Graham Caveney

Lo chiamavano “il prete”

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Traduzione di Stefano Tummolini

Lo chiamavano “Il Prete” è la biografia di William S. Burroughs. Anche se il lavoro di Caveney è seriamente documentato, il libro ha una straordinaria leggerezza, dà al lettore un senso di sbandamento e di partecipazione forse perché fatto di pagine molto più illustrate che scritte. Ne esce il ritratto di un eroinomane alcolizzato, mescolato a fatti di sangue (uccise tra l’altro, accidentalmente, sua moglie), amante della pornografia. Insieme a Kerouac, Ginsberg e Gregory Corso, Burroughs (1914-1997) è stato fra i protagonisti di una generazione che ha costretto l’America a guardarsi allo specchio, trovandosi brutta.

Dalla recensione di Corrado Augias sul «Venerdì di Repubblica».

LO CHIAMAVANO “IL PRETE” – RECENSIONI

 

Angelo Crespi , LOMBARDIA OGGI
– 04/12/1999

 

Lo chiamavano Burroughs
Con la morte di William Borroughs, avvenuta nell”agosto del 1997, si è chiusa un”epoca. Quella dei Beat. I battuti-beati. Forse è ancora presto per tentarne un bilancio, ma è certo che la distanza temporale aiuterà i futuri critici di questo movimento letterario che ha sconfinato nella moda, nel rito, addirittura nella follia. Allen Ginsberg, ma soprattutto Borroughs – capace ancora a 80 e passa anni di riciclarsi nel cyberpunk piuttosto che nel rap – gettavano con la loro presenza un”ombra lunga su qualsiasi movimento giovanile di rivolta, quasi che non potesse esserci nulla di rivoltoso fuori dal solco che essi avevano tracciato nell”America degli anni Cinquanta. O sulla strada o niente; in questo ultimo caso si veniva considerati dei piccoli borghesi. Eppure se la loro vita, forsennata, e bruciata in un solo colpo, “come i ragni dei fuochi artificiali quando scoppiano e tutti fanno oooohhhh”, aveva influenzato intere generazioni di beatnik, ripentendo in modo diverso e parossistico il mito dello scrittore genio ma folle, la loro opera deve essere riletta con attenzione per discernere ciò che è vera letteratura da ciò che è furbizia, o semplice espressione di pazzia, talvolta ingenerata. La biografia scritta da Graham Caveney e dedicata a W. S. Borroughs, “Lo chiamavano il prete” (Fazi Editore, pagg. 224, 48mila lire) è uno dei primi e più completi tentativi di analizzare la vita dell”ispiratore della vita culturale alternativa dell”America di questo secolo. E cioè William Borroughs, ottantatre anni vissuti in pista – qualcuno ha insinuato che sono stati addirittura troppi per un ribelle – tra droga, libri, musica, talvolta violenza e tragedia (l”omicidio involontario della moglie con un colpo di pistola) e poesia, tanta poesia e vitalità che l”hanno portato e essere uno dei più assidui frequentatori della sperimentazione in ogni campo artistico. Il libro, non a caso, si avvale della collaborazione di Simon Jennung, un designer specializzato in libri d”arte, già coautore de “L”angelo caduto” su Jack Kerouac, che ha tentato anche graficamente di riproporre l”opera shoccante del poeta americano: 200 pagine di color arancione nelle quali sono riproposte quasi in un montaggio cinematografico centinaia di foto di Borroughs e dei suoi amici a riproporre un”iconografia convincente del periodo beat e della follia, oltre che dello sperimentalismo, che lo ha animato nei protagonisti maggiori come Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Di Borroughs, il vecchio della beat, al di là delle biografie, resta soprattutto il suo celeberrimo “The Naked Lunch” (Il pasto nudo). Romanzo psichedelico scritto con la tecnica del cut-up, cioè del “taglia e cuci”, che oltre a dargli infiniti guai giudiziari per via della presunta (probabilmente vera) oscenità di numerose pagine, gli ha forse concesso una fama imperitura. Certo, edito nel ”59, il romanzo oggi ha perso la sua carica esplosiva e in qualche modo “anti” sistema. Abituati al frullato massmediale quotidiano che ha triturato e smaciullato il linguaggio, e i sentimenti, è meno incisivo anche il viaggio onirico di Borroughs. Rimangono è vero alcune scene che colpiscono lo stomaco, ma tutto sommato si rimpiange la compostezza stilistica e razionale di molti altri scrittori suoi contemporanei e meno “Beat”.

