Silvio Mignano

Una lezione sull’amore

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«Una frase? Vuol dirmi che lei cerca una frase?».

Paolo Veronese è uno dei tanti investigatori privati che affollano le grandi città come Roma; Veronese ha un piccolo studio in una zona centrale, complicati e burrascosi rapporti sentimentali, la trascuratezza ricercata propria dei detective e una smodata passione per le cravatte. Una mattina una giovane donna lo ingaggia per indagare su un caso piuttosto insolito: verificare l’originalità del romanzo postumo di uno scrittore di culto, Aurelio Schiavi, prossimo ai geniali irregolari della letteratura come Gadda e Landolfi. Veronese si trova coinvolto suo malgrado in una indagine in cui sembra non raccapezzarsi minimamente, tanto più che a mano a mano che l’investigazione procede resta invischiato in una relazione con la figlia adolescente del migliore amico di Schiavi. E ancora: giorno dopo giorno il povero detective, ormai profondo conoscitore dell’opera dello scrittore scomparso, ha l’impressione di viverne la vita, quasi ne fosse un doppio tornato al mondo: come Aurelio, infatti, Schiavi si trova a vivere un amore impossibile, ma rigenerante, e a dare improvvisamente una sterzata decisiva alla propria esistenza. Quindi, quando ormai nessuna via d’uscita pare possibile, una folgorante intuizione lo assiste e lo porta allo scioglimento inaspettato e sorprendente dell’intera vicenda.

UNA LEZIONE SULL’AMORE – RECENSIONI

 

Sergio Monforte, IL TEMPO
– 11/12/1999

L’opera prima di Silvio Mignano

UNA LEZIONE SULL’AMORE

 

FORMIA – Di padre in figlio: nel segno di una continuità che si distingue, tra l’altro, per una grande sensibilità culturale e per lo sviscerato amore verso i libri. Il padre era Salvatore Mignano, una delle figure più note di Gaeta, scrittore e critico letterario, scomparso qualche anno fa ed a cui il Comune ha intitolato la biblioteca cittadina. Il figlio è Silvio, 34 anni, che abbracciata la carriera diplomatica, è ora viceambasciatore italiano a Nairobi, in Kenia. Ma, al di là dell’aspetto professionale, pur invidiabile, da tempo in Silvio Mignano è emerso il dna paterno, estrinsecatosi nella recente pubblicazione del primo romanzo del giovane diplomatico: “Una lezione sull’amore”. L’opera prima di Silvio Mignano è un raffinato giallo letterario, avvincente ed intrigante, scritto con un linguaggio incisivo. Paolo Veronese è uno dei tanti investigatori privati che affollano le grandi città come Roma; ha un piccolo studio in una zona centrale e complicati e burrascosi rapporti sentimentali. Una mattina, una giovane donna lo ingaggia per indagare su un caso piuttosto insolito: verificare l’originalità del romanzo postumo di uno scrittore di culto, Aurelio Schiavi. Veronese si trova coinvolto, suo malgrado, in una indagine in cui sembra non raccapezzarsi minimamente, tanto più che resta invischiato in una relazione con la figlia adolescente del miglior amico di Schiavi. Ed ancora: giorno dopo giorno, il povero detective, ormai profondo conoscitore dell’opera dello scrittore scomparso, ha l’impressione di viverne la vita, quasi ne fosse una reincarnazione. Quindi, quando ormai nessuna via d’uscita pare possibile, una folgorante intuizione lo assiste e lo porta allo scioglimento inaspettato e sorprendente dell’intera vicenda. Prima di dare alle stampe questo romanzo, Silvio Mignano ha svolto un’intensa attività culturale a L’Avana, dove ha ideato ed organizzato le settimane della cultura italiana a Cuba con frequenti scambi di autori dei due Paesi. Nel 1995, ha pubblicato racconti in lingua spagnola sulla rivista “Union” di L’Avana e nel 1997, per i tipi della Feltrinelli, assieme a Danilo Manera, “L’isola che canta”, traduzioni poetiche di giovani artisti cubani.

