Introduzione di Natalia Aspesi a «Café Julien»

06-11-2015  •   Il blog di Stoner
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Introduzione a Café Julien di Natalia Aspesi

Vi presentiamo l’introduzione di Natalia Aspesi a Café Julien, il romanzo di Dawn Powell che racconta la storia della New York degli anni Quaranta, di quel Greenwich Village che l’autrice ha conosciuto, amato e catturato meglio di qualsiasi altro scrittore americano.

 

Dawn Powell finì di scrivere Café Julien (titolo originale The Wicked Pavilion) nel febbraio del 1954. Era il suo tredicesimo romanzo e le era costato più di quattro anni di lavoro, un tempo lungo e inquieto, offuscato da una improvvisa difficoltà creativa (nei primi diciotto mesi era riuscita a completare solo quattordici pagine), incupito dalla perenne mancanza di soldi, straziato dalla infelicità dell’unico figlio, Joseph detto Jojo, che a trentatré anni era sempre più prigioniero di una forma grave e violenta di autismo. Eppure in questo come negli altri suoi romanzi ritroviamo solo leggerezza e ironia, grazia e passione, arguzia e umanità, come se l’esercizio della scrittura avesse consentito al­l’autrice di separarsi del tutto dalla sua ansiosa vita personale e dalle sue dolorose difficoltà.

Dawn Powell ci fa sorridere in continuazione con la sua intelligenza brillante e il suo sguardo affettuoso ma anche sarcastico, che scatta curioso e a volte spietato su una folla di personaggi, alcuni riconoscibili – intellettuali veri e finti, artisti affamati, furbi millantatori con la loro corte di doviziose mecenati e puerili esegeti, affascinanti provinciali innamorati della grande misteriosa città, bellezze sulla strada del tramonto attaccate al sesso e al bicchiere, ricchi sospettosi e devianti – in quegli anni di un fulgido e giovane secondo dopoguerra, già offuscati, soprattutto negli Stati Uniti, dalla paura del comunismo, del disastro nucleare e da un moralismo avvilente e distruttivo.

Splendono però, in quel periodo ancora vivace e pieno di promesse (la storia si svolge nel 1948), oasi di vivacità creativa e di colta voglia di trasgressione, in quello spazio memorabile, per anticonformismo e libertà, che fu, e non è più neppure nei film di Woody Allen, dentro New York, dentro Manhattan, il Green­wich Village, con le sue stradine e le sue case basse e i ristoranti a poco prezzo e soprattutto quei bar dove scorrevano i pettegolezzi, nascevano amori e tradimenti, gli artisti squattrinati si ubriacavano, discutevano, litigavano, sognavano e progettavano successi irrisori cui del resto erano loro i primi a non credere.

Il luogo che nella vita Dawn Powell preferiva e che poi sarebbe diventato il Café Julien del romanzo, era il Lafayette Hotel; situato tra la 9th Street e University Place, aveva almeno un centinaio d’anni, ricreava una atmosfera francese anche negli scontrosi camerieri, ostentava una certa eleganza rispetto allo studiato spirito bohémien del Village, serviva bevande mediocri e costava più di altri. Agli inizi degli anni Cinquanta sarebbe stato demolito e sostituito da un orrendo casone residenziale, senza rimpianti da parte della scrittrice, che pure ci aveva passato molto del suo tempo, ma si era già impossessata di un nuovo rifugio alcolico, il Cedar Bar, dove si ritrovavano gli artisti del movimento che era stato etichettato Espressionismo Astratto: là la scrittrice incontrava Jackson Pollock, Willem de Kooning, Robert De Niro senior, Franz Kline, e osservava incantata i tanti intrighi amorosi, le ragazze che puntavano ad andare a letto con artisti affermati e gli stessi artisti che ne approfittavano entusiasti; queste storie le avrebbe raccontate, anni dopo, nel suo ultimo romanzo, The Golden Spur, pubblicato nel 1962, tre anni prima di morire di cancro, a sessantotto anni.

