Léo Malet

Trilogia nera

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A cura di Luigi Bernardi
Traduzione di Luigi Bergamin e Luciana Cisbani

Amour fou e impeto rivoluzionario, sogni che si vogliono trasformare in realtà e incubi che sono la realtà, destini inesorabilmente condannati alla fine peggiore: ecco gli elementi che costruiscono le magistrali storie della Trilogia nera (1969) di Léo Malet. Sono i romanzi che hanno riscritto e codificato il genere noir francese e che rappresentano il vertice della narrativa del loro autore, del quale traspare a volte un riflesso nei suoi protagonisti. Jean Fraiger (La vita è uno schifo), André Arnal (Il sole non è per noi) e Paul Blondel (Nodo alle budella) sono le indimenticabili “vittime di un inciampo nella vita, uno scherzo del fato dal quale risulterà impossibile riprendersi. […] Per Malet, insomma, non esiste alcuna possibilità di redenzione, figuriamoci di giustizia: solo un grido poetico capace di muovere emozioni nette, non contaminate da letture di parte, da gettare in faccia al conformismo e alla quiete borghese”.
Dall’introduzione di Luigi Bernardi.

TRILOGIA NERA – RECENSIONI

 

Laura Grimaldi, IL SOLE 24 ORE
– 26/03/2006

 

Il cuore nero di Parigi

 

 

 

Federica Marchetti, IL FALCONE MALTESE
– 01/01/2006

 

Luigi Bernardi il papà del Malet “italiano”

 

FM – La critica sembra prediligere la produzione noir di Malet (L’ombra del grande muro e la Trilogia Nera) a quella poliziesca e più celebre con Burma.
In realtà, c’è una differente scrittura trai due modelli?
LB – C’è una diversità di prospettiva e quindi anche di scrittura. La Trilogia Nera rappresenta un universo puro, compiuto e rappresentabile: davvero una concezione del mondo e una poetica letteraria. Burma p una cavalcata per un mondo che non vuole più rimanere lo stesso. In Burma troviamo schizzi di presente, ricordi del passato, vaghi timori per il futuro. È evidente come una simile prospettiva risulti letterariamente meno compatta, anche se di contro è straordinariamente vivace.

FM- in quale delle due produzioni Malet trascrive la sua vera visione della vita?
LB – Credo in entrambe. Il giovane Malet era quello duro e puro della trilogia. L’età e quel poco successo raggiunto lo hanno ammorbidito, reso più scanzonato, gigione. E Burma ha finito per rappresentare il suo ideale di uomo: curioso, polemico, potenzialmente “sciupafemmine” e portatore di una convinta etica laica.

FM – In Francia Malet e Simenon sono considerati due maestri di genere e spesso vengono paragonati o posti l’uno accanto all’altro. Chi preferisce Simenon storce il naso. Secondo te, Malet potrà mai sedersi nell’Olimpo degli scrittori vicino a Simenon?
LB – Non credo, Malet e Burma sono anarchici, il posto degli anarchici è altrove, sempre e comunque fuori dell’Olimpo. E questo credo sia un bene per tutti, a partire dallo stesso Malet, che si annoierebbe parecchio in quell’ambiente. A parte gli scherzi, mi pare che Malet sia universalmente considerato fra i grandi autori del romanzo poliziesco internazionale. Forse non lo è ancora in Italia, ma solo perché la sua conoscenza qui da noi è ancora recente.

 

 

Giuseppe Dierna, LA REPUBBLICA
– 23/02/2004

 

Malet, l’inventore dei sogni che piaceva a Magritte

 

Vengono ripubblicati, in un unico volume e con una corposa premessa di Luigi Bernardi, i bei romanzi della Trilogia nera di Léo Malet (La vita è uno schifo, Il sole non è per noi, Nodo alle budella), caposaldo del noir francese anni Quaranta, sebbene l’ultimo volume dovette aspettare il 1969 per raggiungere i propri lettori.
Truffatori di piccolo cabotaggio, rapinatori efferati che per pochi istanti si fermano a osservare la propria umiliata esistenza, destini in caduta libera: sono loro i protagonisti di queste pagine incalzanti, romanzi d’amore mancati. E con lo stesso distacco dei ritagli di giornale di cui Malet infarcisce la narrazione, sono loro stessi a raccontare in prima persona le proprie vicende, quasi a voler accrescere nel lettore quel senso d’irrimediabilità racchiuso nelle loro storie senza redenzione o salvezza.
Compagno di strada dei surrealisti (come testimoniano poesie, collages e oggetti degli anni Quaranta), Malet – giallista anomalo che destava gli entusiasmi di René Magritte – trama la propria raffinata scrittura di resoconti di sogni, di oniriche immagini surrealiste, di fragili figure femminili (l’incolpevole Gloria, la giovanissima Gina, la perfida Jeanne) che alla fine lasciano dietro di sé una struggente nostalgia.

