamento al confine tra le benevole tenutarie del bordello e le impresarie teatrali molto terra terra. Da quella situazione ho tratto degli spunti, poi ho raccontato i fatti come se si svolgessero nella mia classe femminile del liceo. Perché i gruppi femminili giovani si somigliano tutti: le ragazze del libro usano un linguaggio diverso, però il succo è quello.

La giovane protagonista marilù ha un passato misterioso: di certo è una persona ferita che si sta dando da fare per essere se stessa, per venire fuori. Questo è un tema ricorrente nella tua scrittura. Cosa c’è nell’infanzia, che ferisce?

In effetti è vero, ci sono sempre dei ragazzi traumatizzati nei miei libri! Direi che difficile è il momento in cui si esce fuori dal quel nucleo di protezione e dell’infanzia e si diventa persone a tutti gli effetti, ci si prende la responsabilità di se stessi. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta rappresenta da un lato il momento della scoperta, del’avventura, dall’altro ci si lancia senza paracadute. Non è un’età spensierata ma di grande fragilità. Ne il Secondo di bordo, ad esempio, il libro che ho scritto subito prima, c’era un trauma infantile, il primo contatto vero con la morte.

Quindi ancora il tema della rimozione, cui segue inevitabilmente lo scontro con il problema…

Si. A Marilù è successa una cosa brutta quando era già più grandicella. E cambia anche il contesto: lei è la mia prima protagonista con un’origine proletaria. Finora avevo creato solo personaggi borghesi. A Marilù è successa una cosa cui lei ha dato un valore molto forte. Qualcuno mi ha chiesto: “ma perché non l’hai fata violentare? In fondo gli hanno fatto solo un tatuaggio sulla schiena!”. Ma nell’equilibrio del romanzo la violenza carnale mi sembrava una cosa eccessiva: quella era comunque una violenza.

Il tatuaggio è anche il simbolo indelebile di una violenza subita, che nel romanzo è anche il veicolo che lo porta ad un destino particolare: da un lato l’aiuta a trovare lavoro, dall’altro è una ferita che porta sempre con se.

Esatto. Direi che il punto sta anche nell’accettazione delle cose, belle e brutte. I miei adolescenti alla fine riescono tutti a superare il loro trauma; sono colti in momenti di passaggio da cui però in un modo o nell’altro vengono fuori. Marilù agisce in un ambiente bizzarro, ma poi ogni accadimento è filtrato dalla propria persona, che è il punto fondamentale.

La mia idea è che tu parli non tanto d’ingenuità che sfuma naturalmente nella crescita, quanto di un’innocenza minacciata da tante insidie: i bambini vengono in qualche modo violati.

Questo è vero, anche se poi l’innocenza da un lato è un valore, dall’altro è una cosa che va persa. Il problema è come elaborare questa perdita, e come portare avanti e sviluppare la propria personalità , buttando via delle cose e tenendone delle altre. Marilù è in quella linea di confine in cui le donne da un lato ancora rivendicano il loro essere delle ragazzine, dall’altro usano tutti gli strumenti femminili, come la seduzione. L’innocenza in questo caso è data dal modo di buttarsi nelle avventure: lei fa gli spogliarelli, vive con la cartomante usuraia, vende cocaina; però tutto questo lo fa senza morbosità.

Tu scrivi anche per i bambini, che significa pure provare a immaginare come loro possono recepire le tue parole. Scrivere per te rappresenta anche una sorta di autoanalisi di quello che è stato il tuo essere bambina…

Direi che in prima persona mi pongo il problema di non essere annoiata e quindi cerco di non annoiare. Siccome sono stata un’avidissima lettrice da bambina, mi sforzo di usare un tono che penso non essere palloso, anche negli argomenti. Scrivo cercando di dire delle cose, quelle che a me stanno a cuore.

Quindi ti sforzi di tenere presenti le sensazioni che avevi tu come lettrice bambina…

Si, e soprattutto non voglio tentare di indottrinare i miei lettori giovani, mai, rigorosamente. Secondo me l’atteggiamento didattico con i ragazzini è perdente. A loro piace essere trattati in modo paritetico, anche se poi gli editori censurano delle cose…Pensa che nell’ultimo racconto per ragazzi mi hanno censurato la parola “sedere”! Mi hanno detto: ”non si può usare questa parola perché il libro va nelle scuole e le maestre non vogliono”.

In quale misura inserisci elementi autobiografici?

