Cassandra allo specchio di Peter Cameron

16-10-2014  •   Il blog di Stoner
A A A

Pubblichiamo in esclusiva per il nostro blog la postfazione di Peter Cameron al romanzo Cassandra al matrimonio di Dorothy Baker (traduzione di Stefano Tummolini): un romanzo commovente sulla famiglia, sui conflitti e le tenerezze che sempre accompagnano i nostri rapporti. Scritto nel 1962 non smette di raccogliere pareri entusiastici per la sua modernità.

 

Capita raramente di questi tempi di rimanere scossi da un libro. La vita ne ha ancora il potere, ma che lo conservi l’arte sembra un fenomeno da secolo scorso. Picasso, Stravinskij e Joyce hanno trasformato il modo in cui guardiamo un quadro, ascoltiamo una musica e leggiamo un libro, ma di solito l’arte contemporanea che cerca di provocare un effetto shock al massimo ci lascia un po’ annoiati.  Ciò nonostante Cassandra al matrimonio, magistrale romanzo di Dorothy Baker, mi ha scioccato nel vero senso della parola: mi ha sbalordito, lasciato interdetto, senza fiato, con la mente sollecitata dalle piccole scosse elettriche che provoca quasi a ogni pagina questo libro appassionante.
Perché? Cosa rende tanto sconvolgente un romanzo che in apparenza sembra una storia piuttosto innocua tratta dalla vita di una famiglia americana a metà degli anni Venti? Ci ho riflettuto molto mentre ne divoravo le pagine e soltanto quando sono arrivato alla fine e ho potuto rielaborare la mia esperienza di lettore, ho cominciato a capire.
All’inizio, credo, quel che impressiona piacevolmente è la decisa genialità della scrittura. Un testo eccellente, come un cibo preparato con grande abilità, ci sbalza fuori dall’esistenza disincantata di tutti i giorni e all’improvviso ci fa sentire di nuovo vivi; ci appassiona e ci stimola. Molti scrittori sono maestri nel tratteggiare i personaggi, molti sono capaci di addentrarsi nelle profondità labirintiche della psicologia umana, molti altri abilissimi nella descrizione, nello scrivere meravigliosi dialoghi e infine nell’escogitare una trama affascinante e originale; ma ce ne sono pochi – molto pochi – che eccellono a tutto campo. Dorothy Baker dà l’impressione di un provetto giocoliere che, con uno stile e un controllo stupefacenti, tenga in vorticoso equilibrio le tante palline e i piattelli di cui dispone. Non mi vengono in mente molti altri libri in cui l’autore mostri una padronanza dello stile e del proprio mestiere in modo tanto evidente. Almeno per i lettori più accorti, il semplice fatto di leggere Cassandra al matrimonio è esaltante.
Quel che però ne fa un’opera sconcertante, capace di segnare (e inquietare) nel profondo, va oltre lo stile e il mestiere. Anche se il libro fosse scritto in modo diverso resteremmo interdetti, perché a sconvolgerci non è la forma ma il contenuto. Non credo che nel 1962, quando Cassandra fu pubblicato per la prima volta, i lettori (anche quelli odierni, peraltro) fossero preparati a incontrare un personaggio (al tempo stesso voce narrante) tanto spietato e sincero (nella sua insincerità) come Cassandra Edwards. La sua nitidezza e lucidità mi ricordano Esther Greenwood, la travagliata protagonista e voce narrante de La campana di vetro, romanzo ormai assurto a classico della grande poetessa americana Sylvia Plath. Sono rimasto sconcertato (anche) quando mi sono reso conto che Cassandra Edwards arriva un anno prima di Esther Greenwood (La campana di vetro fu pubblicato nel 1963 sotto pseudonimo). Resta solo da chiedersi se Sylvia Plath lo avesse letto.

