Cassandra al matrimonio – Seconda parte

27-01-2015  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo la seconda parte della postfazione di Deborah Eisenberg  apparsa sulla prima edizione di Cassandra al matrimonio nel 1962. 

 

Di certo, niente esprime in modo più vivido della famiglia la natura sostanzialmente insoddisfacente dell’essere una persona. La prima cosa che si impara stando al mondo è che il sé è parziale; nel momento stesso in cui si nasce si è condannati alla separazione. L’unica caratteristica che condividiamo sicuramente è l’incompletezza. E forse è questa la qualità più forte, perché senza di essa dove saremmo? Da soli, ognuno nel proprio rifugio, completi, soddisfatti, del tutto felici nella perfezione della solitudine – nessun amore, per esempio, e nessuna famiglia.

Se cercassimo la compagnia degli altri solo per l’aiuto nel costruire i nostri rifugi individuali, le società non durerebbero più di quanto ci vuole per fissare dei chiodi a un’asse. Sicuramente, tra le cose che ci legano con una forza così intensa è il doloroso desiderio di far combaciare le nostre spezzate, frastagliate estremità con quelle di qualcun altro, completandoci. E se consideriamo l’amore il rimedio fallace e approssimativo per questo doloroso desiderio che Platone descrive con grande efficacia, possiamo dire che la famiglia è l’arena in cui conosciamo per la prima volta le delusioni comiche e tremende di questo rimedio.
Si potrebbe dire che la famiglia è il posto dove non c’è niente a sufficienza per nessuna delle parti che la compongono. Nel vagare attraverso gli ostacoli dell’infanzia, ci si rende conto costantemente, tra la colazione e la storia della buonanotte, che non solo il singolo non è un’unità, ma che non si inserisce neanche in un’unità.
Di qualsiasi cosa si necessiti – talenti, amore, speranza, felicità – non ce n’è abbastanza per andare avanti, e quello che c’è va suddiviso tra i membri. Se ci sono dei fratelli, il problema è evidente: c’è sempre il problema di chi avrà cosa. Chi sarà il “musicista”, “quello intelligente”, “l’adorabile”, “il simpatico”, “quello con il gusto per la matematica”? Chi sarà “quello difficile”, “il modesto”, “il buono a nulla”? E molti di noi hanno passato diverso tempo a imparare come riconoscere in noi stessi delle capacità che “appartengono” ad altri membri della famiglia.
Ovviamente i problemi sono esponenziali, nel caso di due gemelli identici. Spesso sono l’oggetto della nostra invidia – un amico obbligato, qualcuno che è costretto a perdonare le nostre colpe, ad anticipare le nostre necessità, a capire i nostri sentimenti più profondi e più indefiniti, un laboratorio vivente delle nostre stesse potenzialità – ne vogliamo uno anche noi! Ma, in definitiva, quello che invidiamo è la loro chimerica unicità, la loro origine come essere unico, la loro separazione per il mero dettaglio di un secondo corpo. Come espressioni di un singolo materiale genetico, noialtri sentiamo che il nostro isolamento è irreversibile, mentre il grado di isolamento dei gemelli è condizionato, negoziabile.
Be’, questa è la prospettiva dell’invidia, in ogni caso. Ma il fatto è che il contratto che regola la consapevolezza afferma che si tratta di uno per corpo, punto. Per quanto i gemelli identici possano essere un mistero e una meraviglia, essi sono inevitabilmente anche una metafora dell’enigma del sé – o per guardare la cosa da un pelo di distanza, l’enigma dell’amore.

Cassandra arriva al ranch con un nuovo vestito bianco, perfetto per il matrimonio, secondo lei (se dovesse essere la sposa, potrebbe pensare il lettore). E il lettore aspetta di scoprire, trasalendo, insieme a tutti gli altri al ranch, che il vestito è lo stesso scelto da Judith. Quindi Cassandra spiega alla nonna, che non ha mai capito perché i suoi genitori non le abbiano mai permesso di vestire le bambine con degli adorabili completini identici:

«Credo […] che ci tenessero a farci diventare due individui separati e autonomi, e a non confonderci l’una con l’altra, sia tra di noi che davanti al resto del mondo».
«Esatto», ha concluso Judith – come se dicesse «amen».