Al bar del Lafayette Hotel la sua postazione era un tavolo d’angolo da cui poteva controllare chi entrava e invitare i suoi amici, artisti e scrittori, a chiacchierare con lei. Era una conversatrice spiritosa e anche spregiudicata, e Matthew Josephson così la descrive in Life among the Surrealists: «Improvvisava le sue storie, ascoltava i racconti e i pettegolezzi degli altri, e dalla conversazione, dai pettegolezzi, dagli intrighi quotidiani, dagli accoppiamenti e dalle separazioni, plasmava i suoi romanzi». Così invece la ricorda Andrew Wanning, citato da Tim Page nella bella biografia della scrittrice (pubblicata in Italia da Fazi nel 2000): «Quando aveva ingurgitato la giusta quantità di alcol era la donna più buffa che avessi mai conosciuto. Sobria non l’ho mai trovata altrettanto divertente, e quando aveva bevuto troppo non era per niente buffa. Diventava piuttosto rumorosa e litigiosa».

Ed è tra i tavoli dal piano di marmo del malandato eppure affascinante Café Julien che si muove la piccola folla di personaggi di The Wicked Pavilion, come su un palcoscenico su cui, da appassionata e crudele regista, la scrittrice dirige la casualità e l’intreccio delle loro vite. C’è il bel giovanotto venuto dalla provincia che torna tra gli altezzosi camerieri nella speranza di ritrovare un amore perduto, c’è l’insopportabile editore «reduce da una mezza dozzina di fallimenti», c’è il pittore sfortunato e senza un soldo, e la ricca seduttrice arrogante e la signora molto alternativa e generosa: c’è pure un fantasma, quello del pittore snobbato in vita, cui la morte regala celebrità e valore mercantile, al centro di quelle conversazioni mondane, fatue e spietate, che la scrittrice sa raccontare così bene.

Dawn Powell era innamorata di New York, come tanti personaggi dei suoi romanzi: ci era arrivata da sola nel 1918, mentre la prima grande guerra stava per finire: nata nel novembre del 1896, aveva ventun anni e quattordici dollari, era piena di ambizione, coraggio e talento, decisa a conquistare il successo come autrice. Lasciava per sempre l’Ohio e tutti i piccoli paesi dove aveva vissuto malamente, un’infanzia straziante segnata dalla morte, probabilmente per un aborto, del­l’ama­tis­si­ma mamma, e da una odiosa matrigna che tormentava le tre figlie del marito, commesso viaggiatore, detestando più di tutte Dawn, tanto da arrivare a bruciare per odio i suoi primi scritti adolescenziali. La ragazzina era scappata, accolta da una zia materna geniale e generosa, aveva frequentato l’università e si era laureata, come poche donne allora osavano fare, e finalmente, dopo altre brevi esperienze, aveva realizzato il suo sogno, cercare fortuna letteraria nella allora pare meravigliosa New York. «Esiste davvero una cit­tà per tutti, proprio come esiste un grande amore. New York è la mia città perché ho un investimento al quale posso sempre attingere, un investimento senza fondo di ventun anni […] nel quale ho accumulato un’idea di New York […] quindi qualsiasi cosa succeda, ho la roccia dei miei sogni che nulla può distruggere», scrisse nel suo diario nel marzo del 1953.

Eppure Café Julien inizia con una grandiosa, frenetica visione horror della città, che potrebbe oggi essere attribuita a tante altre città del mondo, comprese le nostre: «Signore anziane morivano di fame in squallidi alberghi lasciando scatoloni pieni di stracci e di banconote da cento dollari; bande di ragazzini scippavano e rapinavano la gente per strada, […] ragazze terrorizzate gridavano aiuto in piena notte mentre i poliziotti, sempre in coppia per maggior sicurezza, mettevano le multe alle automobili in sosta». Manhattan era piena di quelle pensioncine femminili dove, come nel film Palcoscenico, abitavano ragazze provenienti da tutta l’America, decise a far fortuna come attrici, musiciste, giornaliste, commediografe, scrittrici. Dawn ne trovò subito una e in una città in cui allora si pubblicavano più di 50 quotidiani in tutte le lingue, 250 settimanali, 450 mensili, non le fu difficile trovare anche un lavoro in una casa editrice.