Ad eccezione delle commedie di Shakespeare, nei testi letterari non si incontrano spesso due gemelli identici e non conosco altro libro che esplori con lo stesso acume psicologico cosa significhi essere un gemello monozigote (cioè sviluppatosi da un unico zigote che si scinde formando due embrioni identici). Non avevo mai pensato che avere un fratello o una sorella tale e quale a te potesse essere un’esperienza tanto difficile, faticosa e traumatica. Nella vicenda di Cassandra affiora quasi un elemento fantascientifico, raccapricciante, da invasione degli ultracorpi: come si fa a diventare se stessi, a costruirsi una vita indipendente quando nel mondo esiste un individuo uguale identico a te, col quale hai un legame che soppianta qualsiasi altro affetto familiare o di coppia? «Avremmo dovuto essere un’unica persona», afferma lei appena s’accorge di non riuscire a concepire una vita per conto proprio, separata dalla sorella. Per quel che la riguarda, loro due però non sono semplici sorelle: sono «complici» nell’«impresa molto pericolosa» della vita. È un sodalizio che Cassandra ha bisogno di preservare a tutti i costi e che Judith cerca disperatamente di troncare. Da una tale situazione d’impasse quel che scaturisce è uno scontro mortale fra due volontà, poiché Cassandra non riesce a concepire una vita separata da Judith e Judith, che ha trovato l’amore e la compagnia di un’altra persona, non riesce più a sopportare il legame incestuoso – le catene – dell’essere nata gemella.
A esasperare il problema è l’aria rarefatta in cui è immerso il mondo che ha formato e che ora circonda le due sorelle: gli Edwards in fondo si sono sempre considerati diversi (nel senso di superiori) dal resto del mondo. Innanzitutto abitano il ranch di famiglia, un regno isolato dove le regole che governano i rapporti personali sono immutabili come quelle della grammatica, e usare il tè in bustine è un reato passibile della pena capitale. La loro è una famiglia che possiede una propria mitologia, una mitologia che conforta Cassandra ma soffoca Judith; una famiglia che è a malapena sopravvissuta alla morte del proprio cardine: la mamma di Cassandra e Judith, la moglie del padre, la figlia della nonna. Dunque Cassandra teme che il matrimonio/defezione della sorella darà «fuoco a tutta la casa… con tutto quello che c’è dentro». Lei compresa, ovviamente.
Il problema dei rischi insiti nell’identità di due persone identiche viene però superato da un dilemma ancora più pressante e universale  e il libro, in ultima analisi, è incentrato sul più profondo degli interrogativi che l’uomo conosca: a continuare a vivere come si fa, e perché? Cassandra non trova risposte e a due terzi della narrazione tenta il suicidio, atto che lei concepisce come un «pegno del mio amore», un aberrante regalo di nozze per la sorella. Però non muore: la salva – quasi la resuscita – la sua nemesi, il suo rivale, il serpente che s’aggira nel giardino edenico della famiglia: il fidanzato della sorella, quell’incredibile John Thomas Finch che si aggira serafico fra lo scompiglio e lo strazio della famiglia Edwards come un attore su un cavallo bianco con l’immacolato cappello da sceriffo e il bel viso pulito.
E cosa deve pensare il lettore della resurrezione di Cassandra? La giovane è veramente rinata o è redenta soltanto temporaneamente, come Esther Greenwood ne La campana di vetro che «tentò di morire e fu riattaccata insieme con la colla»? (Sylvia Plath riuscì a togliersi la vita nel 1963, a dieci anni dal primo tentativo di suicidio). La transizione di Cassandra da sabotatrice del matrimonio a sorridente damigella d’onore può anche lasciare perplesso più di un lettore, ma sta di fatto che Baker è una scrittrice capace anche di grandi sottigliezze, perciò la terra di cui rientra in possesso Cassandra è più simile alle sabbie mobili che a una superficie solida.
Il Golden Gate Bridge, che attraversa lo stretto largo un chilometro e mezzo e lungo cinque fra la baia di San Francisco e l’Oceano Pacifico, è la seconda meta al mondo per chi ha deciso di tentare il suicidio. La prima volta viene citato poco dopo l’apertura del romanzo: «Il ponte era tornato bello. Era illuminato dal sole, e attraente quasi quanto un’insegna al neon che indica l’uscita in un auditorium senz’aria e pieno di gente, dove stai seguendo una lezione che – come mi capita spesso – non ha niente di interessante. Ma non tutte le lezioni possono essere interessanti, ovviamente; puoi startene lì seduta ad ascoltarle per quello che valgono e ignorare l’insegna che indica l’uscita anche se è lì che brilla». Poi, a metà del libro, il ponte riappare quando Cassandra racconta alla sorella della sua relazione con la psichiatra, Vera Mercer:
«”Non so se è brava, ma forse sì. Almeno mi ha impedito di buttarmi dal ponte, che è già qualcosa”.
“Stai scherzando”, ha detto lei, sperando che così fosse. Ho preferito non parlarne più, perché non sapevo neanch’io quanto fosse seria quella storia del ponte».
E ciascuno di noi quanto prende sul serio la storia del ponte, quella luminosa, sfolgorante, dorata «uscita» da un mondo senz’aria e pieno di gente? Alla fine del romanzo Cassandra ritorna sul ponte (che in questo modo collega le tre diverse parti del libro: il prima, il durante e il dopo) e guarda una parte di sé – una calza – brillare nella luce del sole mentre precipita di sotto, nel fatidico mare.
Per Cassandra Edwards esiste una possibilità di vita al di fuori della sua identità di gemella? E se sì, la troverà? Riuscirà a reinventarsi diventando una persona a sé stante, completa e indipendente? Sono questi gli interrogativi che ci lascia un romanzo tanto sconvolgente e mozzafiato; inutile aggiungere che non troveremo risposta. Come con tutti i grandi romanzi, a noi non resta che riflettere. E chiederci quanto abbia preso – e prenda – sul serio Cassandra la «storia del ponte».

Peter Cameron