 

Filippo La Porta , MUSICA ROCK & ALTRO, SUPPL. LA REPUBBLICA,
– 01/12/1997

 

Burroughs, lezione estrema

 

Sì, questo bel libro dalla grafica seduttiva e morbidamente sensuale mette un po” di malinconia. Quando in una delle pagine iniziali scorrono le immagini dei molti “caduti” della letteratura americana – Fitzgerald, Parker, Kerouac, Hemingway, e lo stesso Burroughs – vittime predestinate, schiacciate dalla loro stessa iconografia, è inevitabile fare un confronto ingeneroso tra epoche diverse. Di fronte a quell””annuario dell”autodistruzione” che è la letteratura americana del ”900, i giovani scrittori attuali (di entrambe le sponde dell”Oceano) appaiono come agiati e abilissimi autopromoter, frivoli narratori dell”apocalisse, protagonisti di disperazioni spettacolari. Certo, come sottolinea Graham Caveney nell”introduzione, la cultura contemporanea è stata enormemente influenzata dalla produzione di Burroughs (scomparso nell”agosto del ”97). Ma la lezione “estrema” dell”eroe della controcultura, dell”ispiratore dei beat, degli hippies (e poi del punk, del giunge…), non poteva non essere annacquata nel nostro contesto. Come è qui detto benissimo, i suoi spaesanti romanzi rivelano infatti una quasi psicotica “paura del controllo” (di qui la continua ricerca di esperienze-limite). A ben pensarci, niente di più inattuale la “cifra” culturale e anche esistenziale della contemporaneità è invece proprio una volontà ossessiva, narcisistica di controllo, attraverso le manipolazioni virtuali, gli ipertesti, lo zapping, la simulazione del rischio… La movimentata grafica del libro, ad opera di Simenon Jennigs, non può che catturare i lettori di “Musica!”, anche se bisogna riconoscere che la confezione è di un tipo già molto visto tanto che al lettore distratto potrebbe evocare una chiassosa agenda “alternativa”. Ma tornando a Burroughs, forte è la tentazione di concludere, dopo la lettura di questa biografia, che il suo stesso personaggio (“il cronista tossico, l”esploratore psichico, la checca dichiarata, il cosmonauta letterario, il fuorilegge estetico” ma anche il discepolo della mistica indiano-americana e il testimonial della Nike) è quello meglio riuscito della sua intera produzione, tanto che paradossalmente i suoi romanzi sono spesso citati senza che nessuno li abbia mai letti. Le collaborazioni finali con Kurt Cobain (col quale condivideva la passione per le armi) e Tom Waits ci mostrano come Burroughs percepisse nel rock “un”incarnazione delle sue figure più cupe”: se infatti “il rock è libertà” (come una volta ha detto Bono), l”autore del “Pasto nudo” ha sperimentato questa vertiginosa libertà soprattutto in direzione del demoniaco e del perverso.