Nei miei libri a volte ci sono delle citazioni. Per esempio nel mio primo romanzo un personaggio vero, un medico che cura la protagonista, che è il mio pediatra! Un’altra volta ho fatto una gaffe terribile: raccontavo una festa di snobettoni un po’ ridicoli, e c’era un personaggio che mentalmente ho associato ad una mia amica. Così ho scritto il suo nome e poi mi sono dimenticata di cambiarlo! Comunque in genere sono piccole citazioni, poche e molto scherzose. Qualcosa di personale c’è un po’ in tutti i miei libri. Certo, questo senso dell’infanzia, come dicevi tu, un’infanzia protetta che poi diventa qualcos’altro, ce l’ho molto forte, fa parte di me.

E fare i conti con il passato resta un elemento costante: è una regola di vita reale?

Forse ora è un po’ superato. Credo che con questo libro i temi comincino a spostarsi. Quello che davvero mi appartiene è il culto della vita. Anche il mio senso di religiosità è legato alla magia della vita, alla sua bellezza. Della vita fa parte pure la morte ovviamente, e nei miei libri c’è quasi sempre il senso della morte, o comunque della perdita. E’ una cosa che adesso cerco di elaborare in un altro modo, ma di cui ero ossessionata, prima. Anche il cambiamento era vissuto come perdita di se. Il punto essenziale di quello che scrivo è il senso della vita che è molto forte, e il fatto che poi la vita per andare avanti presuppone delle perdite. I conti, più che col passato, si devono fare con queste perdite di sé.

In che direzione stai andando?

Sta diventando sempre più centrale il rapporto con gli animali. La visione antropocentrica del mondo è stupida e soprattutto noiosissima. Nel percorso della vita, il fatto di partire con un atteggiamento gerarchico e sprezzante preclude la conoscenza in modo molto forte. Il rapporto con gli animali è la forma più immediata empatica e basilare di conoscenza della vita. Un animale offre un arco vitale breve ma analogo al nostro: li vediamo piccoli, poi crescere, invecchiare e morire, quindi abbiamo una prima conoscenza diretta dei cicli vitali. I ragazzini devono imparare a capire che gli animali non sono oggetti e che sono vivi, e belli, e interessanti e utili. Questo sarà il tema di un romanzo per adolescenti che uscirà a maggio, che si chiama La corsa delle stelle, primo di una trilogia. E’ un libro in cui si dicono delle cose piuttosto dure, ma all’interno di un’avventura con personaggi ironici, in cui succedono anche cose buffe. Tutto viene filtrato da una giocosità di fondo

E saranno protagoniste due ragazzine. La tua scrittura tende al femminile?

Nelle cose per ragazzini, a parte queste due, i miei protagonisti sono sempre maschi. Invece nei romanzi per adulti sola una volta è un maschio, ne il secondo di bordo.

Quindi in realtà non c’è questo sbilanciamento…

No, io ho curiosità per tutto. Certo, a me le ragazzine piacciono molto: hanno quel lato birichino, frizzante e un po’ diabolichetto che mi diverte, e che i maschi non hanno. Le ultime ragazzine di cui parlo sono un po’ terribili: Marilù è turbolenta ma anche le protagoniste de la corsa delle stelle hanno quell’aspetto dell’età che a me fa ridere, in cui ostentano sicurezza. Mi sono simpatiche.

Parliamo delle tue letture.

Mi sono formata soprattuto sugli scrittori di lingua anglosassone. La mia grande passione è Stevenson. Poi naturalmente mi sono letta Conrad, mi piace moltissimo Jane Austin; e mi piace pazzamente, anche se non è considerata una grande scrittrice, Agatha Christie. Secondo me lei è grande, a modo suo.

Tu hai fatto anche un lavoro di sceneggiatura con tua nonna, Suso Cecchi d’Amico. Che rapporto hai con il cinema e la televisione?

Io non sono brava come sceneggiatrice. Anzi, sono negata! Intanto mi è difficile lavorare in équipe: ho la tendenza a mantenere il totale possesso di quello che faccio, e il fatto che altri ci mettano le mani mi disorienta, mi fa uscire pazza. E poi non ho la pazienza necessaria; vedo mia nonna che ritorna sulle cose, riscrive, riscrive, riscrive…Detto questo a me il cinema piace moltissimo. Per la televisione è diverso: vengo da una famiglia di intellettuali, con dei principi rigidi. Mio nonno diceva che la televisione avrebbe dannato l’umanità! Non sono stato abituato a guardarne molta e di questo sono anche contenta. Una volta per la televisione ho anche lavorato, non è che abbia un atteggiamento di chiusura. E’ che è brutta la televisione, tutto qui. Il cinema è un’altra storia.