Poi si arruolò nella Marina Militare, fece la comparsa in un film muto («In tutta la mia vita non ho mai visto un gruppo di perfetti degenerati come queste comparse», scrisse in una lettera), riprese a collaborare a diverse riviste, si mise a lavorare per la Croce Rossa e passò al lavoro pubblicitario per l’Interchurch World Movement: allora Dawn era graziosa e sottile (ai tempi di Café Julien pesava ormai più di ottanta chili, aveva molti problemi di salute, beveva troppo e aveva perso ogni grazia con i suoi goffi abiti e i cappellini buffi) e in quegli uffici incontrò un altro pubblicitario con sogni di scrittore, Joseph Goucha, ventinove anni, magro, con un bel viso serio da poeta, capelli biondi, occhi azzurri, dai modi eleganti. Si sposarono il 20 novembre 1920 e il loro fu un lungo matrimonio turbolento e duro, segnato da numerose e spesso astiose separazioni e da reciproche corna. Tim Page nella biografia della scrittrice difende Goucha, spesso descritto come alcolizzato, spendaccione e negligente, ricordando che «sposò una donna decisamente non convenzionale, in tempi decisamente convenzionali, la accettò e la amò per quello che era e la mantenne più che decorosamente». Capitò anche che a mantenerlo fosse la moglie, nei fuggevoli e brevi periodi in cui era lei a guadagnare di più ma, a differenza di lui, lei lo faceva a malincuore. Però, «malgrado tutta la sua attività sessuale extraconiugale (per quasi un decennio della loro unione), la Powell fu anche, a modo suo, una moglie ferocemente devota e la sua fondamentale dedizione al marito non vacillò mai».

Era piena di amici, tra cui lo scrittore John Dos Passos: lui ne ammirava l’arguzia e il coraggio, lei fu una delle poche persone a non abbandonarlo quando, a metà degli anni Trenta, da comunista rivoluzionario divenne repubblicano conservatore, sino ad appoggiare, nel 1964, Barry Goldwater. Con John Howard Law­son, il commediografo e teorico radicale, poi iscritto al Communist Party, la scrittrice, che non era interessata alla politica, ebbe probabilmente una relazione amorosa molto intensa e segreta tra il 1925 e il 1929. Ci fu anche un periodo in cui visse, secondo alcuni, una specie di ménage à trois con il marito Joe e il compagno di bevute preferito, il giornalista e traduttore Coburn Gilman, che le cronache del tempo ricordano sempre sotto un tavolo ubriaco fradicio. «Non so mai di chi sono le scarpe sotto il mio letto alla mattina», aveva confidato Dawn alla sorella Phyllis e a un’amica: «Io i letti non li faccio, li disfo».

Ma poi, «Il romanzo è il mio unico consorte», aveva scritto nel suo diario nel maggio del 1933, quando ormai di romanzi ne aveva già scritti cinque e stava terminando The Story of a Country Boy, con il quale concludeva il ciclo dell’Ohio, e di cui vendette il primo anno 1842 copie, molto poco, anche se di più rispetto ai precedenti. Il suo primo romanzo, Whither, da lei subito ripudiato, lo aveva scritto a ventotto anni, nel 1925, al tempo della sua prima lunga separazione dal marito, quando aveva scelto di tornare per un po’ nell’Ohio della sua infanzia e adolescenza, dall’amata zia, col piccolo Jojo che a tre anni sapeva leggere e adorava la musica di Wagner, ma era ormai diventato ingovernabile, preda di un male misterioso che solo agli inizi degli anni Quaranta avrebbe avuto un no­me, autismo.

Seguirono gli altri romanzi, di poco successo commerciale, talvolta stroncati, talvolta benignamente accolti da una critica spesso moralistica che si stupiva o addirittura si indignava della leggerezza e dell’audacia dell’autrice. Alla rincorsa del denaro che non era mai abbastanza per far curare e ricoverare il figlio, scriveva di tutto, anche commedie: una decina, ma solo due vennero messe in scena, disastrosamente, perché il suo umorismo, dalle compagnie del teatro impegnato e di sinistra di allora, veniva trasformato in dramma, cancellandone così ogni pregio: ferocemente attaccata fu Big Night, messa in scena nel 1933 da una compagnia di cui faceva parte Lee Strasberg e che si ispirava al metodo Stanislavskij, protagonista Stella Adler, celebre per i suoi singhiozzi in scena. Trattava di un dirigente pubblicitario che cerca di convincere la moglie ad andare a letto con un prezioso cliente (più di sessan­t’anni dopo anche il film Proposta indecente raccontava una storia simile suscitando le solite noiosissime polemiche): la commedia brillante fu presentata come una tragedia, scandalizzando i probi critici per la sua immoralità.

Fu un colpo di fortuna quando la chiamò il cinema, per cedere i diritti di una sua commedia, mai messa in scena, e del romanzo The Story of a Country Boy. Non aveva mai guadagnato tanto come a Hollywood, ma i film non ebbero fortuna: Hello Sister!, l’ultima opera diretta da Von Stroheim, fu rimaneggiato e ottenne scarse recensioni; l’altro, col titolo Man of Iron, che tra gli interpreti aveva Mary Astor, fu un fiasco grandioso.