 

Gianrico Bezzato , ROCKERILLA
– 11/01/1998

 

“Lo chiamavano il prete – la vita e l’eredità di William S. Burroughs”

 

Il Grande Fulminato è scomparso quasi un anno e mezzo fa. Il mese prossimo Fazi licenzierà la traduzione di una biografia, probabilmente la prima post-mortem, di uno dei più discussi artisti americani del dopoguerra. Vita (morte, miracoli) ed eredità di William S.Burroughs. la beat generation vende sempre anche se, e questo è sicuro, un giorno smetterà di vendere così tanto. Le due ultime icone del movimento se ne sono andate. Nell”immaginario collettivo uno era tutto a colori, solare e pacifista, l”altro tutto nero, tenebroso e violento. In realtà erano due scrittori e d”ora in poi i parlerà di loro sempre in quel senso. D”ora in poi le biografie che usciranno saranno sempre più come questa. Basta con quei tomi assemblati da amici stretti, lontani parenti, vicini di casa, pagine e pagine a rinvangare gesta e sregolatezze, a disquisire di quanto fosse gioiosamente finocchio Ginsberg, alcolizzato Kerouac, eroinomane Burroughs e via di seguito. Anch”io c”ero , ci dicevano quei libri. Chi se ne frega, pensavamo noi. Graham Caveney ha una tesi e se da una parte questo affligge il suo stile, a tratti l”opera sembra una tesi universitaria ben scritta, alla fine il lavoro risulta chiaro, lucido e concludente. Così, pagina dopo pagina, si delinea la figura e la vita di un artista (o non artista) a tutto tondo, slegato da qualsiasi movimento, eppure sempre presente nei momenti cruciali dell”attività culturale americana dal dopoguerra ad oggi. L”Anziano Solitario, in quanto anziano in anticipo su qualsiasi movimento, in quanto solitario capace di sopravvivere in eterno senza farsi ingoiare da nessun movimento e dell”umiltà necessaria per cercare costantemente gente con cui collaborar e creare. Ginsberg, Kerouac, Brian Gysin, Patti Smith, Tom Waits, Kurt Cobain, l”intera opera di Burroughs è frutto della sua collaborazione con altri artisti. Come fa notare giustamente Caveney: “Egli è una sorta di disc-jockey della parola, che si diverte a campionare e a ristrutturare i linguaggi parlati dalla società”. E, citando lo stesso Burroughs: “Ogni cosa appartiene al ladro ispirato e appassionato. Le menti annoiate degli scolaretti, le carceri della venerazione acritica, i musei morti e gli archivi polverosi, tutti lo supplicano di rubare. Egli deve assicurarsi che la merce si di buona qualità, e funzionale ai suoi scopi, prima di pregiarla del supremo onore e della benedizione del suo furto. Non siamo responsabili. Rubate tutto quello che ricapita”. Cinquant”anni fa definivano Burroughs il padre della beat generation, nessuno sapeva che stava percorrendo il futuro mezzo secolo di arte americana, da Warhol a Beck, via Cronenberg, William Gibson, Ridley Scott e una marea di altri. Ora che se ne sta nell”interzona definitiva magari avrà anche risolto i problemi con lo Spirito Orrendo che viveva in lui. Chissà, avrà tempo di riposare parlando di letteratura con il suo amico Tennessee William, rubando aureole ai santi con Gide e Sperando di tanto in tanto alle nuvole.

 

Giuseppe Culicchia, LA STAMPA
– 02/04/1999

 

