«I segreti di Poison Ivy» di Stefano Tummolini

22-03-2019  •   Il blog di Stoner
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compton burnett

In occasione dell’uscita di Più donne che uomini di Ivy Compton-Burnett il traduttore di John Williams, Wilkie Collins, Thomas Hardy e altri autori storici del nostro catalogo, Stefano Tummolini, ci racconta la sua esperienza con la traduzione del romanzo.

 

Mentre traducevo Più donne che uomini mi è venuta in mente Poison Ivy, la terribile nemica Batman, la donna-edera che avvelenava le sue vittime baciandole sulle labbra. Dei baci che Ivy Compton-Burnett, forse, si scambiò con Margaret Jourdain – la sua compagna di una vita – non ci è dato sapere: rimasta orfana del padre a diciassette anni, cresciuta con una madre a cui, per sua stessa ammissione, “non stava simpatica”, sopravvissuta alla morte prematura dei due adorati fratelli maschi e al suicidio di due sorelle minori, sosteneva che la sua vita fosse stata “priva di eventi”.

Anche nei salotti post-vittoriani e nelle sale professori del collegio femminile che sono al centro di Più donne che uomini si consumano tragedie ancestrali: morti, tradimenti, vendette, spietate scelte esistenziali… Compton-Burnett, però, non descrive la risonanza emotiva di questi eventi: piuttosto, lascia che il dolore si condensi in veleno e poi lo somministra, a piccole gocce, nei dialoghi.

Nothing goes deeper than manners, era il suo motto: come a dire che la verità è questione di stile. E così scambi di battute briosi e divertenti, impreziositi da dotte citazioni, nascondono allusioni e sottintesi perversi; proposizioni brevi, talvolta così sintetiche da sembrare semplici enunciazioni grammaticali (Papetti) alludono a colpe indicibili. Il ritmo e la semplicità dei dialoghi, però, non nascono da un’esigenza di naturalismo: non c’è nulla di “colloquiale” in questi scambi tra parenti e colleghi. Le indicazioni spazio-temporali sono così rarefatte che a volte si fatica perfino a comprendere chi stia parlando; un’informazione cruciale può correre in mezza frase, senza che la punteggiatura la evidenzi. Le parole risuonano nel vuoto, straniate e impersonali come epitaffi (Pritchett) o trascrizioni di un magnetofono (Praz). I personaggi stessi, descritti in modo burocratico, quasi a espletare un obbligo seccante, sembrano casse di risonanza più che esseri umani.

Di Josephine Napier, la protagonista di Più donne che uomini, sappiamo che è “una donna di cinquantaquattro anni, alta e austera, con qualche ciocca grigia tra i capelli ramati, grandi occhi nocciola, un viso regale, dai tratti marcati eppure semplici, deliberatamente schietta e modesta, mani sorprendentemente ingioiellate, vestita in modo da esibire i suoi anni, anziché nasconderli”.

Di Maria Rosetti, l’insegnante di lingue moderne, ci viene detto che è “una donna dai capelli grigi, con l’aria da straniera, più alta, più fragile e più anziana della signorina Luke” (una sua collega) “dai lineamenti finemente cesellati, con degli occhi trasognati e chiari, percorsi da uno strano cinismo, e movenze spudoratamente languide”. Le due sono destinate a riconoscersi, guardando l’una nell’abisso dell’altra e stringendo un’alleanza la cui natura, ancora una volta, è racchiusa in un dialogo pieno di sottintesi. Più che sull’attrazione fisica (queste donne si dicono “neutre” dal punto di vista sessuale) l’intesa sembra fondarsi sull’accettazione delle colpe reciproche.

Ma ogni spiegazione, con Compton-Burnett, resta fuori luogo. Come dice Josephine a una sua collega impicciona: «Non vorrete esprimere a parole ciò cui abbiamo alluso silenziosamente?».

Post Scriptum: In effetti, io un piccolo aiutino al lettore ho voluto darlo – senza sminuire, spero, l’efficacia del veleno di Ivy: ho aggiunto un interlinea doppio tra una scena e l’altra, che nell’originale non c’era.

Perché tradurre, si sa, è sempre un po’ tradire…

 

Stefano Tummolini