«Capitan Inquieto e gli Uomini Scimmia» di Robert McLiam Wilson

15-06-2015  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo il testo inedito che Robert McLiam Wilson, autore di Eureka Street, ha scritto e letto in occasione della prima serata del Festival Letterature di Roma. 

 

A ventun anni avevo già ucciso undici persone.

Per favore, non crediate sia una sorta di trucco a buon mercato da manuale di scrittura creativa, per catturare l’attenzione del lettore fin dalla prima frase. Vorrei fosse così, per tante ragioni. Per il vostro bene, se non per il mio, innanzitutto.

A ventun anni avevo già ucciso undici persone.

La maggior parte dei ragazzi festeggia il suo ventunesimo compleanno pensando con allegria o sentimentalismo al numero di persone con cui è andata a letto. Io invece stavo seduto da solo nel giardino di mia madre, a bere birra scadente e a contare il numero di persone che avevo ucciso. O meglio, il numero di persone che riuscivo a ricordare di aver ucciso. Era giunto il momento di farlo.

Mi sono fermato a undici, più o meno certo del numero. La birra aveva cominciato ad avere un sapore acido e avvertivo un inconsueto, fastidioso formicolio alla nuca. Decisi che non avrei mai più fatto del male a un altro essere umano. Undici erano più che sufficienti. Riempii i miei giovani polmoni dei profumi del trascurato giardino di mia madre e fui percorso da un fremito mentre mi abbandonavo a una elettrizzante rivelazione.

Venticinque minuti dopo, il mio patrigno arrivò a casa ubriaco e, mi spiace dirlo, non riuscii a trattenermi. Mi rilassai e mi lasciai andare.

Prevedibilmente, il mio patrigno era uno lento di comprendonio. Questa cosa mi ha sempre dato sui nervi. Anche dopo i primi colpi, cercava ancora di ridere. Cercava ancora di dare un senso a quel che gli stava accadendo. Come se fosse una cosa normale. Avrebbe dovuto stupirsi della mia forza, della mia velocità, della mia fatale superiorità. Probabilmente non aveva mai visto la mia ira. Non la vede mai nessuno.

Ma poi, quando gettò l’occhio su tutto quel sangue, cominciò vagamente a capire. Cominciò a gemere.

Fu facile e veloce (lo è quasi sempre). Il vigore o la forza che il mio patrigno avrebbe potuto possedere non avrebbe fatto alcuna differenza – non aveva mai fatto alcuna differenza prima di allora. Quell’azione aveva tutte le caratteristiche, le componenti e i colori che l’atto di uccidere sembra sempre avere. Ma anche qualcosa in più. Fu, stranamente, imbarazzante.

Feci la doccia con le lacrime agli occhi, evitando lo specchio del bagno come un amante timido. Mi cambiai i vestiti e scesi al piano di sotto fingendo indifferenza. Presi un’altra birra e andai in giardino come se non fosse successo niente.

Non era ancora morto. Il suo cranio era meno sfondato di quanto pensassi. Dal rumore del suo respiro capii che stava per compiere il viaggio più lungo: stava respirando il suo sangue.

Avevo indugiato il più a lungo possibile nel lavarmi e vestirmi. Mi ero lavato i denti e passato il filo interdentale. Avevo provato delle scarpe nuove e avevo perfino tentato di tagliarmi i capelli. Ero rimasto dentro per più di un’ora. Eppure, non era ancora morto. Era già quasi mezzanotte.

Mi accasciai accanto a lui e lo guardai morire.

A volte – credetemi, lo dico senza ironia – a volte mi piace pensare a quei giorni innocenti. Prima che tutta l’orrida violenza avesse davvero inizio.

*

Con il passare degli anni, mi sento sempre più esasperato dalla smisurata ignoranza che il mondo occidentale nutre nei confronti dell’antico sport dell’omicidio. Si potrebbe pensare che sia per via di una mancanza di attenzione, ma niente è più lontano dalla verità. Le nostre culture sono schiacciate da una sterminata mole di resoconti su serial-killer, crimini sessuali, stragi terroristiche, delitti mafiosi. Un festival del caos umano. Dittatori macellai, fanatismi religiosi, sterminii di massa. Ogni anno ricorre un genocidio, vecchio o nuovo che sia.

Avete mai visto un film in cui non viene ucciso nessuno? Un divo del cinema senza una pistola in mano? L’omicidio ha fatto breccia nello spettacolo da decenni. Ora sta penetrando anche nelle commedie romantiche, nei film sentimentali e strappalacrime. I notiziari grondano di feriti e di morti violente. La storia non è altro che una tragedia intrisa di sangue.