 

Alessandro Stellino, LA NUOVA SARDEGNA
– 02/02/2004

 

La vita é uno schifo, parola di Léo Malet

 

Mi sarebbe tanto piaciuto vivere”. Sono queste le ultime parole di Jean, protagonista e narratore di “La vita è uno schifo” di Léo Malet; primo dei tre romanzi raccolti sotto il titolo di “Trilogia nera” da Fazi Editore. Le ultime parole di un uomo disperato e già morto in partenza – sorte condivisa anche dall’André di “Il sole non è per noi” e da Paulot in “Nodo alle budella”. Titoli che dicono molto sulla visione del mondo di un autore giustamente tornato alla ribalta dopo decenni di oblio.
Nato a Montpellier nel 1909, Malet perde prestissimo il fratello maggiore e i genitori. È il nonno materno ad allevarlo e a instillare in lui una vena anarchica che ne segnerà la formazione giovanile, anche di scrittore. È infatti sulle pagine di varie pubblicazioni legate al movimento che il giovane Léo fa pratica come free-lance. Poco più che ventenne si trasferisce a Parigi dove incontra Breton e si lega all’ambiente del surrealismo e dei trotzkisti, ma il suo temperamento individualista e misantropo lo rende restio ad accettare qualsiasi tipo di disciplina. Nel ’40 è già stato in carcere due volte, la prima per vagabondaggio, la seconda con l’accusa di “attentato alla sicurezza dello Stato”. Rischia la pena capitale ma si salva, solo per finire nelle mani dei nazisti che lo rinchiudono in un campo di concentramento nei pressi di Amburgo. Vi passa un anno di stenti e al rientro in Francia intraprende la carriera di romanziere poliziesco, prima utilizzando pseudonimi anglofoni e poi firmando con il proprio nome “120, rue de la Gare”. È il primo di quaranta romanzi con protagonista il detective privato Nestor Burma, l’unico vero rivale letterario del Maigret di Simenon. Le avventure di Burma vengono ripetutamente adattate per il cinema ma è soprattutto con la Trilogia nera che Malet diventa un punto di riferimento per gli scrittori francesi a venire.
Nei tre romanzi, forse quelli più personali della sua produzione, descrive un mondo senza speranza né salvezza, dominato da un ordine sociale repressivo, teso a esasperare le differenze di classe, e dove per chi è caduto non c’è mai modo di risollevarsi. La vita è uno sprofondare continuo, uno schifo, come commenta il protagonista del primo dei tre romanzi di fronte al cadavere di una bambina violentata: “La vita era uno schifo. La conferma veniva quotidianamente. Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Non so perché ma mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Un immenso desiderio di avere dieci anni. La vita era uno schifo, era un ignobile e spaventoso ingranaggio, e noi tutti contribuivamo a perpetuarne la merda”. È un destino beffardo quello che unisce i tre personaggi centrali della Trilogia, un destino che si diverte a prenderli in giro, facendo loro annusare una vita diversa. Una vita che non si sono mai nemmeno permessi di sognare e che ha improvvisamente l’odore di una donna. Quello di Gloria, di Gina, o di Jeanne, creature belle e maledette, compagne di sventura e predestinate alla stessa fine dei loro uomini. Perché anche l’amore, in Malet, non è che un imbroglio, una bugia che ha il sapore di una droga e l’effetto di un veleno. La sensazione illusoria e fugace di un momento in cui le cose sembrano andare per il verso giusto, di una repentina inversione di marcia del fato o una redenzione in extremis, come la grazia concessa all’ultimo secondo a un condannato a morte. In questo senso, la Trilogia, pubblicata in Francia nel ’69 (ma i primi due romanzi sono rispettivamente del ’48 e ’49), è “un violento e brutale lamento amoroso”, come il suo stesso autore l’ha definita e come testimonia il tragico finale di “Il sole non è per noi”, con la fuga disperata dei due giovani amanti, il parto in mezzo all’erba (“ha sollevato la gonna con rabbia, e insieme al fiotto di sangue è uscito un grumo di carni vischiose e grosso come un gattino”), il feto gettato in un cespuglio e la deposizione dell’amata, morta per dissanguamento, sul ramo di un albero, “in corrispondenza di uno squarcio da cui il sole mattutino l’avrebbe riscaldata”.
Maestro di una scrittura asciutta e penetrante, Malet, morto nel ’96, è oggi considerato uno degli autori cardine del noir francese, straordinario interprete di quel realismo romantico che ha trovato nel marsigliese di origini italiane Jean-Claude Izzo il suo primo cantore.

