Postfazione di Dacia Maraini a «Notti al circo» di Angela Carter

10-03-2017  •   Il blog di Stoner
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Dacia Maraini

In occasione dell’uscita in libreria di Notti al circo di Angela Carter vi proponiamo la postfazione di Dacia Maraini.

 

Una lunga, interminabile notte londinese dove tutti gli orologi, inspiegabilmente, sono fermi alla mezzanotte. La scena è il camerino angusto, polveroso di un’affascinante trapezista che se ne sta seduta al centro, stretta in una vestaglia unta e sdrucita, col trucco di scena ormai sfatto, intenta a bere champagne, un bicchiere dopo l’altro. Le sono accanto la sua fedele tata e un giovane giornalista, Walser, che è andato lì per intervistare quel fenomeno che fa parlare di sé tutta la città, ma ancora non sa che proprio quella donna sta per cambiare il corso della sua vita con la confessione di una storia straordinaria:
«Proprio così, sono uscita da un uovo», dice lei candida. E il racconto della femmina uccello diventa subito seducente anche se il linguaggio di Angela Carter è spesso duro e sfrontato, ma ha il potere di trascinarci nei suoi mondi fantastici.
Grande seguace di William Blake, di Mary Shelley e persino di Sade, la Carter riesce a far diventare favola tutto quello che tocca. Moltiplica i personaggi come solo nelle fiabe è possibile. Ciascuno di loro, e sono tantissimi, porta con sé una storia surreale, ma al di là della costruzione fantastica di questo o quell’altro eroe, tutti combattono la propria battaglia per la vita, tra bene e male, tra finzione e realtà e il mondo che li circonda è buio e pieno di insidie.
La storia di Fevvers, questo il nome della donna, comincia con tono di insolente dichiarazione:
«Sono stata allevata in un bordello e, già che ci siamo, le dirò che ne sono orgogliosa perché le mie madri non mi hanno mai rivolto né una parola sgarbata né un gesto scortese, anzi, mi hanno sempre dato il meglio di tutto e non c’è stata sera in cui non fossi nel mio lettino, su nell’attico, alle otto in punto, prima dell’arrivo dei clienti ricchi, quelli che rompevano i bicchieri…».
Ma nulla sembra appartenere al mondo reale: eventi, situazioni, personaggi hanno la maschera della finzione e del resto, lei stessa lo dichiara: la realtà è solo una triste prigione. «Walter conobbe la libertà che si cela dietro la maschera nella dissimulazione, la libertà di giocare con il proprio essere e con il linguaggio…».
Notti al circo però, con ironia pungente e a sfregio delle regole, via via che procediamo nella lettura, sembra voler rivelare una specie di manifesto della visione del mondo dell’autrice, della sua filosofia di vita. Importante prima di tutto è coltivare una fervida immaginazione, bandire ogni tipo di pudore, giocare col dolore. Tutto questo la mette quasi sempre dalla parte delle vittime consenzienti, ma al momento opportuno le fa fare giustizia degli oppressori.
Il circo viene preso come microcosmo esemplare dove andare a scovare tutto il marcio, gli intrighi del mondo, ma anche il grande potere della seduzione che spesso inganna chi ci vive dentro.
E sarà proprio la forza seduttrice della bella e misteriosa trapezista a convincere Walser a seguirla nel suo lungo peregrinare col circo. E tra i tanti personaggi stravaganti che incontrerà, una più di tutti lo commuoverà al punto da prenderla sotto la sua protezione.
«Le percosse avevano segnato di viola, di verde e di giallo la pelle di Mignon. Ma non erano tanto i lividi nuovi che si fondevano con quelli in via di sparizione – sovrapposti a loro volta ad altri già spariti – a colpire l’osservatore, quanto il fatto che Mignon era come appiattita dalle botte; era stata picchiata fino a perdere tutto lo splendore dell’adolescenza, picchiata fino a mostrare la trama, e più che picchiata, trebbiata o martellata fino ad assumere lo spessore di una lamina di metallo».
