La genesi di «All’ombra di Julius»

09-04-2018  •   Il blog di Stoner
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julius Jane howard

In occasione dell’uscita di All’ombra di Julius, pubblichiamo un estratto della biografia Elizabeth Jane Howard, un’innocenza pericolosa di Artemis Cooper, in cui si racconta la nascita del romanzo.

 

Kingsley e Jane si trasferirono per un breve periodo in un albergo di Pollensa, dove Jane ingranò la quarta, scrivendo di getto quattordicimila parole di After Julius. Fu quella l’unica volta in cui ammise di aver rimaneggiato parte di un romanzo. Kingsley pensava che la sua prima versione del viaggio di Julius in Francia non fosse del tutto riuscita, perciò la riscrisse.

A inizio novembre tornarono a Londra, ma la casa di Maida Vale non era ancora pronta, così presero in affitto un appartamentino a Keats Grove, a Hampstead. Per riscaldarsi, Kingsley doveva portare il carbone su per cinque rampe di scale; nel frattempo Jane cucinava e guardava gli scoiattoli che aveva attirato alla finestra con piattini di nocciole e biscotti. Fu qui che completò After Julius.

Una scura, grigia sera di novembre. La sensazione di aver finito un romanzo per me non ha eguali. È come se con l’ultima frase mettessi giù un gran peso che cade, lasciandomi vuota e leggera al punto che riesco a uscire da me stessa e guardare dall’alto la struttura del lavoro fatto.

Dopo questo momento di estasi arrivarono pensieri più tristi: «Dire addio a persone con cui si è vissuto tanto a lungo e che si conoscono tanto a fondo è struggente. Restano cristallizzate esattamente dove le hai lasciate».

Gli averi di Kingsley consistevano in libri, vestiti, una macchina da scrivere e alcune bottiglie. Jane aveva pochi mobili e alcuni quadri, insufficienti per arredare la casa di Maida Vale. C’erano molti rigattieri a buon mercato, così trascorse ore felici a frugare nei recessi più polverosi di Church Street e Portobello Road. Suo fratello Robin aveva rilevato l’attività di famiglia del commercio di legname, e durante i suoi viaggi per comprare legni duri aveva preso alcuni utili contatti a Rangoon; questo permise a Jane di procurarsi della seta e del cotone stampato a basso costo con cui realizzare le tende. Un giorno, a Primrose Hill, lei e Monkey videro dei muratori buttare in un cassone delle lastre di marmo bianco e nero. I muratori non ebbero nulla in contrario a che le prendessero; poi, due studenti d’arte trasformarono quel marmo in un bellissimo pavimento per la veranda a vetrate. Per tutto questo Jane pagò di tasca propria, dato che il grosso dei guadagni di Kingsley andava a Hilly e ai figli.

Nel febbraio del 1965 presero possesso della nuova casa. Nel frattempo Jane aveva spedito il suo manoscritto a Tom Maschler di Cape, il quale le rispose con questo telegramma: «È IL TUO LIBRO PIÙ SERIO COMMOVENTE DIVERTENTE IN REALTÀ IL MIGLIORE CONGRATULAZIONI CON AFFETTO TOM».

Jane e Kingsley si sposarono il 29 giugno 1965 nel municipio di Marylebone. «Mister Amis, di 43 anni, e Miss Howard, che ne ha 42 ed è nonna, sono arrivati insieme all’ufficio anagrafe», scrisse il «Daily Mail». «La luccicante cravatta a farfalla turchese di lui ben si abbinava al colore dell’abito di seta operata di lei». La cerimonia si svolse con un po’ di ritardo, dovuto all’attesa della molto incinta Nicola, arrivata da Sapperton con Dan, che aveva poco più di un anno. «Dopo il matrimonio», proseguiva il giornale, «la nuova signora Amis ha orgogliosamente mostrato a tutti la sua fede matrimoniale: un affare largo e grosso ricoperto di appuntiti pezzetti d’oro. “Disegnata apposta per noi da un meraviglioso gioielliere inglese di nome John Donald”, ha dichiarato con orgoglio Miss Howard». L’inviato fu deluso nel vederli lasciare il municipio per fare ritorno a Maida Vale a bordo di una Ford Cortina grigia.

