I capelli di Harold Roux (Incipit)

06-10-2015  •   Il blog di Stoner
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I capelli di Harold Roux

In occasione dell’uscita in libreria di I capelli di Harold Roux di Thomas Williams, vincitore nel 1975 del National Book Award e mai pubblicato in Italia, vi proponiamo l’incipit del romanzo.

 

Seduto alla scrivania, Aaron Benham ascolta le voci sbagliate. Il genere umano che è stato condannato a celebrare pare stia cercando di fargli capire che non c’è nulla, ma proprio nulla, di importante. Siede nel suo studiolo circondato dagli stimolanti e caotici frammenti del lavoro di una vita – libri, pile di vecchie bozze, tagliacarte, matite, penne, una macchina da scrivere, dizionari, scaffali di vecchi e nuovi trimestrali, cataloghi, incunaboli. Uno schedario di legno è zeppo fino all’orlo di cataste di documenti, lettere e pagine di manoscritti, quasi i cassetti fossero ceste. Da quelle parti l’unica etichetta inconfutabile pare sia “miscellanea”. Eppure individuare senso e ordine è il suo mestiere. Sopra la scrivania, sulla mensola, ci sono i suoi cinque libri nelle diverse edizioni e traduzioni, ciascuno pieno di parole da lui faticosamente disposte una dopo l’altra.

Ormai però gli sembra che il suo mondo, fatta salva qualche sporadica attenuazione, si avvii a scivolare lontano da un qualsiasi equilibrio razionale, come un pazzo lanciato verso la sua squallida fine. Nessuno dà più retta a nessuno. Si chiede dove sia lui, fra il caos e quell’altro ordine, l’ordine della morte, e se davvero ci sia ancora un posto dove stare. Nel mondo da cui non riesce ad allontanarsi, tutti gli uomini di potere sembrano corrotti, babbei o gente insensatamente devota a falsi principi. Milioni di bambini muoiono di fame, e ce ne sono ancor di più che vedono la luce tra l’inedia e la disperazione. Il Principe della Pace si è rivelato schiavo di un codice di leggi adatto all’epoca delle grandi epidemie. La marea di fascismo che un tempo osservava dalla riva ormai pare aver raggiunto le fondamenta di casa sua.

Si china sul quaderno, fra le dita gli scorrono fantasmi di parole, traccia invece un busto umano. È il corpo di una donna, dalla vita sottile. Sotto la fragile vulnerabilità di quel centro affusolato disegna la generosità straziante dei fianchi, poi la delicata rotondità del ventre, che suggerisce la complessità interiore della vita, della passione, della creazione. Gli pare che quel disegno scaturisca da un episodio del suo passato, divenuto ormai qualcosa di onirico, agrodolce. Nell’effluvio improvviso e avvolgente del ricordo lo scarabocchia, strappa la pagina e l’accartoccia. Forse non ha più abbastanza da vivere per tornare indietro e illuminare quell’episodio oscuro. Non è mai dato sapere quanto durerà la ricerca. Può riflettere sull’episodio, cercare di spiegarlo, ma le singole parole per definirlo lo annoiano perché sono troppo semplici, troppo bugiarde. Non rendono giustizia alla qualità precisa della luce che sta tagliando in due la scrivania o che anni fa attraversava i pini, e nemmeno alla profonda complessità di quelle metafore nascoste. Ma perché andare avanti, perché descrivere, perché cercare la metafora capace di dare vita alla scena? Perché l’esercizio genera energia, la vita genera vita, il riposo è malattia, il paradosso è tutto.

«Paradosso», dice ad alta voce, provocando di certo un sussulto alle sue mute ossessioni. Contro il dolore del ricordo impugna la parola. “Para”, parasole, paracadute, parabellum. “Dosso”, dòxa, dossologia, paradossologia. Ricorda che gli eventi reali hanno una seducente plausibilità e portano con sé emozioni prive di senso, come i sogni; e, come i sogni, un falso peso. Se soltanto riuscisse a iniziare, forse le realtà di quel romanzo non scritto lo obbligherebbero ad allontanarsi dal rigido passato e da un presente che sembra meritarsi un pianto o una risata isterica e lo porterebbero nel regno del significato. Ma come sempre quel mondo è subordinato al mondo reale, a questo piccolo globo con la sua sottile pelle d’aria, che gli dèi del denaro e della superbia si danno da fare per distruggere, questo mondo ermeticamente sigillato dal buio dello zero assoluto.

E allora celebra la razza, celebrante. Sente tiepide acclamazioni, antiche voci di gioia incrinata, le voci dei morti.