La genesi di «Nel cuore della notte» di Rebecca West

05-02-2019  •   Il blog di Stoner
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Nel cuore della notte Francesca Frigerio

In occasione della pubblicazione di Nel cuore della notte, il secondo volume della trilogia di Rebecca West, la traduttrice Francesca Frigerio ci racconta la genesi di questa opera.

 

Nelle prime fasi della loro stesura, i tre romanzi che compongono la cosiddetta “Trilogia degli Aubrey” costituivano un unicuum narrativo di circa mille pagine. Fu su consiglio degli editori Macmillan e Viking, forse spaventati dalla lunghezza del dattiloscritto, forse perplessi per la forma ancora acerba di gran parte di esso, che Rebecca West decise di pubblicare le prime quattrocento pagine come romanzo a sé stante, con il titolo di The Fountain Overflows (La famiglia Aubrey) e di darsi più tempo per la revisione delle pagine rimanenti.

Quello che sappiamo del progetto nella sua interezza è dovuto ad alcuni appunti conservati presso la Beinecke Rare Book and Manuscript dell’Università di Yale (istituzione alla quale Rebecca West stessa fece dono di una parte delle proprie carte personali tra il 1965 e il 1971). Si tratta di una manciata di fogli che contengono una sinossi delle vicende degli Aubrey, con il titolo di “Cousin Rosamund – A Saga of the Century”, insieme a uno schema più succinto delle stesse, steso dalla scrittrice negli anni in cui lavorava febbrilmente alle successive stesure dei vari capitoli ed episodi. Il riassunto degli eventi che avrebbero costituito l’ossatura del primo volume è molto dettagliato, mentre alla porzione di vicende poi confluite nel secondo è dedicato un solo paragrafo, a dimostrazione dello stato ancora incerto in cui si trovava il testo.

La fatica della composizione della seconda sezione della trilogia riflette senza dubbio le difficoltà che Rebecca West stava attraversando alla fine degli anni Cinquanta. La scrittrice si trovò ad affrontare la malattia della sorella Winnie, che sarebbe scomparsa nel 1960, in un periodo in cui si era anche deteriorato il rapporto con l’altra sorella, Lettie, che nel personaggio di Cordelia aveva intuito una versione di sé assai poco lusinghiera. Anche la relazione con il figlio Anthony (avuto dalla relazione illegittima con H.G. Wells), attraversò in quegli anni una delle sue fasi più burrascose in seguito alla pubblicazione di Heritage, il romanzo, chiaramente autobiografico, nel quale Anthony dipinge Rebecca West nei panni dell’attrice Naomi Savage, un’arrivista capace di ricoprire con successo i ruoli più disparati salvo quello materno. Le difficoltà più evidenti, tuttavia, riguardavano il matrimonio tra West e Henry Andrews. All’amica Emanie Arling, West scrisse di essere “dannatamente annoiata dal mio matrimonio, non solo annoiata ma frustrata e irritata”. A onor del vero, il problema tra lei e Henri era piuttosto quello delle continue infedeltà di lui con le giovani segretarie, assistenti e impiegate a vario titolo che si avvicendavano a Ibstone House, dimora della coppia. La goccia che fece traboccare il vaso fu la scoperta da parte di West della relazione tra il marito e la sua ultima segretaria, Lorna Yendoll, una donna mentalmente instabile che Henri si prodigò per curare e poi reinstallare sotto lo stesso tetto della moglie.

Senza entrare nel dettaglio su questioni che hanno più del pettegolezzo che della cronaca letteraria, vale la pena riportare una lettera (datata 30 gennaio 1960) dalla quale emerge con chiarezza quel legame tormentato tra privato e professionale che stava rendendo impossibile alla scrittrice proseguire nella stesura di This Real Night (Nel cuore della notte).