Quella sera ci fu una festa organizzata da Tom Maschler. In quasi tutte le foto scattate quel giorno e apparse sui giornali, Jane contempla Kingsley con sguardo adorante, mentre lui sorride ai fotografi sfoderando il suo sorriso da Jim il Fortunato. Trascorsero due giorni in luna di miele a Brighton, dove la loro presenza e le loro passeggiate sulla spiaggia attirarono ulteriori attenzioni della stampa (di nuovo, organizzate da Tom). All’improvviso erano diventati una coppia di potere: forse non allo stesso livello di Richard Burton ed Elizabeth Taylor, o di Arthur Miller e Marilyn Monroe, ma comunque interessanti e affascinanti; forse più simili a Ted Hughes e Sylvia Plath, e dalla vicenda meno tormentata.

[…]

All’ombra di Julius fu pubblicato quell’autunno, insieme a un elenco particolarmente ricco di romanzi scritti da donne: A Smell of Burning di Margaret Lane, La porta di Mandelbaum di Muriel Spark, Il rosso e il verde di Iris Murdoch, August is a Wicked Month di Edna O’Brien, Landlocked di Doris Lessing e Friends and Heroes, l’ultimo volume della Trilogia dei Balcani di Olivia Manning.

In All’ombra di Julius l’azione si svolge durante un unico fine settimana e, come in The Sea Change, i cinque personaggi principali parlano con la propria voce e si osservano a vicenda. Jane scrisse la maggior parte del romanzo in uno stato di felicità, un promontorio dal quale riusciva a guardare indietro alla propria vita emotiva; ed è attraverso il personaggio di Cressy che descrive com’era per entrambe vivere sotto la spinta di un bisogno irrequieto.

Julius Grace, che nel 1940 aveva quarantanove anni, sentiva di dover contribuire allo sforzo bellico anche se era troppo vecchio per combattere. A fine maggio, senza dirlo a sua moglie, comprò una barchetta con cui raggiunse Dunkerque per salvare quanti più uomini possibile. Riuscì a metterne in salvo tre, ma morì quando sulla via del ritorno la barca venne attaccata da aerei nemici. Il sacrificio di Julius rappresentò l’adempimento del suo dovere pubblico; ma nel compierlo, egli ignorò i propri doveri privati nei confronti della moglie e della famiglia. Si tratta di una variante sull’infelicità del primo matrimonio di Jane, quando Peter Scott, immergendosi nella guerra, l’aveva trascurata proprio quando aveva più bisogno di lui. Tuttavia Esme, la moglie di Julius, non ritiene che le sia stato fatto un torto, perché quando lui morì lei aveva una relazione con un giovane studente di Medicina di nome Felix. La morte di Julius ha effetti profondi sia su Felix sia su Esme e i figli.

Il romanzo inizia vent’anni dopo, quando Esme ha invitato Felix – ora dottor King – a trascorrere un fine settimana nella sua casa nel Sussex. Non si vedono dal 1940: lei ha quasi sessant’anni, lui ha passato già da un po’ la quarantina. In casa quel fine settimana ci sono anche le due figlie di Esme, Cressy ed Emma, che dividono un appartamento a Londra e che abbiamo già citato come emblemi dell’esperienza e dell’innocenza nella narrativa di Jane. Cressy ha avuto molti amanti, ma poca felicità. Aveva diciassette anni l’ultima volta che ha visto Felix, e la sua ricomparsa risveglia in lei ricordi dolorosi.