 

Di Barbara Gallucci, “20 ANNI
– 04/04/2002

 

Ragazze al bivio

 

 

Marilù è giovane, ha un tatuaggio che rappresenta l’aquila delle scimmie, un uccello rarissimo che vive solo in un’isola delle Filippine. Ed è proprio in un locale di strip tease chiamato l’aquila delle scimmie che viene ingaggiata come spogliarellista nonostante sia minorenne. Lentamente comincia a fare conoscenza con una serie di personaggi strani che si aggirano dentro e fuori dal locale. Ma quando troverà l’amore forse non è proprio come se lo aspettava

Marilù è giovane, ha un tatuaggio che rappresenta l’aquila delle scimmie, un uccello rarissimo che vive solo in un’isola delle Filippine. Ed è proprio in un locale di strip tease chiamato l’aquila delle scimmie che viene ingaggiata come spogliarellista nonostante sia minorenne. Lentamente comincia a fare conoscenza con una serie di personaggi strani che si aggirano dentro e fuori dal locale. Ma quando troverà l’amore forse non è proprio come se l’aspettava

 

Marco Tabellione, IL CENTRO
– 25/04/2002

 

Margherita D’Amico, “L’aquila delle scimmie”

 

 

Il nuovo romanzo di Margherita D’Amico pubblicato da Fazi editore. “L’aquila delle scimmie” di Marilù

Il nome di un uccello raro trasformato in chiave di lettura di uomini e storie, per un romanzo che sicuramente farà parlare di sé.
Si intitola infatti “L’aquila delle scimmie” il nuovo romanzo di Margherita D’Amico edito da Fazi editore (126 pagine, 11.50 euro), dove l’aquila in questione non è soltanto un rapace quasi del tutto estinto delle isole Mindanao, ma anche un teatro di Roma, un tatuaggio sul fondo schiena di Marilù, la protagonista della storia.
La ragazza, un bel giorno, nonostante minorenne, si fa accogliere in un teatro per iniziare una carriera di spettacoli notturni, cosparsa di amicizie ambigue e situazioni poco raccomandabili.
Così Marilù si troverà ad avere a che fare con personaggi strani e inquietanti, come il coreografo pazzo che a suo tempo aveva danzato all’Opéra di Parigi e non riesce a dimenticare i tempi della sua gloria, oppure i bulli del quartiere che le vanno dietro, o le compagne di spogliarello, oppure ancora le signore gemelle direttrici del teatro.
Una galleria di personaggi su cui poi arriverà a imporsi Scano, un uomo taciturno di cui Marilù si innamorerà, fino a che un colpo di scena non la costringerà a carcere definitivamente la propria strada e la propria verità.
Scritto da una delle giovani narratrici italiane più apprezzate (autrice tra l’altro dei romanzi “Rane” del 1993, “Ritratto con mangusta” del 1996, “Il secondo di bordo” del 1999 e diversi racconti per ragazzi), “L’aquila delle scimmie” si presenta come una narrazione vivace, a metà strada tra giallo e commedia, che non mancherà di avvincere il lettore nelle trame segrete della sua protagonista, “una ragazza deliziosa e terribile” si legge nella terza di copertina del volume “di cui è molto difficile non innamorarsi”, una ragazza che alla fine arriverà finalmente a conoscere se stessa e le sue potenzialità.

Brunella Schisa, IL VENERDÌ- LA REPUBBLICA
– 12/04/2002

 

D’Amico, commedia gialla con striptease e altri orrori.

 


Margherita D’Amico ha una passione per i temi giovanili e affolla i suoi libri di adolescenti borghesi; in questo ultimo romanzo sposta lo sguardo su un mondo incolto e superstizioso. Come quinta un teatro di giovanissime spogliarelliste, dove arriva Marilù, sedicenne senza passato, ma con segni di violenza nell’anima e sulla pelle. Con questi elementi la scrittrice confeziona una commedia in giallo, gradevole per il linguaggio visivo. Scontato, visto il patrimonio genetico della ragazza, classe ’67: bisnonni Benedetto Croce ed Emilio Cecchi, nonni Suso Cecchi e Fedele d’Amico; genitori Benedetta Craveri e Masolino d’Amico. E ha sposato l’attore Luca Zingaretti.
Nei suoi libri il dolore si risolve con una catarsi.
“Sì, è un finale obbligatorio. Scelgo loro perché danno più spazio all’avventura; quello che per un adulto è normale, per un adolescente può diventare abnorme”
Lei si è sempre mossa in ambienti borghesi, perché ha cambiato milieu?
“Volevo misurarmi con la scrittura, raccontare di un ambiente in cui avvenivano cose orrende, ma in modo non iperrealistico”.
Quando ha finito un libro a chi lo fa legger per primo?
“A mia sorella Isabella poi a Luca, e se entrambi dicono ok! Passo ai miei genitori”.