«Le persone di spirito non sono mai creature felici. L’angoscia che ha scorticato i loro nervi lasciandoli scoperti di fronte a ogni guizzo della vita è la base della loro ironia… L’ironia è un grido di dolore, la parola sincera che trafigge il cuore. Se non trafigge, allora non è vera ironia. La vera ironia dovrebbe spezzare il cuore di un brav’uomo», scrive Dawn Powell nel 1939. Era a pezzi il suo cuore quando trovò il titolo per il romanzo incentrato sul Café Julien: del “Wicked Pavilion” parlava nelle lettere al marito Mrs Creevey, in vacanza a Bath, in The Creevey Papers. La Powell ne fu entusiasta: «Il Padiglione Scostumato è il luogo in cui tutti si divertono sino a mezzanotte passata, bevendo tanto da non riuscire ad alzarsi prima di mezzogiorno e, oltretutto, con il mal di testa».

Passano, dallo scostumato Café Julien, personaggi già apparsi in altri suoi romanzi newyorchesi: c’è lo scrittore Dennis Or­phen, alter ego dell’autrice, che apre e chiude il romanzo senza partecipare all’azione, seduto a un tavolo del caffè su cui scrive e contempla attorno a sé quella fiera delle vanità che è l’andirivieni monotono eppure eccitato dei suoi fedeli frequentatori; c’è il solito Okie, il noioso che sa tutto e che si ritiene il depositario dell’arte del defunto Marius; c’è il vanesio romanziere di fama mondiale, Andy Callingham, con le sue storie di donne, che è poi Ernst Heming­way, amico della Powell; e ancora una volta c’è un irresistibile personaggio femminile, questa volta Cyn­thia, che ricorda Peggy Guggenheim e la sua insaziabile caccia ad artisti affamati da trascinare nella sua galleria e nel suo letto. Ma forse la figura più potente e divertente del romanzo è quella di Wharton, il ricco gentiluomo, sposo esemplare di una devota ereditiera e padre di quattro brutte figlie; un diffidente e sciocco signore «consapevole che molti uomini con gusti altrettanto stravaganti dei suoi preferissero i ragazzi, ma era terrorizzato al pensiero di mostrare la propria inesperienza a un individuo del suo stesso sesso, e dopo alcuni cauti esperimenti si rese conto che i suoi deboli appetiti erano cancellati dalla soverchiante paura del pettegolezzo». Si intrecciano tra le derive mondane del mondo artistico-letterario di New York la difficile storia d’amore tra il bel ragazzo Rick, venuto dalla provincia, e la graziosissima Ellenora, tipica ragazza libera del Greenwich Village, e quella del pittore Marius, diventato un mito dopo la presunta dipartita: «Essere morto mi ha viziato», dirà dal suo nascondiglio l’artista ormai ricco. La gag non se l’era inventata la Powell che si era infatti ispirata a un film del ’34, Holy Matrimony, con Monty Woolley e Gracie Fields, a sua volta tratto dal romanzo Buried Alive di Arnold Bennett.

Otto anni dopo, nel suo ultimo romanzo, The Golden Spur, anche questo nome di un locale un tempo bohémien, tanti suoi personaggi si ritrovano per l’ultima volta: il provinciale innamorato di New York, Peg­gy Guggenheim con il nome di Cassie, il celebre avvocato meno prudente di Wharton e quindi ricattato da un giovane attore da lui rimorchiato. Protagonista ancora una volta una New York che di anno in anno sta perdendo magia e fascino, mentre Dawn Powell continua ad apprezzare sempre di più la compagnia di uomini giovani e di bell’aspetto, quasi sempre in fuga, imbarazzati, per le sue avance esplicite e i suoi molti Martini: il disastro economico insegue lei e il marito, sino a umilianti sfratti, con le valigie fuori in strada in attesa dei facchini, e la caccia a pensioncine a buon mercato e non del tutto miserabili.