Emma è un’anima più semplice e felice, la preferita del padre, anche se aveva solo sette anni quando lui morì. Lavora nella casa editrice a conduzione familiare Speedwell & Grace, dove conosce Daniel Brick, un poeta proletario apparso nel suo ufficio per chiedere un assegno. Dopo essersi procurata cinquanta sterline per lui in amministrazione, lo porta fuori a pranzo e poi lo invita da sua madre per il fine settimana.

Durante la giornata di sabato Cressy esprime la propria rabbia nei confronti di Felix, della cui relazione con sua madre era a conoscenza, mentre Emma apprezza la mascolinità schietta e rustica di Dan. Tutto converge nella cena del sabato sera, allorché Cressy si trova di fronte il suo ultimo amante e la moglie gelosa. Lo sfasciarsi della cena tra lacrime e recriminazioni, nonostante gli eroici sforzi di Esme per mantenere le apparenze, include la sezione scritta da Kingsley.

L’ambiguo Dan è liberamente ispirato a Laurie Lee. La sua storia d’amore con Emma, vergine anche se lui presume il contrario, finisce con lui che la violenta. John Betjeman fu scioccato quando lesse il libro: «oh povera ragazza, sul punto di essere violentata e lui sorride, che brutto»[1], scrisse. Ma la scena si conclude con Dan che le fa un’estatica dichiarazione d’amore, a cui una Emma in lacrime risponde con gioia. Jane si aspettava forse che il lettore perdonasse lo stupro in quanto esempio dei modi naturali e incorrotti di Dan, rallegrandosene? La violenza carnale viene presa molto più sul serio adesso di quanto lo fosse nel 1965: Kay Dick, che recensì il libro per il «Sunday Times», descrisse Dan come un personaggio «la cui franchezza e spontaneità ne fanno un eroe spumeggiante»[2].

È soltanto la domenica mattina, a colazione, che Esme giunge alla devastante conclusione che il suo amore di un tempo, Felix, si è innamorato di sua figlia Cressy. È un’umiliazione tremenda, ma le regole del gioco la obbligano a nascondere il proprio dolore dietro una facciata vivace e allegra. Qualsiasi cosa accada alle sue figlie, Esme è condannata a una vita di solitudine.

Felix e Cressy tornano a Londra, anche se i fallimenti amorosi di Cressy l’hanno ridotta in uno stato di cupa rassegnazione, tale da averle fatto perdere ogni speranza. Lascia che lui la porti in albergo, dove si aspetta che ricominci l’ennesimo triste, sordido ciclo di un’avventura; e in un lungo brano in cui descrive la sua esperienza dell’amore fino ad allora, sentiamo con inequivocabile chiarezza la voce di Jane:

Tutto pur di sfuggire a questi incerti, snervanti esperimenti. La gente pensava sempre che queste cose si facessero per soldi, o perché amavi il sesso o le lusinghe; nessuno sembrava mai avvedersi che era perché sapevi di essere alle corde e volevi andare sul ring, oppure in viaggio o qualsiasi altra cosa sottendessero le corde. […] Fu allora che si rese conto di quanto nella sua vita si fosse accodata alla gente; poiché la gente sapeva cosa voleva, di solito le cose gli andavano bene. Il fatto che le sue reazioni naturali fossero pian piano appassite sotto il peso dell’indifferenza collettiva non l’aveva mai colpita prima di allora. Ma, oh Dio, adesso sì.[3]

In questo soliloquio interiore la cosa strana è che Cressy non dice mai con esattezza perché è delusa. Fa cenno alle «corde» e al «viaggio», ma sono divagazioni. Quello che ci fanno notare è che nel teatro sessuale del tempo non c’erano ruoli per i desideri della donna; nessuno spazio nel copione per farle dire: «Questo mi dà piacere», e soprattutto: «Tu potrai aver finito, ma io non ci sono ancora». (Kingsley Amis, a quell’epoca un amante molto premuroso, rivela quanto fosse difficile per lei esprimere i propri desideri sessuali nella sua lettera citata a pagina 234).

