Karim Miské: «L’attentato al Charlie Hebdo ricorda il mio libro Arab jazz»

06-02-2015  •   Il blog di Stoner
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In quest’articolo di John Lichfield uscito sull’Indipendente il 22 gennaio 2015 si racconta la curiosa somiglianza di Arab Jazz, il noir di Karim Miské, con l’attentato al Charlie Hebdo. Il libro ha da poco vinto il Grand Prix du meilleur Polar des Lecteurs de Points ed è stato appena pubblicato con successo anche in Inghilterra.

Più Karim Miské legge degli uomini che hanno terrorizzato Parigi, più gli sembra che assomiglino ai personaggi del suo libro.

 

Karim Miské è un regista e uno scrittore di thriller che possiede parte di un ristorante nell’undicesimo arrondissement a Parigi. Il suo libro Arab jazz, pluripremiato in Francia e in uscita il mese prossimo in Inghilterra, è ambientato nel diciannovesimo arrondissement, poco più a nord.
Ed è proprio in questi stessi quartieri che gli assassini del Charlie Hebdo, Saïd e Chérif Kouachi, vivevano da ragazzi. Fu nel diciannovesimo arrondissement che, all’età rispettivamente di 12 e 10 anni, trovarono il cadavere della madre. Aveva iniziato a prostituirsi dopo essere stata abbandonata dal padre, e si suicidò nel 1992 dopo aver scoperto di essere rimasta incinta per la sesta volta.