Non possiamo negare che di omicidi ce ne siano un bel po’.

Eppure è tutto completamente sbagliato.

Sì, si parla continuamente di assassini e uccisioni. Lo ammetto. In effetti una gran quantità di questa roba viene ora prodotta o interpretata dai reali protagonisti. Dal vero McCoy, dai killer stessi. Le memorie dell’ex terrorista, il romanzo di successo del baby-killer condannato, il film biografico dell’uxoricida. Un vero e proprio sottogenere. Presto nelle librerie ci saranno interi scaffali dedicati e pure un apposito canale tematico.

Quanti lavavetri ci sono nel mondo? Centinaia di migliaia? No. Milioni. Perché ci sono miliardi di maledette finestre. Quanti assassini? Non così tanti, potrei giurarci. Eppure quanti film avete visto sui lavavetri? Quanti libri avete letto scritti da lavavetri? Da questo punto di vista, noi assassini non possiamo certo lamentarci di essere ignorati o emarginati. Né, francamente, di non piacere. Ci amate. La gente vuole sapere cosa si prova a essere un assassino. Come ci si sente a uccidere qualcuno. A quanto pare, ma quasi tutti concordano, anche gli assassini più famosi temono la più inevitabile delle domande: cosa si prova davvero?

Sfortunatamente, questo appetito del pubblico, questo genere così diffuso, incoraggia molti dei nostri assassini più balbettanti e stonati a contribuire con il loro granellino a far crescere la montagna della morticultura. Sono ogni anno migliaia i libri e i film sfornati da persone che sanno davvero cosa vuol dire uccidere qualcuno.

Eppure, sono tutti sbagliati.

Mi dispiace dirlo, ma la maggior parte di chi come me coltiva la professione (non riesco a chiamarli colleghi) dell’arte o della scienza dell’omicidio sono davvero molto stupidi. Sotto ogni aspetto, i killer tendono a essere profondamente limitati. Sono totalmente privi di visione. Quel che rimane è l’equivalente morale e spirituale degli orari degli autobus o delle liste della spesa. Aderenti ai fatti, perfino istruttivi, a modo loro. Ma assolutamente privi di qualsiasi sussurro del reale, del divino.

Quindi quel che avete sentito o immaginato su cosa si potrebbe provare a uccidere qualcuno, è quasi certamente sbagliato. Non è colpa vostra. Quali possibilità vi sono state date per capire?

Per favore, non chiedetemi perché ho ucciso. È una domanda assai poco interessante. E mi renderebbe davvero inquieto. Non c’è un motivo, in realtà. C’è solo un come. O dove. Quando. Con che cosa. Una volta ho letto che non esistono domande stupide. Non sono molto d’accordo. Ce ne sono a milioni e iniziano tutte con perché. Perché è sicuramente la domanda che trova più spesso risposte non veritiere. Chiedere perché equivale a dire: mentimi, mentimi a lungo e fino in fondo.

Sarebbe infinitamente meglio chiedere chi. La risposta è facile.

Uccido chi è stupido, maleducato, cafone, stupido, violento, arrogante, stupido, sconsiderato, vendicativo, stupido, malvagio, volgare ma soprattutto stupido. Ho ucciso un sacco di gente stupida. È sicuramente la categoria più a rischio. Ho ucciso i violenti. Ho ucciso i malvagi. Ho anche ucciso i presuntuosi e gli scortesi. Curiosamente, però, potete rubarmi la macchina, svaligiarmi la casa o prendermi il portafoglio, e non farò nulla. Spesso il punto cruciale è semplicemente la mancanza di considerazione. Sarebbe molto sciocco da parte vostra comportarvi in modo sconsiderato in mia presenza. Meglio essere gentili con le cameriere quando mi trovo lì intorno. Eviterei anche di sputare davanti a me. E di essere miei vicini di casa rumorosi. O vicini di mia madre. O di chiunque io abbia conosciuto o incontrato per strada.

Sappiamo tutti chi sono quelli che uccido. Li vediamo ovunque. Li sentiamo tutto il giorno (non sono forse sempre così maledettamente rumorosi?). Nemmeno a voi piacciono. Nessuno li vuole. Sono gli Uomini Scimmia.

Sporcano il mio mondo. Più che esseri umani sono una qualche forma di anomalia genetica, un inciampo evolutivo, il prodotto di scarto della specie. Io correggo semplicemente questo errore grossolano. Sono il Grande Correttore.