 
La perenne allerta delle gemelle, anche se ardua, evidentemente è uno sforzo malriposto. E il vestito – una ridicola banalità in sé – diventa inevitabilmente sempre più l’emblema delle trappole e dei paradossi del loro rapporto. A un certo punto Judith implora Cassandra di indossarlo. Per favore, dice, «Per me».
«Per te?», risponde Cassandra, adirata e ubriaca, «E chi sei?».
Cassandra potrà pur essere la gemella eloquente, affascinante e avventata, ma Judith è a conti fatti quella con il gusto musicale. È anche sicuramente più gentile, più prudente, più ragionevole, più resistente. Ovviamente, non manca di virtù – anche se sono più modeste. A volte, infatti, sembra che sia soltanto – per l’autrice e nella “realtà” rappresentata dal romanzo – uno stufato di avanzi.
Judith non si lamenta, ma il lettore – così avvinto da Baker nei calcoli della ripartizione – potrebbe notare una certa ingiustizia. Lei è deliziosa, ma non così eccitante come Cassandra! Ma capiamo, così come le gemelle, che il piano in cui Cassandra domina è il piano in cui Cassandra, non Judith, è debole. È un po’ come qualcuno che può permettersi un cuoco ma non sa cuocere da sé un uovo e potrebbe morire di fame se il cuoco dovesse prendersi una settimana di vacanza. La forte personalità di Cassandra non deve essere fraintesa per autentica forza.
Judith è la gemella più matura, è chiaro, e l’unica con il coraggio di separarsi. O, al contrario, è lei che sta lottando per la sua vita? Forse non può affatto badare a se stessa e, certamente, ha un’occasione migliore per vivere una vera maturità ponendo una distanza accettabile, come Jack, tra sé e il suo brillante, intenso, divertente e adorato disastro di sorella.
Ma i conflitti, sebbene ridicoli, estremi, o inefficaci, di una persona effettivamente spaventata come Cassandra sembrano inevitabilmente più importanti di quelli di una persona, come Judith, che pare in qualche modo meglio equipaggiata per la sfida. Ripresasi a stento dalla sua overdose, Cassandra percepisce l’infatuazione da parte della sua sconvolta terapista e la sfrutta, mettendo in atto un folle tentativo di seduzione. «Venga qui. Sono stata malissimo».
Davvero Cassandra desidera la sua terapista o sta solo prendendo tempo, o gareggiando con Judith, o persuadendo se stessa della sua stessa irresistibilità, o sta provando a impedire a Mercer di esprimere opinioni dolorose, o sta puntando al caos soverchiante di una catastrofe totale, o cosa? In ogni caso, quando Mercer rifiuta le avance di Cassandra, lei accusa la dottoressa, arrivata al ranch divorata dalla preoccupazione per la sua paziente, di spietato egoismo. Ma anche ora, quando potremmo averne avuto abbastanza delle disperate buffonate di Cassandra, il pungente rimprovero di Mercer ci risparmia lo sforzo. «Allora riprenditi», dice Mercer. «E cerca di capire come farlo, perché l’unico impulso che sento adesso è quello di smettere di cercare di aiutarti».
«[…] sii sempre, e resta, fedele a te stesso; ne seguirà…», insegnò il padre alle gemelle tanto tempo prima. Ma come può ciascuna delle gemelle trovare con esattezza cos’è il “proprio sé”? Judith si rifugia nella convenzionalità, Cassandra nella provocazione, nell’ironia e nella fortezza dell’eccentrico stile d’erudizione degli Edwards.
Cassandra cerca il proprio riflesso nell’acqua, ma cosa può trovare, oltre al proprio vicolo cieco? Se si avvicina di più, affogherà. Né può sostituire Judith con i surrogati delle diverse storielle con altre ragazze che sembra cercare in modo apatico. Non sorprende affatto che tema gli uomini, come dice lei (o fare sesso con loro, come si capisce), perché amare un uomo richiederebbe lasciarsi alle spalle ciò che è ancora una parte integrante di sé; ha bisogno di Judith, o questo sente, semplicemente per esistere. «Senza di lei», dice a Mercer, «sono la metà di me stessa».
Ma non è possibile sposare una di due gemelle identiche. E perfino Cassandra non se lo aspetta. Il problema è come attuare l’impensabile separazione da Judith. «Il ponte», dice a un certo punto, «è il vero progetto». È un commento spaventosamente ambiguo, che non riguarda solo le sue intenzioni verso Judith, ma anche il Golden Gate Bridge, che, splendente, fa da cornice al romanzo.
Il suicidio come soluzione al suo stallo sembra decisamente plausibile nel momento in cui incontriamo Cassandra, anche se, data l’incertezza di Cassandra sulla sua identità, ci si può chiedere chi esattamente lei possa pensare stia cercando di uccidere chi, e chi potrebbe essere testimone dell’atto. Forse ha la sensazione di poter sciogliere i suoi rigidi paletti e rinascere, completa. E ancora, pare non ci possa essere spazio – nello spazioso ranch degli Edwards, o nel mondo intero – sia per Cassandra e la sorella sia per Cassandra e il ricordo della madre. E Cassandra è così soffocata dal suo egocentrismo isolante che può a stento respirare, figurarsi crescere. Quello di cui ha effettivamente bisogno è un qualche modo per concepire se stessa al di fuori di uno stato di stasi con sua sorella o della morte.
Il sine qua non per uno scrittore (oltre a carta e penna) è il proprio sé, quell’entità multiforme mai veramente completa. Cassandra è sbalorditivamente eloquente riguardo all’attitudine che la sorella deve mantenere per perseguire come si deve la propria musica. Del padre invoca