 

Domenico Gallo  ,

 

Un anarchico perbene

 


Léo Malet è uno dei personaggi di maggior rilievo del noir francese del dopoguerra, una forma della letteratura popolare che si è contraddistinta per la sua capacità di leggere la società attraverso le azioni del crimine e l’indagine, abolendo i moralismi e rivelando il reticolo dei reali rapporti che, sotterraneamente, regolano le società progredite.

Poco noto in Italia, Léo Malet è oggi oggetto di una meritata riscoperta, eppure il cinema e il fumetto hanno trovato ispirazione dalle sue storie, e il grande disegnatore Jacques Tardi ha immortalato nelle sue memorabili tavole le avventure del detective Nestor Burma. Nato a Montpellier nel 1909, rimasto orfano a soli tre anni, Léo Malet emigra a Parigi dove lo attende una vita durissima. I suoi mestieri non si contano: cantante, comparsa, poeta, strillone, scaricatore, commesso, impiegato. Per alcuni periodi vive della solidarietà di piccole comunità anarchiche, poi diventa giornalista de L’Insurgé, diretto dall’anarchico André Colomer. Nel 1931 entra in contatto con André Breton e l’ambiente surrealista, politicamente si avvicina a gruppi trotskisti senza mai abbandonare la sua passione anarchica. La sua vita intensa, divisa tra la prospettiva intellettuale della Parigi degli anni Trenta e le continue difficoltà della sua vita materiale, s’infrangono con l’occupazione nazista della Francia. Léo Malet viene arrestato per disfattismo e propaganda sovversiva, e internato in un campo di detenzione vicino ad Amburgo. Per diciotto mesi vive nello Stalag XB e da questa esperienza trae l’ispirazione per la prima storia dell’investigatore Nestor Burma, il romanzo “120, rue de la Gare”. Malet, nel 1943, propone un titolo ben più diretto, “L’homme qui mourut au stalag”, che gli viene bocciato dall’editore, ma “120, rue de la Gare” è impressionante per il suo realismo e la descrizione della Francia divisa in due. Un romanzo coraggioso in cui Malet utilizza le potenzialità del noir per trattare il dramma del ritorno a casa e della profonda esperienza umana della prigionia. Le atmosfere di Lione e di Parigi sono tetre, l’occupazione nazista e il tradimento dei collaborazionisti non sono solo uno sfondo sfumato, ma condizionano pesantemente la psicologia dei personaggi. Prima di questo romanzo Malet aveva pubblicato alcuni polizieschi sotto pseudonimo, come accadeva all’epoca anche per autori del calibro di Boris Vian e Raymond Queneau, ma con “120, rue de la Gare” inizia la sua lunghissima carriera che durerà fino alla sua scomparsa, nel 1996. Nestor Burma, l’investigatore anarchico, è il protagonista di molte storie, tra le quali una lunga serie di romanzi ambientati in ognuno degli arrondissement parigini. In “Nebbia sul ponte di Tolbiac”, un romanzo del 1956, è più forte il ricordo delle sue esperienze politiche, ma i vecchi compagni anarchici hanno perduto gli ideali della gioventù. In una trama di grande amarezza, inusuale per la narrativa di Malet in cui violenza e cinismo si mescolano spesso a un sottile senso dell’umorismo e al gusto per il paradossale, sfumano sia l’amore sia la solidarietà politica. Ma leggere oggi Malet consente di comprendere come la narrativa popolare di cinquant’anni fa sapesse porre acute riflessioni politiche, rappresentare contraddizioni, che oggi non si sono ancora risolte. Un gruppo di romanzi come “Febbre nel Marais” e “Chilometri di sudari”, entrambi del 1955, e “Pandemonio a rue des Rosiers”, del 1958, si pone il problema dell’antisemitismo. Sono trascorsi solo dieci anni dalle deportazioni degli ebrei francesi e Malet, con grande coraggio, affronta il problema della razza con molta chiarezza, anzi inventa situazioni umane, drammi e conflitti che