 

Massimo Onofri, DIARIO DELLA SETTIMANA
– 03/05/2002

 

Dalle parti di Marilù.Un variopinto mondo nel cuore di Roma

 

 

L’Aquila delle Scimmie è il teatro romano tra la stazione Termini e piazza Vittorio specializzato in spogliarelli che prende il nome, così almeno apprendiamo, da un rapace quasi estinto.

Ma il superbo uccello è anche quello che Marilù, la più giovane delle ballerine non ancora maggiorenne, ha tatuato curiosamente tra la schiena e le natiche. Di Marilù, delle sue misteriose origini da cui forse fugge, non sapremo quasi nulla per buona parte del romanzo. Ma capiamo presto che è l’economia narrativa a richiederlo. Marilù ignora tutto della catena di fatalità che l’ha condotta in quello strano luogo, delle singolari coincidenze tra il suo destino e il genius loci. Si potrebbe anzi sostenere che quell’ignoranza è da mettere nel conto dell’indeterminatezza per così dire ontologica del personaggio, e tale da imporre alla storia il suo ritmo: “Troppo complicato, insomma. Il vederci chiaro avrebbe richiesto la tessitura di una trama, seppur esile, a unire gli sprazzi del suo procedere. Così si sentiva Marilù: una persona in un certo senso a tratti, poiché gli avvenimenti, quanto insomma la segnava e definiva, si collocavano come brevi lampi all’interno di una pioggerellina sfuggente”. Soltanto all’ultima pagina, di fronte all’immane tranquilità del mare, Marilù riuscirà a riempire di realtà quell’indeterminatezza, cancellando per un istante i bagliori e la pioggerellina persistente: quell’istante in cui, dobbiamo proprio presumerlo, dovrebbe coagulare la verità definitiva del racconto.
Ho detto che dobbiamo presumerlo: perché è davvero in questo momento decisivo che i dubbi del lettore possono avere la meglio sul piacere della lettura. Intendiamoci: a Margherita D’Amico non mancano doti di narratrice: a cominciare dal respiro, dal senso per così dire architettonico, dalla sicurezza d’esecuzione, da un perspicuo sentimento del reale. E questa storia si carica con disinvoltura delle sue implicazioni di losco giallo: quello che discende direttamente dagli strani riti che coinvolgono una delle due signore proprietarie del teatro, Nella, nonché la signora Incoronata Biasini, presso la cui abitazione Marilù vive in affitto, storia che culmina nella misteriosa aggressione al coreografo Kiki, congegnata in modo tale che la nostra protagonista ne possa risultare colpevole. Allo stesso modo, la D’Amico – fatto raro tra i nostri giovani scrittori – sa dominare bene l’arte del dialogo: e particolarmente riuscita ci sembra la restituzione di quell’insistito e fatuo chiacchiericcio da camerino che impegna le molte ballerine che lavorano con Marilù. Ma il punto è un altro, e si traduce in una domanda che non è di poco conto: perché la D’Amico ha voluto raccontarci questa storia? Tutto sembrava congiurare in direzione del ritratto di Marilù: nell’ipotesi che il personaggio potesse consistere come un crittogramma da mettere nel conto di quelli che ci introducono al mistero della vita. Ma s’è già implicitamente detto, per come la vicenda si chiude, che la nostra protagonista non ha probabilmente la forza per assolvere a un impegno di tale portata. D’altra parte il variopinto mondo di L’Aquila delle scimmie è stato allestito in funzione dell’apprendistato esistenziale di Marilù, del suo purtroppo fallito romanzo di formazione: e non pare possa imporsi di per sé, rivendicare per così dire uno spessore metaforico tale da riscattare il romanzo. Con il risultato che noi ci troviamo di fronte a un prodotto in cui tutti gli ingredienti risultano di buona qualità e selezionati con competenza, che è stato preparato da uno chef di indubbie qualità, che ci è stato servito come si doveva, ma i cui sapori sono ben lontani da quelli che ci saremmo aspettati.