 

di Rodolfo Di Biasio, OGGI 7

L’”esordiente” Silvio Mignano tiene “Una lezione sull’amore”

Scrivere per…gioco

 

Silvio Mignano è nato a Fondi nel 1965. Attualmente vive e lavora in Kenya. “Una lezione sull’amore” (Fazi Editore, Roma, 1999) è la sua prima opera di narrativa, in cui uno dei protagonisti è l’investigatore Paolo Veronese. Questo personaggio diventerà figura centrale nel suo prossimo romanzo. Libro d’esordio, quindi, “Una lezione d’amore”, che nella struttura e nella scrittura annuncia la mano di uno scrittore autentico. Perché ha intitolato il suo romanzo “Una lezione d’amore”? “Perché è soprattutto un libro sull’amore. E’ qualcosa che forse all’inizio può sfuggire al lettore, preso dalla struttura giallistica o dalla ricostruzione del romanzo postumo di Aurelio Schiavi, ma che in realtà è molto forte, fino ad essere uno dei connotati fondamentali del libro stesso. Inoltre il termine “lezione” va inteso anche in una delle sue accezioni semantiche, nel senso di lettura e interpretazione di un testo: appunto, il libro d’amore che Aurelio Schiavi dedica alla misteriosa Nausicaa, la sua musa sfuggente”. Chi è il protagonista del romanzo? “Nel progetto iniziale del libro il protagonista doveva essere, in un modo molto chiaro e definito, Aurelio Schiavi, lo scrittore scomparso prematuramente. Come conseguenza, un ruolo centrale era attribuito alla sua controparte, l’elusiva Nausicaa. Debbo confessare che mentre procedevo con la scrittura, Paolo Veronese, l’investigatore privato che indaga sul romanzo postumo di Schiavi, mi si è via via imposto, quasi da solo e contro le mie intenzioni. Il suo peso nell’economia del romanzo è cresciuto con prepotenza, e con esso quello del suo “pendant”, Valentina, l’adolescente che in un certo modo corrisponde a Nausicaa. Alla fine si è prodotto un gioco di iterazione e quasi di specchi tra le due coppie. Senza dimenticare due terze incomode, a loro volta speculari: la sorella dello scrittore, che è una sorta di elemento di disturbo esterno rispetto al binomio Schiavi-Nausicaa, e Isabella, l’ex fidanzata possessiva del detective, che fa da contrappeso al duo Veronese-Valentina”. Mi pare che questo libro sia fatto anche e soprattutto di altri libri. “Sì, e questo è un altro significato del titolo: perché il romanzo vuole essere anche un atto di amore personale verso l’oggetto libro. Se ne incontrano molti, in effetti, immaginari come quello di Schiavi, autentici, dal “Deuteronomio” a quelli di Nabokov; alcuni letti, altri sfogliati o solo palpati, altri infine citati, come “Billy Budd” o “Arthur Gordon Pym” nel capitolo sulle opere incompiute. E’ un po’ un gioco, se vogliamo, che tuttavia nasconde un desiderio di ricerca della verità, tanto più intenso in quanto quest’ultima appare infine da stanare”. Molte volte è ricorsa la parola gioco in questa intervista. Perché? “E’ vero. Il fatto è che per me scrivere è anche, se non soprattutto, un divertimento. Il che non vuol dire affatto che non vi siano difficoltà e perfino sofferenza: anzi, credo di essere uno scrittore particolarmente pignolo se non perfezionista, e molte pagine del libro sono il frutto di ripetuti tentativi, sono state cancellate, meditate e riscritte numerose volte.. Ma credo che alla fine non si possa amare questo lavoro se non emerge l’elemento ludico, il gusto di giocare con le parole, di dialogare con i propri personaggi, di stupire se stessi con costruzioni e soluzioni che ci sfuggono e ignoriamo fino al momento in cui le creiamo”.

