Metodologia (estratto di «A passeggio con John Keats» di Julio Cortázar)

19-08-2014  •   Il blog di Stoner
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In occasione del centenario della nascita di Julio Cortázar pubblichiamo, in anteprima per il nostro blog, un estratto da A passeggio con John Keats, fino ad oggi inedito in Italia: un’opera fondamentale su Keats ma anche un libro-rivelazione su Cortázar. Il volume sarà disponibile in libreria dal 28 agosto.

 

Nel loro ricordo, i poeti ostentano una conoscenza reciproca che non ebbero in vita. L’idea dantesca è l’inferno come descrizione della memoria di Dio. All’umanesimo piacquero, poi, i “viaggi al parnaso”, le “repubbliche” e i “sogni” in cui, come aveva dimostrato quel gran bizzarro di Luciano, si potevano far dialogare tante solitudini.
Mi diverte semplicemente l’idea di andarmene a passeggio per la memoria sottobraccio a John Keats, e favorire ogni tipo di incontri, presentazioni e appuntamenti.
Perché il termine appuntamento non è da sottovalutare, come si vede.
Prendo sottobraccio Keats, atteggiamento più naturale per conoscerlo rispetto all’altro, così frequente, in base al quale issano il poveretto su una nuvola, mentre il critico riunisce sedie e tavoli per edificare una piattaforma di cui non c’era il benché minimo bisogno. Non sono un gran lettore di Maurois, ma mi è sempre piaciuto il suo approccio a Shelley quando parla di Ariel: secco, chiaro, cordiale, mai sdolcinato. Non c’è un libro così su Keats, forse perché, come Baudelaire
(ma qualsiasi accostamento di nomi non si deve intendere a mo’ di collegamento estetico; se parlando della Contessa di Noailles mi ricordo da qualche parte di Damon Runyon, non bisogna perdere il sonno cercando delle corri­spondenze),
la sua presenza è più letteraria (poesie e lettere) che personale, finché il contatto con questa letteratura restituisce l’uomo nella sua totalità, in quanto la totalità di un poeta è sottomettersi alla sua poesia, ridurlo tutto a essa, esserla (Dio mio, salvami dalla metafisica).

Il disordine non cercato ma neppure aborrito che ci sarà in questo libro deriva, da un lato, dal fatto che un materiale variegatissimo attende il suo turno, il ricordo o la casualità per infiltrarsi, e, dall’altro, dal fatto che mi diverte di più scrivere quando ho voglia di farlo
e questo può accadere mentre sto mangiando un’arancia, ascoltando una suite di Bach o facendo una gita a Berisso. Poi mi succede che l’handling dei materiali da usare
schedari (ricordo della Universidad Nacional de Cuyo, dove tenni un corso su Keats e Shelley, così felici entrambi sotto quel cielo brillante, quei pioppi italiani, quelle nuvole per le odi)
quaderni (che confusione! azzurri, verdi, rotti, sporchi, spiegazzati)
fogli sciolti libri libri libri. E io, petulante e desideroso di dire che questo è così e che tizio non ha ragione quando sostiene che Leigh Hunt – ma ci arriveremo! Che fretta c’è alla fin fine?
E loro, non tanto Keats, che è un uomo sobrio, ma tutta la coterie, e il diluvio di lettere, di fatti…
Insomma, mi succede che tra tutto questo non mi posso rassegnare a mettere ogni cosa al suo posto per poi, retorica alla mano, comporre il volume. Non si può prima passeggiare e poi godere del paesaggio o viceversa.
Cerco cose, ne ricordo altre, torno alle poesie, e inoltre vado e vengo, voglio, gioco, lavoro, spero, mi dispero, vaglio. E tutto fa parte di Keats, perché non scriverò su di lui ma camminerò al suo fianco e, finalmente, farò di ciò un diario. Un progetto istantaneo intitolato: Diario per John Keats.
Curioso: attraverso Gide scopro che a Du Bos interessava John, e vado a vedere che accade nel suo Diario. Apro l’edizione della Emecé e nella prima pagina (quel che riguarda Keats è più avanti, lo vedremo in seguito) mi imbatto in questo programma che,
a parte certi eccessi,
risponde assai bene al mio programma da passeggio. Ecco:

Idea di un gran lavoro sullo stato lirico e la sua espressione nella poesia moderna. Uno studio su Stefan George rappresenterebbe un asse portante vantaggioso. Dalla mia iniziazione ai poeti inglesi, a Oxford (1900-1901), alle poesie di D’Annunzio, di Hoffmannsthal e di George (Firenze e Berlino, 1904-1905) e, in seguito, in queste ultime primavere ed estati, a Novalis, tali problemi hanno sempre occupato, in qualche modo, un ruolo rilevante nella mia coscienza; e al contempo non riesco a metterli in relazione a nessun poeta francese, salvo Baudelaire; il Baudelaire de Il balcone, I capelli e soprattutto dell’Invito al viaggio. In nessun modo si tratterebbe di un lavoro storico, bensì di un’esplorazione di certe regioni oscure della vita spirituale.

Programma eccellente, con cui concordo, eccetto per alcuni particolari irrilevanti (Chivilcoy invece di Oxford ecc.). Ma qui, quel che mi piacerebbe esplorare, più che i lati oscuri della vita spirituale, è la situazione e il decorso dello spirito nella vita, dell’uomo dotato di spirito e immerso nella sua condizione. Una poesia nel suo farsi, il suo respiro, il suo polso, quello stimolo che separa le acque e penetra nell’allegro caos del giorno come la prua o l’uccello.