la vera fede di uno scettico. Puoi non dare importanza ai concerti, ma almeno credi nella musica: hai a cuore quello che succede e vuoi contribuire come puoi, per quel che vale. Anche se non vale granché.

Sa benissimo che questo tipo di umiltà è difficile da ottenere, ma non sembra capace di accettare che potrebbe arrivarci anche lei, se solo riuscisse a raggiungere un solido grado di autonomia.

Cassandra al matrimonio è un libro che non dovrebbe mai andare fuori catalogo. Gli Edwards e il loro ranch sono ancora un rifugio gradito, come lo erano quando il libro fu pubblicato originariamente, e la scrittura della Baker non è meno magistrale. La forza, l’inquietudine, l’arguzia sono di sicuro un piacere per i lettori e un esempio per gli scrittori nel prossimo futuro. È uno dei migliori libri che io abbia letto sulla paura paralizzante di raggiungere la maturità, e, per quanto furiosa possa essere stata Cassandra a riguardo, le opinioni pungenti di Vera Mercer sull’argomento risparmierebbero molto tempo, inutile e doloroso, a molte persone. «Tutti abbiamo degli impulsi»,

«Io ne ho di ogni genere. Proprio come te. Ma ho sempre sperato che un giorno sarei riuscita a farti capire che esiste la vita nel suo insieme, e il modo in cui la vivi, e il motivo per cui la vivi, e che possono essere più forti del primo richiamo che ti arriva dalla foresta».

 
Inoltre, è un romanzo che dovrebbe avere un posto accanto ad altre opere narrative che studiano lo sdoppiamento e il narcisismo, come Il giro di vite di James, Las Hortensias di Hernández, potenzialmente tutte le opere di Kleist, L’uomo della sabbia di Hoffmann, La regina delle nevi di Andersen e La morte a Venezia di Mann.
Il finale di Cassandra al matrimonio sembra chiaramente, e forse in qualche modo difficilmente, ottimistica, ma invece ha in sé molte tonalità. Quando Cassandra si offre di regalare a Judith il Boesendorfer, Judith sembra andare leggermente nel panico e trasformarsi in Cassandra; stanno per essere redistribuite alcune delle loro qualità? Sembra positivo che non stiano perdendo una gemella, stanno guadagnando ambivalenza, ma sembra anche possibile che un po’ della paura che Cassandra ha in apparenza scacciato ora possa risiedere in Judith.
Non possiamo davvero esser certi di ciò che sarà anche di Cassandra alla fine. È sopravvissuta al suo panico, e la sua resurrezione da una quasi morte sembra averle permesso di accettare il matrimonio di cui è diventata consapevole appena in tempo per parteciparvi. Inoltre, abbiamo la sua narrazione a indicarci che ha vissuto oltre la storia, e almeno in un senso, in un futuro da scrittrice – se consideriamo la narrazione come “realmente” sua, e da un futuro sufficientemente distante.
Ma non possiamo essere sicuri del significato di quella calza lasciata cadere dal ponte – la calza gettata è una giusta chiusura per i problemi di Cassandra? O è qualcosa di strano e preoccupante, un vezzo, forse, uno scherzaccio, un esperimento, una minaccia? In ogni caso, per quanto sia soddisfacente quel momento, è tinto dal dolore di aver gettato via qualcosa, anche solo un fardello o qualche piccolo oggetto.
Quello che sappiamo è che Cassandra deve diventare una persona completa per separarsi dalla gemella e scrivere. E deve farlo ora, durante il solstizio d’estate nel weekend del matrimonio. L’alternativa è la morte, o del corpo o dell’anima, e quello a cui abbiamo assistito in questo libro divertentissimo, piacevole, tecnicamente delizioso è nientemeno che la battaglia mortale di Cassandra.

Deborah Eisenberg