«La montagna vista dal mare» di Franco Faggiani

08-08-2018  •   Il blog di Stoner
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montagna

Abbateggio ha meno di 500 abitanti, appallottolato come un gatto sonnacchioso su un fianco morbido della Majella, in Abruzzo. A luglio, da 21 anni a questa parte, si anima per un premio letterario a tema naturalistico, e tutti partecipano con genuino entusiasmo. I libri arrivano alla giuria così, perché qualcuno del posto li ha incontrati – spesso per caso – li ha letti e segnalati, senza influenze di sponsor, case editrici, librai o altri. Loro, i giurati, nemmeno sanno dove stanno di casa Fazi, Corbaccio o Neri Pozza, per dire. Se i libri piacciono, entrano nella lista dei papabili. Poi la “commissione” screma fino ad arrivare al podio. E non c’è niente di meglio, per un autore e un editore, di una scelta così naturale.

Quest’anno nella sezione narrativa abbiamo vinto noi, con La manutenzione dei sensi. Per questo sono andato ad Abbateggio. E molto volentieri. Per ritirare il premio, certo, ma pure perché mi piace andare a parlare dei libri in posti fuori mano, dove la passione per la lettura è davvero palpabile, dove sentire raccontare la nascita di un romanzo diventa avvenimento, alimenta speranze, e può far crescere, tra autore e lettore, perfino amicizia.

Ci sono andato anche perché mio padre, che non c’è più da tempo, era nato da quelle parti. Da casa sua si vedeva la Majella, un corpo esteso, selvaggio ma accessibile. Probabilmente dev’essere stata la prima montagna che ho visto in vita mia, perché andavo in quella casa che ero molto piccolo e dormivo in una stanza che dava proprio sui versanti orientali della Montagna Madre, come la chiamano ancora i vecchi pastori transumanti. La transumanza mi ha sempre affascinato. Vita da veri pionieri; nomadi, viaggiatori d’altri tempi. Delle poesie scolastiche – Carducci, Leopardi, De Amicis… – non ricordo quasi niente. Ma “Pastori d’Abruzzo”, di Gabriele D’Annunzio, ve la potrei recitare tutta a memoria; anche adesso, su due piedi. “… lasciano gli stazzi e vanno verso il mare, vanno verso l’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti”.

Il D’Annunzio, per dirvi come la penso, mi è sempre sembrato un po’ squinternato; ma io non sono da meno. Così, preso da una specie di raptus, un mattino presto, durante i giorni del Premio e senza dir niente a nessuno, sono partito da Abbateggio per seguire le tracce dei pastori transumanti, “per il tratturo antico al piano”.

Una sessantina di chilometri, tutti filati. A piedi.

(Squinternato sì, incosciente no. Ho praticato in un passato non remoto l’endurance trail, in sostanza la corsa in montagna, infinite galoppate tra creste e valloni. Così un paio di scarpe da trail e uno zainetto li metto sempre in valigia, non si sa mai…).

Ad Abbateggio sono salito sul pullman per Caramanico Terme, una dozzina di chilometri più su, per evitare tratti d’asfalto e, da questo antico borgo termale (chissà se D’Annunzio ci andava a fare i “bagni” con qualche sua amante locale) ho preso per sentieri, passando per boschi, praterie e stazzi “vestigia degli antichi padri”, fino a costeggiare la vetta del Monte Amaro e infilarmi nella spettacolare Valle dell’Ofento, per poi continuare per valloni e costole rocciose, tra cascate, grotte e piccoli rifugi d’emergenza, scendendo in seguito a Pennadimonte, arroccato a 700 metri e da dove si vede il mare. Non a caso “Penna” è chiamato il balcone d’Abruzzo. Per arrivarci, a quel mare verde, mancano una quarantina di chilometri. Otto ore di buon cammino, senza un gregge al seguito. Da Penna tutto si fa più ordinato e facile: Il terreno si addolcisce, l’orizzonte si amplia, le strade di campagna sono più nitide. Poi tra i casolari si trova sempre qualcuno disponibile a indicare una scorciatoia sicura, una trattoria dove poter mangiare, luoghi nascosti dove i tratturi sono ancora evidenti. Collinette ben coltivate si susseguono come onde immobilizzate verso il mare. È un continuo su e giù ma la gamba e lo spirito tengono bene. Riesco ad evitare qualche micro zona artigianale di fondovalle. Ormai non seguo più una traccia ma una linea. Bisogna andare laggiù, dove la luce è più forte. Avanti, dritti. Fino a San Vito Chietino, dove mio padre mi portava al mare. Arrivo che il sole è scivolato dietro il versante ovest della Majella. Sulla spiaggia vado alla ricerca di un vecchio trabocco di cui avevo preso nota e posizione molti anni prima. Fortunatamente questa struttura di legno protratta oltre la risacca, adibita alla pesca con le reti ‘a bilancia’ e appoggiata su palafitte che sembrano precarie ma resistono orgogliosamente alle mareggiate, non è stata data in pasto al turismo locale, per farne un ristorante tipico.

È della stessa famiglia da un paio di secoli, mio padre ne conosceva alcuni componenti. Percorro con discrezione la passerella sospesa fino all’ingresso. Saluto sommessamente, mi presento alle due matrone che stanno intorno alla tavola e al vecchio uomo seduto a guardare le onde e ad aspettare la luna. Faccio il mio cognome. A loro, miracolosamente, ricorda qualcosa o qualcuno.

“Da dove te ne vieni?”, mi chiede l’uomo.

“Da Abbateggio, di là della montagna”. Pensavo di fare effetto ma lui non si scompone minimamente.

“Noi abbiamo mangiato. Tu?”.

“No, ma…”

Neanche a finire che la padella con la zuppetta di piccoli pesci plana sul tavolo.

“È gratis, per chi si ricorda di noi”, dice una delle donne.

Mangio fuori, da solo. Ascoltando il mare, (“Isciacquio, calpestio, dolci rumori”, aveva scritto il Vate a conclusione della sua poesia), ma tenendo d’occhio anche il profilo scuro e rassicurante della Grande Madre, temendone la sparizione. La montagna vista dal mare.

Poi mi addormento sulla piattaforma di assi ormai porose, odorose di sale. La mattina seguente, all’alba, prendo un pullman lungo costa per Pescara e ne agguanto al volo un altro per Abbateggio. Alla sera ritiro il premio Majella.

“È mai stato qui, prima?” mi chiede il presidente della Giuria. “Vuole che domani qualcuno la accompagni a fare un giro?”.

 

Franco Faggiani, autore di La manutenzione dei sensi