La bestia (Estratto)

02-10-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo un estratto da La bestia di Óscar Martínez, miglior libro dell’anno per The Economist e Financial Times. Il giornalista salvadoregno osserva e racconta con occhio lucido la tragedia dei migranti che dal Messico scavalcano un confine irraggiungibile verso gli Stati Uniti. Le voci, le storie, i pericoli di una popolazione sotto forma di lunga inchiesta. 

 

Prefazione

In questi giorni del luglio 2014, la migrazione dei centroamericani verso gli Stati Uniti è tornata a occupare da protagonista il centro della scena. Protagonista, ma momentanea. Qualsiasi buon lettore di quotidiani nel mondo, chiunque, in ogni angolo del globo, ceni con il telegiornale acceso ha sentito parlare della crisi dei bambini migranti negli Stati Uniti, ha visto il presidente Barack Obama riunirsi con altri presidenti per discutere di cosa fare con gli oltre 52.000 minorenni che in questi quasi otto mesi del 2014 sono entrati negli usa, soli e senza chiedere il permesso a nessuno.
Decine di inviati dei mezzi di comunicazione internazionali sono arrivati in Honduras, Guatemala ed El Salvador per chiedersi perché i bambini se ne vanno, da cosa scappano, verso dove e come ci arriveranno. Vogliono parlare con questi bambini sommersi dalla violenza, vogliono viaggiare con i giovani attraverso il Messico, e cercano di ottenere uno scoop intervistando un coyote.