Notti al circo viene pubblicato nel 1984, ovvero in piena era femminista, e l’autrice, impegnata sul fronte dei diritti delle donne ma sempre un po’ in polemica con qualsiasi presa di posizione ufficiale, denuncia e rivendica quello che le donne dovrebbero pretendere.
A un certo punto leggiamo: «Personalmente sono convinta che una ragazza dovrebbe far fuori da sola i suoi stupratori», e ci pare di sentirla ridere della sua enorme provocazione.
Intanto scrive un saggio sulla pornografia che verrà molto criticato, nel quale sostiene che la pornografia, naturalmente quella degli artisti, siano essi uomini o donne, non può che costituire una autentica libertà per entrambi i sessi.
Sboccata, controcorrente, ma con un’immaginazione così focosa da renderla unica nel panorama letterario inglese di quegli anni, Carter è soprattutto una donna che si è sempre buttata nella mischia senza paura di soccombere, e ha creduto nei valori del femminismo, anche se in una interpretazione tutta sua, senza mai rinunciare al suo fervido immaginario poetico.
Nei barocchismi sbalorditivi l’autrice conserva un suo ordine matematico: posiziona i suoi personaggi su uno scacchiere dove tutti devono corrispondere a una sola ragione, quella coinvolgente e provocatoria del suo pensiero di vincitrice, contro tutti i conformismi, ma anche contro gli anticonformismi, in una continua negazione della negazione.
Mille e mille sono le storie che saltano fuori come grilli dall’erba alta e tutte meritano di essere raccontate.
Sembra di guardare un film dove qualsiasi persona che compare in scena, anche quella che si scorge un momento sul fondo, appare credibile.
Angela Carter stravolge, burla, capovolge, deride, gettando trabocchetti dappertutto, ma per lei è una sola legge a governare il mondo, la legge del desiderio. Desiderio di rinascita, desiderio di vendetta, desiderio di annullarsi nel piacere, desiderio di conquista, desiderio di saltare e volare.
La sua passione per l’invenzione di storie fantastiche le fa rivisitare una serie di fiabe antiche e moderne raccontandole però in quella chiave blasfema che le è congeniale. Il fatto che abbia scritto diversi radiodrammi ci fa capire che le sue storie in fondo hanno sempre bisogno di una voce che le racconti, una voce dura e tenera secondo le esigenze, burlona e rabbiosa, trasformista come può esserlo per l’appunto l’abitante di un circo, la cui vita sta fra la strada e il palcoscenico.
Le sue descrizioni, d’altra parte, hanno una forte impronta pittorica, ricalcano le pennellate delle tele espressioniste, dal colore che vira alla satira, dove le forme sono volutamente distorte, come cacciate a forza sotto una lente d’ingrandimento che ne rivela i dettagli mostruosi.
Il romanzo si svolge alla fine dell’Ottocento, a cavallo del nuovo secolo che dovrà portare novità importanti in tutti i campi, ma l’autrice sembra dirci che non si sono fatti ancora i conti con tutti gli errori, le ingiustizie che il mondo dovrà affrontare.
La sua vitalità linguistica, visionaria, debordante appartiene a chi va oltre i luoghi comuni, oltre la storia, oltre gli eventi, per fare i conti sempre e soltanto con i diritti dell’essere umano. E le donne, come riferimento principale, sono quelle alle quali questi diritti sono stati negati.
Parlando di una di queste sue creature, una donna perennemente addormentata, scrive: «Che straordinario destino il suo: appartiene a un sonno più vitale della vita stessa, un sogno che annulla il mondo…».
In molta parte del suo lavoro, Angela Carter sembra voler sottolineare la gratuità di molte conquiste del nuovo secolo, amplificando a ogni piè sospinto il suo divertito e beffardo «io però non sono d’accordo».
Unica concessione: il finale, dove, nonostante tutti gli orrori e i ghiribizzi del destino, l’amore trionfa su tutto.

Dacia Maraini