 

M. A., LA RIVISTERIA – LIBRINOVITÀ
– 09/01/1999

Fazi

Racconti d’Italia

 

Al di là dei giudizi critici positivi o negativi, non si può negare che negli ultimi anni i narratori italiani si siano dati da fare per creare un serbatoio di storie e tendenze significative, sottolineando un’accresciuta sensibilità letteraria di fine millennio, finalmente viva anche nel nostro Paese. Fazi, che ha raccolto discreti successi in libreria con autori – soprattutto stranieri – puntualmente fuori da schieramenti e pensieri preallestiti, lancia una nuova serie, “Le vele”, che si inserisce in questo rinnovato panorama con un progetto che fa ben sperare gli affezionati lettori dell’editore romano. “Le vele” intende proporsi come un cantiere letterario e un osservatorio sulla realtà italiana in cui ricerca e tradizione – nuova narrativa ed esperienze già consolidate – si incontrano nella volontà di raccontare, nella libertà di movimento che dovrebbe sempre caratterizzare la scrittura e dare corpo e linguaggio a storie ed emozioni. Verranno quindi pubblicati testi di scrittori esordienti, giovani e meno giovani, accanto a opere di autori affermati. C’è da sperare che, come avvenuto fin qui, Fazi continui a seguire i propri percorsi di scelta, senza farsi influenzare dalle mode del momento. La sfida al gusto dei lettori è aperta e stimolante. I primi due titoli, entrambi di scrittori al primo romanzo, sono già in libreria: “I reni di Mick Jagger” di Rocco Fortunato e “Una lezione sull’amore” di Silvio Mignano.

 

Enrico Cerasi, L’INDICE DELLA SETTIMANA
– 05/01/2000

Un giallo letterario un po’ decadente

Il mito non ci salva

 

“Perché davvero io sono un fuoco divoratore, un dio geloso”, Troviamo scritto nel libro d’esordio di Silvio Mignano; ed è strano l’effetto di veder mescolate, come se niente fosse, una rielaborazione del mito di Alcinoo dell’”Odissea” con citazioni veterotestamentarie. Tuttavia non si tratta di un’ennesima versione dell’attuale inclinazione per il sincretismo, sulla scia della New Age. Si tratta invece, per fortuna, di un “giallo letterario”, scritto con un certo senso dell’ironia, con un buon ritmo narrativo, seppure non sempre capace di evitare una tendenza alla retorica. Il protagonista, Paolo Veronese, è un investigatore privato che, in una Roma più decadente che pre-giubilare, più affaticata da premonizioni di morte che affascinata dalle promesse dorate del liberismo, si trova a dover verificare l’originalità di un romanzo postumo di uno scrittore di talento: un certo Aurelio Schiavi, prematuramente scomparso – almeno così si crede -, affermatosi, se pure più che altro in un ristretto “milieu” letterario, come scrittore raffinato ma incomprensibile. La sua ultima opera, “Nausicaa”, rielaborando,appunto, la mitologia omerica, è il testo incompiuto del quale l’investigatore privato deve trovare la versione originale, apparentemente scomparsa; ma appunto in esso – almeno nelle pagine del romanzo che inframezzano il racconto di Paolo Veronese – che troviamo la “lezione sull’amore”: “L’amore è il più semplice, stupido e banale dei sentimenti e la sua proprietà più sconcertante è il suo disfarsi inevitabile nell’attimo stesso in cui lo si tratta seriamente”. Questo, dunque, è “L’odiato amore”: l’ennesima versione della coniugazione decadente di amore e morte, di essere e nulla, di sostanza e futilità. Ma perché Aurelio Schiavi odia tanto l’amore? In fondo, proprio qualche pagina più avanti del testo biblico citato, nel cosiddetto “Nuovo Testamento”, avrebbe potuto trovare l(espressione che “Dio è amore”, che senza amore non è possibile alcuna “opera buona”, ecc. Ma Nausicaa – “L’incarnazione del suo mito personale, la figlia di Alcinoo, il re benevolo che cerca di mitigare il destino avverso dei naufraghi e in particolare di Ulisse – innamorandosi di Ulisse, incarna appunto il mito dell’amore impossibile. Nausicaa è dunque il “negativo irriducibile della storia”, per usare l’espressione di Ernst Bloch; Nausicaa è ciò che nessuna visione ottimistica del progresso può redimere. Il “mito personale” di Aurelio è dunque il mito decadente, un po’ alla Ivan Karamazov, del mal irredento, dell’amore impossibile, della conciliazione sempre dilazionata. Paolo Veronese, il protagonista di Mignano, pur da semi-illetterato, immergendosi nell’indagine, si accorge di aver vissuto inconsciamente lo stesso mito, se pure nella versione più secolarizzata dl donnaiolo immaturo e irresponsabile; così facendo mette in atto un processo di identificazione inconscia con lo scrittore defunto che lo porterà a risolvere un caso così inedito per lui. Ma prima di iscrivere questo romanzo nell’ambito di competenza degli Junghiani, è meglio avvertire che il processo, nel romanzo, nonostante la risoluzione del caso, non ha un esito positivo: il “mito personale” continua ad agire negativamente su Paolo Veronese. Leggendo il libro di Mignano si ha l’impressione, insomma, che la mitologia, in questa modernità, faccia fatica a funzionare, sì che la continua inserzione di elementi estranei ai vari mitemi riportati dall’autore indica appunto la frammentarietà, il disagio che nessuna mitologia può più colmare.