I bambini che negli ultimi tempi arrivano negli Stati Uniti si consegnano alla prima autorità che incontrano in quel paese e in meno di quattro giorni sono messi nelle mani dei genitori o dei fratelli maggiori, se anche loro vivono negli usa. Non importa che non abbiano i documenti, è una vecchia disposizione approvata nel 2008, una legge che autorizza il trattamento differenziato di un bambino clandestino che arrivi solo. La legge proibisce che vengano messi in carcere mentre aspettano le udienze giudiziarie in cui si deciderà se verranno deportati o se otterranno asilo. Quasi a nessuno verrà concesso l’asilo, ma pochissimi si presenteranno a quell’udienza. Sono migranti e sono venuti per restare senza il permesso di nessuno.
Nel 2014 ne sono arrivati come mai prima. A partire dal 2008, il numero dei migranti minorenni che entrano negli Stati Uniti ha iniziato a crescere e ha continuato a farlo fino a raggiungere il record di 52.000 di quest’anno. Non c’è un’unica spiegazione, ma la più probabile è che la vox populi all’interno della comunità migrante sia diventata sempre più potente. Una madre migrante di Los Angeles ha visto la sua vicina accogliere suo figlio, poi un’altra madre centroamericana in Carolina del Nord si è accorta che anche la sua amica di Los Angeles aveva il figlio con sé, e poi un’altra madre in Texas, ancora una a New York, e cinque a Houston, e dieci a Washington, e 52.000 in tutto il paese. La cosa più probabile è che queste madri abbiano scelto l’unica opzione a loro disposizione. Senza possibilità legali di portare i propri figli negli Stati Uniti, senza la speranza che la rabbiosa violenza del Centro America diminuisca, la loro unica possibilità è la via illegale.
In questo contesto gli usa si dichiarano in crisi, i media internazionali sbarcano in Centro America e iniziano a voler sapere quale sia la violenza in cui vivono quelli che decidono di emigrare e quale sia il cammino che prenderanno; i presidenti si riuniscono per parlare di condizioni, Obama propone più deportazioni e i centroamericani pretendono più sostegno economico per i piani sociali; il governatore del Texas manda l’esercito a pattugliare la frontiera, il Messico annuncia che impedirà ai centroamericani di arrampicarsi sui treni merci per risalire fino agli Stati Uniti.
Nel frattempo, i migranti continuano a emigrare.
Come fanno dagli anni Settanta, quando le dittature militari centroamericane erano sul punto di esplodere in guerre civili – ed esplosero. Da allora i migranti si allontanano da quest’area, la più violenta al mondo. A El Salvador, ad esempio, siamo in sette milioni di persone, e si calcola che altri due milioni di salvadoregni vivano negli Stati Uniti, la maggior parte come clandestini. La regione settentrionale del Centro America, impoverita dalle guerre civili, sfacciatamente segnata dalle disuguaglianze – paesi dove pochi hanno moltissimo e moltissimi non hanno quasi niente –, è una macchina per l’espulsione delle persone. Ogni anno ci sono nuove ragioni perché la gente dei ceti popolari si allontani da qui. Quest’anno le Nazioni Unite hanno presentato il loro rapporto globale sugli omicidi. I tre paesi centroamericani che hanno prodotto più migranti diretti verso gli Stati Uniti sono anche i tre Stati più violenti della regione. L’Honduras è stato considerato il paese più violento al mondo con 90,2 omicidi per ogni centomila abitanti. O, in altri termini, un’epidemia di omicidi moltiplicata per undici, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che considera che più di otto omicidi per ogni centomila abitanti possano rappresentare un’epidemia. Al quarto posto c’è El Salvador, con 41,2 omicidi; e al quinto il Guatemala, con 39,9.
Per farsi un’idea più chiara, il Messico del crimine organizzato, dei grandi cartelli internazionali e dei capi più affamati al mondo si piazza in settima posizione, con una media di 21,5 omicidi, quasi la metà di quelli che si contano in Salvador e in Guatemala, e qualcosa come un quinto di quelli che si verificano in Honduras.
Il Centro America è una regione che conosce appena la parola “pace”. I bambini, gli adolescenti e gli adulti non hanno iniziato ad andarsene in quest’ultimo anno, come potrebbe sembrare leggendo i titoli che parlano della crisi dei bambini migranti. I centroamericani se ne vanno da molto tempo, come possono. Molti di loro non emigrano, scappano, e continueranno a farlo. Gli Stati Uniti possono espellere migliaia di bambini, possono estradare alcuni coyote e giudicarli in una corte di New York con decine di giornalisti che filmano, annotano, registrano, possono disporre centinaia di migliaia di militari lungo la loro frontiera di 3.100 chilometri. Il Messico può cercare di mettere delle guardie armate che controllino i treni merci in modo che i migranti smettano di aggrapparcisi come clandestini per avvicinarsi agli Stati Uniti. I migranti centroamericani continueranno a emigrare. Il loro viaggio continua perché le loro ragioni per emigrare rimangono valide.
Se i governanti di questo violento angolo del mondo e quelli dei saloni imbiancati di Washington avessero un’idea di quello che devono passare molti migranti centroamericani per arrivare fino alla frontiera con gli Stati Uniti, saprebbero che nessuna legge, nessun esercito e nessun volo di deportati potrà impedire che i centroamericani lascino la loro ingiusta e violenta terra.
Molti migranti, centinaia di migliaia di migranti di questi tre paesi centroamericani devono attraversare il Messico. Devono camminare in aree di montagna fino ad arrivare a un treno nello Stato del Chiapas, o avventurarsi nel territorio selvaggio del crimine organizzato per giungere nello Stato di Tabasco e risalire lungo l’altra rotta della “Bestia”, come chiamano il treno. Devono viaggiare una media di ventotto giorni e salire all’incirca su otto treni, aggrappandocisi come se fossero zecche. Devono dormire all’aperto in mezzo ai monti e mangiare quello che trovano. Tutto questo in compagnia di poliziotti corrotti e mafiosi come i Los Zetas, che hanno fatto dei migranti un business, un affare di estorsioni, di sesso, di morte. Dopo questo, dopo più di cinquemila chilometri di un simile, terribile cammino, i migranti centroamericani devono attraversare un fiume, il Rio Bravo, o il deserto dell’Arizona, o le montagne della California, o le pianure del New Mexico. E ancora, come se non bastasse, dopo essere sopravvissuti al Messico devono superare l’ostacolo finale.
Questo libro parla del viaggio dei migranti che attraversano il Messico per arrivare negli Stati Uniti. In questo libro, che ho scritto nel 2010, vedrete delle donne migranti recluse contro la loro volontà in oscuri bordelli lungo la frontiera meridionale messicana, leggerete di migranti senza braccia né gambe, migranti fatti a pezzi dal treno; conoscerete i fratelli Alfaro, che scappano dalla morte, la stessa morte che si è presa la loro madre a El Salvador; vi renderete conto di quanto siano onnipotenti i Los Zetas in questo Messico cortile, che dà le spalle alle grandi capitali, dove possono esistere luoghi di violenza e assassinio come La Arrocera. Conoscerete il ranch La Victoria e le torture che lì hanno subito decine di centroamericani. Vi avvicinerete all’infinita frontiera settentrionale messicana, con la sua mafia e i suoi terreni comuni, le sue quote da pagare e i suoi poliziotti corrotti. Vedrete il muro e il gioco della polizia di frontiera al quale ogni notte, ogni giorno, c’è chi perde e chi vince, e ogni volta si ripete, ogni volta sempre uguale.
Questo libro parla di una crisi umanitaria che continua a verificarsi anche ora, mentre leggete, che si ripropone tutti i giorni. Perché i Los Zetas restano lì, i corrotti restano lì, il muro è sempre lì e anche il deserto, il fiume e il treno, perché i paesi centroamericani continuano a essere violenti e disuguali e continuano ad aspettare i soldi spediti dai loro migranti affinché la loro economia non collassi, perché gli Stati Uniti continuano a espellere i centroamericani. Quindi questo libro, in fondo, prende in esame una delle più impressionanti manifestazioni di perseveranza e impegno che esistano ai nostri tempi, quella dei migranti che, nonostante tutto, continuano a provarci. Nonostante ora, con la crisi dei bambini migranti, i mezzi di informazione gli ricordino ogni giorno che quel governo farà di tutto per deportarli una volta giunti al termine della loro corsa a ostacoli mortali,  continuano la loro inarrestabile marcia. E continueranno, perché la paura di morire, l’esigenza di ricongiungersi con i propri figli, il bisogno di credere che ci sia qualcosa di più dell’ansia, della miseria e dell’abbandono sono più forti di qualsiasi muro, di qualsiasi fiume, di qualsiasi mafia, di qualsiasi crisi.
Questa è la storia dei migranti che non contano, di quelli che già da molto tempo hanno smesso di contare.

Óscar Martínez
28 luglio 2014
San Salvador, El Salvador, Centro America