Stoner

Intervista a Nancy, la vedova di John Williams

23-07-2015  •   Stoner
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john williams

In occasione dei 50 anni dalla pubblicazione di Stoner, Elisabetta Pagani ha intervistato la vedova del grande scrittore americano per TuttoLibri. 

 

«John è un Hemingway senza spacconate. Un Fitzgerald senza moda. Un Faulkner senza sfarzo». Eppure, se ne doleva il collega e amico Dan Wakefield, John Edward Williams «è quasi famoso per non essere stato famoso». Lo è oggi, a 20 anni dalla morte. O meglio, lo è il suo Stoner, scritto nel1965, rifiutato da ben sette editori, venduto in pochissime copie e (per decenni) inghiottito dall’oblio. Lo stesso Stoner che invece una manciata d’anni fa, grazie al passaparola dei lettori, è diventato un cult in tutto il mondo, facendo riscoprire anche Butcher’s Crossing, «romanzo spietato sull’illusione di poter controllare la natura. Tra i western più letterari che abbia mai letto» lo applaudì Bret Easton Ellis. Consacrazione, postuma, di uno scrittore. Non per nulla Charles Shields, autore di biografie di Harper Lee, George Lucas e Putin, a settembre consegnerà la sua, che dovrebbe intitolarsi L’uomo che scrisse il libro perfetto. Un uomo che, ancora oggi, rimane un enigma. Non per Nancy Williams, la sua quarta e ultima moglie. «Per me non lo era – osserva – ma non mi stupisce che molti lo vedessero così».

Se con Stoner, 50 anni fa, John Williams avesse avuto il successo che ha oggi, sarebbe stato un uomo diverso?

«Oh no – si abbandona a una fragorosa risata – nulla al mondo avrebbe potuto cambiarlo».

II protagonista è un professore di Denver come suo marito. Ha un matrimonio in crisi e si innamora di una dottoranda. Suo marito si innamoro di lei, una sua studentessa. E anche il nome del protagonista richiama il suo.

«Ci sono molte somiglianze, non lo nego. Ma mio marito e Stoner non si assomigliano».

Stoner non riesce a lottare per il suo amore. Voi invece siete stati insieme tutta la vita.

«Trentadue anni».

Come vi siete innamorati?

«È stato lui a farmi innamorare! Io ero divorziata, stavo dietro ai miei figli, non cercavo una relazione. Ma John mi ha corteggiata per più di un anno e sono capitolata».

Come?

«Non aveva tanti soldi e non poteva portarmi fuori a cena, ma ogni fine settimana cucinava per me qualcosa di speciale. Era un ottimo cuoco, mi ha presa per la gola».

Chi era davvero John Williams?

«Era un uomo intenso… intenso ecco, non so come spiegarlo meglio di così. Posso dire di più di come scriveva. Con passo lento, da perfezionista. Una buona giornata, per John, era quando scriveva un’intera pagina. Odiava dover rivedere un passaggio. Scriveva tutta la mattina, poi andava all’università e nel pomeriggio pianificava quello che avrebbe scritto l’indomani. Sapeva sempre dove stava andando la sua storia, non vagava mai a caso. E d’estate scriveva tutto il giorno».

Mai una vacanza?

«Per lui era vacanza rilassarsi nell’orto. Ne aveva uno di 100 metri quadri! Gli piaceva perché, diceva sempre, non ti fa pensare a nulla, puoi staccare il cervello. John il contadino.. ».

Stoner è un uomo che inciampa in continue delusioni. Qual e stata la delusione più grande di suo marito?

«Oh, non ne ha avute. E sa perché? Perché non si aspettava nulla dalla vita. Era nato in Texas in una famiglia poverissima. È cresciuto nell’America della Grande Depressione e appena diventato ragazzo è andato in guerra. India, Birmania. Mentre era in missione il suo aereo fu abbattuto: 5 ragazzi morirono, John e altri due sopravvissero. Capisce?».

II protagonista di Butcher’s Crossing, appena ripubblicato in Italia, si chiama anche lui William. E un sognatore che si lancia alla scoperta del West.

«John non lo era. Viveva nel presente e se lo godeva. II suo lavoro era farmi ridere ogni giorno e so io quanto c’è riuscito. Aveva tanti amici. Da piccolo era stato spesso solo, ma poi le cose erano cambiate. Non aveva tempo per essere deluso o frustrato. Amava la sua vita. E ha avuto una bella vita».

Beveva e fumava molto.

«Sì beveva, la notte. E cambiava. Un altro John».

Aggressivo, irascibile, raccontò.

«È un John che possiamo dimenticare, su cui non c’è niente d’interessante da dire».

Ci sono degli inediti?

«Sì. Poesie, racconti e un paio di capitoli di un romanzo ambientato nella Seconda guerra mondiale, The sleep of reason, mai completato».

Li pubblicherà?

«Non subito, ma stiamo lavorando a una grande raccolta. E al romanzo lasciato a metà. Non so come abbia potuto scrivere con quella prosa così meravigliosa, malato com’era».

Aveva un enfisema e mori di insufficienza respiratoria.

«Ci siamo detti addio tante di quelle volte… Ma fino all’ultimo è rimasto lui, un uomo arguto, che provava sempre a farmi ridere. Un uomo buono».