 

Anna M.Crisafolli Sartori, GAZZETTA DEL SUD
– 01/03/2000

Un romanzo di Silvio Mignano

“Una lezione sull’amore” come un intricato rebus

 

“Alla basedell’amore c’è semprel’antropofagia”, come direche amare significa farsi fagocitare dall’altro. Non lo crede Paolo Veronese, il simpatico protagonista dell’opera prima di Silvio Mignano, eppure è questa la sua sintetica “lezione sull’amore”, di cui egli stesso si meraviglia e con la quale mette in fuga il rivale quindicenne. Ma Paolo Veronese non è un professore e “Una lezione sull’amore” (Ed. Fazi – Roma – pagg. 122 – £. 20.000) non è un trattato bensì un giallo letterario, ironico, fresco, gradevolissimo, dalle cui pagine anche i personaggi appena abbozzati balzano rapidi e appaiono credibili. Silvio Mignano è nato a Fondi (Latina) e risiede in Kenya, ha trentaquattro anni e in questa sua prima prova come romanziere evidenzia una sorprendente padronanza delle tecniche narrative. Il lettore segue, in una crescente suspense, i tentativi di Paolo Veronese, un investigatore privato che si trova ad affrontare un’indagine insolita affidatagli dalla sorella di uno scrittore scomparso, Aurelio Schiavi. Alle prese con un reato di quest’ultimo, ancora inedito e stranamente non del tutto in linea con gli altri scrittori dello stesso autore, egli cerca la chiave del rebus ma, confuso, disorientato e financo depresso, pare non racapezzarsi. Mentre insegue l’obiettivo ed entra in contatto con intellettuali amici di Schiavi che provvedono a fornirgli elementi utili alla sua indagine, si trova all’improvviso a vivere una storia d’amore con una adolescente, che lo trova indifeso, ma riesce a ricaricarlo. Ben delineato è l’impaccio che nasce dallo scarto generazionale fra Paolo e Valentina, che evoca analoghe situazioni nel rapporto tra il defunto Schiavi e colei che si cela sotto il nome di Nausicaa. É così che Paolo riesce meglio a calarsi nel mondo di Aurelio col quale giunge quasi a identificarsi. Come lui infatti, vuol ripercorrere a ritroso la sua strada per divenire adolescente tra gli adolescenti, confondersi con loro all’ingresso del liceo in attesa della ragazzina che gli ha preso il cuore. Così nel libro in questione Aurelio spiegava a Nausicaa il suo rammarico: “Di quell’appuntamento mancato ho sempre conservato un senso di colpa, un rimorso incomprensibile ma non per questo meno presente, come se il non essermi trovato al tuo fianco durante i lunghi anni della tua vita di bambina fosse stato successivamente la causa prima delle tue e delle mie angosce, nonché l’origine della nostra incapacità di trovarci, della diversa velocità alla quale si sono mossi i nostri passi sempre negli anni a venire, troppo rapidi i miei, o troppo lenti i tuoi…”. Più d’una pagina come questa, riprodotta in corsivo nella levità della scrittura ricrea un’atmosfera sognante in una trama evanescente di memorie. Erano queste -a detta della sorella e degli amici -le prerogative dello scrittore scomparso una eleganza mutuata dai classici e la capacità di contaminarlo di scritture raffinate, Silvio Mignano non indugia sui toni malinconici, conosce molto bene la misura e gioca proprio sulle variazioni di tono che risultano la carta vincente di questo romanzo. Eccede semmai nelle similitudini, peraltro sempre pertinenti, dove il termine di paragone con l’uomo, colto in un determinato atteggiamento, è tratto immancabilmente dal mondo animale. La scrittura, tuttavia, rimane agile e costellata di espressioni di indubbia efficacia. Figura delicata e patetica Nausicaa continua a ricevere rose per volontà dell’estinto e nelle cui mani si trova la stesura definitiva di questo libro particolare, leggibile anche a ritroso e privo di un finale. Scritto ”per una sola lettrice”, oppure quale raffinato rompicapo per un detective? Il lettore lo scoprirà nella scena apocalittica ambientata a Venzia che conclude “Una lezione sull’amore”.

