La guerra e la sopravvivenza nelle saghe di E.J. Howard e Carmen Korn

17-03-2019  •   Il blog di Stoner
A A A
Korn Howard

Aspettando l’uscita di È tempo di ricominciare, il seguito dell’appassionante trilogia di Figlie di una nuova era, Alessia Ragno ha fatto un’analisi dei parallelismi e delle differenze tra l’approccio alla guerra nella saga dei Cazalet e in quella di Carmen Korn.

 

Nel Settembre 1939 la Germania nazista di Hitler invade la Polonia e la Seconda Guerra Mondiale diventa una realtà. I Cazalet di Elizabeth Jane Howard sono a Home Place, la casa di famiglia, e seduti attorno alla radio apprendono le news dal fronte. Hanno già avuto sentore della pericolosità della Germania nazista ne “Gli anni della leggerezza”, ma hanno sperato fino all’ultimo che ci sarebbe stata una soluzione diplomatica alla crisi internazionale, non realizzano ancora il potere distruttivo del nazismo. La vita della famiglia Cazalet prosegue, il gelo iniziale viene stemperato dalla quotidianità, ma la guerra rimane nei pensieri di tutti. Ne “Il tempo dell’attesa”, il secondo volume della saga, Sid, la musicista che amerà Rachel Cazalet, ricambiata, per tutta la vita, non nasconde la sua preoccupazione: cosa farà lei, musicista, una volta scoppiata la guerra? Le organizzazioni belliche femminili britanniche sono l’opzione più concreta, ma il pensiero di allontanarsi da Rachel per un tempo indefinito la atterrisce. I bambini di casa, nel frattempo, ragionano su eventi più grandi di loro senza comprenderli fino in fondo. Si chiedono il destino degli evacuati, i minori che furono allontanati da Londra in vista della guerra, e cercano di carpire dai grandi, riuniti ad ascoltare il discorso di Chamberlain alla radio, cosa ne sarà del futuro, della vita a Londra, della loro educazione. Rupert, il minore dei fratelli Cazalet, pensa di arruolarsi come fosse suo esplicito dovere; in fondo i fratelli Hugh e Edward sono reduci da un’altra guerra, la Prima, ne portano ancora i segni sul fisico e adesso tocca a lui. In questo contesto storico Elizabeth Jane Howard costruisce, con la maestria letteraria che le appartiene, un ricamo preciso della vita quotidiana del tempo. Come si va avanti consapevoli che la guerra è alle porte? Si costruisce passo per passo una quotidianità di facciata, ma essenziale e, al contempo, struggente, fatta di pranzi e cene in famiglia strategicamente organizzati in base al futuro delle provviste, marmellate preparate dalle donne di casa, la raccolta della frutta del giardino con l’aiuto dei bambini. Eppure i primi segnali che la normalità sta cambiando si inseriscono silenti in questa routine. Il Generale, infatti, fa distribuire le istruzioni, dattiloscritte malamente da Villy, in caso di attacco aereo e le finestre la sera vengono sempre attentamente oscurate. Quest’ultimo rito durerà fino alla fine, all’ultimo secondo di una guerra maledetta e sanguinosa. Eppure resiste l’umana speranza che tutto si risolva con un intervento perentorio degli americani, come predice Hugh, e l’innocente convinzione di Villy: «Comunque non ci saranno attacchi aerei di notte. Non riuscirebbero a veder l’obiettivo».

La guerra in Germania: “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn

Nella Germania nazista, ad Amburgo, l’altro fronte della guerra: la paura è la stessa, ma le premesse sono diverse. Carmen Korn costruisce un quadro storico preciso che, dal 1919, arriva fino all’inizio del Secondo conflitto mondiale. Se con E.J. Howard siamo nell’Europa degli alleati, con Carmen Korn e “Figlie di una nuova era” affrontiamo le paure di chi la guerra l’ha scatenata, quel popolo tedesco che ha portato il nazismo al potere, ma che ha al suo interno una schiera di dissidenti e oppositori politici. Si sviluppa, allora, un parallelismo preciso fra le vicende dei Cazalet e quelle delle protagoniste di Carmen Korn, due facce di una stessa medaglia: l’orrore della guerra e il tentativo disperato di mantenere il quotidiano e la propria dignità.