L’idea dell’omicidio come igiene potrebbe mettervi a disagio. Lo so, non è un’idea che la storia abbia trattato particolarmente bene. Ma sareste davvero antiquati a pensarla in questi termini. In realtà, è un’idea molto moderna. Ricordo come ero emozionato quando l’espressione “pulizia etnica” è diventata d’uso comune. Ho avuto la sensazione che una parte inesplorata di me fosse stata scoperta e finalmente denominata, anche se non con estrema precisione. Mi sono sentito stranamente riconosciuto, curiosamente vendicato.

In effetti, ciò che faccio mi ricorda proprio la pulizia. Come la pulizia, è spesso sgradevole, a volte abbastanza disgustosa e mai veramente piacevole. Ma, come la pulizia, dà sempre soddisfazione, come quasi nient’altro. Se dovessi cercare di descrivere l’atto di uccidere con sincerità e precisione, direi che è un po’ come lavare i piatti.

Non chiedetemi quanti. So che vi ho detto qual era il numero al mio ventunesimo compleanno, ma allora ero giovane. Sono passati anni e trovo la mania per i numeri, le graduatorie e i record, profondamente volgare. Questi conteggi non mi si addicono. Se mi chiedeste con quante donne sono stato, vi disprezzerei. Se me lo chiedeste con un tono particolarmente offensivo o poco gentile, potrei uccidervi. Allo stesso modo, non avete nessuna speranza di costringermi ad attribuire un numero presuntuoso e infinitamente riduttivo all’imponente e spettrale massa degli esseri umani che ho ucciso.

Ho 33 anni. Sono sposato. Non ho figli. Sono (e la cosa mi fa ancora ridere dopo tutti questi anni) un assistente sociale. Non sono mai stato arrestato, interrogato o anche solo sospettato dalla polizia. Non ho commesso nessun altro tipo di reato. Sono un essere umano del tutto rispettabile.

Solo due persone sanno che ho ucciso.

Una di loro è mia moglie.

Negli ultimi vent’anni non ho dormito bene una sola notte. Questa è l’unica cosa in cui Shakespeare ha visto giusto. Sono sicuro che Macbeth ha ucciso il sonno. Non vi parlerò dei miei sogni. Meglio non avere in testa cose del genere. È un peccato però, perché sarebbe la prima volta che non vi annoiereste ascoltando i sogni di un altro. Ma non lo farò. I miei sogni spaventano a morte anche me! In un impeto di indescrivibile, indimenticabile collera, una volta strappai a mani nude buona parte di un volto umano dal cranio. Senza pensarci due volte. Credete che vi gioverebbe ascoltare gli incubi di uno come me?

Ho sempre e solo ucciso uomini. Questo sembra un po’ strano anche a me. Non ho mai alzato né una mano né un sopracciglio su una donna. Mi odio per questa distinzione falsa e repellente. Sembra volgare e indifendibile allo stesso tempo. Il sentimentalismo di un fascista. Cos’hanno le donne di tanto speciale?

Se uccido così allegramente gli uomini scimmia, perché non riesco a far fuori le donne scimmia? Esistono donne scimmia? A volte osservo gli uomini scimmia camminare per strada con quelle cose che chiamerebbero donne. Guardo gruppi di donne, tutte capelli, tacchi e abbronzatura, che camminano sui marciapiedi, puzzano di alcol e deodorante intimo e si lasciano dietro una scia di sgomento. Le compagne degli uomini scimmia. Ma non ho mai neanche pensato di ucciderle.

Qualsiasi femminista degna del nome farebbe notare che questo avviene perché, nella mia visione sociopatica del mondo, non le rispetto. Non le prendo abbastanza sul serio da ucciderle. A essere sinceri, penso sia più semplice di così. Sono troppo snob per ucciderle. Perché a quanto pare tutti gli altri le stanno uccidendo. E io odio seguire il branco.

La cosa più divertente o più sorprendente di me è che sono di una sensibilità imbarazzante. Se guardo film violenti, devo chiudere gli occhi o mettermi una mano davanti alla faccia. Rabbrividisco e gemo di fronte ai placcaggi più estremi durante le partite di football. Se assisto ad atti di violenza in un bar o per strada, rimango senza fiato e inorridito come una donna o un bambino (anche se, a differenza di donne e bambini, sono stato a volte costretto a strangolare qualcuno di quegli energumeni).

Non ho mai provato rabbia nell’uccidere qualcuno. Anche se non ho mai ucciso senza il potente aiuto dell’ira. Non c’è contraddizione. Non vedo il paradosso che, lo so, vi colpisce. Gli assassini tra di voi mi capiranno. Ira, sì. Rabbia, no. I killer tendono a essere pedanti.