Una decina d’anni più tardi, sempre nel diciannovesimo arrondissement, i fratelli Kouachi hanno iniziato a frequentare un gruppo di jihadisti, capeggiato da un predicatore radicale che poi si è pentito e ha studiato per diventare infermiere ausiliario. E poco lontano, nell’undicesimo distretto, i fratelli Kouachi hanno ucciso dodici persone durante il loro attacco al Charlie Hebdo.
È sempre nel diciannovesimo che i fratelli Kouachi sono fuggiti dopo gli omicidi. È lì che si sono schiantati con la loro macchina e ne hanno rubata un’altra. «Quando ho saputo dell’attacco al Charlie Hebdo ero scioccato, come la maggior parte delle persone», dice Karim Miské all’Independent. «Quando poi ho sentito che gli assassini avevano distrutto la loro macchina in Place du Colonel Fabien e che ne avevano rubata un’altra, scappando per Rue Petit – tutti luoghi che compaiono in Arab jazz – ho pensato “che cosa sta succedendo? Perché queste persone hanno invaso il mio libro?”».
La risposta è che i fratelli Kouachi, anziché scontrarsi con il libro di Karim Miské, potrebbero facilmente essere schizzati fuori dalle sue pagine. Anche se la sua trama sordida segue una traiettoria diversa, Arab jazz respira la stessa aria fetida; cresce sullo stesso martoriato suolo urbano che ha nutrito Saïd e Chérif Kouachi.
Islam radicale; ebraismo radicale; cristianesimo fondamentalista; spaccio di droga; violenza ritualizzata; poliziotti corrotti contro poliziotti afflitti; un groviglio di amicizie e odi attraverso i confini culturali; miseria; disperazione; speranza; un caleidoscopio di odori, sapori e suoni; il tutto mescolato insieme nelle vecchie strade tortuose e tra i palazzoni fatiscenti di una delle poche zone non ancora riqualificate di Parigi.
Molto tempo prima di mettere (temporaneamente) da parte la cinepresa per diventare uno scrittore di thriller, Karim Miské era un lettore vorace di questo genere. In questo ricorda Ahmed, l’alienato, sradicato eroe del suo libro, bruscamente risvegliato dal torpore della sua thriller-dipendenza dall’atroce omicidio dell’assistente di volo bianca che viveva al piano di sopra.
La corrispondenza tra il suo libro (scritto a fasi alterne tra il 2005 ed il 2010) e le prime pagine delle testate internazionali di questo mese è sconvolgente. Charlie Hebdo e il comico nero antisemita Dieudonné vengono menzionati. Un predicatore jihadista del libro si ispira allo stesso predicatore che hanno ascoltato i fratelli Kouachi.
Forse Karim Miské, il documentarista, aveva in mente di scrivere un thriller; o forse una testimonianza sociale sotto forma di thriller? Per Karim Miské questa è una distinzione ingannevole…
«Per me scrivere gialli è il modo migliore per mettere la società – il mondo – davanti allo specchio» dice. «Viene commesso un crimine. Deve essere risolto. Durante lo svolgimento della storia, il libro rivela la complessità e la crudeltà del mondo che ha prodotto quel crimine. Gli investigatori espongono, uno strato dopo l’altro, una verità più profonda».
Ci siamo incontrati nel ristorante senegalese di cui Karim Miské è uno dei proprietari, vicino al confine multirazziale tra l’undicesimo e il diciannovesimo arrondissement. Fuori ci sono le tipiche panetterie-pasticcerie accanto a negozi di abiti musulmani.
All’angolo della strada, tre giovani donne stanno chiacchierando – una nera, una bianca, una araba. Potrebbero essere il gruppo multietnico di ragazze la cui amicizia dà vita a uno dei fragili fili della speranza in Arab jazz (pubblicato per la prima volta in Francia nel 2012).
«Era inevitabile che se avessi iniziato a scrivere un libro, sarebbe stato un thriller», dice Karim Miské. «Ciononostante, credo che la scissione che secondo alcuni esiste tra “thriller” e “letteratura” sia falsa. Nei romanzi francesi del diciannovesimo secolo, per esempio in Balzac, la trama spesso si sviluppa attorno alla soluzione di un delitto».
«Certo, mentre scrivevo Arab jazz inevitabilmente ero influenzato dagli autori dei thriller che ho letto – ma anche da romanzieri inglesi come Salman Rushdie, Hanif Kureishi e Zadie Smith. In qualità di documentarista, mi sono anche ispirato a Quentin Tarantino; lui ha la capacità di partire dal genere pulp e trasformarlo in qualcos’altro. Volevo provare a fare lo stesso».
Karim Miské è nato in Costa d’avorio 51 anni fa. Suo padre era originario della Mauritania e sua madre era francese. Ha girato una serie di documentari per la televisione, molto apprezzati, su argomenti che spaziano dall’eredità del colonialismo alla bioetica. Il suo libro è ispirato a una serie di film che ha girato per “Arte” a proposito dei parallelismi tra il fondamentalismo islamico e quello ebraico.
«Se il mio libro parla di qualcosa, quel qualcosa è il male» dice. «Affronta l’argomento della presenza del male non solo nelle forme estreme e radicali di tutte le religioni – islamismo, ebraismo e cristianesimo – ma anche all’interno di istituzioni come la polizia. Volevo mostrare cosa muove alcuni leader delle sette fondamentaliste. Per molti di loro, forse non per tutti, è la brama di potere. Ma anche il desiderio di ricchezza e perfino il desiderio di possedere le donne».
Karim Miské era fra il milione e mezzo di persone che ha manifestato a Parigi contro gli omicidi del Charlie Hebdo e quelli nel supermercato ebraico. Ha condiviso la gioia e la speranza dei valori democratici che la Francia – o almeno la maggior parte dei francesi – era venuta a celebrare in massa. Era un fan di Cabu, uno dei vignettisti uccisi dai fratelli Kouachi.
D’altra parte, lo scrittore fa notare come negli ultimi anni la redazione del Charlie Hebdo fosse stata accecata da una sorta di fondamentalismo anarco-ateistico. «Negli anni novanta amavo il Charlie Hebdo», dice. «Mi piaceva che si prendesse gioco di tutto e di tutti. Spesso era molto divertente. A un certo punto, verso la fine del secolo, ha iniziato ad attaccare l’islam radicale in un modo che mi ha disturbato – non perché io lo sostenga, ma perché sapevo che sarebbe stato visto da molti musulmani come un attacco alla loro religione.
«Penso che quelli del Charlie Hebdo – anche se di sinistra – non siano riusciti a capire l’importanza del passato coloniale della Francia. Non si sono resi conto che gli attacchi al fondamentalismo islamico in nome dei ‘valori laici francesi’ – anche se da parte di persone di sinistra – avrebbero ricordato a molti musulmani il periodo storico in cui questi valori venivano loro imposti dalla Francia con una pistola puntata contro».
Lo stesso vale, secondo lui, per quei giovani musulmani della periferia multietnica che si sono rifiutati di dichiarare «je suis Charlie», e hanno sposato le teorie di cospirazione antisemite sostenute dal controverso comico francese Dieudonné e altri.
«Il problema è che nulla è cambiato dalla rivolta delle banlieu del 2005», dice Karim Miské. «Se il tuo indirizzo è La Courneuve (uno dei quartieri più difficili nel nord di Parigi), la possibilità che hai di trovare un lavoro se sei un ragazzo è molto limitata. Questo è vero se ti chiami Mohamed. Ma probabilmente è vero anche se ti chiami Michel».
«Per le ragazze è diverso, hanno qualche possibilità in più. Per questo motivo, le giovani donne nel mio libro sono così diverse dai loro fratelli. Ma se prendiamo ragazzi tra i 17 e i 21 anni, molti di loro vi risputeranno in faccia i “valori francesi”. Loro associano espressioni di questo tipo con il “sistema” – un pregiudizio radicato che li porta a credere che per loro sia impossibile avere successo».
In Arab jazz, Ahmed viene scosso dalla sua depressione auto-distruttiva dall’omicidio della donna bianca del piano di sopra. Il massacro del Charlie Hebdo saprà smuovere la Francia verso un percorso più costruttivo?
«La redenzione è sempre possibile», dice Karim Miské. «Ma deve arrivare, in parte, anche sotto forma di opportunità, di posti di lavoro nei sobborghi più poveri. Deve essere riscatto economico».