 

Maria Vittoria Vittori, AVVENIMENTI

 

Letterarie investigazioni

 

Strano davvero l’incarico ricevuto dall’investigatore Paolo Veronese: accertare l’autenticità del libro postumo di uno scrittore. Parte così, da un incarico un po’ per noia un po’ per sfida, in un tranquillo pomeriggio e in un ancor più tranquillo ufficio nel quartiere Prati, la narrazione di un intrigo un pò sinuoso e un po’ morboso. Silvio Mignano è al suo primo libro, ma si rivela piuttosto abile nel trafficare con l’ambiguità. Assegna nomi cifrati, come Paolo Veronese (un rimando al pittore cinquecentesco Paolo Caliari detto il Veronese); si diverte a disseminare ovunque segnali dell’elegante fantasma di Tommaso Landolfi. Tanto per fare un esempio, si chiama “Le labrene”, dal titolo di un romanzo landolfiano, la casa editrice dello scrittore Aurelio Schiavi. E’ proprio sull’ultimo romanzo di Schiavi che Veronese deve indagare. Ed è così che l’investigatore, finora avvezzo ai pedinamenti dei soliti coniugi fedifraghi, parte all’esplorazione, molto più eccitante, del sottobosco letterario e della sua fauna, tra mormorii, piccole e grandi ripicche, maldicenze e cattiverie assortite. Il primo esemplare “faunesco”, è Bernardo Ugolini: fisico abbondante, abbigliamento sciatto e dai colori stridenti, vezzi linguistici propri del critico letterario. “Che debbo dirti? Una felicità stilistica inusuale”: poi incontriamo il professor Sentimenti, editor pedante che vorrebbe tanto sentirsi “un saggio Nestore custode della verità dei suoi Ajace e Odisseo”, il professor Del Prado, amico e consigliere fidato di Schiavi, dall’eloquio forbito ma ahimè macchiato da una provincia campagnola, il plumbeo Dario Demetrio appartenente ad una specie in via d’estinzione, ovvero il filone di critica marxista che disprezza la fuga dal reale. Tornando al discorso sui nomi, c’è da dire che Nestore, Ajace e Odisseo non solo citati a sproposito, giacché il romanzo postumo di Schiavi s’ intitola “Nausicaa”: ci troviamo nello stesso ambito omerico, ma un Omero riveduto e scorretto, si potrebbe dire, da un’ironica volontà di gioco. Un esempio: rassicurando la fidanzata assai sospettosa della sua condotta, il Veronese solennemente afferma” Nessuno. Non c’è stato nessuno (come rivolgendosi beffardo al ciclope)”. E comunque Nausicaa è solo uno dei tanti nomi attribuibili alla creatura di cui si parla, anzi vaneggia, con toni tra lirico e esaltato, il buon Schiavi: è Cappuccetto Rosso, Alice, lolita. Anzi Nabokov risulta essere l’autore preferito di Schiavi e, guarda caso, una sua frase, tratta dal “La vera vita di Sebastian Knight, campeggia come epigrafe al libro di Mignano. E non finisce qui il gioco di rimandi: anche Paolo Veronese, mentre è immerso nella lettura di “Nausicaa”, subisce il contagio di Nausiche e Lolite, cedendo al fascino acerbo ma molto sicuro di sé di Valentina, al figlia minorenne del professor Del Prado. Cosicché i percorsi di