vedono coinvolti ebrei e non ebrei. Il noir, e non potrebbe essere altrimenti, agisce dal particolare all’universale, eleva situazioni paradigmatiche, radicalizza i caratteri e i desideri delle persone. “Chilometri di sudari” è una storia densa di dolore. Esther Levyberg è un’ebrea scampata al campo di concentramento. Un incendio le ha devastato metà del volto, una ostentata metafora di doppiezza se non di schizofrenia. Esther, però, accoglie in sé altri dolori, addirittura più radicati: la famiglia ha ostacolato il suo amore con un anarchico non ebreo, poi caduto in Spagna con la colonna di Buonaventura Durruti, l’hanno indotta ad abortire. A guerra finita, dopo l’Olocausto, Nestor Burma si trova ad affrontare, e a dover comprendere le ambiguità di questa donna. «Mi balenò in mente un pensiero. Un pensiero mostruoso. Ma, da quindici anni, il mostruoso è quotidiano.» Sono le riflessioni di Burma quando intuisce la dimensione della vendetta di Esther verso la sua famiglia. Irrazionalismo, perbenismo, avidità, egoismo sono le pulsioni che dilaniano la società francese degli anni Cinquanta. Nestor Burma è disilluso che la lezione dell’occupazione nazista di mezza Europa sia servita a qualcosa. Da intellettuale politicamente scorretto e di parte, questo investigatore contesta pesantemente l’illusione di un’origine e la necessità di mantenere acriticamente le proprie tradizioni. Forse la Parigi del dopoguerra annuncia già la dimensione contemporanea di concentrazione di etnie differenti, e tra le righe Malet comprende come il progresso sia anche abbandono del passato. Se si prende “Nebbia sul ponte di Tolbiac”, il sentimento del protagonista verso gli zingari è di estremo contrasto. Da un lato l’amore verso Gina, assoluto e tragico, dall’altro il retaggio atavico di una tradizione maschilista e violenta. In “Pandemonio a rue des Rosiers”, ambientato nel quartiere ebraico di Parigi, ricorre un episodio di cronaca, la storia di «un certo Kacem Kéchir, un arabo che vive a Parigi da trent’anni ma conserva idee dell’altro mondo. Ha ucciso il genero perché, ricoverato in ospedale, ha lasciato la figlia Kéchir a casa sola per una settimana. Pare che fosse un completo, totale disonore, assolutamente contrario alle tradizioni ancestrali». Poco dopo Nestor Burma cita che «una ragazza della borghesia si è suicidata perché la famiglia vedeva di cattivo occhio i rapporti che intratteneva con un giovane di una classe inferiore». Il romanzo si apre con l’assassinio di Rachel Blum, una giovane ebrea la cui morte apre interrogativi riguardo al conservatorismo della tradizione e all’imperativo di non mescolare le razze. Accusato superficialmente di razzismo, l’opinione che Malet esprime attraverso i suoi romanzi è piuttosto figlia dell’illuminismo e della Rivoluzione Francese. Egualitarismo, autodeterminazione del singolo e rispetto della persona, rifiuto di ruoli precostituiti, stanno alla base del suo pensiero libertario. Con coerenza «la pelle di una puttana vale quanto quella di uno sbirro, se non di più» e, in generale, Malet esprime una solidarietà ogni volta che il suo vagabondare per Parigi lo pone davanti agli umili e ai perdenti, se questi sono capaci di vivere nel rispetto dell’etica. Così, in “Chilometri di sudari”, un milione di franchi che escono dalle tasche del ricco Levyberg finiscono «all’orfano di una tonta di puttana ammazzata».

(Tutte le opere di Leo Malet citate sono editate dall’editore Fazi).

 

Trilogia nera - RASSEGNA STAMPA

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Trilogia nera
Collana:
Numero Collana:
82
Pagine:
540
Codice isbn:
9788881124268
Prezzo in libreria:
€ 20,00
Data Pubblicazione:
14-11-2003

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