«I nani e il gigante» di Giovanni Ricciardi

18-11-2016  •   Il blog di Stoner
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carpe diem

In occasione dell’uscita in libreria di «Carpe Diem» di Orazio, vi proponiamo la prefazione del curatore del volume, Giovanni Ricciardi.  

 

Quasi tutti conoscono almeno un verso di Orazio, il grande poeta latino, uno dei più grandi di tutti i tempi: se non altro, il famosissimo e universale carpe diem.
Pochi hanno avuto invece l’opportunità di leggerlo e goderne, se non sudando sul latino dei banchi di scuola. Ed è un peccato. Raffinatissimo e intenso, antico e moderno al tempo stesso, Orazio continua – a più di duemila anni dalla morte – a far sentire la propria voce, a meditare sulla fuga del tempo, invitando gli uomini a non lasciarsi sfuggire la densità dell’istante, l’attimo da cogliere e vivere in pienezza.
Scontroso e irascibile, innamorato della saggezza e del vino, fu uomo solitario, ma credette profondamente nell’amicizia. Amò le donne con passione, ma della passione ebbe sospetto e timore. Non ebbe figli, né eredi, ma scelse di lasciare al mondo la fragilità della parola poetica: «Un monumento più eterno del bronzo, più alto delle piramidi».
Minacciato da quel “male di vivere” che chiamò funestus veternus, visse alla continua ricerca di un equilibrio interiore che non si lasciasse turbare dalle alterne vicende della vita, ma seppe anche accettare con un sorriso le debolezze proprie e altrui.
La sua poesia insegue la perfezione e l’eleganza assolute, ma spesso i suoi versi raggiungono la vetta ben più ardua della semplicità. Aspira all’eternità, ma esalta la bellezza del momento presente. Vorrebbe pronunciare la parola “speranza”, ma teme che sia un inganno. Non crede agli dèi, e se ne dispiace. E così Orazio consacra la sua voce a una dimensione intermedia, a quella terra di nessuno che sta nel mezzo, fra il cielo e la terra: nel “non più” degli dèi fuggiti, nel “non ancora” del Dio che viene.
Questo piccolo libro offre una nuova traduzione di trenta componimenti – tra i più belli – scelti tra Epodi, Odi, Epistole. Una traduzione in versi il più possibile fedele al testo oraziano, ma che ne restituisca facilmente il senso evitando inutili e pesanti arcaismi. Come tutte le traduzioni, non renderà mai appieno la bellezza dell’originale. Per questo conserva il testo latino a fronte. Ma se tradurre è – inevitabilmente – tradire, è l’unico tradimento che si possa consumare per amore.
Chi non conosce il poeta di Venosa, si potrà domandare quanto di autobiografico si trovi nelle sue liriche. Certamente Orazio sa offrirci – qua e là – un quadro della sua personale vicenda, che si condensa in alcuni eventi cruciali: la modesta nascita, nel 65 a.C., da un padre che da schiavo si era conquistato la libertà e aveva scommesso tutto sulla formazione di quest’unico figlio; il trasferimento a Roma e poi il viaggio in Grecia per completare gli studi di retorica e filosofia. Laggiù, nel 42, l’incontro con gli assassini di Cesare che reclutavano volontari per resistere alle armate di Antonio e Ottaviano. Poi venne la sconfitta sul campo di battaglia, la paura, la disillusione, la confisca dei beni, il ritorno a Roma del poeta costretto a ricominciare da zero, la fortuna di trovare un piccolo impiego come segretario di un questore; infine, le prime prove poetiche e l’apprezzamento di Mecenate, il grande “ministro della cultura” di Augusto, che lo accolse e lo volle per sempre nella ristretta cerchia dei letterati protetti dal nuovo signore di Roma. Orazio fu sempre riconoscente ai suoi benefattori, che gli concessero una villa in Sabina, dove spesso si ritirava, lontano dalla vita frenetica di Roma. Il che non gl’impedì di restituire gentilmente al mittente la proposta di diventare segretario di Augusto. L’imperatore non si offese e lo lasciò libero di dedicarsi alla poesia fino alla morte, che avvenne otto anni prima della nascita di Cristo.
Ma Orazio, nella sua poesia, non è solo autobiografico. Si propone di trasferire nel mondo romano la grandezza del canto lirico degli antichi greci, di cui si sente ammiratore e continuatore, senza rinunciare al suo marchio personale e senza dimenticare la lezione alessandrina che raccomanda raffinatezza, “lavoro di lima”, ricerca quasi ossessiva della perfezione formale.
C’è dunque in Orazio la coscienza di essere figlio di una grande tradizione, nel cui solco s’inserisce consapevolmente e apertamente. È nella “secondarietà” il genio di Roma – per usare la felice espressione del filosofo francese Rémi Brague – e Orazio la rappresenta in modo esemplare. Sua la famosa espressione «Graecia capta ferum victorem cepit»: la Grecia, conquistata dalle armi romane, a sua volta conquistò, con le armi della cultura, il suo rozzo vincitore.
Orazio coglie il frutto ormai maturo della poesia antica e la interiorizza, rinnovandola secondo il suo timbro più intimo.
Le immagini della natura, la presenza insistita dell’inverno, il ciclo perenne delle stagioni, l’apparire improvviso di un lupo in un bosco della Sabina gli rammentano la precarietà della propria vita, esteriore e soprattutto interiore.
L’amore è passione di un istante che fiorisce per deludere, e la disillusione è come un naufragio cui il poeta è scampato per miracolo, mentre esalta il miracolo opposto della fedeltà per sempre.
La lotta – già perduta – con la morte lo spinge a domandare l’immortalità all’inconsistenza del verso, nella speranza che il tratto della parola scritta possa compiere il prodigio di attraversare il tempo al posto del respiro passeggero dell’uomo e della sua carne debole.
Per il resto, il presente, la sua centralità, si riconducono alla gioia dell’amore e del vino ma anche alla ricerca costante e difficile di un equilibrio sempre precario, e sempre desiderato come bene irrinunciabile.
Questo equilibrio ha un suo correlativo oggettivo nella misura del verso classico, quasi impossibile da rendere in traduzione. Le abbiamo preferito la misura, più familiare per noi, ma anch’essa a suo modo classica, della metrica accentuativa italiana. Anche noi siamo “secondari” rispetto ai classici, come i Romani lo furono rispetto ai Greci: «Nani sulle spalle di giganti» recita la lapidaria espressione del medievale Bernardo di Chartres. L’importante è restare sulle loro spalle: l’orizzonte inevitabilmente s’allarga, la visione si fa più chiara, più fiduciosa l’attesa.