Enfield, dove i morti vanno a vivere

02-03-2016  •   Il blog di Stoner
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Guardian

In occasione della pubblicazione di Al di là del nero vi proponiamo l’interessante recensione del Guardian, apparsa questa settimana su Internazionale.

 

Hilary Mantel ha fatto qualcosa di straordinario. Ha catturato quel luogo etereo, a metà strada tra il paradiso e l’inferno, tra la vita e la morte, e l’ha fissata sulla pagina. Ha catturato quei momenti tra la veglia e il sonno, quando fatichiamo anche solo a capire chi siamo, o perché, e li ha trasformati in un romanzo che rende credibile ciò che non lo è. Mantel persuade, convince, offre un universo alternativo, usa le abilità descrittive che sono il suo marchio di fabbrica — Mantel rappresenta lo squallore come nessun altro, a eccezione forse di Graham Greene nei suoi primi romanzi, Missione confidenziale e La roccia di Brighton. Mantel crea personaggi — alcuni morti, altri parzialmente morti, altri ancora a malapena vivi — che sono forti e vividi sulla pagina come se stessero vivendo o morendo alla porta accanto — se solo vi interessasse andarci. La maggior parte delle persone non lo fa, essendo la porta accanto un posto piuttosto malevolo e inquietante. Mantel è arguta, ironica, intelligente e, sospetto, posseduta. Questo è un libro che arriva dall’inconscio, il luogo da dove provengono i libri migliori.

Se, da lettore, sei convinto che un morto è un morto, un vivo è un vivo, e tutto il resto è insensato, questo romanzo probabilmente non fa per te. Troppo strano, diresti. Ma loro sono là fuori, per strada, le Alison, le medium. A migliaia vengono per ascoltarla, per crederle.

Alison, in viaggio verso la sua prossima serata nell’estrema periferia londinese, terra desolata, terra infestata dai morti: «In viaggio: i giorni umidi e oleosi dopo Natale. L’autostrada, le terre desolate che circondano Londra: l’erba ai margini si accende dell’arancione dei fari e le foglie degli arbusti avvelenati si striano di giallo-verde come i meloni. Quattro del pomeriggio: sulla grande tangenziale tramonta la luce. A Enfield è l’ora del tè, a Potters Bar cala la notte».

Alison, taglia 54 nei giorni buoni, è un ponte tra i vivi e i morti. Ha ereditato “il dono” come altri ereditano il gene per suonare il pianoforte. Sua madre, una prostituta, ha un’amica invisibile, vittima di un omicidio: Gloria. Sua nonna non è meglio. A volte Alison ci azzecca, altre volte no, quando incontra il suo pubblico nelle sale comunali e nelle chiese spiritiste. I morti le raccontano bugie, e sono scaltri quanto i vivi: sintonizzarsi la fa stare male; soffre costantemente. Frequenta il mondo delle fiere psichiche, di chi predice il futuro e legge nel pensiero; ha amici, colleghi e si guadagna da vivere come “professionista”. «Non ti danno della pazza se ti guadagni da vivere». È un misto tra una terapeuta, un’imbonitrice e una santa, conforta e consola quelli che gli altri disprezzano — i vecchi, i malati, i soli, gli ignoranti e gli ottusi, nei quali l’energia della vita è così fievole che a fatica si possono annoverare tra i vivi.

I vivi e i morti reclamano il suo orecchio; difficile registrare la storia della sua vita, come pretende, nella speranza di farci dei soldi, la sua scettica assistente Colette — troppe interferenze, troppo brusio e troppe lagnanze provenienti dall’altro lato. Alison fa a Colette: «Non possiamo spegnere il registratore? Per favore, Morris mi minaccia, non vuole che parli di come è cominciata, non vuole che registriamo». Morris, il fardello al collo di Alison, è il suo spirito guida: un personaggio rozzo, brufoloso, fetido, violento e cattivo, che quando si vuole riposare si curva tutto sul muro della sua stanza da letto, trafficando con la patta. Colette, che vive con Alison, non lo vede, ma talvolta avverte una zaffata di fogna nell’aria e capisce che lui è nei paraggi. «Le altre medium», si lamenta Alison, «hanno degli spiriti guida un po’ più sostanziosi – distinti stregoni impassibili o antichi saggi persiani –, mentre lei ha questa apparizione brizzolata e sogghignante in giacca a quadri da allibratore e scarpe di pelle scamosciata con la mascherina rasa».

Con uno sforzo di volontà riesce a tenere Morris a distanza, ma se lo fa un formicolio le scorre per la spina dorsale, «come una tortura lenta: prima o poi deve cedere e ascoltare le ciance di Morris. Nei giorni in cui ha veramente bisogno di riposare, prova a immaginare di sbattergli sopra un grande coperchio. Per un po’ funziona: la voce rimbomba cavernosa e indecifrabile dentro una grande tinozza di metallo. Per un po’ non deve occuparsene. Poi, poco alla volta, centimetro dopo centimetro, Morris alza il coperchio».

Morris ha amici e sostenitori, una banda sanguinaria di ladruncoli da strapazzo coi quali Alison è cresciuta e che, in vita, l’hanno stuprata, tormentata e le hanno insegnato una «lezione che non si scorderà», spaventandola mentalmente e fisicamente. Ora sono morti, e continuano ad abusare di lei e sconvolgerla in qualunque modo possibile. Vogliono la loro vendetta. Anche quando lei era bambina gli spiriti c’erano, e le rendevano la vita un inferno, afferrando la sua mano di scolaretta e facendole scarabocchiare oscenità sul foglio dell’esame per non farla passare.

Alison non potrà mai essere sola: se Colette scende dal sedile del passeggero a una stazione di servizio, lo spirito di una donna le scivola accanto e inizia a lamentarsi dei suoi crucci. E se alla stazione di servizio capita qualcosa di inspiegabile — coprimozzi che rotolano da soli sul piazzale, riviste in cima allo scaffale sparpagliate ovunque senza apparente ragione — quello è Morris, con tanto di ghigno, che le tende dei tranelli proprio quando lei pensa di averlo seminato.

Questo è l’aspetto fantasioso, piacevole e sovversivo del romanzo. L’altro aspetto è mortalmente serio: un racconto di terre desolate, infelicità e bruttezza. Nella visione di Hilary Mantel è come se l’intera periferia fosse stata eretta su terreni contaminati e ovunque il migliore soccombesse in favore del peggiore. Quando i medium sostengono di essere visitati dagli spirti dei grandi compositori — Beethoven, Liszt — e producono un’opera nuova a comando, quello che viene fuori è materiale di seconda scelta, mai il miglior lavoro possibile, sempre il peggiore, fatto durante una brutta giornata. Lo sappiamo bene, il purgatorio è già qui, che avanza strisciando sempre più vicino al centro delle nostre città.

Fay Weldon
The Guardian

Traduzione di Simone Traversa