Julio Cortázar ritrae John Keats

25-09-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo la recensione di Viola Papetti di: A passeggio con John Keats di Julio Cortázar, apparsa su il manifesto il 26 agosto 2014.

 

Cor­tá­zar nega di aver scritto una bio­gra­fia di John Keats – la più esatta e entu­sia­smante che io abbia avuto la for­tuna di leg­gere – forse per­ché con­sa­pe­vole di avere scritto con­tem­po­ra­nea­mente la pro­pria auto­bio­gra­fia. Non sap­piamo esat­ta­mente la data di com­po­si­zione, che cade comun­que negli anni ’50, quando la sua Water­man smette di svo­laz­zare sull’ultimo poe­metto che Keats lascia incom­piuto, Il ber­retto a sona­gli. (Il pre­sente è d’obbligo «per­ché qui si parla al pre­sente, pre­sen­tis­simo, di un pas­sato tra­pas­sato»). Noi let­tori siamo invi­tati a seguire in devoto silen­zio la chiac­chie­rata di Julio e John, con l’intervento di altri poeti amici di Julio, la «banda di fratelli»(Cernuda, Picon, Alberti, Jimé­nez, Rim­baud, Lorca, Devoto, Bau­de­laire, Höl­der­lin, Guil­lén, Mal­larmé, Valéry…), men­tre a brac­cetto pas­seg­giano per i prati fio­riti, le verdi valli, i fiumi cri­stal­lini, i cieli ven­tosi della poe­sia di John.
Va detto che se l’io del gio­va­nis­simo poeta si perde abi­tual­mente nel «suo splen­dido cama­leon­ti­smo», è anche abi­tuale assi­stere alle testi­mo­nianze di bio­grafi, tra­dut­tori, edi­tori che s’innamorano per­du­ta­mente di lui. Elido Fazi, bio­grafo, tra­dut­tore e ora anche edi­tore, è un inna­mo­rato della prima ora. Nean­che gli anni lo hanno gua­rito da que­sta pas­sione, e aver pescato que­sta perla igno­rata nel tesoro di scritti postumi di Cor­tá­zar ne è una splen­dida prova. 
Ima­gen de John Keats
, pub­bli­cata postuma nel 1996, è ora pre­sen­tato in Ita­lia con il titolo più accat­ti­vante, A pas­seg­gio con John Keats (Fazi, appunto, che tra­duce anche le poe­sie citate). La tra­du­zione del grosso volume è dovuta alla brava Eli­sa­betta Vac­caro e a Bar­bara Tur­rito (pp. 666, euro 19, 50). Ci sono molte cita­zioni – come rico­no­sce lo stesso autore – con­vinto che ben­ché que­sta prassi sia di per sé nar­ci­si­sta, le sue siano cita­zioni memori di ana­lo­gie non facil­mente com­pren­si­bili, «che lasciano il fiore e se ritor­nano al loro nulla». Dai diciotto ai ven­ti­tré anni, si pas­seg­gia con Keats, cuc­ciolo, pule­dro, gatto. «C’era in lui qual­cosa di ani­male allo stato puro, di gatto che alla nascita con­tiene in sé il gatto nella sua inte­rezza, senza che si possa dubi­tare che al ter­mine del cam­mino sarà in atto ciò che si coglie in potenza».
Oppure, se si pre­fe­ri­sce la paren­tela vege­tale, «John nasce frutto, senza lo spet­ta­colo e la vanità di un fiore che lo anti­cipi». L’impianto di que­sto lavoro fa pen­sare a un albero che si leva in alto anno dopo anno, e acqui­sta il fron­doso com­mento delle opere, dei suoi frutti dorati – la poe­sia e le let­tere, a seconda dell’età e degli umori, e della vita nel bosco cir­co­stante – la coté­rie degli amici gen­tili e affe­zio­nati Brown, Hunt, Rey­nolds, Dilke, Bai­ley e delle donne amate, tra cui domina la fatale Fanny. I nume­rosi sor­pren­denti affondo sulla natura della poe­sia, del poeta, del tempo dell’arte, della tra­du­zione («un sistema di sosti­tu­zioni»), della con­ci­lia­zione degli oppo­sti costi­tui­scono la chioma bril­lante del grande albero, sem­pre mossa dal vento dell’improvvisazione. Per­ché, come gli inse­gnano Sterne, Una­muno, e la sua espe­rienza di jazz man, i libri che par­lano come uomini sono quelli che si fanno più