Schiavi, di Veronese e dell’autore si aggrovigliano mirabilmente, scambiandosi ad ogni passaggio suggestioni, indizi, ipotesi di lettura. numerose sono le apparizioni che scandiscono tali percorsi: il mondo conosciuto sembra gradualmente trasformarsi in un ambiente malfido, ibrido, tra la voliera, la giungla e il sottobosco. si materializzano creature a metà tra l’umano e l’animalesco. l’apparizione più ricorrente è quella di un uomo allampanato, dai lineamenti volpini, anzi da “mustelide”, che si materializza verso sera, sul Lungotevere, ma ogni personaggio sembra essere investito da una sorta di metamorfosi. In un club privato (agenzia di scambio coppie) dove incautamente Veronese si è rintanato alla ricerca di un posticino caldo, gli si avvicinano una sorta di uomo-scimmia e un allampanato aviforme; gli studenti che incontra all’università non sono che “piccoli uccelli intirizziti”, il gesto di Valentina che affonda il cucchiaio nel dolce gli richiama “il licaone che morde i garretti di uno gnu”, e perfino i suoi stessi movimenti gli sembrano quelli di una poiana. Sembra di trovarsi in uno di quei quadri iperrealisti e allucinati di Alberto Savinio. Come se non bastasse c’è un’altro mistero: quello rappresentato da un disegno realizzato dallo stesso Schiavi e che Nausicaa, o meglio la ritrovata fanciulla che funge da modello a Nausicaa, ora mostra all’investigatore: si tratta “di una figura tozza, il cui muso prognato era a metà tra il babbuino e l’amadriade, e un’altra più slanciata, dalle spalle quadrate e con una testa smisuratamente piccola, ciconiforme”. (Ve li ricordate gli strani figuri del club privato?). E c’è un’altra figura misteriosa trovata da Veronese su un vecchio libro acquistato in una bancarella del Lungosenna, “una macchia scura ingobbita con un paio di occhi curiosamente torvi e la sagoma della grossa testa a metà tra il gatto e la civetta”. Va da sé che il bouquiniste da cui l’ha acquistato misteriosamente sparisce. Ma non solo le immagini, anche le parole concorrono ad accrescere la tormentosa ansia del Veronasa: e, più di tutto, il ricorrente richiamo ad un fuoco purificatore: “E adesso brucia la roccia d’Ilio e con essa il palazzo di Alcinoo dove muovevi il peplo bianco, Nausicaa, e così possano ardere le tue membra gelide, restie a seguire l’incendio delle mie, perché davvero io sono fuoco divoratore, un dio geloso”. Il fuoco dell’Antico Testamento, il fuoco di Nabokov, il fuoco di “nausicaa”, il fuoco metaforico e sempre ardente della letteratura trova al fine la sua compiutezza, la sua via d’accesso alla realtà:e Paolo Veronese, sospinto dal lampo dell’intuizione, arriva giusto in tempo a vederlo. A vedere cosa? L’incendio di un antico, glorioso teatro dove talvolta si è esibita Nausicaa. E gli sembra di vedere tra la folla – supremo omaggio o suprema beffa- la sagoma allampanata e mutante del fu Aurelio Schiavi.

 

Massimo Onofri, DIARIO DELLA SETTIMANA

 