©diario della settimana

 

Natalia Poggi, IL TEMPO
– 17/03/2002

 

Se una ragazza di altri tempi si mette a fare la spogliarellista

 


C’è un rito, quasi una cerimonia d’iniziazione a cui deve sottoporsi una ragazza che vuole fare la spogliarellista: il taglio del triangolo dei peli pubici. È quello che fa anche Marilù, diacessettenne dal passato oscuro, neo ballerina in un teatro “a luci rosse” romano, zona Stazione Termini. Che è poi la protagonista di “L’Aquila delle Scimmie” (ed. Fazi) l’ultima fatica letteraria della giovane scrittrice romana Margherita D’Amico.
Marilù non è ancora maggiorenne ma è già una donna che si è lasciata alle spalle una casa dove un nonno l’ha educata ai sani principi della gente di campagna. Fugge da chi vorrebbe ingabbiarla in qualche struttura sociale, è rimasta sola, e allora approda al teatro delle signore Loli e Nella, sorelle di mezz’età, che appunto, dirigono un teatro “osè”. Viene presa per le sue doti naturali e perché, misteriosamente, ha stampigliato sulla natica un tatuaggio che raffigura un’aquila delle scimmie, uccello quasi del tutto estinto, che è poi il nome del locale e l’animale preferito dal papà delle sorelle, che faceva il custode allo zoo.
Marilù è una ragazza d’altri tempi che mangia caramelle al miele e si muove in un ambiente indefinito, avvolto da una patina antica di gaddesca memoria. C’è un quartiere con i palazzi scrostati, dove le portinerie hanno l’odore della pipì dei gatti e gli abitanti sono vecchi brontoloni che nascondono i soldi nei barattoli di latta e si dedicano a traffici illeciti. C’è pure un coreografo, diciamo pure misogino, che tratta le “signorine” con la frustra e quasi mai coi guanti.
È il classico ballerino fallito dell’Operà di Parigi. Ma le cose non finiscono qui. Perché Marilù intreccia una relazione con Scano, un uomo fascinoso e un po’ ruvido, che arriva dalla Sardegna, addirittura in traghetto. E in un crescendo mozzafiato si ritrova coinvolta in un giallo oscuro (riecco Gadda), ancora una volta in fuga perché ritenuta colpevole di un omicidio mai commesso, e mai avvenuto, ed allora scopre una verità sconcertante attraverso una catena di colpi di scena. Nel suo romanzo “da grande” la D’Amico gioca sul filo della commedia e del giallo. E si regola di conseguenza: la prosa lineare, il taglio naturalistico lasciano il posto ad un tono sospeso, evocato, quasi surreale. Il ritmo incalzante e il finale in crescendo hanno il poter di incollare alle pagine il lettore. Ed è un pregio raro, di questi tempi.

)

 

Aurelio Picca, “IL GIORNALE”
– 28/03/2002

 

Marilù, un’adolescente fra le aquile e le scimmie

 

 

Il titolo L’aquila delle scimmie (editore Fazi, pagg.126, euro 11,50) – breve romanzo di Margherita D’Amico – sarebbe piaciuto a Tommaso Landolfi. Anzi, avrebbe potuto usarlo per uno dei suoi racconti. Ha gli elementi giusti (evocativi, simbolici, estremi: aquila e scimmia, grotteschi e tragici) che l’avrebbero potuto incuriosire. Poi, ambientalisticamente, l’aquila è un rapace che stazionava (vi volteggia ancora?) tra i Monti Aurunci e il Parco Nazionale d’Abruzzo, e la scimmia, anche se non è originaria di quei luoghi aspri, lo scrittore di Pico Farnese l’aveva già in proprio ammaestrata in Le due zitelle, storpiandola però in “scimia”. Chissà, forse le nostre associazioni non sono del tutto peregrine. Margherita D’Amico ha inventato Marilù (la protagonista, diciassette anni, con il padre inesistente, la madre volatilizzata nel nulla, cresciuta dal nonno che l’adolescente abbandona sul letto di morte), Chacha, Zazà, Erica, Ninuska, Valentina: una sequenza di Barbie o figurine di carta o silhouette che nella vita quotidiana si fanno pure loro ammaestrare da Kiki, il coreografo inguantato, un tempo pariginizzato (infatti, in gioventù, aveva danzato a l’Opéra) il quale, per correggerle, usa spessissimo la frusta, e a volte lo zuccherino chiamandole “trésor”.
Le ragazze si spogliano (fanno le spogliarelliste) in un teatro che, curiosamente, si chiama Aquila delle scimmie. E curiosa è anche la coincidenza che quest’Aquila (una specie rarissime e quindi in via d’estinzione) è stata tatuata sul corpo di Marilù. Il teatro – un dì tempio dell’avanspettacolo – è gestito da due sorelle: Loli e Nella che, a pensarci bene potrebbero scindere titolo, teatro e rapace chiamandosi una Aquila e un’altra Scimmia – ovviamente non rivelo il perché…
Il mondo di Marilù vive non tanto nell’assurdo di una vita bruciata dentro i conati dell’attualità, ma proprio in onore di Landolfi questo mondo si narra in un progetto misterioso e, soprattutto, all’interno di un’assenza. Tutto esiste, eppure ogni cosa è finta. Tutto è finto, eppure ogni cosa esiste. Ad esempio: la città assente, le piazze e le vie assenti, sono invece: Roma, via Volturno, via Nazionale, piazza del Campidoglio. E il teatro, evocato soltanto dal suo nome misterioso (Aquila delle scimmie), va a finire che è il Volturno, dove per anni si sono realmente “ammaestrati” Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Comunque la percezione dell’assenza e del mistero, al di là del gioco narrativo e inventivo, sono le marce in più di questo giallo scritto e riscritto con una lingua che si fa leggere e non sopportare, con una capacità nel costruire i dialoghi invidiabile. Ma, va precisato, Landolfi nel racconto di Margherita D’Amico non entra con il suo italiano antiquariale e letteratissimo, lo scrittore di Rien va contagia l’Aquila delle scimmie sul piano dell’assenza e del mistero, un mistero che fa suo il titolo, le ballerine, le spelonche del teatro stesso, e infine il destino di Marilù affidato, come direbbero le vecchie cartomanti, non al futuro, che è assurdo e inesistente, ma a chi è più in alto di lui. Il fato.