Poco prima dell’inizio della guerra le leggi razziali in Germania sono già una realtà, Kurt Landmann, medico nella clinica in cui lavorano Henny e Käthe, perde la sua abilitazione perché ebreo e la paura di tutti si fa più concreta: la prospettiva di un nuovo conflitto nonostante la tremenda lezione della Grande Guerra non sembra così remota. La “Notte dei cristalli” (tra il 9 e il 10 Novembre 1938) scuote ancora di più gli animi dei personaggi e si trova rifugio in un pensiero vigliacco e umano:

[…] la “spontanea rabbia popolare” invocata da Joseph Goebbels per adesso sembrava rivolta solo agli ebrei.

Così Ling e Tian, origini cinesi ma da una vita in Germania, cercano di consolarsi al pensiero del vento di guerra che imperversa. Come nei Cazalet, anche Carmen Korn traccia tenui spunti di speranza e quotidianità difesi con tutti i mezzi possibili. Il lettore quasi ci crede, si aggrappa alla speranza vigliacca e brutale che l’odio resti circoscritto, anche se è consapevole che l’Olocausto non sarà evitato. L’inquietudine generale è palpabile e il suicidio di Landmann suona come una dolorosa liberazione. La Germania, il male assoluto in questo conflitto, si scopre più complessa di quello che immagina il pensiero comune, e brillano nel nero pece del racconto della guerra questi piccoli elementi di resistenza.

Tecniche di scrittura nel racconto della guerra

Arriviamo, nel frattempo, alla primavera del 1940: la Germania si espande verso Danimarca e Norvegia, e Clary Cazalet, allora quindicenne, si interroga con ingenuità sulla sorte degli ebrei, «Come mai la gente ce l’aveva con loro?». All’Olocausto E.J. Howard dedica pochissimi ma significativi cenni, e solo quando la guerra sta quasi per finire; è come se stesse proteggendo i suoi personaggi dalla verità e attribuisce a Clary le speranze di una soluzione rapida.

Davvero. Se Hitler avesse voluto venire qui, l’avrebbe già fatto. Succederà tutto in Francia, sempre che qualcosa debba succedere.

Ancora una volta il tema dell’incredulità, quella sospensione della realtà e del giudizio in cui anche il lettore, ben conscio del futuro che sarà, si tuffa, sperando in una storia diversa, ma il ruolo dell’Inghilterra nel conflitto si fa sempre più attivo e imponente. Clary vive il distacco traumatico dal padre Rupert, che si arruola e poi fa perdere le sue notizie, e si impegna a scrivere un diario dettagliato delle sue giornate da leggergli, poi, al suo ritorno. Si tratta di un espediente infantile per mantenere, almeno idealmente, il contatto col genitore, un’ancora di salvezza dalla paura della perdita. Quello del diario, però, è anche un espediente letterario eccezionale di E.J. Howard, che così racconta la storia attraverso gli occhi di una ragazzina. Intanto l’Inghilterra bombarda Colonia e in “Figlie di una nuova era” muore la madre di Louise. La morte, in generale, si fa più concreta e i rifugi antiaerei sono affollati, perché la guerra non risparmia nessuno: tedeschi o alleati, i bombardamenti decimano la popolazione e riducono le città ad un cumulo di macerie fumanti.

Il cielo aveva un colore blu vellutato, ma osservarlo non dava più serenità.

scrive Carmen Korn. Tutto il male della guerra in una sola frase: il cielo perde d’improvviso il suo valore poetico, il bello sbiadisce e l’eco delle sirene di allarme avanza. La letteratura, in questo caso, tramanda la guerra per ricordare a noi, generazione fortunata, cosa vuol dire vivere col terrore, eppure andare avanti. E se il lavoro della Korn è una ricostruzione storica, non si può fare a meno di pensare che quello che E.J. Howard scrive sia anche autobiografico. La scrittrice inglese mette nella sua Clary, in Polly e negli altri personaggi del clan Cazalet paure, ricordi e l’eco di questa guerra che lei stessa, da giovane donna, ha vissuto. La Howard si “prende cura” in particolare modo della crescita delle sue “Piccole Donne” (gli echi Alcottiani di ciò sono evidenti), e, pur proteggendole, dona loro vita e ricordi, i propri.