Burroughs, tutti gli abissi di un mito ribelle

Il maledetto che morì da tranquillo pensionato

Nella breve nota introduttiva al suo ”Lo chiamavano” “Il prete”. ”La vita e l”eredità di William S. Burroughs, Graham Caveney – docente universitario e collaboratore del ”Guardian” e ”The Face” – avverte i lettori: altri biografi dello scrittore maledetto hanno già tentato di disgelare l”autentico Burroghs, riportando alla luce l”uomo dagli abissi del suo stesso mito; meglio, allora, non tanto cercare di “scoprire la vera personalità di Burroughs, ma piuttosto… capire perché siamo portati a dubitare che ne abbia davvero una”. Il tempo di voltare pagina, e si viene risucchiati da un vortice di parole e di immagini; amalgamante in maniera da restituire l”impressionante e a suo modo metodico caos che contraddistinse l”esistenza e le opere dell”autore di ”Il pasto nudo”: dalla solitaria infanzia a St. Louis – dov”era nato, nel 1914: Burroughs si autodefinì poi come un ragazzo “tristemente privo di ogni socievolezza e affabilità” – all”espulsione dal collegio di stampo militare scelto per lui dai suoi genitori, a causa della sua omosessualità e delle sue ribellioni; dal suo primo lavoro come sterminatore di scarafaggi per conto di una ditta di disinfestazione – esperienza capace di segnarlo alla pari di quella guerra che, facendosi passare per ritardato mentale, gli riuscì di evitare – ai viaggi che dagli Anni ”30 caratterizzarono il suo nomadismo, con frequenti ritorni a Tangeri, allora capitale della prostituzione maschile e della droga, e a Parigi, Londra, New York. Artista in grado di trarre profitto dalle relazioni di volta in volta instaurate con un incredibile galleria di collaboratori, da Allen Ginsberg a Kurt Cobain, Burroughs divenne presto oggetto di continue citazioni (non di rado, senza essere letto; cosa resa possibile dal suo stile fatto di campionamenti: “La sua opera è già intorno a noi, la sua produzione ci circonda”) quale personaggio-simbolo dell”avanguardia più estrema, tanto da non possedere più una sua specifica identità. Addestrandosi nel cuore di tenebra di colui che, a seconda delle circostanze, venne definito il Padre della Beat Generation, il Padrino del Punk, l”Esploratore Psichico, il Cronista Tossico, la Checca Dichiarata, il Cosmonauta Letterario, il Fuorilegge Estetico, o più realisticamente, l”Uomo che Sparò a sua Moglie, Caveney rivela però come nessuna di tali maschere abbia mai prevalso sull”altra. Ossessionato dalla paura di ritrovarsi rinchiuso all”interno di un qualche “sistema di controllo” – fosse quello dell”eroina o del sesso, del linguaggio o della religione-, Burroughs preferì piuttosto evitare di scegliere tra i suoi vari sé: decisione geniale. Splendidamente illustrato dai collages di Simon Jennings – ritratti fotografici e riproduzioni di quadri, cataloghi di armi e ritagli di quotidiani, che invadono pagina dopo pagina l”intera biografia -, ”Lo Chiamavano” “”Il prete”” rende piuttosto bene – nonostante una traduzione non sempre puntuale – l”idea di quello che è stato il destino di William S. Burroughs, riassunto alla perfezione dalle parole di Paul Bowles: “Quando lo conobbi capii che la leggenda esisteva suo malgrado, e non per causa sua: lui in realtà, se ne fregava”. Al contrario di tanti altri, il maledetto raccontato da Caveney morì come un ottuagenario qualsiasi, a causa di un banalissimo infarto. Sottraendosi anche in quell”ultima occasione alle ispettive di chi – dai fans accampati nel giardino di casa ai detrattori appostati dietro le cattedre delle accademie – avrebbe senza dubbio preferito un suicidio o un”overdose: e riuscendo così a beffare la sua stessa mitologia. Scomparso Burroughs, ne resta il virus.

 

IL FOGLIO
– 01/12/1999

 

Lo chiamavano il prete

 

