Harlem, la città del rifugio

13-12-2017  •   Il blog di Stoner
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Come promette il titolo, protagonista principale di questo poliziesco, nella sua articolazione tematica e linguistica, è Harlem, quella parte dell’isola di Manhattan nata come colonia olandese nel Diciassettesimo secolo e sviluppatasi urbanisticamente nella seconda metà del Diciannovesimo come estensione della città di New York, cui fu annessa nel 1873. Fino ad allora ricco sobborgo residenziale di campagna, dopo l’annessione Harlem cominciò a espandersi velocemente con la costruzione di case e appartamenti destinati ad accogliere bianchi benestanti. Il quartiere, con le sue ampie strade e le aree per le attività commerciali, era dotato di chiese, sinagoghe, spazi concepiti per le passeggiate e il ritrovo, e addirittura la sede di una Harlem Philharmonic Orchestra.
Ma non è alla musica sinfonica che Harlem ha dovuto la sua fama, bensì a quella venuta dalla Louisiana, portata da musicisti abituati a suonare nei bar e nei bordelli del famigerato quartiere di Storyville, a New Orleans. Come Louis Armstrong.
A determinare il cambiamento fu un crollo del valore delle case avvenuto nel 1905 come esito di speculazioni immobiliari. La caduta dei prezzi portò nel quartiere le prime famiglie afroamericane; cominciò allora l’abbandono dell’area da parte dei primi residenti, mentre il numero dei neri cresceva in fretta, tanto che alla fine degli anni Venti, dallo Harlem River ad Amsterdam Avenue, la popolazione era al 95 percento di colore. Harlem era divenuta la capitale virtuale dell’America dalla pelle scura, e il suo nome evocava a tutte le classi sociali e a tutti i settori della comunità afroamericana un’idea di libertà e prosperità.
Anche se le vecchie élite di colore di Washington o Filadelfia guardavano con superiorità all’effervescente mondo di Harlem (peraltro priva di un’università di qualche prestigio per i cittadini di colore, a differenza, appunto, di Washington e Filadelfia), l’antico villaggio olandese era ormai il centro focale della letteratura, dell’arte figurativa, della musica e del teatro afroamericani. Tutti gli intellettuali di colore che volevano lasciarsi dietro le spalle un passato di subalternità e discriminazione andavano a vivere lì. I night club, i cabaret e gli innumerevoli “speak-easy”, in cui si potevano eludere le leggi del Protezionismo animavano la vita notturna di New York. Il Lafayette Theater attirava grandi folle, al Cotton Club suonava la band di Duke Ellington e l’Apollo Theater s’avviava a divenire un simbolo della cultura afroamericana.
Allora erano ancora vigenti le leggi “Jim Crow”, che regolavano nei diversi Stati americani le modalità della segregazione; ma se nel decennio precedente gli scrittori afroamericani, visto che il successo delle loro opere dipendeva dall’approvazione di un pubblico prevalentemente bianco, tendevano a evitare il tema della discriminazione, ora, nei “Roaring Twenties”, gli intellettuali della cosiddetta Harlem Renaissance si facevano interpreti del movimento per l’“autocoscienza nera” già affermatosi nel mondo francofono.
Harlem avrebbe continuato a generare immagini forti e conflittuali tra gli afroamericani per buona parte del Ventesimo secolo. Era la “Negro metropolis”, non solo centro politico, culturale e spirituale dell’America di colore, ma anche meta agognata dei neri che fuggivano dagli Stati del Sud, come King Solomon Gillis, il protagonista di “The City of Refuge”, il primo racconto di Fisher (1925). Gillis arriva a New York in un vagone merci; quando esce dalla stazione della metropolitana all’incrocio tra la Centotrentacinquesima e Lenox Avenue rimane folgorato da ciò che vede (la vividezza della descrizione potrà giustificare l’ampiezza della citazione):

Gillis poggiò la grossa valigia di cartone marrone e si deterse la fronte nera lucida di sudore. Poi, lentamente, sul suo viso si allargò un sorriso, dovuto a quel che vedeva: negri da tutte le parti. Su e giù per Lenox Avenue, su e giù per la Centotrentacinquesima; negri grossi, allampanati, negri bassi e tozzi; neri, marroni, gialli; uomini oziosi in piedi sul bordo del marciapiede; donne cariche di fagotti che si trascinavano con passo esitante verso casa, ragazzini scatenati sui marciapiedi; qui e là s’incrociava una faccia bianca, ma erano quelle scure a predominare da ogni parte. Nessun dubbio: questa era la Harlem dalla pelle nera […] la città del rifugio.
[…] Mentre il nuovo arrivato si guardava intorno per orientarsi, il suo sguardo si soffermò inevitabilmente su ciò che più lo colpiva: la splendida figura vestita di blu che, nel bel mezzo dell’incrocio, suonava un fischietto e agitava le grandi mani inguantate di bianco. Gli occhi del nero arrivato dal Sud si spalancarono, e anche la sua bocca […] lì c’era un bel gigante coi bottoni di ottone che dirigeva il traffico più intenso che Gillis avesse mai visto; che faceva fermare una quantità indicibile di automobili e camion e furgoni e carretti e tram; che li teneva a bada con una mano, mentre con l’altra faceva segnali perentori alla massa degli altri veicoli, governando quel grande incrocio con una sicurezza eccezionale. E anche lui era un negro! […] “Sono bell’e morto e risvegliato in paradiso”, pensò King Solomon.

