La giornata di un giovane borghese

08-03-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo l’articolo di Sergio Pent apparso il  7 marzo, su l’Unità.

 

Spesso un solo libro vale una vita, e nel caso di Williams è proprio così, salvo sorprese che ancora non conosciamo. La riproposta del suo breve testo d’esordio, Nulla, solo la notte, scritto a vent’anni e pubblicato a 26, nel 1948, ha quindi un valore anche documentale, oltre che artistico. Tipico romanzo giovanile di formazione, il testo vive grazie alla volontà dell’autore di farne un modello di confronto sulla scia di letture importanti e ancora fresche – l’ombra di Proust campeggia su tutte le altre – ma con la necessità di raccontare un’America nuova, smarrita nei dolori della guerra mondiale.

La visione del proprio tempo risulta tuttavia circoscritta, spesso parziale, perché Williams vuole imprimere il senso dell’apologo perfetto alla sua storia veloce ed emblematica. L’entusiasmo prevale, così come una certa enfasi stilistica non ancora filtrata dalle lezioni dei Grandi – eppure Hemingway era già attivo da tempo – e gravita nell’ombra dei classici europei, con qualche eco, volendo, di Thomas Wolfe e Sinclair Lewis.
La giornata del giovane borghese Arthur Maxley diventa quindi il metro di misura di una disappartenenza: al crocevia del futuro, Arthur non sa come spendere la sua vita – negli stessi anni si votava a un disincantato martirio L ‘uomo in bilico di Saul Bellow – e il racconto della sua odissea di poche ore diventa quindi il percorso verso vari tipi di addio, ma senza apparente riscatto.
L’addio al padre, ricco uomo d’affari che lo mantiene ma è sempre in giro per il mondo, l’addio all’amico omosessuale Stafford, vacuo e inutile; l’addio all’illusione di un incontro sentimentale perfetto, con la squinternata Claire, che riempie di botte per sfogare tutte le sue inconsapevoli rabbie. L’addio, soprattutto, a una figura materna scomparsa, che nei sogni vagheggianti e nei risvegli dolorosi ritorna puntuale, con il suo bacio della buonanotte di chiara derivazione proustiana.
In una Los Angeles più suggerita che esplorata, Arthur è egli stesso un uomo in bilico, ma tra due secoli, anche letterari: un Ottocento di memorie faticose e sentimenti dettagliati, e il veloce Novecento in cui non c’è tempo per i convenevoli e i preamboli, ma si corre per raccontare il futuro. Nulla, solo la notte si colloca perfettamente in questa zona d’ombra d’attesa, lasciando intatta la sensazione che si tratti di un esordio coraggioso, ma di stampo più europeo che americano.

 Sergio Pent