 

Mariano Sabatini, “GIOIA”

 

Adolescenti inquiete

 

Un misterioso tatuaggio in fondo alla schiena, un’adolescente scapestrata, una Roma ai margini, un lercio teatro di spogliarelli, personaggi brutti, sporchi e talvolta cattivi: sono gli elementi del romanzo di Margherita d’Amico, L’aquila delle scimmie (ed. Fazi, 126 pagine, 11,50 euro). Dopo Rane, Ritratto con mangusta e quindi il bellissimo Il secondo di bordo, la scrittrice romana si conferma capace di una narrazione priva di effettacci e retorica, con uno stile che ricorda quello dell’inglese Barbara Pym, e racconta la vicenda in bilico tra l’ironia e il giallo di una sedicenne in fuga in primo luogo da se stessa: “Anche questo romanzo, come i precedenti, è nato da un’impressione. Credo accada anche a molti altri scrittori”, spiega Margherita D’Amico.
Perché ha scelto come contesto il mondo un po’ “antico” degli spogliarelli?
Anche se la mia storia non ha nessun intento documentaristico, anni fa per il Corriere della Sera feci un’inchiesta sugli ultimi locali romani di spogliarelli, per finire con gli spettacoli hard di Riccardo Schicchi, dove mi accompagnò mio marito e dove incontrai una giovanissima Eva Enger. Tutto questo mi fece scoprire che tra le spogliarelliste e le mie compagnie di scuola dalle suore c’era solo una differenza di linguaggio.
Perché ha deciso di lasciare i personaggi borghesi dei precedenti romanzi?
Mi divertiva raccontare una protagonista adolescente, o poco più, appartenente a un ambiente proletario. Nel romanzo ci sono il sesso, il delitto, il sangue, ma raccontati in modo non realistico, senza ansia di denuncia. Marilù attraversa un mondo al limite con assoluta naturalezza, ne combina di tutti i colori dimostrando una malizia molto femminile, ma non torbida.
E perché Marilù non tenta di affrancarsi dallo squallore in cui vive?
Lei, che è una sbandata rimasta ingenua, cerca solo di sopravvivere. Da una parte è in fuga da qualcosa, dall’altra è in cerca di qualcosa. Non sa afferrare fino in fondo il senso della sua esistenza e si capisce dal segreto che c’è sotto al famoso tatuaggio dell’aquila delle scimmie.
Il tatuaggio è stato ideato come una metafora dello stupro?
Lo è simbolicamente, ma inserire lo stupro in una storia in cui il sesso non è mai peccaminoso e la morte non è morte mi sembrava pesante, stonato. Non mi interessava dare giudizi morali. Io volevo dire che la vita è molto mobile, le vicende cambiano aspetto improvvisamente, perciò per rimanere in equilibrio ognuno deve trovare un centro e una stabilità propri.
La sua narrativa si divide in storie sugli adolescenti e per gli adolescenti. Perché le interessa tanto questa età?
Sono gli anni dell’avventura, della scoperta. Se tutto quello che fa Marilù, ragazzina selvaggia, nel mio ultimo romanzo lo facesse una donna adulta sarebbe meno plausibile, meno verosimile. Ma le vicende atroci di adolescenti come Erika non hanno echi nelle mie storie, quei ragazzi lì sono poco interessanti per me. Erika è un mostro, non c’è molto da dire su di lei e, anche se dirlo è poco politicamente corretto, vorrei che la chiudessero in prigione e gettassero la chiave.
Lei è nipote della grande sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico. La sua adolescenza in famiglia com’è stata?
Ho imparato tante cose dalla mia famiglia e ho fatto tante scoperte, ma, come altri ragazzi, qualche volta ho anche fatto vedere i sorci verdi ai miei genitori. Sono andata via di casa, a vivere col mio primo fidanzato a soli diciannove anni. Prima ancora, al liceo classico, non ho combinato assolutamente nulla, mia madre era arrabbiatissima perché ero presa solo dalle mie passioni animaliste. Se io avessi una figlia come ero io la prenderei a calci dalla mattina alla sera.