Gli esseri umani, tra le loro numerose virtù degne di nota, hanno quella di saper contenere l’ira con eleganza ed efficacia. Per molti l’ira è un’emozione che dopo un po’ si dissolve. Per me no. Raccolgo e coltivo la mia ira. La uso per nutrire e innaffiare il prezioso giardino della mia personalità. Tutta la mia violenza è irrigata, fecondata dai cumuli dell’ira del passato.

Non sono né coraggioso né forte. Che dovrei farmene del coraggio o della forza? Cosa dovrei cavarne? Certo, l’ira può trasformare chiunque in un supereroe rabbioso e psicopatico. Ho ucciso uomini grossi il doppio di me con una facilità imbarazzante e non ho quasi mai provato dolore. Ho subito tagli, pugnalate e colpi in abbondanza, naturalmente. Ma non ho sentito nulla, non me ne sono quasi accorto. E quando me ne sono reso conto, devo dire che mi è piaciuto.

Perché l’ira è l’incantesimo più potente. Penso che l’ira abbia una qualche componente sacra, un tocco di santità. Ed è questa la vera spiegazione di tutti i leggendari poteri degli eroi mitici, e anche degli Dèi. Si potrebbe dire che noi assassini esistiamo fin dalla creazione della letteratura stessa, quel conto dei corpi tediosamente eufemistico. La letteratura è il vostro modo di descriverci. La metafora è il modo in cui Omero ha reso il sociopatico.

La psicologia non è certamente migliore. Molti teorici sostengono che l’uomo abbia solo due emozioni primordiali – la vergogna e l’ira. Quasi tutti gli assassini seri sanno che vergogna e ira sono la stessa emozione. Un’emozione così bella che le hanno dato due nomi.

Uccidere è come un’università prestigiosa. Insegna cose che non si possono imparare in nessun altro luogo. Mi ha fatto apprendere a fondo due cose che non sono riuscito a imparare in nessun altro modo. Mi ha insegnato tutto della compassione e della paura. Tutto.

Potrei dare un esame in compassione e paura. Passerei brillantemente. Otterrei una borsa di studio.

Per farla breve, ho imparato che l’odio, l’ira e il disprezzo non sopravvivono alla vista del cadavere. Dopo che hai ucciso, il cadavere suscita sempre una qualche forma di compassione. Non si può fare a meno di trattare i resti di un essere umano con uno strano e inatteso rispetto. Non importa con quanta forza si sia stati preda dell’ira. Privato dell’anima scimmiesca che l’ha lasciato, il cadavere acquista infine una dignità umana. Non saprei dire quante volte mi sono commosso davanti al corpo martoriato di una persona che avevo appena ucciso. Anche se mi aveva terribilmente irritato.

In questo senso i cadaveri somigliano stranamente ai bambini. Nessuna persona matura può provare antipatia per loro. Nessuna depravazione che intervenga nell’età adulta riuscirà a intaccare lo scintillio dell’assoluta innocenza di un bambino. C’è una famosa fotografia di Hitler da bambino. Capelli lucidi e nerissimi, occhi luminosi e una prevedibile espressione seria. È maledettamente adorabile, questo Hitler bambino. Ironicamente e indubitabilmente, da bambino Adolf era carino. I morti sono un po’ così. Non si riesce a biasimarli.

Come ci si può aspettare, ho anche imparato qualcosa sulla paura. In un certo senso sono un ricercatore, uno scienziato della paura. Come gli scienziati o i ricercatori, sono scrupoloso e rigoroso – e superbamente empirico. Non mi lascio mai scoraggiare dai risultati sgradevoli. Anche se confesso che le mie scoperte hanno sorpreso perfino me.

Dovrei convocare una conferenza stampa. Dovrei pubblicare un articolo sulla rivista Nature. Ho scoperto che abbiamo quasi dimenticato come avere paura nel modo giusto. Per migliaia di anni la nostra specie ha coltivato una vigilanza paranoica. Rannicchiati in grotte puzzolenti, vestiti di pelli di coniglio, guaivamo nel buio nascondendoci dai mostri irsuti e dalle stelle malvagie. Tutto ci spaventava.

Questo ci ha reso intelligenti.

Ma ora, dopo qualche decennio di riscaldamento centralizzato, servizi igienici in casa e il cosiddetto Stato di diritto, ci siamo rilassati. Ci siamo raffreddati. Siamo arrivati a pensare che il nostro mondo sia sostanzialmente gentile, fondamentalmente amichevole e benevolo. Ora pensiamo che la paura debba essere solo una reazione a cose spaventose. Questo è un errore tremendo.