Delitto e castigo

Un giallo tra filologia e mistero

L’editore Fazi, ormai proiettato verso traguardi sempre più ambiziosi, inaugura una nuova collana di narrativa, “Le vele”, con due libri: I reni di Mick Jagger di Rocco Fortunato e Una lezione sull’amore di Silvio Mignano. E’ di quest’ultimo che vi parlerò, anche perché è il solo di cui ho ricevuto le bozze: non me ne voglia dunque Rocco. Fortunato, di cui, per altro, ho sentito dire un, gran bene. Ma bene bisognerà anche dire del romanzo di Mignano, che accampa una singolare figura di investigatore privato, Paolo Veronese, gran collezioni sta di cravatte, e personaggio in confidenza con qualche suo collega catalano: ne è venuto fuori un Libro curiosissimo che è, insieme, un giallo filologico, il ritratto d’uno scrittore non troppo immaginario, una divertita riflessione sulla letteratura e sulla critica, sulla lettura e sull’interpretazione, ben Lontana, si badi, dagli uggiosi giuochetti dei metascrittori molto metariflessivi. Ma andiamo, con ordine. Tutto comincia quando Amalia Schiavi, volitiva sorella-agente letterario-manager di Aurelio, scrittore di culto e talentosissimo (come lo furono Landolfi e Savinio, gli autori italiani prediletti dallo Schiavi) si reca dal Veronese, con un terribile sospetto: la casa editrice “Le Labrene” (lupus in fabula, come si vede) sta per pubblicare un inedito postumo del povero Aurelio, ma “le bozze incompiute” hanno tutta l’aria di esser state “manipolate” e integrate. Qui non si tratta dunque di cercar la femmina, come si direbbe alla franciosa, ma una frase, una sola frase. Amalia non ha dubbi: “Mio fratello ha sempre sostenuto che da una frase si può ricostruire l’intera opera di un autore, così come da un solo femore si risate alla figura completa di, un animale preistorico, con tutta la muscolatura, la pelle e perfino l’espressione del muso”. Se si pensa che tanta critica stilistica, il miglior strutturalismo e molto Contini hanno ritenuto possibile esercitare un’ermeneusi che, partendo da una vertebra del testo, potesse risalire alla sua spina dorsale e magari all’intero scheletro, si capisce anche come questo romanzo, per via d’ironica trastitterazione, finisca anche per sceneggiare fasti e nefasti di tanto formalismo critico. Insieme a un perplesso Veronese, noi non potremmo che opporre alla determinata e intraprendente Amalia una domanda di solido buon senso: “Perché ha pensato di rivolgersi a me piuttosto che a un critico letterario”? La risposta starà tutta nello svolgersi dei fatti: laddove, appunto, investigazione poliziesca e filologia si scambiano di ruolo, fino al combusto gran finale, risolto, appunto, dentro un’alta temperatura critica. A noi non resta che abbandonarci al gustoso trattato di zoologia fantastica che Mignano ricava dentro una Roma assai riconoscibile, dal gruppo di letterati che si sono intrattenuti in un qualche rapporto con lo Schiavi: l’Ugolini, patetico critico militante; il poeta e amico del defunto, Del Prado; il veteromarxista e accademico Demetrio; l’editore Ignazio e il suo consulente, il mestissimo professar Sentimenti. Senza dimenticare che la vicenda si annoda e si scioglie attorno a un doppio caso di lolitismo, giuocati, bisogna dirlo, dal lato d’una conoscenza di Nabokov tutt’altro che di seconda mano: il lolitismo di Schiavi, così come esce dal succitato inedito, Nausicaa; il lolitismo di Veronese che cede velocissimo alle lusinghe d’una monella aerea e intraprendente, e figlia di Del Prado, il più bel personaggio del libro. Per aggiungere che qui gli enigmi della vita, te sue sovrapposizioni, non sono meno suggestivi di quelli letterari: in un romanzo fresco fresco, che ci fa ben sperare sul futuro di questo coltissimo scrittore.

 

Bruno Quaranta, LA STAMPA – TUTTOLIBRI

 

Alla ricerca di Nausicaa tra fumisterie e falò

“Una lezione sull’amore”, romanzo d’esordio di Silvio Mignano: un irregolare scrittore muore lasciando un inedito, la sorella teme che l’editore lo manipoli, una musa risolve il caso

