«In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo»: una struggente polifonia tra mito e realtà

22-02-2019  •   Il blog di Stoner
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Schimmelpfennig Lupo

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo è il primo romanzo del tedesco Roland Schimmelpfennig, giornalista e collaboratore alla direzione artistica del Münchner Kammerspiele, ma soprattutto celebre quanto prolifico drammaturgo, insignito di importanti premi e tra i suoi connazionali il più tradotto nel mondo.

La trama ha come perno narrativo una duplice fuga: a quella da casa di due ragazzini stanchi delle proprie problematiche famiglie – quasi sempre chiamati “il ragazzo” e “la ragazza”, quasi a voler distogliere l’attenzione dalle loro individualità per renderli semplicemente simboli dello slancio vitale di cui è capace l’adolescenza – fa infatti da contrappunto la fuga dal proprio habitat di un lupo solitario che, in un mattino di gennaio, attraversa il fiume ghiacciato che separa la Germania dalla Polonia. Nel mese successivo lo sbandamento di un’autocisterna lungo l’autostrada per Berlino, resa scivolosa dal ghiaccio, provoca un gigantesco tamponamento, che fornisce al giovane operaio polacco Tomasz, sceso dalla sua auto per prendersi dal bagagliaio il sacco a pelo, l’occasione di vedere per la prima volta l’animale e scattargli una foto, grazie alla sua intraprendente ragazza Agnieszka destinata a finire sulle prime pagine dei giornali. Da lì prendono avvio le storie degli altri personaggi, tutti più o meno direttamente coinvolti nella ricerca del lupo e dei ragazzini in fuga, sino ad un epilogo del tutto aperto, in cui l’unica certezza riguarda la sparizione dell’animale.

Il fatto che questi ne sia la figura-simbolo, aleggiando alla stregua di un deus ex machina lungo tutto il romanzo – come evidenzia la copertina dell’edizione Fazi, nella traduzione di Stefano Jorio – non è certamente casuale. Il lupo infatti, emblema nella mitologia del dualismo luce salvifica/distruttive pulsioni, nell’immaginario favolistico rappresenta la primitività dell’inconscio – tra Es freudiano e junghiano Archetipo dell’Ombra – che è indispensabile riconoscere e affrontare per poter raggiungere l’equilibrio interiore.

Definito dai critici, tra l’altro, “romanzo potente, straordinariamente impetuoso e contemporaneo” e “geniale favola dai molti risvolti” In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo presenta tratti di noir, fantasy e romanzo di formazione, e si presta a livelli di lettura diversamente complessi. È un mosaico di storie che corrono lungo binari paralleli collegati da elementi simbolici, a iniziare dal più importante, il lupo, che, sempre evocato, temuto, inseguito, sognato, emblema di selvagge forze e paure ma anche di conoscenza-salvezza, si fa unità di misura della cifra esistenziale dei personaggi schimmelpfennigiani: uno straniamento che nasce dall’inseguimento/proiezione/fuga verso e da qualcosa che, irrimediabilmente attrattivo quanto respingente, è prima di tutto inafferrabile, come il Godot di beckettiana memoria.

Il romanzo è infatti una toccante parabola sul cercare di dare un senso al proprio stare nel mondo – non a caso tutti sono alla ricerca di quel “quid” che potrebbe fare la differenza – oltre che sull’incomunicabilità e la violenza che spesso caratterizzano le interazioni. Una violenza che è fatta soprattutto della fatica di doversi misurare quotidianamente con la propria (in)adeguatezza a vivere, mai “fisicamente” agita – fatta eccezione per l’accidentale ferimento di Tomasz – ma piuttosto evocata sotto forma di ricordi/effetti, a iniziare dall’accidentale ritrovamento del cadavere di un cacciatore e dalla confessione dei ripetuti maltrattamenti della “ragazza” ad opera della madre. Una violenza simbolicamente rappresentata dal fucile che passa di mano in mano e che, spinto nella pattumiera dal buon senso femminile, viene sistematicamente riesumato dal maschio di turno, desideroso di esorcizzare le proprie paure e/o frustrazioni. Proprio tale diverso modo di rapportarsi all’arma suggerisce la possibilità di attribuire al fucile un ulteriore significato simbolico, in questo caso relativo alle differenze di genere: la tendenza maschile ad abbandonarsi in modo irriflessivo ai propri impulsi e a dominare gli altri con la forza.