Fisher non apparteneva, per nascita o per formazione, all’ambiente di Harlem. Nato a Washington (nel 1897) nella famiglia di un pastore battista, era cresciuto a Providence, nel Rhode Island; dopo la laurea in Medicina, andò di nuovo a Washington per proseguire gli studi di biologia e radiologia. A New York si trasferisce nel 1925, a ventott’anni, quando ottiene un incarico presso un centro di ricerca della Columbia University.
Fisher era destinato a divenire un precursore nel campo della radiologia; ma oltre a scrivere articoli per le riviste scientifiche, coltivava una passione per la musica e varie amicizie tra i musicisti di colore; sarà lui a curare gli arrangiamenti per il primo concerto newyorkese del suo amico Paul Robertson, cantante e attivista per i diritti civili (celeberrima l’interpretazione di Robinson di Ol’ Man River).
Con la pubblicazione della celebre antologia di Alain Locke The New Negro (1925), in cui vengono inclusi due racconti di Fisher (il già citato “City of Refuge” e “Vestiges”), il giovane scrittore s’impone all’attenzione dell’élite di colore. Sempre nel 1925 appaiono i racconti “Ringtail”, “The South Lingers On” e “High Yaller” in cui Fisher mette a fuoco le divisioni tra la gente di colore: più o meno scuri, i neri godono, all’interno delle comunità cui appartengono, di una considerazione inversamente proporzionale all’intensità della loro pigmentazione; la gradazione del colore è un indicatore del loro livello di inferiorità sociale.
Nel 1927 Fisher comincia a esercitare la professione medica a Harlem e il suo studio diventa un punto d’osservazione privilegiato sulla realtà che lo circonda; nel racconto “Blades of Steel” delimita lo scenario della sua narrativa successiva. Si tratta di un’area che dalla Settima Avenue, teatro delle passeggiate dei membri delle better classes della comunità di colore (i dickties), si estende fino a Lenox Avenue, dove lottano per la sopravvivenza gli esponenti delle classi più umili di Harlem (i rats), che si esprimono in un lessico spesso poco incline al rispetto di concordanze grammaticali e nessi sintattici.
Il primo romanzo di Fisher, The Walls of Jericho, che uscì nel 1928 presso l’editore A.A. Knopf, propugnava la necessità di far cadere i muri che dividevano le varie classi della comunità nera. Nonostante qualche critica dalla vecchia élite di colore, che rimproverava all’autore la caratterizzazione delle better classes della comunità nera come altezzose e prive di autentici valori etici, il romanzo ebbe un certo successo e aprì la strada a questo Dark Harlem, che fu pubblicato nel 1932 dagli editori Convici e Freide: era il primo poliziesco di un autore afroamericano pubblicato in volume. Come nelle precedenti opere di Fisher, i neri delle classi inferiori (in particolare Jinx e Bubber, personaggi già delineati in The Walls of Jericho) si esprimono nel proprio scanzonato dialetto, e nel riferirsi ad altre persone di colore usano, facendo sarcasticamente proprio il pregiudizio dei bianchi, termini platealmente spregiativi come boogie, nigger ecc., che ben valgono a restituire qualcosa del periodo delle leggi “Jim Crow”. Ed è la canzone I’ll Be Glad When You Are Dead, You Rascal You, tipica del repertorio del primo Armstrong, ad accompagnare la scena iniziale e a ripresentarsi alla fine a chiudere il cerchio dell’intreccio.
Ma ai “Roaring Twenties” stavano subentrando i “Dirty Thirties”: dopo la grande crisi del ’29, il momento magico dell’età del jazz e della Harlem Renaissance apparteneva ormai al passato.
Il racconto “Miss Cynthie” (1933), che mette a contrasto due generazioni di neri provenienti da diverse aree degli Stati Uniti, è l’ultima opera di Fisher. Lo scrittore morì nel 1934, a soli trentasette anni, divorato da un male probabilmente dovuto alle esposizioni ai raggi X. Stava lavorando a un nuovo poliziesco (protagonisti il dottor Archer e il detective Dart) e aveva iniziato a preparare Dark Harlem per una rappresentazione teatrale.

Nella convinzione che i dialetti possano dispiegare le loro valenze espressive solo nello spazio della lingua a cui appartengono, nel rendere alcune voci della sua Harlem, per esempio quelle di Jinx e Bubber, si è evitata una dialettizzazione italiana che avrebbe prodotto effetti grottescamente fuorvianti. Per evitare, poi, il ricorso a un pidgin estraneo allo spazio culturale del lettore, si è preferito, dove la “parlata” dei quartieri bassi produce vistose deformazioni lessicali, optare per una lingua comune, colorita e resa un po’ impudente da qualche strafalcione, così da “coprire” certe valenze senza soffocarne l’ironia.

Pietro Meneghelli