Il 1940 è un anno cruciale: la Germania vuole a tutti i costi concludere l’Operazione Leone Marino, ovvero l’invasione dell’isola Britannica, e mille aerei al giorno vagano nei cieli inglesi. Sono bombardieri neri e minacciosi, che però non raggiungeranno mai l’obiettivo. La missione viene rimandata a data da destinarsi, la Gran Bretagna tira un sospiro di sollievo. Sid guida le ambulanze a Londra, la sua amata Rachel si prende cura dei feriti di guerra a Mill farm; Louise Cazalet, figlia di Edward, continua la sua formazione di giovane donna e si innamora di Michael, un militare. È significativo come si innestino, su più livelli, il diario personale di Clary, quel romanzo di formazione che è la crescita delle giovani Cazalet, ma anche il romanzo familiare più puro che ritrae Edward e le sue scappatelle, il dolore di Hugh per la malattia di Sybil, l’assenza di Rupert e l’amore sospeso di Sid e Rachel. Anche in “Figlie di una nuova era” nasce una relazione omosessuale tra Lina e Louise: stessa complessità, ma le differenze sono sostanziali. Rachel si nasconde per tutta la vita, la priorità sarà sempre la sua famiglia, mentre Lina e Louise vivono il loro amore, seppur nascoste agli occhi della Gestapo. Non c’è un rimprovero implicito, però, alle scelte di Rachel, non c’è spazio per i giudizi affrettati in questi romanzi, ma solo il dolore sordo e continuo, suo e di Sid, e tutta la paura dei pregiudizi nell’Europa degli anni ’40.

Il tema dell’assenza: la guerra che allontana

Il tema dell’assenza collegata alla guerra è presente nei Cazalet, ma anche in “Figlie di una nuova era”, e si sviluppa, in tutto il suo dolore, nelle vicende di Käthe e Rudi, che più volte vivono i campi di concentramento per il loro ruolo di oppositori politici del regime nazista. Rudi vive anche un ritorno a casa prima della seconda prigionia, l’abbraccio con la moglie Käthe e uno straziante rito di pulizia prima del ritorno alla quotidianità. La felicità di essere sopravvissuto, da un lato, e dall’altro il desiderio di spazzare via i residui del campo di lavoro dal corpo e dalle unghie, sulle quali si accanisce con una spazzola di saggina.

Il terriccio del lager sembrava non voler andare più via.

Il distacco di Rupert, invece, nei Cazalet è più subdolo: quasi un allontanamento volontario vissuto dalla famiglia come un lutto condiviso e mai dichiarato. Clary porta sempre avanti il suo diario/racconto per il padre, mentre Zoë affronta l’assenza occupando la mente col lavoro, prendendosi cura della figlia, e vivendo poi una relazione tormentata con un fotoreporter americano. Al suo ritorno, Rupert, fino ad allora il meno problematico degli uomini Cazalet, svela la sua debolezza, ma tutto ritornerà faticosamente come prima, soprattutto perché sono le donne di E.J. Howard a deciderlo.

Guerra e resistenza femminista

Con un salto temporale si arriva al 1943, la guerra è un sottofondo nelle vite raccontate dai due romanzi, e non perché perda di intensità o potere distruttivo, ma perché continua ininterrottamente e diventa una pericolosa e devastante routine. Lo spirito di adattamento dell’essere umano è incredibile, la voglia di andare avanti nonostante la morte è insopprimibile.

Louise Cazalet ha un figlio da Michael, l’uomo sbagliato al momento sbagliato, e la verità è che questi suoi errori sono frutto di ciò che la società si aspetta dalle donne: partorire, accudire i figli, fare le mogli, anche durante la guerra. Lei, bella e con velleità artistiche, prova ad adeguarsi, ma tutto va a rotoli: suo marito parte per le missioni militari e lei aspetta in casa con Zee, la suocera, e un enorme senso di inadeguatezza. Henny e Käthe di Carmen Korn, invece, più adulte per ragioni anagrafiche, portano avanti il loro lavoro di ostetriche in una Amburgo fantasma, devastata dai bombardamenti.

Henny iniziava i suoi turni in clinica a orari sempre più antelucani, e si affrettava per strada ansiosa di raggiungere un luogo sicuro.

In questa frase c’è la paura, la nostalgia per la vita precedente e, nonostante tutto, la voglia di andare avanti per quell’istinto di sopravvivenza e la dignità già citate prima. In più un elemento tremendamente moderno: sono donne che lavorano, che coltivano la propria professione nonostante le avversità e in barba ai dettami nazisti che volevano “concepimento e parto come fine supremo” della vita di una donna. Quella di Henny e Käthe è una lotta sottile e sfibrante, ma è anche l’unica resistenza che gli rimane.