 

Giuseppe Leonelli, “LA REPUBBLICA”
– 29/04/2002

 

In una Roma un po’ equivoca arriva la giovane Marilù

 

Un giorno Marilù, ragazza appena sedicenne, si presenta alla porta d’un teatro di Roma, L’aquila delle scimmie, ubicato nella zona che si estende dalla Stazione Termini a Piazza Vittorio. Nessuno sa chi è e da dove venga. Attira l’attenzione dei gestori, che mettono in scena spettacoli di spogliarello, perché ha tatuata sul fondo schiena un’immagine dell’uccello da cui prende nome il teatro: l’Aquila delle Scimmie, un animale che vive solo in un’isola delle Filippine.
È la scena da cui si sviluppa un intreccio veloce, ritmato da fitti dialoghi, dove compaiono personaggi evocati da una Roma multietnica, picaresca e un po’ criminale: il coreografo Kiki, le ragazze del balletto, le gemelle di mezza età direttrici del teatro, il quasi fidanzatino Paoletto, una vecchia cartomante affittacamere, Scano, un agricoltore sardo, un po’ satiro, un po’ innamorato di Marilù. Sullo sfondo, un paesaggio urbano degradato, fatto di losche pensioni, bar dove si incontra di tutto e, appunto, il teatrino frequentato da soldati di leva e vecchi aficionados. Marilù s’aggira come la piccola Zazie protagonista del famoso romanzo di Queneau: la sua entrata in scena produce,a sua insaputa, l’organizzazione d’una stangata, i cui particolari lasceremo al lettore di questo romanzo che va giù tutto d’un fiato. Alla fine Marilù è sola. Forse parte per una nuova avventura.

M. Cap., LA PADANIA
– 09/03/2002

 

Margherita D’Amico, “L’aquila delle scimmie”

 

 

Una ragazzina in fuga, spogliarellista, trafficante di droga e innamorata di un uomo che ha il triplo dei suoi anni. È Marilù, sedicenne misteriosa e dalle origini ignote, protagonista del nuovo romanzo di Margherita D’Amico. Un libro un po’ anomalo nella produzione della D’Amico, 34 anni, moglie di Luca Zingaretti, che cambia nettamente ambientazione sociale abbandonando le atmosfere borghesi per raccontare una storia con situazioni al limite del criminoso con qualche elemento giallo. Il titolo, come in quasi tutti i romanzi della D’Amico, da “Rane” a “Ritratto con mangusta”, rimanda al mondo animale. Ma l’”Aquila delle scimmie”, in questa storia, è anche un vecchio teatro di spogliarelli che si trova nella zona multietnica di Roma, tra la stazione Termini e Piazza Vittorio, ed è il tatuaggio che Marilù ha in fondo alla schiena e che facilita il suo ingresso, nonostante sia minorenne, nel mondo dello streap-tease. La ragazzina si adatta subito a questa vita spericolata, fatta di personaggi strani – come le due gemelle di mezza età direttrici del teatro, una vecchia cartomante affittacamere, un coreografo isterico, le compagne di spogliarello, un paio di ragazzi del quartiere che le fanno la corte – ma si rende conto che questa realtà non è come appare. Poi c’è Scano, un uomo molto più grande di lei, che la affascina. E alla fine un colpo di scena la costringerà a cercare la sua verità. La D’Amico, che ha predilezione per i personaggi giovani ed è anche autrice di libri per ragazzi, annuncia anche l’uscita a maggio di “La corsa delle stelle” (Mondadori Ragazzi), primo libro di una trilogia, con protagoniste due ragazzine peperine, che affronta il rapporto con gli animali attraverso le corse dei cavalli.