La paura non dovrebbe mai essere un’emozione contingente. La giusta collocazione della paura è globale. Universale. Cosmica. Bisogna aver paura di tutto, sempre e comunque. Non ci si deve rilassare quando una minaccia sembra essere passata. Nella storia nessuna minaccia è mai passata. Magari si prende una pausa, ma poi torna sempre. Ad esempio, il muro di Berlino viene buttato giù e la gente non ha più paura delle armi nucleari. Che diavolo gli prende? Mi sono perso qualcosa? Qualcuno ha trovato una cura per le armi nucleari? Siete infantili. Svegliatevi. Guerra mondiale e inverno nucleare? Arriveranno dalle vostre parti molto presto. La peste bubbonica? Sarà qui a breve. La cosa peggiore in assoluto? È imminente. Quasi tutti i giorni tengo gli occhi aperti per guardarmi dai draghi.

L’unico uomo veramente intelligente che ho ucciso sembrava capirne qualcosa. Mentre lo uccidevo (in parte strangolandolo, in parte fratturandogli il cranio), continuava a chiedermi perché, sfortunatamente senza sapere quanto quella sua domanda contribuisse a irritarmi. Verso la fine, con quel poco di fiato che gli era rimasto, guardandomi in faccia mi ha chiesto perché stessi piangendo. Devo ammettere che ho quasi avuto un infarto. Sono rimasto colpito dal fatto che riuscisse a vedere qualcosa attraverso quella spessa maschera di sangue e carne. Stavo, come è mia abitudine, singhiozzando convulsamente per la pietà e per l’odio. La sua domanda mi aveva molto sorpreso. Era di una qualità molto superiore alla maggior parte delle domande che di solito mi rivolgevano le persone che uccidevo (le vittime di un omicidio formano un gruppo uniformemente curioso).

Allora mi sono fermato per un attimo e l’ho guardato, cercando di rallentare la mia frequenza cardiaca, normalmente di novecento battiti al minuto. Parlava abbastanza bene e sembrava istruito, quel tizio. Ne ero sorpreso, non me ne ero accorto. Un uomo scimmia di alta qualità, con le sue strane domande e i congiuntivi a posto. Sono stato punto da una vanità ridicola e ho sentito l’assurdo desiderio di fornire una risposta elegante e significativa. Dicendo la verità, naturalmente. Non ho mai pensato per un attimo di mentire. Mi sono leccato le labbra, sentendo il gusto del suo sangue. Ho tossito con una certa solennità e ho risposto.

“Soffro l’euforia malinconica della perfezione senza testimoni”, gli ho detto.

Ha sbarrato gli occhi (in quel momento mi sono reso conto di quanto tale espressione sia precisa e veritiera). È diventato rigido e nero. Dei capelli gli sono caduti proprio davanti a me. Lo giuro. Dei ciuffi interi. Era un ragazzo intelligente e aveva capito la mia risposta. Aveva sentito che la sua testimonianza non poteva certo contare. Sapeva di non aver più nessuna importanza. Nonostante fosse presente. Perché era già morto. A tutti gli effetti. Non era più realmente lì.

È stato un grande momento per lui. Ne ho visti molti di momenti così, ma quello è stato il più intenso. Veramente pochi di loro capiscono cosa gli sta succedendo. Veramente pochi si rendono conto che stanno per morire. Sono intrappolati nella follia della lotta, nella stupidità dello scontro. Prigionieri dell’idea che hanno tutti gli esseri viventi, e cioè che la vita continuerà. Quasi nessuno riesce a capire che è già morto. Che io non combatto. Che sto semplicemente uccidendo.

Sì, è stato un gran momento per quell’uomo che ha perso i capelli. L’ho guardato con interesse e una certa simpatia. A questo punto uno scrittore direbbe che quell’uomo è andato in un luogo al di là della paura. Ed è per questo che non bisogna mai, mai fidarsi degli scrittori. Sono degli idioti. Credete a me. Ero lì. Ho visto, ho annusato, ho sentito. Ho imparato. Questo poveretto mi ha insegnato che non esiste un luogo al di là della paura. C’è solo ancor più paura, forse una paura sconfinata. Un terrore senza amore e senza fine.

Devo ammettere che mi ha spaventato a morte. L’ho finito in fretta, con un certo imbarazzo.

Non è facile essere me.

È interessante. Ma non per questo è facile.