Non si pensi, però, che questa resistenza femminista non trovi spazio nella saga dei Cazalet, perché emerge all’improvviso in tutta la sua potenza. Siamo in “Confusione”, il terzo volume della saga; a cavallo tra Maggio e Giugno del 1944 Archie Lestrange, amico di famiglia dei Cazalet, dialoga con Clary:

La guerra è un evento livellante, sai. Quando è stata messa in gioco la vita di tutti, è difficile che la gente si rassegni facilmente a tornare al vecchio sistema delle classi sociali, in cui la vita di alcuni conta più della vita di altri.

Clary, allora quasi ventenne, gli chiede se una volta finita la guerra, in virtù di questa sua previsione, le donne saranno prese più sul serio. Il passo è breve: Clary si dichiara femminista, perché femminismo è credere in un mondo più giusto e

volere più giustizia per le donne fa parte di volere più giustizia per tutti.

Non è un caso che a fare questi discorsi sia Clary, il personaggio più moderno della produzione di E.J. Howard, ma anche quello più antico, così radicalmente legata alla memoria della Jo March di Louisa May Alcott. E non è un caso, nemmeno, che poi Clary si riveli fragile in amore, quando la guerra è finita e sono tutti impegnati a ricostruirsi una vita. È un realismo necessario: niente eroine, ma donne vere ritratte in tempi complicati.

I dettagli fanno la differenza

Nel loro personale modo di raccontare la Seconda Guerra Mondiale, sfondo storico dei romanzi presi in analisi, sia E.J. Howard che Carmen Korn si prendono cura dei dettagli più sottili, perché la guerra non è solo bombardamenti e azioni militari. C’è un quotidiano nascosto fra le righe fatto di edifici bruciati e crollati attorno ai quali la vita continua con i mezzi che ha a disposizione, una sopravvivenza in case che diventano rifugi, letti nei soggiorni, divani che si trasformano in letti di fortuna, lenzuola rammendate, cibo in scatola e razionamenti. Commuove il festeggiamento del compleanno di Lina con una vecchia scatola di ananas sciroppato, vino alla frutta e vino bianco; intorno le macerie e la neve che si posa come fosse zucchero a velo. Questi dettagli sono lo specchio della paura, della rassegnazione, dello spirito di adattamento e della speranza, è anche con questi particolari che si costruisce il racconto di un’epoca.

Quando la guerra è quasi finita, nell’Aprile del 1945, i campi di concentramento non sono più un sospetto, ma una realtà documentata dai soldati che liberano i prigionieri. Jack, l’amante di Zoë, si suiciderà dopo aver visto Belsen:

Non potevo continuare a vivere dopo aver visto quello che ho visto nelle ultime due settimane: non voglio sopravvivere a quello che è stato, letteralmente, un olocausto

lascia scritto in una lettera fatta pervenire ad Archie. È questa l’unica menzione alla follia nazista, ma è sufficiente.

La guerra è finita per l’Inghilterra, il 30 aprile 1945 muore Hitler, Rupert Cazalet torna dal suo esilio volontario a Guernsey, mentre il Gauleiter Karl Kaufmann e il generale di brigata Alwin Wolz firmano la capitolazione di Amburgo, città allo stremo. È ormai il 3 maggio del 1945, nessuno sarebbe più partito per il fronte. Le visioni della guerra turberanno Henny per i successivi 3 anni, quelli coperti dal primo volume della saga; il processo di denazificazione è rapido e lento allo stesso tempo, c’è la fretta di spazzare via quello che è stato, ma non è così semplice. Käthe, intanto, è ancora dispersa dopo le liberazioni dei campi di concentramento. In “Allontanarsi”, invece, il mondo squisitamente british di E.J. Howard si avvia placido verso un futuro fatto di amori, fraintendimenti, divorzi, mancanze e ricongiungimenti. Anche per i Cazalet la guerra è un trauma che faranno scivolare sempre più lontano per far posto alla vita.

In conclusione

Quelli analizzati (“Il tempo dell’attesa”, “Confusione” e “Allontanarsi” di Elizabeth Jane Howard e “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn) non sono romanzi sulla guerra, né esplicitamente romanzi storici, eppure le due autrici sono state capaci di far emergere anche la storia in un racconto “privato” al femminile. Sono romanzi su donne dal grande spessore morale e psicologico, e sulle loro conquiste e sconfitte. Sullo sfondo un conflitto mondiale simbolo imperituro degli errori dell’umanità e dei danni della deriva populista e nazionalista. Un monito per il futuro, uno strumento per non dimenticare mai quello che la storia ci può insegnare.

 

Alessia Ragno