Café Julien (Incipit)

15-10-2015  •   Il blog di Stoner
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Café Julien incipit

Ritorna in libreria Café Julien, il magnifico romanzo di Dawn Powell, che prende di mira il mondo degli artisti e si fa beffe della vita bohémien di Manhattan. E la storia della New York degli anni Quaranta, di quel Greenwich Village che l’autrice ha conosciuto, amato e catturato meglio di qualsiasi altro scrittore americano, diventa un ritratto corale e ironico della società moderna, con tutte le sue contraddizioni, ipocrisie e assurdità.

 

Poco dopo le due, un signore di mezza età dai capelli rossi entrò di corsa nel Café Julien, si sedette al tavolo di Alexander, come al solito, ordinò caffè e cognac, come al solito, chiese un blocco di carta, come al solito, agi­tò una penna stilografica e cominciò a scrivere. Se si pensa che si trattava dello stesso uomo che passava le mattinate immobile a fissare il vuoto di fronte a una macchina da scrivere in un albergo del centro, era sorprendente la rapidità con cui la penna scorreva sulle pagine al tavolo del caffè. Alle cinque, appena cominciarono ad arrivare i primi clienti per l’aperitivo, l’uomo pagò il conto, mise i fogli in tasca e si avviò verso la scrivania nell’atrio.

«Tenetemelo da parte», disse, porgendo il manoscritto all’impiegato.

«Va bene, Mr Orphen», rispose l’impiegato, aprendo la cassaforte e sistemandolo insieme alle altre carte di Mr Orphen.

L’uomo dai capelli rossi uscì, abbottonandosi il cappotto nel turbinio di neve sopra Washington Square. Chiamò un taxi e tornò alla sua stanza d’albergo, dove sedette per un po’ a fissare il foglio bianco dentro la macchina da scrivere, finché non decise che era giunta l’ora di ubriacarsi.

Quel giorno aveva scritto sulla carta del Julien:

Non c’era nulla di strano a New York in quell’inverno del 1948, perché ormai la stranezza era diventata routine. Signore anziane morivano di fame in squallidi alberghi lasciando scatoloni pieni di stracci e di banconote da cento dollari; bande di ragazzini scippavano e rapinavano la gente per strada, gli amanti non trovavano un letto, gli hamburger al bar costavano quaranta centesimi, gli autisti dei camion pretendevano paga doppia per poter avviare i figli a una prestigiosa carriera da morti di fame; anziane zitelle, mogli e madri morivano per mano di giovani folli, ragazze terrorizzate gridavano aiuto in piena notte mentre i poliziotti, sempre in coppia per maggior sicurezza, mettevano le multe alle automobili in sosta. Cittadini vessati dai mastini del fisco si buttavano dalla finestra per un ammanco di quaranta dollari, famiglie che campavano di sussidi compravano un televisore più grande che s’intonasse con i mobili nuovi presi a credito. L’Amichevole Agente dei Prestiti Agevolati, il Banchiere Sorridente, l’Allegro Sussidio Finanziario tendevano agguati nei vicoli bui per terrorizzare gli innocenti; le baby sitter erano pagate un dollaro l’ora con licenza di torturare; le università facevano saltare in aria ettari di parchi giochi e residenze storiche per costruire aule in cui si insegnavano storia e psicologia infantile. Uomini istruiti con il loro lavoro guadagnavano a malapena il necessario a ripagare le spese per andare in ufficio; i genitori, grazie a un investimento patriottico nella più grande fabbrica di munizioni del mondo, riuscivano a mandare i figli alla prestigiosa università lì vicino, quando avrebbero risparmiato tempo e fatica spedendoli direttamente da casa alla fabbrica a farsi saltare la testa.

Era un decennio di vecchi.

I geriatri, finanziati da ricchissimi ottuagenari, sperimentavano nuovi metodi per prolungare il regno della Vecchiaia e impedire al suo nemico, la Giovinezza, di prendere il potere. I pediatri ricevevano sovvenzioni per far crescere i ragazzi più alti, più forti, più robusti, pronti per il servizio militare; i banchetti per il diciottesimo compleanno venivano programmati con largo anticipo, si decoravano gli alberi di maggio con i nastri delle telescriventi, si ingaggiavano i suonatori di tamburo, si spedivano gli inviti con i sigilli del governo, si provavano le marce. Venerabili banchieri e uomini di Stato si prendevano generosamente una vacanza dalle partite di golf, dalle crociere sugli yacht e dalle transazioni finanziarie, in onore della splendida iniziativa che ancora una volta avrebbe ripulito il pianeta da quegli intrusi pronti a interferire nei piaceri e nei guadagni dei vecchi. Quelli che avevano trionfato troppo a lungo avevano il timore che la fortuna girasse e assillavano gli psicanalisti per ottenere, a caro prezzo, la rassicurazione di essere comunque dei capi, superiori alle proprie vittime e alle regole della gente comune. Quando la voce soffocata della coscienza gracchiava di una giustizia a venire, si precipitavano frenetici in chiesa e si tenevano ben stretti i loro guadagni facendosi scudo dei paramenti sacri.

Nelle grandi biblioteche i professori studiavano modi per sbarazzarsi dei libri; i politici dichiaravano che leggere e scrivere era inutile e quindi illegale, perché l’effetto della parola scritta sul cervello umano rischiava di generare il pensiero, un processo sovversivo che avrebbe certamente fomentato la ribellione contro chi comandava gli automi. Per inculcare le conoscenze necessarie alla nuova generazione di soldati bastava un altoparlante; la vista andava risparmiata per la pratica di tiro, le mani per le baionette. Perché permettere alle bombe nemiche di distruggere la nostra cultura accumulata nel tempo quando siamo perfettamente in grado di farlo da soli grazie all’azione del governo?

In città perfino gli elementi naturali erano denaro: l’aria era denaro, il fuoco era denaro, l’acqua era denaro, il bisogno, la ricerca, l’avidità di denaro. L’amore era denaro. O denaro o morte.

Ma c’erano molti che rimanevano sconcertati di fronte al meccanismo morale dell’epoca, proprio come c’è chi non riesce mai a imparare un gioco, non importa quanto a lungo sia costretto a giocarlo, non importa quante volte abbia letto le regole e pagato pegno. Se è così che gira il mondo, dicono costoro, allora fatelo smettere con ogni mezzo di girare, fateci scendere dalla ruota panoramica cosmica sospesa nello spazio. Concedeteci il beneficio di restare fermi finché non ci saranno passate le vertigini, dateci una tregua per rimettere insieme i pezzi di ciò che un tempo eravamo noi – le vecchie aspirazioni a cosa? a chi? che ci mettevano le ali e tracciavano la mappa del nostro domani.

Ci dev’essere un luogo lungo il tragitto, una stazione di transito del tempo in cui i corridori possano fermarsi a chiedersi perché corrono, qual è il premio, e se è quello il premio che vogliono davvero. Che ne è stato della Bellezza, dov’è finito l’Amore? Devono pur esistere dei rifugi dove se ne conserva almeno il ricordo.

L’ombra che ammanta la terra stava crescendo fortemente e nessuno le sfuggiva. Proprio come nei paesi dominati dalla Gestapo o dalla ghigliottina, non restava che dire la verità solo a voce bassa, corrompere o essere corrotti, non fare domande, non dare risposte, spiare o essere spiati, fuggire in silenzio terrorizzati davanti all’ombra.