Più che un prete sembra un morto, nella foto di copertina, di profilo, a occhi chiusi, scattata da Annie Leibowitz. È William Burroughs, scandaloso come sempre. È scandaloso essere un padre, un ispiratore del movimento beat a girare invariabilmente con un completo grigio, con un soprabito stinto. È scandaloso essere un padre , un ispiratore del movimento beat e girare invariabilmente con un completo grigio a due o tre pezzi, con la cravatta annodata con cura, con un feltro grigio, con un soprabito stinto. È scandaloso essere l”amico maggiore, il sodale di letture, di sbronze, di buchi di Allen Ginsberg e di Jack Kerouac e vestirsi come un impiegato d”ordine, come un computista di un tempo. Con il computo William (Billy) Burroughs aveva solidi legami familiari. Le celebri calcolatrici non portavano il suo nome per caso. Suo nonno era il presidente della società. È scandaloso vestirsi così e farsi fotografare con una grossa pistola infilata nella cintura dei pantaloni. È scandaloso essere attiguo a un movimento che ha fatto dell”amore una bandiera e amare le armi in modo ossessivo. È meno scandaloso essere omosessuale e percorrere un tratto della vita accanto a una donna cui ti lega forse la sensibilità. Certo la passione per le sostanze psicotrope. È meno scandaloso sciogliere il legame giocando ubriachi a Guglielmo Tell in una squallida stanza d” albergo. Tu tieni il boccale sulla testa e stai ferma, io miro e sparo. I pochi centimetri di scarto tra il boccale e la tempia sono da attribuire all”effetto dell”alcol su un polso saldo. È normale che un bambino resti solo, che il bambino si chiami William (Billy) come il padre. Che del padre e della madre Billy jr. sommi infelicità e debolezze. Che anni dopo, alla reception di una clinica, dove Billy sr. Ha portato Billy jr. per una terapia di disintossicazione, l”impiegato osservi il padre e il figlio con uno sguardo esperto e perplesso e chieda: “Chi di voi due deve essere ricoverato?” È normale, contemplato ormai persino nelle antologie scolastiche, che uno scrittore omosessuale ami non corrisposto un giovane poeta omosessuale. È normale che Burroughs passi la vita negli alberghi, nelle case, nelle città dove gli artisti alternativi incrociano le esistenze, a New York, a Tangeri, a Londra o a Parigi. È normale che, ferito nell”anima, impaurito, cerchi per un periodo rifugio nella casa dei vecchi genitori che non l”hanno mai ripudiato. È normale che, scomparso Jean Genet, santo e delinquente, lo scrittore americano assuma il ruolo di pontefice di un”arte votata allo scandalo come strumento di autenticità. È normale che interpreti la sua parte di prete tossico, che nella droga cerca l”esperienza mistica, in un film come “Drugstore cowboy” di Gus Van Sant. È normale che Matt Dillon, attore, appaia naturale nella parte del drogato rapinatore, è normale che Burroughs, che deve interpretare la sua parte di sacerdote della droga, sembra che reciti. Tutta la vita di Borroughs è una recita. Burroughs ha scelto per sé una parte estrema, dai toni accesi, facile alle stecche. Della rappresentazione Graham Caveney delinea solo i tratti più marcati, altre biografie sterminate ne hanno ricostruito con minuzia morbosa gli accadimenti. Più dei fatti a Caveney interessano i modi, la stoffa della creatività, interessa quella condizione che lo condanna a esprimere la propria arte solo attraverso la collaborazione con qualcuno, come se l”opera non avesse come fine se stessa, ma la comunione, la compenetrazione con l”altro. Come nel film “La Mosca” (in cui l”uomo e l”insetto si fondono), un”opera di quel David Cronenberg, cui l”ammirazione sacrale per Burroughs impedì di diventare scrittore, che divenne regista e trovò il coraggio di tradurre in un lungometraggio riuscito la complessa costruzione del “Pasto nudo”: il libro forse più celebre e ardito di Burroughs”.

 

Corrado Augias , VENERDÌ DI REPUBBLICA
– 03/12/1999

 

La generazione sbandata

 

Lo chiamavano “Il Prete” è la biografia di William S.Borroughs. Anche se il lavoro di Caveney è seriamente documentato, il libro ha una straordinaria leggerezza, dà al lettore un senso di sbandamento e di partecipazione forse perchè fatto di pagine molto più illustrate che scritte. Ne esce il ritratto di un eroinomane alcolizzato, mescolato a fatti di sangue (uccise tra l’altro, accidentalmente, sua moglie), amante della pornografia. Insieme a Kerouac, Ginsberg e Gregory Corso, Borroughs (1914-1997) è stato fra i protagonisti di una generazione che ha costretto l’America a guardarsi allo specchio, trovandosi brutta.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Lo chiamavano “il prete”
Pagine:
224
Codice isbn:
8881120887
Prezzo in libreria:
€ 25,00
Data Pubblicazione:
01-12-1997