La formazione drammaturgica di Schimmelpfennig traspare dalla complessità di un intreccio ad anelli perfettamente incastrati e cesellati, lo sviluppo di ciascuno dei quali, come nei lavori teatrali, viene preceduto da un cambio di scena che accende i riflettori su personaggi diversi. Ciò tesse un’atipica polifonia che non diventa mai coralità, dando voce alla solitudine interiore dei personaggi, alla loro incapacità di tradurre in parole e svelare agli altri il proprio mondo interiore. Una silenziosa polifonia d’anime che ricorda, per la forza tragica dell’afflato poetico, quella wendersiana de Il cielo sopra Berlino, film con cui In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo condivide il tono metafisico/fiabesco e lo sguardo, distaccato e insieme intimamente partecipe, dell’io narrante verso ogni creatura vivente. E se in Wenders erano gli angeli Damiel e Cassiel a farsi collante narrativo e al contempo occhio/coscienza del mondo, qui è innanzitutto il lupo, la cui inquietante onnipresenza contribuisce a far sì che al candore dell’occhio wendersiano si sostituisca un ben più amaro e disilluso senso dell’umana caducità. Ma il ruolo dell’animale va oltre, fungendo da anello di congiunzione/socializzazione tra i personaggi perché, con le sue continue apparizioni/sparizioni, obbliga le persone a incontrarsi, scoprire almeno in parte se stesse e aprirsi timidamente agli altri. Sullo sfondo, in entrambe le opere, una Berlino, ancora una volta simbolo/epicentro delle umane contraddizioni e di un male esistenziale insieme profondamente attuale (malgrado la diversa ambientazione storica delle due opere) e atemporale. Una città per quanto con gradazioni diverse piegata alla rassegnazione, tra le cui strade desolate sia Wenders che Schimmelpfennig affrontano l’irrisolto tema dell’identità del popolo tedesco, come una ferita troppo fresca per potersi a breve rimarginare (il film, del 1987, è ambientato nella Berlino devastata dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale), e per la cui guarigione è indispensabile riappacificarsi con la propria memoria storica il primo, come qualcosa che sembra ormai definitivamente confinato allo stadio di abbozzo/anelito il secondo.

I personaggi del romanzo sono delineati con tratti essenziali quanto incisivi. Disillusi e spaventati, anziché assumere il controllo della propria vita si limitano a subirla, tra silenzi intrisi di estenuanti attese e paesaggi innevati, in cui si riflette un gelo interiore che solo l’alcool sembra in grado di riscaldare.

Il rapporto tra Tomasz e la sua ragazza Agnieszka è molto sbilanciato perché, mentre lei è capace di portare alle estreme conseguenze il proprio bisogno di autonomia e libertà, lui non sopporta la solitudine, è dominato dalla paura e dal ricorrente desiderio di ritornare nella sua Polonia.

FINCHÉ AVEVA QUALCOSA DA FARE, FINCHÉ AVEVA UN OBIETTIVO, TOMASZ RIUSCIVA A TENERE LA PAURA SOTTO CONTROLLO. LA PAURA VERA, LA PAURA GRANDE VENIVA NEI MOMENTI IN CUI TOMASZ SI FERMAVA. LA PAURA CHE A MALAPENA GLI LASCIAVA GLI OCCHI APERTI.

Tomasz è la figura più emblematica dell’incapacità di comunicare di cui è intriso il romanzo, sospesa tra cechoviano struggimento e tragico immobilismo dal sapore beckettiano.

AGNIESZKA CERCÒ DI RESPIRARE PROFONDAMENTE E DI ESPIRARE, E POI DISSE CHE DOVEVA TORNARE A CASA, PRESTO, NON CE LA FACEVA PIÙ, I DOLORI ERANO TROPPO FORTI, E TOMASZ NON SAPEVA COSA DIRE, CON AGNIESZKA PARLAVA SOLO NELLA PROPRIA TESTA, E PARLAVA CON SUA MADRE, DICEVA IN TESTA TUTTO QUELLO CHE NON POTEVA DIRE (…)

I genitori del “ragazzo” in fuga sono entrambi fragili e ossessionati dall’alcool. Il padre, uscito da una clinica per malattie mentali per cercare il figlio, a (rari) momenti di sobrietà che lo fanno sentire depresso alterna ubriacature colossali, durante le quali mette a repentaglio la propria stessa vita. La madre è una creatura elementare, che fatica a comprendere ciò che le accade intorno e “vegeta” in una sorta di perenne stato catatonico che la rende impermeabile alle emozioni; ciononostante è intenerita dalla ragazzina che è fuggita con lui, Elizabeth, più della stessa madre di questa, un’artista frustrata troppo dedita a rimpiangere il passato per riuscire a prendersi cura della figlia e non farne la vittima dei propri sbalzi d’umore.

Pur essendo molto beckettiano, con la neve metafora del nulla che circonda l’uomo, rispetto al nichilismo del collega irlandese il romanzo di Schimmelpfennig lascia aperto uno spiraglio alla speranza. Se infatti le sue giovani coppie sono tormentate dalla difficoltà di comprendersi e condividere emozioni, mentre i personaggi anziani e di mezza età soffrono di un’irrimediabile angoscia esistenziale, i due ragazzini fuggitivi sono tutt’altro che “vinti” e, malgrado le tante difficoltà che incontrano, non rinunciano l’uno all’altra né a inseguire il sogno di una nuova vita.

E la chiusa “proletaria”, tra realismo minimalista alla Ken Loach, ambientazioni brechtiane e un senso di decadenza/fine di un’epoca che, pur nelle radicali differenze di contesto, ricorda il cechoviano Giardino dei ciliegi, ha il malinconico sapore di un mondo che finisce per cedere, in modo graduale ma irreversibile, il posto a un altro.

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo: tra algida realtà, leggenda e poesia, una silente polifonia di anime perse a cercare/evitare un inafferrabile Lupo/Ombra/Godot.

 

Giorgia Rovere