“Non capisco davvero tutto questo chiasso e questa agitazione attorno al mio lavoro. L’angoscia per il libro di Anthony e la malattia [di Winnie] mi hanno reso assai complicato rimettere mano a This Real Night, e mi sono trovata ad affrontare anche una serie di difficoltà tecniche dal momento che ho dovuto riprendere il libro da capo dopo la cesura rappresentata da The Fountain Overflows. Ho dovuto scrivere cinque nuovi capitoli per l’inizio, trentacinquemila parole in tutto, per la soddisfazione di Harold Guinzberg. Poi ho dovuto scrivere altri tre capitoli e non ho potuto farli battere a macchina perché dovevo modificare continuamente l’inizio perché si armonizzasse con il centro e con la fine.
Sono rimasta senza parole quando, dopo il ritorno di Lorna, sei venuto da me e mi hai detto ‘La cosa più carina che potresti fare per Lorna è darle un po’ di pagine del tuo libro da battere a macchina, è così terribilmente preoccupata in proposito’. Ti ho guardato incredula. L’idea di utilizzare il mio libro come medicina per quella pazza odiosa ancora mi fa fremere dalla rabbia e credo che chiunque altro lo prenderebbe come un segno del fatto che hai perso completamente il senso della decenza. A quel punto tu mi hai detto, sdegnato ‘Ma dopo tutti questi mesi devi pur far vedere qualche pagina [agli editori]’ e mi fissavi e parlavi come se fossi io ad aver avuto un esaurimento nervoso, come se fossi una donna finita, cosa che anche Lorna ha fatto di tutto per insinuare mese dopo mese. Tu e Lorna avete trasformato questa casa in un pandemonio nel quale nessuno scrittore vivente avrebbe mai potuto proseguire il proprio lavoro…
Non so davvero cosa fare. Ti sono devota, lo sai. Ibstone House è gestita interamente nella maniera che più ti si confà e questo implica per me un grande impegno. Viviamo la vita che tu vuoi vivere, e non mi sono mai risparmiata alcun sacrificio se questo poteva renderti felice. Forse non ho fatto abbastanza per te, ma ho fatto tutto quello che potevo. Niente di tutto questo sembra più avere valore. Nella tua lettera non mostri la minima consapevolezza dei tuoi difetti, quelli che possono rendere difficile la vita con te, né un qualsiasi segno di gratitudine nei miei confronti. Quello che invece è evidente è che chiunque metta piede in casa nostra viene considerato a me superiore, nonché capace di dare giudizi sulla mia persona, e se il giudizio è avverso ci si aspetta persino che io lo accetti.”

Nella nota agli editori allegata alla versione finale del primo volume della saga, pubblicato nel 1956, West aveva affermato fiduciosa di essere alle battute finali anche dei due romanzi successivi e di aver messo mano alla redazione di un quarto e ultimo, che sperava di ultimare entro la fine dell’anno. Di fatto, il lavoro di revisione l’avrebbe impegnata per molti anni senza che i “capitoli” successivi al primo vedessero la luce, se non dopo la sua morte. Fu allora che una parte del dattiloscritto, privato delle pagine già pubblicate e risalente con buona probabilità alla fine degli anni ‘50, andò a costituire il secondo romanzo del ciclo, This Real Night, pubblicato postumo, per l’appunto, nel 1984. Le pagine rimanenti, integrate per volere degli eredi di West dagli appunti ritrovati da Diana Stainforth, ultima segretaria della scrittrice, vennero invece pubblicate l’anno successivo con il titolo di Cousin Rosamund. Il quarto volume, invece, non vide mai la luce, nemmeno in forma di abbozzo.

Al pubblico italiano, Fazi offre ora in traduzione il secondo volume della trilogia, consentendoci di accompagnare un altro po’ Rebecca West nel viaggio di una vita in compagnia della famiglia Aubrey. Che non riuscisse a congedare in forma definitiva Rose e Mary, Richard Quin e Rosamund, ce li rende ancora più amati.

Buona lettura. In attesa del terzo volume, naturalmente.

 

Francesca Frigerio