 

Marco Ferrante, IL FOGLIO

 

Margherita D’Amico, “L’aquila delle scimmie”

 

 

Che cosa significa fare l’amore con un uomo di quarant’anni, abbracciarlo, girare la fronte su un lato, guardare lontano come oltre una caligine e sapere di certo – (in un solo istante) che i confini del mondo sono quelli? È bene o male che i confini del mondo non vadano oltre lo sguardo che si libera da un abbraccio amoroso? Soprattutto per i lettori quarantenni, la storia di Marilù, spogliarellista diciassettenne, orfana, praticamente sola al mondo, protagonista del quarto romanzo di Margherita D’Amico, costringe a girare intorno a questa domanda. Marilù è per costoro (lettori quarantenni) una possibilità sentimentale. Marilù è fiera, combattiva. Sul fondo della sua schiena c’è un formidabile tatuaggio, un’aquila delle scimmie. Un uccello quasi estinto, che sopravvive solo dalle parti di Mindanao, arcipelago del Pacifico, famoso al giorno d’oggi perché è il teatro delle scorribande dei pirati musulmani della banda di Abu Sayyaf.
Questo assurdo segno distintivo depositato sul sedere è il ricordo indesiderato di una notte brava. Marilù vive insieme a suo nonno, un pastore, ai margini di Roma, dove comincia una campagna quasi immaginaria. Non è mai stata in centro, non sa nulla del mondo. Un gruppo di ragazzi, che ogni tanto capitano dalle sue parti, una sera la invitano ad andar fuori. C’è una festa da una vicina. Bevono, e si fa tardi. È l’ultima ragazza rimasta, vorrebbe andarsene, ma quelli la trattengono e la spogliano. La violenza è fatta di un ago. C’è un ciccione che fa i tatuaggi. La tengono ferma in due e il ciccione le lascia sulla schiena l’aquila delle scimmie. “Le avete contate tutte quelle penne? – dice – Gliele disegno una per una”. La rarità e la bellezza del tatuaggio le valgono un lavoro, in un teatro off, in un quartiere altrettanto off, dove vivono gli immigrati gialli e neri. Le due impresarie, vecchie sorelle gemelle, sono state colpite da una coincidenza: il teatro si chiama proprio “Aquila delle scimmie”. Marilù si spoglia di notte. Le sue colleghe (quasi tutte sposate, alla deriva), le loro conversazioni non hanno nulla di speciale, nessuna parentela con il ruolo che interpretano in passerella. C’è un coreografo gay che ha ballato a Parigi; ci sono gli ammiratori; c’è un amico, Paoletto, sfigato (partirà per la Germania per fare il cameriere) curioso carattere neorealista, pennellato benissimo con solo due tratti. Del resto questa è una caratteristica di Margherita D’Amico, la cui scrittura è da una parte molto solida, formata sui meccanismi della tradizione che lei conosce perfettamente, dall’altra è tutta percezioni sognanti. Poetiche certe volte.
E qui arriviamo all’amore. Marilù vive in una camera in affitto. La padrona di casa tiene un banco di strozzinaggio. Mentre la ragazza si ritrova invischiata in un meschino giallo di quartiere, nella sua vita entra un uomo. Ottavio Scano, agricoltore sardo, ospite della pensione Proietti (nome indovinato!). è in città per un corso di formazione: “Marilù aveva diciassette anni ed era quello che era, e anche se fosse stata più adulta o diversa, forse non avrebbe saputo spiegare cosa ci fosse di tanto insolito in quello sguardo lì”. Sarà lei a cercarlo, lei a baciarlo. Lei ha la pelle tesa, ha l’indipendenza di quando il mondo è nostro. Lui ha la mascella dura, nello “sguardo qualcosa per cui valeva la pena di azzardare”, sa fare gesti da ragazzo e non ha cattive intenzioni. I dialoghi sono ottimamente scritti, molto sentimentali anche, ma non vogliono sembrarlo. C’è fra loro pudore ed esitazione. Scano ritornerà in Sardegna cercando di separarsi da lei, Marilù lo seguirà. Noi quarantenni tifiamo per il lieto fine, che se ne sta acquattato sul ponte di un traghetto, partito da Civitavecchia. Per guardare il mondo, il ponte di una nave è il più opportuno dei luoghi. Di meglio c’è solo il petto di un uomo, alla fine, in condizione di completo riposo.

 

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
L’Aquila delle scimmie
Collana:
Numero Collana:
14
Pagine:
128
Codice isbn:
9788881123186
Prezzo in libreria:
€ 12,00
Data Pubblicazione:
01-03-2002