Nel febbraio del 1962, assistito da lei, moriva di cancro il marito Joe, e lei scriveva sul suo diario: «Per quanto riguarda la sua morte, è una cosa strana da dire, ma in quarantadue anni di vita insieme – molta della quale precaria e defatigante – abbiamo superato disastri peggiori, e sono sicura che Joe penserebbe la stessa cosa di me». Il biografo Page scrive che da quella perdita non si sarebbe più ripresa. Ma anche lei precipitava: «Sono affascinata dal processo dell’invecchiamento, anche se la vittima sono io», scrisse nel suo diario. Nel novembre di quell’anno finalmente fu pubblicato The Golden Spur, accolto con buone recensioni anche di Edmund Wilson, un amico che non era stato sempre tenero con i suoi libri.

Mentre le sue condizioni economiche miglioravano, nell’agosto del 1964 la scrittrice apprese di essere mortalmente malata: le era stata localizzata una massa tumorale al colon, e lei prese la decisione di rifiutare l’operazione che non le dava alcuna certezza. Continuava a perdere peso, dolori terribili la straziavano, ma sapeva tener testa ai creditori, scriveva articoli, partecipava a cene mondane, ebbe il tempo di prendere una posizione liberal sulla guerra del Vietnam, scriveva lettere spiritose agli amici: ricoverata in ospedale l’8 novembre 1965, si spense qualche giorno dopo.

La grande scrittrice americana, piena di amici, con una famiglia allargata e affettuosa, finì per essere sepolta a Hart Island, nella primavera del 1970, quasi cinque anni dopo la sua morte. Hart Island è un’isola sconosciuta agli stessi abitanti di New York, accessibile solo tramite un traghetto che parte dai canali interni del Bronx, e ospita un cimitero per poveri e sconosciuti: circa settecentocinquantamila corpi, molti dei quali non identificati e posti in tombe collettive senza nome. Come i resti di Dawn Powell siano finiti laggiù è un mistero, anche se a pagarle i funerali non fu un amico, non fu uno dei tanti intellettuali o artisti che la conoscevano, non fu un cugino o un parente lontano, ma il municipio della sua amatissima metropoli.

«Quando la Powell morì nel 1965», scrive Tim Page, «praticamente tutti i suoi libri erano fuori catalogo. Non veniva nominata, neppure di sfuggita, in nessuna storia della letteratura americana». Sembrava destinata all’oblio e invece più di quarant’anni dopo la sua morte le sue opere sono più popolari che mai. Fu Gore Vidal, che l’aveva conosciuta giovanissimo, a riscoprirla, dedicandole un lungo articolo nel 1987 sul «New York Review of Books», in cui esalta la sua arguzia, la ricchezza dei personaggi, l’essere tra i più grandi e i più liberi maestri della letteratura americana, il non aver mai scritto romanzi “per signore”. Le sue opere sono apparse in Italia dal 2000, da Fazi, cominciando con il suo ultimo The Golden Spur, seguito da Gira magica ruota, Angeli a colazione, Un tempo per nascere.

Café Julien è il quinto tradotto in italiano, è irresistibile, grandioso in mezzo a tanta fuffa che cala prensile nelle librerie soffocandole. Sarà il definitivo innamoramento per questa scrittrice così americana, così moderna, divertente, spregiudicata, cruda, nuova nel raccontare gli abissi dell’amore, la stoltezza di certe amicizie femminili: «Si raccontarono l’un l’altra dei loro anni di fedeltà – e ognuna lamentava la maledizione di essere stata la donna di un solo uomo […]. Dopo qualche drink, Caroline disse che era andata a letto con quaranta o forse cinquanta uomini, ma solo perché era disperatamente infelice […]. Lorna disse che […] a parte qualche vacanza e un paio di volte in cui l’alcol l’aveva tradita, lei non aveva mai…, be’ in ogni caso non incolpava nessuno» (The Locusts Have No King), i disastri della coppia e le virtù dei triangoli amorosi, nel suo caso forse autobiografici: «Ogni donna ha bisogno di due amanti, uno per confortarla dai tormenti che le causa l’altro» (The Bride’s House), «Ci vogliono due donne per fare un matrimonio di successo», «Vuol dire che Claire e io abbiamo fatto del mio matrimonio con Margaret un successo» (nella commedia Jig Saw). Né tralascia certe magnifiche ambiziose in carriera: «Sapeva esattamente quello che voleva dalla vita, ovvero, in una parola, tutto. […] aveva una genuina avversione per l’intimità sessuale […] ma c’erano tante di quelle cose da guadagnare con il sesso e a lei importava talmente poco di quello che doveva fare che smaniava per usarlo come moneta di scambio» (Un tempo per nascere).

Buon divertimento, sul serio.