Giordano (Estratto)

07-11-2014  •   Il blog di Stoner
A A A

Pubblichiamo un estratto da Giordano, di Andrea Caterini, un romanzo denso e coraggioso, che trasforma in simbolo i non luoghi delle nostre città.

 

Quella notte non succedeva niente. Da mesi sfogliavi un mucchietto di fotografie. Ormai non le guardavi nemmeno più. La prima la infilavi dietro all’ultima, e quando l’ultima diventava la prima ricominciavi il giro.
«Buongiorno».
“Fosse davvero buono – questo giorno. Eppure è ancora notte”, avrai pensato senza dirlo al venditore ambulante che ti aveva salutato.
«Ecco le chiavi. Ho già liberato il furgone. Puoi uscire, il passo è sgombro».
Per capire ho dovuto immaginare, inventare quello che rimuginavi da mesi e concentrarlo in una notte: “Sono sicuro di quello che lei mi ha dato, di come è cambiata la mia vita da quando l’ho conosciuta. Ma io in cosa l’ho cambiata? Sono davvero sicuro di averlo fatto, fosse anche nella parte più scema della sua sensibilità? E se sì, perché queste foto dimostrano il contrario?”.
Poi ti è venuta in mente la soluzione del 7 orizzontale: “Dubbio. Sei lettere, tutto si incastra”, il reticolato non ammette incertezze. Eppure la tua vita non era come quel cruciverba cui aggiungevi una parola a notte – una sola – per smorzare, anche solo per un attimo, i crampi  allo stomaco. Ti chiedevi come potesse succedere di avere la certezza di pensare a qualcosa, proprio in quel preciso momento, e vedere in un attimo ogni pensiero spazzato via da una sciocchezza che ti taglia la strada accidentalmente.
Nella cuccetta ti gelavi, Giordano. Dalla finestrella scorrevole filtrava aria che pungeva il poco di pelle che il giaccone, la sciarpa, lo zuccotto di lana non riuscivano a coprire. Le mani, chiazzate di viola, avevano perso ogni sensibilità. Cercavi di tamponare quei refoli premendo un vecchio straccio nelle feritoie da cui soffiavano.
Col dito indice contavi una volta ancora il numero di lettere che occorrevano a comporre la parola: «Uno, due, tre, quattro, cinque e sei. Dubbio ci sta», hai detto con un filo di voce, e sei corso con lo sguardo alla definizione: «Insicurezza». Conoscevi bene la logica dei cruciverba, tuttavia non esitavi a pensare, come mille altre volte, che chi li scriveva doveva essere proprio cretino a credere che un atteggiamento insicuro fosse sinonimo di dubbio. Com’era semplice quella logica, banale, costruita per menti rettilinee! Forse per questo continuavi nonostante tutto a farne. E dovevi forzare non poco la tua natura, tentando di mettere ordine al flusso che costantemente ti teneva occupato in un trambusto di voci. O forse la ragione era più subdola, e per certi versi più umana. Non era proprio Marilù a dirti continuamente che, confuso com’eri, forse quel gioco ti avrebbe fatto bene, ti avrebbe aiutato a trovare chiarezza? Fare parole crociate era quindi un modo per riavvicinarti alla mamma? E se non potevi riavvicinarti a lei – quelle foto, del resto, rendevano la cosa davvero impossibile –, quanto  meno era una possibilità, per quanto maldestra, effimera, per entrare nel suo ingranaggio mentale.
L’ambulante aveva parcheggiato il furgone davanti al gabbiotto lasciando il motore acceso e ora infilava gli spicci nella macchinetta del caffè.
«Non lo sopporto questo freddo. Speriamo che in mattinata esca un po’ di sole», e mentre sorseggiava amarezza infilava altre monete ordinando così un caffè anche per te.
«Che mercato ti tocca oggi?». Chissà per quale motivo non avevi mai azzardato una domanda diversa da questa. Ignoravi il suo nome, né avevi idea di cosa vendesse. Eppure era sempre bastata a strappargli le prime frasi della giornata.
«Scendo in Lucania. C’è un grande mercato a Potenza», e si era acceso una sigaretta. «Però, con questo freddo, non verrà nessuno. Allora partire da Roma e andare fin laggiù sarà stata una spesa inutile di benzina e di tempo… Insomma: soldi buttati».
L’uomo era uno di quelli che non potevano fare a meno di lamentarsi e pensare al peggio in ogni situazione. Tu, papà, che non sei certo mai stato ottimista, lo assecondavi non perché ne condividessi le lamentazioni, che anzi disprezzavi, ma perché al fondo sapevi che l’altro non avrebbe amato essere contraddetto. Cercava piuttosto un guanciale dove i suoi scongiuri potessero appoggiarsi. E sapevi che il cuscino, a quell’ora della notte non potevi essere che tu. Del resto non sei mai stato un uomo capace di far cambiare idea alle persone forse perché di idee ne hai sempre espresse poche – o, a pensarci meglio, non ne hai mai espressa una. Questo  non significa che ne fossi sprovvisto, tutt’altro. A dire la verità ne hai sempre avute fin troppe, specie negli ultimi anni, da quando la vita ti ha parcheggiato in quel garage. Ma non sarebbero state utili a nessuno e ne eri fin troppo consapevole – non erano idee condivisibili. La natura dei tuoi pensieri era talmente intima che renderla pubblica ti sarebbe sembrato sacrilego, addirittura pornografico. Eppure quel che la tua mente gelosamente conservava non era impudico, o peggio ancora volgare. Semplicemente, volgare, pornografico lo sarebbe diventato nel momento in cui, esprimendosi, trovando una lingua, un alfabeto comune a tutti, fosse diventato qualcosa di immaginabile e desiderabile, cioè qualcosa che avrebbe reso la tua vita (perché quel segreto – i tuoi pensieri – erano ormai tutta la tua vita, un’intimità fragilmente nuda) passibile di giudizio.
E allora preferivi assumere il ruolo del manichino muto, o all’occasione del pupazzo che risponde ciò che l’interlocutore vuole sentirsi rispondere. E mentre quello si lamentava, si lamentava e basta, tirando grandi boccate da una sigaretta fumata troppo in fretta, tu mugugnavi, sorseggiando tranquillo il tuo caffè, ma atteggiando il volto a compassione, come se nel profondo quelle preoccupazioni appartenessero anche a te. Forse era grazie al tuo grande talento nel fingere empatia che quel lavoro sembrava te l’avessero cucito addosso. No. Non ti avevano assunto per parcheggiare le auto, perché sapevi manovrarle anche in spazi ristrettissimi. Il tuo ruolo era un altro, e tu stesso ci hai messo qualche tempo a comprenderlo. «Mio padre è un Caronte qualunque che traghetta gli uomini dallo stato di sonno alla veglia. Un trapasso. Un filtro. Quello a cui si affidano i primi pensieri della giornata. Uno scrigno», ho scritto una notte sul mio taccuino, dopo essermi svegliato di colpo – forse un incubo, non ricordo – e non trovandoti in casa. Non ero ancora abituato alla tua assenza. Ma essendo ormai diventato il depositario dei pensieri altrui, i tuoi chi li avrebbe conservati? Forse per questo ti sei convinto che quei tuoi pensieri informi, astratti, fossero – in modo assolutamente personale, arbitrario (ma chi avrebbe potuto giudicare la loro legittimità, del resto?) – delle preghiere.