«I provinciali»: uno splendido ritratto del risentimento americano

27-03-2019  •   Il blog di Stoner
A A A
jonathan dee provinciali

Aspettando l’uscita di I provinciali di Jonathan Dee, vi proponiamo la traduzione della recensione al romanzo di Constance Grady per Vox.

 

Nel romanzo profondo e arguto di Jonathan Dee, I provinciali, ambientato negli anni tra l’11 settembre e Occupy Wall Street, prendono vita molte delle tendenze e delle ideologie che compongono il nostro attuale momento americano. Dee cattura sia le divertenti tendenze della cultura pop che quelle, più inquietanti, della politica, perché riesce a vedere quanto le due cose siano strettamente connesse: la cultura del cibo biologico è collegata alle crescenti disparità di reddito; l’ascesa e la successiva caduta dei blog è collegata alla frammentazione dei media, all’ascesa di Fox News e all’aumento della paranoia e dell’islamofobia.

Ma tra tutte le idee esplorate nel libro, quella che forse ha preso maggiormente piede nell’America di oggi è la profonda convinzione, condivisa da tutti i personaggi di I provinciali, di essere stati fregati. Di essersi fatti scippare ciò che gli spettava di diritto.

Nel caso della maggior parte degli abitanti di Howland, una piccola e silenziosa cittadina del New England, questo è vero. Qualcuno li ha veramente fregati, in un modo o nell’altro. Mark Firth, un restauratore che sogna di fare il grande salto verso il successo, viene letteralmente truffato: perde tutto in uno schema piramidale e viene persino derubato della sua identità. Sua sorella Candace viene fregata in modo più subdolo: si ritrova ad occuparsi dei suoi anziani genitori senza praticamente alcun sostegno da parte di Mark o dell’altro fratello, che è riuscito abilmente a scaricare il peso della responsabilità su di lei. Mentre al lavoro viene convinta ad accettare un declassamento da vicepreside a insegnante di scienze.

Per alcuni degli altri personaggi, il pozzo del risentimento è meno razionale, ma altrettanto profondo. Il padre di Mark e di Candace è infuriato con sua moglie a causa della sua età e della sua demenza senile. Quando si dimentica di pulire o di cucinare, ha l’impressione che le gli stia negando la pensione che avrebbe dovuto avere, e sfoga la sua rabbia consumando un flusso interminabile di Fox News e di programmi radiofonici di destra.

Va detto che i personaggi di Dee non sono solo dei vaghi simulacri o allegorie dei movimenti politici americani: sono tutti personaggi dalla psicologia complessa, accuratamente radicati nella loro bizzarra vita di provincia. Sono tutti così ben definiti che è un piacere entrare ed uscire dalle loro teste: in una sequenza particolarmente sorprendente, Dee spende cinquanta pagine cambiando prospettiva ogni poche pagine, senza mai interrompere il flusso della narrazione.

Ma tutti questi personaggi, per quanto psicologicamente complessi, sono comunque guidati, in parte, dagli stessi sentimenti di insoddisfazione, amarezza, rabbia.

Quel senso di risentimento è ormai un aspetto fondamentale del panorama politico e culturale americano. Nel suo libro Strangers in Their Own Land: Anger and Mourning on the American Right (Stranieri nella propria terra: rabbia e lutto nella destra americana), la sociologa Arlie Russell Hochschild usa l’immagine di una fila di persona che aspettano di raggiungere la cima di una collina. Ce ne ha parlato l’anno scorso in un’intervista con Vox:

Immaginate una lunga fila di persone che si estende su per una collina. E in cima si trova il sogno americano. E tutte le persone in fila sono convinte di aver lavorato duramente, di aver fatto molti sacrifici, di aver fatto del loro meglio e adesso si aspettano di essere ricompensati. Ma questa linea non avanza più o avanza sempre più lentamente [quando l’economia rallenta]. Come se non bastasse, vedono sempre più persone saltare la fila: immigrati, donne di colore, rifugiati, lavoratori del settore pubblico. Persino un pellicano inzuppato nel petrolio sembra venire prima di loro. Dal loro punto di vista, il gioco appare sempre più truccato.

Il pensiero costante che qualcuno ti abbia imbrogliato è in un certo senso il lato oscuro del sogno americano: se l’America è il posto in cui tutti possono avere successo se lavorano duramente, e tu hai lavorato duramente, perché non stai avendo successo? Qualcuno ti deve aver fregato: probabilmente una minoranza, o il governo.

E la vita a Howland alimenta facilmente il risentimento. È una città estiva per ricchi newyorkesi, e la gente del posto che vive lì tutto l’anno dipende dai turisti estivi e dai loro dollari tanto quanto li disprezzano. La maggior parte della gente del posto vive letteralmente accanto a una immensa ricchezza, mentre loro lottano per arrivare a fine mese. Come è possibile? Qualcuno deve averli fregati.

Una possibile redenzione arriva a Howland sotto forma di Philip Hadi. Hadi è un ex gestore di hedge fund che si trasferisce ad Howland dopo l’11 settembre perché pensa che lì sarà più sicuro, e in una mossa che oggi appare stranamente premonitrice, si candida a fare il sindaco della cittadina sulla base dell’idea che visto che è già ricco, sarà incorruttibile.

Non accetterà un salario. Promette di ridurre le tasse. Se si verifica un’emergenza cittadina che richiede fondi extra, li metterà di tasca propria. La città sarà un paradiso libertario ma avrà anche una solida rete di sicurezza sociale, per gentile concessione di Philip Hadi.

All’inizio la città accoglie Hadi con entusiasmo. Ma l’entusiasmo in poco tempo si trasforma in sospetto. Hadi rappresenta veramente la salvezza di Howland… o se li è semplicemente comprati tutti? «Non sarà contento finché Howland non sarà il suo regno», dice uno dei personaggi. «Siete disposti a essere i suoi sudditi?».

Col tempo si convincono tutti che Hadi li stia fregando. Perché in America, c’è sempre qualcuno che cerca di fregarti.

Questa idea è fondamentale per capire l’America di oggi – e questo è ciò che rende I provinciali un libro così vitale.

 

Traduzione di Thomas Fazi