Nel segno di Luigi Tenco. Una voce poco fa è l’epigrafe di “Le vele”, neonata collana narrativa dell’editore Fazi. Italiana. Solo italiana. Un ennesimo atto di fiducia verso le nostrane energie, in bilico fra smisurati elogi e stroncature non meno sconnesse. Un antidoto contro il rischio isolato dal cantautore di scuola genovese: “Vogliono far di te un uomo piccolo, una barca senza vela”. Ha lasciato per primo la rada “I reni di Mick Jagger”, esordio romanzesco di Rocco Fortunato, chitarrista e cantante. Un filo autobiografico o quasi: verrà la malattia a folgorare un uomo “che ha sempre rubato e sprecato tutto: amore, talento, salute”. Dalla vita alla finzione, al secondo titolo: “Una lezione sull’amore” di Silvio Mignano, trentaquattrenne di Fondi, dintorni di Latina, ora in Kenya. E’ un giallo letterario, un rebus che si avvita intorno a una figura alta, estranea ai giochi, alle beghe, al mercato, al suk, Chissà: Gadda o Savinio o Landolfi, o un loro mix. Con un 1 orina più nitida in direzione del divino Toni: la casa editrice “Le labrene”, presso cui pubblicalo scomparso dioscuro pulsante nell’opera prima. Aurelio Schiavi (così si chiama il protagonista-fantasma) muore lasciando un inedito. La sorella dubita delle “Labrene” (sovviene – magiche contaminazioni – Landolfi: “Da bambino fantasticavo lungamente su cosa mi sarebbe avvenuto se un caso maligno mi avesse forzato a più intrinseci contatti, in altri termini a toccare una di loro od a subirne il tocco”). Teme, la donna, che le bozze incompiute siano state manipolate, che “Le labrene” abbiano tentato “in qualche maniera di completarle”. Occorre indagare, accertare la verità (rompicapo antico, mille volte arduo, là dove impera l’invenzione). inevitabile rivolgersi a un detective, tale Paolo Veronese, come il pittore, una citazione fra le altre, fra le innumerevoli. Forse un biglietto da visita che annuncia l’epilogo (pare) veneziano: in Laguna si congedò l’artista. Indaga, Paolo Veronese, indaga ancora. Sa poco o nulla del mondo che gli tocca setacciare. Verbosi critici e professori ed esperti in fumisterie lo attendono, lo confondono, lo cospargono di dubbi. Lasciare l’inchiesta? Avanzare nelle sabbie mobili? Avanti, avanti tutta, c’è un fuoco estremo che aspira, che calamita, che disarciona la tentazione di sciogliere il contratto. E c’è una donna, un’adolescente, Valentina, che impedisce la fuga, acerba e sensuale e devota com’è. E dunque: sia “Nausicaa” (il titolo del lavoro postumo) a occupare i giorni e le notti. “Nausicaa” che esiste, di là del racconto, dell’eco omerico, una fanciulla mensilmente inondata di fiori, depositaria della versione definitiva, di una certezza: “Probabilmente avrebbe (Aurelio Schiavi, ndr) continuato a lavorarci, ma senza arrivare mai a una chiusura nel senso più tradizionale. Amava ripetere che il libro poteva essere letto in tutte le maniere, anche à rebours, a ritroso. Però era diverso dagli altri, e in realtà ho i miei dubbi che fosse proprio destinato al pubblico”. Ma Aurelio Schiavi tra cronaca e metacronaca, aspira (aspirava) non solo, o forse non aspirava affatto, a veder pubblicato il Parto ultimo. Alla maniera di Nabokov, il Nabokov di “Cose trasparenti”, richiamato in auge da una citazione veterotestamentaria, mira (mirava) a impartire una lezione d’amore e di letteratura, evangelicamente rivolgendosi a un semplice, a un povero di spirito qual è Paolo Veronese. “In “Cose trasparenti” – aveva osservato lo scrittore – ritrovo tutto il disprezzo nabokoviano per le soluzioni più facili accarezzate da certa letteratura (…). E la cosa più straordinaria e il modo scelto per mortificare questi meccanismi: riproducendoli Ecco allora che la conclusione di “Cose trasparenti” è proprio un bel falò come si deve, con tutti i dovuti cliché e il suo corollario di faville e schianti di legni bruciati”. E’ molta la legna che Silvio Mignano accatasta. Ma-non è ancora da ardere, resiste (spesso) all’invito della fiamma, è sospesa fra i due universi identificati dalla sorella di Aurelio Schiavi: “La verità è che loro scrivevano, mentre mio fratello faceva letteratura, ed erano ben coscienti della differenza, e non hanno mai potuto accettarlo”.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Una lezione sull’amore
Collana:
Numero Collana:
2
Pagine:
124
Codice isbn:
9788881121007
Prezzo in libreria:
€ 5,00
Data Pubblicazione:
01-09-1999

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