Jane descrisse il soliloquio di Cressy come «la canzone di una vergine. Non lo è tecnicamente, ma non ha mai avuto né sesso né amore in modo adeguato […] il letto per lei non ha nessun significato: come se, essendo sessualmente psicotica, non reagisse. Le sue reazioni sono state soffocate»[4]. Felix capisce perché sembra così glaciale: «Quante volte», le chiede, «hai permesso che ti venisse fatta violenza in cambio di un po’ d’affetto?». È come se Jane ci chiedesse di paragonare le «violenze» sopportate da Cressy, che vi si presta come si suppone faccia una donna adulta, e lo stupro di Dan ai danni dell’innocente Emma, che – nonostante la sua violenza – è un atto d’amore.

La maggior parte dei critici fu entusiasta, con elogi per l’eccellente struttura del romanzo. Sul «Guardian», Fiona MacCarthy lo definì «un libro difficile, commovente», mentre Kay Dick sul «Sunday Times» paragonò la fama di Jane a quella di Elizabeth Bowen negli anni Trenta, solo che Jane era molto più divertente. Unica voce fuori dal coro quella di Marigold Johnson sul «Times Literary Supplement», convinta che il romanzo fosse costituito da troppi elementi disparati, e una delusione «per una scrittrice dalla reputazione meritatamente alta come la sua»[5].

Laurie Lee le scrisse per farle le congratulazioni: «After Julius è superbo: denso, super carico, scritto benissimo e anche molto divertente. Non c’è nessuna come te; non trovo zone morte, ogni pagina è pregevolissima. […] Naturalmente ho un interesse familiare per il fantasma di Dan, ma le mie preferite sono le ragazze. […] Credo che sia uno dei tuoi libri migliori»[6].

Cecil Day-Lewis le scrisse per dirle che:

Cressy è la mia ragazza copertina – suona autentica dappertutto: hai messo così tanto di te stessa e della tua esperienza in lei. […] L’operazione di salvataggio di Julius mi ha molto commosso, davvero. […] Pensavo che Emma se la cavasse per il rotto della cuffia […] alcune delle scene tra lei e Dan mi sono parse infantili. Questo è in parte dovuto al fatto che non credo molto in Dan […] non riesco a immaginare che tipo di poesia scriva – o che scriva poesie, a dire il vero.[7]

Anche la lettera di John Betjeman, già citata prima, era puntuale.

Cressy, ovviamente, mi avrebbe dato filo da torcere, Emma è dolce ma non so com’è fatta, solo come pensa. […] Esme è immensamente triste e un capolavoro. […] Credo che la parte più audace sia il riconoscimento finale della verità nell’ultimo confronto tra Esme e Felix. È davvero un buon libro e molto ben costruito.

Ma il brano della lettera che più piacque a Jane non riguardava il libro, ma la devozione nei suoi confronti del suo nuovo marito. «Il vecchio Kingsley è stato meraviglioso quando è venuto da Feeble [Elizabeth Cavendish, l’amore di una vita di Betjeman] e tu eri giù di corda. Ha parlato della tua bravura come scrittrice e come persona in modo talmente toccante che saresti rabbrividita di piacere»[8].

[1]          EJH 373, John Betjeman a EJH, 13 gennaio 1966.

[2]          Kay Dick, «Sunday Times», 7 novembre 1965.

[3]           EJH, After Julius, p. 275.

[4]           EJH, intervista a AC,3 dicembre 2013.

[5]           Fiona MacCarthy, «The Guardian», 5 novembre 1965; Kay Dick, «Sunday Times», 7 novembre 1965; Marigold Johnson, «Times Literary Supplement», 4 novembre 1965.

[6]            EJH 1187, Laurie Lee a EJH, 24 novembre 1965.

[7]             EJH 2207, CDL a EJH, Crooms Hill, c. 1965.

[8]           EJH 373, John Betjeman a EJH, 43 Cloth Fair EC1, 13 gennaio 1966.