«Margaret, la geniale» di Nadia Terranova

03-10-2019  •   Il blog di Stoner - News
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In occasione della pubblicazione di Company Parade di Margaret Storm Jameson, pubblichiamo l’introduzione al romanzo di Nadia Terranova.

 

C’è un dettaglio che colpisce nella biografia di Margaret Storm Jameson, e non risiede né nella quantità né nella qualità dei primati che ha sfidato e raggiunto nel corso della sua vita. No, in quel caso non si tratta di dettagli, perché ricorrono con frequenza tale da formare un’intera personalità; non può essere un caso che la stessa persona sia la prima donna a laurearsi in inglese all’università di Leeds, la prima donna a ricevere una borsa di studio per una tesi post-laurea sempre a Leeds, e la prima donna a presiedere l’English PEN, che contribuì a costituire relazionandosi in modo critico con la società letteraria dell’epoca. Mettere insieme tutti quei primati non è un dettaglio, piuttosto dà la misura di una figura straordinaria nel senso letterale, di qualcuno che strabordando dal confine di ciò che è ordinario oltrepassa limiti fino a quel momento ritenuti invalicabili, e conquistando uno stendardo nuovo sfonda muri, pianta avamposti. La biografia di Margaret testimonia che ci sono creature la cui eccezionalità è un destino e si concretizza nel compiere gesti che apriranno la strada ad altri, nella fattispecie ad altre, perché sono soprattutto le donne a dover fare un passo diverso da quello che la società ha previsto per loro. A volte, per distruggere i confini, servono pazienza e inganni: Margaret firmò i primi libri con due pseudonimi maschili, James Hill e William Lamb. Non era facile perdonare a una ragazza di scrivere e pubblicare libri, e ancor meno facile perdonarle di essere un genio; Margaret non chiese perdono a nessuno e, appena poté, cominciò a firmarsi con il suo cognome senza mai adottare quello del marito.

Margaret, la geniale, era nata nel 1891 nello Yorkshire, a Whitby, una cittadina di pescatori con un porto e mille scogliere, luogo di insediamenti sorti su terre popolate fin dall’origine del mondo. A Whitby sono stati ritrovati scheletri integri di pterodattili, e sempre a Whitby Bram Stoker ambientò intere parti di Dracula, che fu pubblicato nel 1897, quando Margaret aveva sei anni. Stoker trovò il nome “Dracula” proprio nella biblioteca della città e si ispirò, per la sua storia, a un fatto realmente accaduto, al naufragio di una nave che si era infranta in quel mare, su quelle rocce. Ci sono sempre storie di naufragi e di fantasmi in posti gotici e tempestosi come Whitby, e ci sono scrittori pronti a raccoglierle e scrittori che, trasmigrando verso un’altra letteratura, la arricchiscono delle ombre che si portano nel corredo genetico. Così, per assonanze, ci stiamo avvicinando al dettaglio immaginifico che per casualità dispiega una biografia, ovvero al fatto che Margaret fosse figlia di costruttori navali. Come gli oggetti creati e forgiati dai suoi genitori, la ragazza di Whitby da un lato era completamente organica al posto in cui era nata e dall’altro avrebbe potuto salpare e attraccare ovunque. E così accadde.

Quando nel 1934 uscì Company Parade, Margaret aveva già vissuto molte vite, raggiunto e superato molti primati. Era sia un’attivista che una letterata in un’epoca durante la quale, per una donna, sarebbe stato problematico essere una sola delle due cose; eppure lei, la geniale e l’intraprendente, forte come le rocce di Whitby e ubiqua come gli spettri delle scogliere, non si curò di scegliere e fu tutto quello che voleva essere, ricoprì tutti i ruoli che poteva ricoprire cominciando da quelli che avrebbero dovuto esserle negati. Fu antinazista e pacifista negli anni in cui bisognava ed era scomodo esserlo e a guerra finita, nel 1952, scrisse l’introduzione all’edizione inglese del Diario di Anna Frank.

È in mezzo a una simile esistenza, in mezzo a due matrimoni e molte amicizie, in mezzo a cento mestieri, in mezzo alla letteratura, in mezzo a narrazioni distopiche (produceva anche quelle) e a racconti realistici, che arriva questo romanzo. Company Parade è la perfetta rappresentazione corale della scena culturale londinese del 1918, uno spaccato di vite che si intrecciano e si urtano dentro i mondi dell’editoria e della pubblicità. Ci sono amicizie, amori, tradimenti, lontananze, dolori; c’è la ricerca di un’identità tra realizzazione personale e nostalgia. Hervey Russell, la ragazza che sbarca nella metropoli lasciando in un’altra città il marito che non ama più ma dal quale non riesce fino in fondo a staccarsi e il figlio che ama moltissimo ma il cui accudimento sarebbe incompatibile con la professione, è uno dei personaggi più contemporanei che il Novecento proietta su di noi. È una giovane donna fragile e forte che conosce i sentimenti nelle loro inclinazioni più umbratili; è segretamente in viaggio, scissa fra l’origine e la meta, proprio come una nave di Whitby. “Ho lasciato il posto dove la mia gente abita da secoli per venire qui. Sono stata una pazza”, pensa mentre consuma una delle sue cene solitarie nella metropoli, e intanto fissa un soldato intrepido e smarrito, innocente e impacciato – come lei. La guerriera Hervey tradisce molto della geniale Margaret ma soprattutto: quanto, quanto racconta di noi, delle donne di un secolo dopo previste in anticipo con la sublime esattezza di una trama appassionante, alla cui lettura ci si può solo arrendere. Così come questo libro racconta delle donne e degli uomini che scrivono, in tutte le epoche, del rapporto fra committenza e creatività, del confine tra seduzione e ammiccamento, tra arte e pubblicità. Hervey è una copy, il suo capo le dà ordini pieni di sfiducia e la invita a ingannare il prossimo con le parole; lei esegue e poi, di notte, torna nella stanza per cui paga la pigione, tira fuori il manoscritto del suo romanzo e sfida la stanchezza prima di andare a dormire. Con un incipit che descrive una donna del genere, si può non amare questo romanzo meraviglioso?

Lasciatevene incantare, lasciatevi assorbire dalla verosimiglianza dei dialoghi, dal rumore dei pensieri, da quello che i personaggi si dicono e soprattutto da quello che non si dicono. Quando sarà finito tornerete alle prime righe della prefazione, in cui l’autrice dice che Company Parade è il primo romanzo di un ciclo, chiamato Lo specchio nel buio. Sarete tanto affamati della sua scrittura, delle sue storie, che quella di leggere altro di suo non vi sembrerà più una semplice dichiarazione, ma una luminosa e immancabile promessa.

 

Nadia Terranova