Andare a caccia del bisonte contromano

11-03-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo l’articolo di Emanuele Trevi apparso su La Lettura del Corriere della Sera il 10 marzo 2013.

 

In «Butcher’ Crossing» John Williams racconta l’educazione sentimentale nel Far West. Fuori dai luoghi comuni della frontiera, dentro l’ enigma dell’essere al mondo.

Immaginate Gustave Flaubert che, reincarnatosi in uno scrittore americano di metà Novecento, decida di riscrivere L’educazione sentimentale in forma di western. Ammetto che l’esercizio può sembrare assurdo e ozioso, ma il risultato è un libro indimenticabile, Butcher’s Crossing, pubblicato con scarso o nullo successo – da John Williams nel 1960. Il romanziere texano aveva trentotto anni, e altri cinque ne dovevano passare prima di Stoner, il capolavoro riscoperto solo di recente sia in America che in Europa. Per molti aspetti, la fortuna tutta postuma di Williams ricorda la vicenda di un altro grande, Richard Yates, l’autore di Revolutionary Road. Comodamente sistemati sul senno di poi, ci chiediamo come sia possibile che siano passati decenni prima del meritato riconoscimento. Ma bisogna pensare al tumultuoso clima di esperimenti che segna la letteratura americana degli anni Sessanta. Williams e Yates, entrambi docenti universitari, entrambi votati a un poco appariscente e molto faticoso culto dell’espressione esatta, imbrigliarono il loro talento all’interno di una specie di «classicità» che ai loro tempi poteva passare per puro anacronismo, suscitando poco interesse. Tanto meglio per noi posteri, viene da pensare, che ci godiamo questi asceti dello stile come squisiti, inimitabili vini d’annata.

Se la fama di Williams resterà per sempre legata soprattutto a Stoner, Butcher’s Crossing non è molto sotto il livello dell’opera maggiore. È una storia di caccia al bisonte, ambientata negli anni Settanta dell’Ottocento tra le sterminate pianure del Kansas e le montagne del Colorado. Ma al di là dei grandiosi scenari naturali e del ritmo incalzante dell’avventura, segnata da rapide e irrimediabili svolte del destino, fin dalle prime pagine colpisce la perfetta individuazione del carattere del protagonista. Il giovane Will Andrews non è un figlio della Frontiera. Viene da una buona famiglia della civilissima Boston, e ha studiato qualche anno all’università. Alla morte di uno zio, eredita un piccolo gruzzolo, e da un giorno all’altro si lascia alle spalle tutto il suo mondo. Vuole conoscere direttamente quello che è riuscito appena a immaginare nei libri dei filosofi, e soprattutto in quelli di Emerson, il cantore della natura incontaminata e dell’autenticità che spetta all’uomo recuperare, attingendo a quella inesauribile e veritiera sorgente. Will non saprebbe nemmeno definire esattamente ciò a cui aspira. Ma la sua fame di esperienza è limpida, e convincente. Con grande senso artistico, Williams evita di caricare il suo personaggio di un eccesso di ricordi e sfumature psicologiche, non solo per renderlo il più possibile universale, ma perché ciò che più interessa di Will è il suo proiettarsi in avanti, alla cieca, in direzione di un’origine nascosta da qualche parte, tra gli spazi immensi dell’America.

trevi

 Jenne Magafan – Cowboy Dance (1941), Washington, Smithsonian Museum of Art

La sua maggiore virtù non è qualcosa che si è portato da casa, ma una disposizione a imparare tutto partendo da zero, un’incrollabile capacità di attenzione. È con questa disposizione d’animo che, appena arrivato nello sperduto avamposto di Butcher’s Crossing, Will non perde tempo a finanziare una spedizione di caccia ai bisonti, affidando i suoi soldi e la sua stessa vita a un espertissimo veterano di nome Miller. Miller è una specie di Capitano Achab in sedicesimo. Roso da innominabili ossessioni, va dritto per la sua strada, e non esita a mettere a repentaglio la vita dei suoi uomini pur di modellare l’impresa a sua esclusiva immagine e somiglianza. Il debito di Williams nei confronti di Melville in questo caso è evidente, ma bisogna ammettere che l’epigono sa trasportare nel nuovo personaggio qualcosa della fosca, luciferina grandezza del suo modello, mettendone da parte tutte le vertiginose implicazioni metafisiche. Le analogie con Moby Dick, d’altra parte, si esauriscono qui, perché Williams non perde mai di vista il suo obiettivo artistico principale, che è quello di scrivere la storia di un apprendistato alla vita, insomma un vero e proprio romanzo di formazione. Tutti gli elementi dell’appassionante avventura raccontata in Butcher’s Crossing, insomma, hanno un vero rilievo poetico nella misura in cui agiscono sulla coscienza di Will, allargandola e deformandola giorno dopo giorno. È un processo molto meno rettilineo di quello che si potrebbe pensare a prima vista. Perché se imparare a vivere fosse una semplice addizione di esperienze, tutti ne sarebbero capaci, e non ci sarebbe bisogno di nessun romanzo di formazione. Ma l’essere umano è fatto in maniera tale che deve sempre, per procedere in avanti, retrocedere verso il suo nucleo più essenziale. Ed è questo paradosso, in fin dei conti, a rendere l’uomo diverso da tutti gli altri animali, che avanzano dalla nascita alla morte tra gli argini sicuri dell’istinto. Williams ha compreso alla perfezione il difficile segreto che rende artisticamente efficace una storia di formazione.
Si potrebbe esprimere questo segreto con una metafora, e immaginare un contenitore che vada riempito e svuotato simultaneamente, impiegando la stessa apertura. Ed è così che Will Andrews impara davvero qualcosa solo nel momento in cui una parte di sé, cozzando contro l’esperienza, viene irredimibilmente distrutta. Ma al momento di tirare le somme, diventerà chiaro che è proprio quest’opera di demolizione interiore a decidere il senso dell’avventura, mentre le poste in gioco più evidenti (le pelli di bisonte, i soldi che frutteranno…) non sono nient’altro che ostaggi del caso, e bastano pochi secondi a vanificare il lavoro di mesi.
Il vero tesoro, insomma, non è quello che si porta a casa, ma ciò che si è perduto, ci si è lasciati alle spalle come le ceneri fredde di un bivacco. Ed è con stupore e commozione che ci rendiamo conto che quello che sembra il capriccio di un romanziere coincide con le regole più profonde e infallibili della vita umana.