A caccia di bisonti s’impara la vita

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Pubblichiamo la recensione di Butcher’s Crossing di Marco Malvaldi, l’autore della serie del Bar Lume, apparsa su La Stampa il 23 marzo 2013.

 

Un viaggio di formazione che anticipa McCarthy: nel West, tra natura selvaggia, fucili e cavalli.

Butcher’s crossing è stato definito il primo western revisionista della storia; talmente revisionista che, nel 1960, Williams pose come condizione per pubblicarlo che riportasse la dicitura “A Western” come sottotitolo. A ragione; in quanto questo libro è in realtà, a mio avviso, una efficacissima allegoria della giovinezza, e metterci sotto la dicitura “Western” sarebbe un po’ come mettere Opinioni di un clown accanto a Liala. Non a caso il prossimo film di Sam Mendes verrà tratto proprio dal libro in questione (Butcher’s crossing, intendo, non un libro di Liala).
Siamo nel 1873, quando il giovane William Andrews decide di lasciare gli studi ad Harvard per immergersi nella sconfinata bellezza e nelle infinite prospettive di libertà del selvaggio West; dispone solo di parecchi soldi e della propria giovinezza. Per scoprire veramente che cosa sia la vita di frontiera, Andrews decide di finanziare una spedizione di caccia al bisonte e si unisce speranzoso all’esperto Miller, che gli narra di una mandria sterminata da lui avvistata parecchi anni prima in Colorado. Insieme a Miller, Andrews si unirà ai suoi uomini di fiducia:il barrocciaio Charley Hoge, che non può fare a meno né del whisky né della Bibbia, e lo scuoiatore Schneider, di cui già dal mestiere si intuisce la pressoché totale assenza di delicatezza e interesse per gli altri.
Purtroppo, Andrews scoprirà che il West di terra e polvere è un po’ diverso dall’idealistico West di carta narrato da Ralph Waldo Emerson, che lo affascinava quando stava ad Harvard; scoprirà che la sella è più scomoda della sedia, e il fucile più pesante della penna. Sarebbe ingiusto da parte mia proseguire nella trama, perché la storia merita di essere letta.

1963

La copertina di Butcher’s Crossing del 1963

Il merito, come spesso capita in un bel libro, è quello di riuscire a parlare di te e del mondo in cui vivi pur essendo ambientato nel Kansas del 1870, non appena si provi a sollevare il velo dell’allegoria da uno dei molti lembi che possiede. In una delle più belle scene del libro la prostituta Francine, a pochi giorni dall’arrivo di Andrews in paese, lo porta piuttosto inaspettatamente in camera propria. La ragazza è affascinata soprattutto dalle mani del ragazzo, lisce e morbide, completamente differenti dalle zampe ruvide e incrostate di terra del cliente abituale; stanca di uomini che la considerano solo come prostituta e che si limitano ad adoprarla, desidera comprensibilmente stare con un uomo che sia in grado di far stare bene un po’ anche lei. Lo desidera adesso, prima che parta: sa benissimo che, una volta tornato dalla spedizione, le sue mani saranno diventate come quelle degli altri, perché non si può lavorare come un mulo e mantenere le mani limpide. A concludere, quindi, ci guadagnerebbero tutti e due: peccato che Williams, che da bravo studentello imberbe non è mai stato con una donna in vita sua, impaurito dalla stessa situazione che si era sognato fino alla notte precedente, di fronte alla ragazza nuda si dia alla fuga, preoccupato dalla propria supposta innocenza, o forse dal timore di fare una figura meschina, o chissà.
Una bella donna, esperta e ancora parecchio piacente, non ne può più di quanti l’hanno solo sfruttata negli anni addietro, e si propone a un giovane; e questo, dopo averci favoleggiato da quando l’ha vista, si tira indietro, danneggiando entrambi. Ricordandoci di come il maestro dell’allegoria, il sommo Dante Alighieri, descriveva la serva Italia nel suo poema, è incredibile come un romanzo scritto nel 1960 negli Stati Uniti riesca, parlando del West di fine Ottocento, a descrivere così bene la situazione del nostro paese. Anche se non dovremmo stupirci troppo: nella letteratura, nella vera letteratura, questo prodigio si ripete da secoli.

Marco Malvaldi

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