amare. La pagina stessa, emo­zio­nata, è con­di­zio­nata tipo­gra­fi­ca­mente, dal sus­surro con­fi­den­ziale, o dai ghi­ri­gori dell’improvvisazione, o dalla seria­lità di deli­ziose imma­gini in fila, in una sorta di ani­mato bas­so­ri­lievo. Righe spez­zate e in disor­dine, oppure ordi­na­tis­sime file di meta­fore da luna park. Ecco come pre­senta Endi­mione«… è una ban­china da cui pescare, un parco gio­chi sotto alla sua enorme luna fis­sata con pipi­strelli e man­do­lini, una gal­le­ria di spec­chi, una sere­nata in mani­che di cami­cia in tela d’Olanda, un assolo di Cole­man Haw­kins, un boc­cale di sidro, uno splen­dido KO. Il modo migliore di leg­gere l’opera è sten­dersi a terra, tra cani, gatti e tar­ta­ru­ghe, oppure che una voce la fac­cia girare nell’aria per il sopore della feli­cità».
L’opera attra­versa il mondo, e lo rac­co­glie in sé. Keats è il poeta per cui il mondo este­riore esi­ste – insi­ste Cor­tá­zar. E pre­cisa i luo­ghi, che non sono gli stessi, in cui lui e John hanno pen­sato e scritto nel mood par­ti­co­lare det­tato da quel suolo: Bue­nos Aires, Siena, Firenze, «il vicolo di San Gimi­gnano dove i gatti erano fosfo­re­scenti», poi Hamp­stead, Tei­gn­mouth, l’isola di Wight, Roma dove «il ramo di John sfiora il mio ramo, sento l’odore delle sue foglie, mi bagno della sua piog­gia, intra­vedo, prima che la bonac­cia se lo porti via, il colore di un frutto appeso all’estremità».
La parola di Keats vede, affonda nel sot­to­suolo ance­strale, indo­vina le linee di forza che por­tano alle fonti prime. I temi dei suoi poe­metti nar­ra­tivi (La Vigi­lia di Sant’Agnese, Lamia, Isa­bella, La belle Dame sans Merci, per non par­lare degli sce­nari clas­sici e tea­trali di Endi­mione e i due Ipe­rione), che nutri­ranno lar­ga­mente la fan­ta­sia di pit­tori e poeti vit­to­riani, si disco­stano dalla forma con cui sono pro­po­sti, e risal­gano all’ «esat­tezza magica» delle ori­gini.
Julio non rinun­cia a cer­care un metodo che non sia meto­dico nelle aeree costru­zioni di Keats, un non metodo che sia anche il suo, ana­logo a quello del ragno che costrui­sce la sua cit­ta­della aerea par­tendo dalle pro­prie viscere, e pun­tando su eccen­trici punti di appog­gio, venuti spon­ta­nea­mente all’incontro. «Ilo­zoi­smo» è l’unica parola ad alta con­cen­tra­zione seman­tica che Cor­tá­zar ripete più volte per insi­stere sul felice abban­dono di Keats in seno alla natura, alla sua sen­sua­lità dif­fusa, addi­rit­tura alla sua «pan­sper­mia», che l’irruzione bru­tale della vita reale scon­volge nelle sue fon­da­menta. L’amore per Fanny e quel che ne dovrebbe con­se­guire nella vita di John, malato, asse­diato dai debiti, poeta dispo­ni­bile solo all’intimità con la poe­sia, oscura tra­gi­ca­mente il suo breve oriz­zonte.
George Keats è venuto dall’America e si è impos­ses­sato della pic­cola ere­dità che i tre fra­telli hanno rice­vuto. Eppure è urgente per John tro­vare una fonte di gua­da­gno che i suoi libri non sono in grado di pro­cu­ra­gli. Cam­biare pro­fes­sione, ma quale? Fino a che il pro­gresso della tisi rende la pre­senza di quell’amore divo­rante ancora più dolo­rosa. «Fanny era l’insopportabile para­gone del pas­sato col pre­sente; la mano che si posava sulla sua fronte per fugare la feb­bre ten­deva un ponte che il malato non avrebbe attra­ver­sato». Nelle sof­fe­renze della fine Julio sta vicino all’amico come nes­sun altro amico o bio­grafo ha mai fatto. Segue passo passo fino a Roma il poeta morente, ed è lì accanto a Severn quando John mor­mora: «Sento cre­scere i fiori su di me».

Viola Papetti