Nulla, solo la notte (estratto)

24-02-2014  •   Il blog di Stoner
A A A

Pubblichiamo il primo capitolo di Nulla, solo la notte il romanzo d’esordio di John Williams, in uscita giovedì 27 febbraio.

 

In questo sogno in cui era senza peso né vita, in cui era un velo di coscienza diffuso che vibrava e fremeva in una vasta distesa di tenebre, dapprima non sentiva nulla, se non un’oscura specie di appercezione, priva di vista e d’intelletto, e remota, in grado solo di distinguere tra sé e il buio.
Poi una consapevolezza più decisa cominciava a farsi strada in lui, una sorta di gratitudine per la forma insensibile che aveva in sogno. Senza riuscire a esprimerlo con parole o pensieri, la cosa gli piaceva talmente che, potendo scegliere, sarebbe rimasto per sempre in quell’oscuro ventre di non essere.

Ma la peculiarità del sogno è che il sognatore è privo di potere. Anche se spesso sembra dotato di abilità straordinarie, di facoltà inconcepibili durante la veglia, se solo fosse in grado di esaminare la sua mente sognante, e di esplorare il suo mondo sognato, scoprirebbe che il suo unico potere è quello utile al sogno, alla condizione in cui si trova. Egli non è che lo strumento di un oscuro saltimbanco, di un piccolo e sinistro pagliaccio che si diverte a creare mondi dentro altri mondi, vite dentro altre vite, cervelli dentro altri cervelli. Tutto il suo illusorio potere proviene da quest’allegro soggettista, che elargisce e revoca doni a suo piacimento.
Così cominciava a sentirsi un po’ meno al sicuro, in quella sospensione; e via via che aumentava la  consapevolezza, diminuiva la sua gratitudine, e quella sensazione lo trafiggeva intensamente, e d’improvviso, con una transizione illogica, scopriva di non essere più perfetto in quella distesa di tenebre, ma di essere diventato qualcosa, un’identità, imperfetta e viva, in un miasmatico mondo di luce che iniziava a emergere dal vuoto.
Per un istante non riconosceva il luogo in cui si trovava, mentre volteggiava invisibile nella stanza, sospinto da un’altra onda d’innaturale distacco. Era una stanza grande, appena illuminata, piena di gente che parlava, densa e calda. Le pareti si estendevano all’infinito intorno a lui. Erano di un delicato color beige, con raffinate bordature marroni, adorne di centinaia di dipinti chiassosi e insignificanti. Sentiva un’atmosfera tutt’intorno, un’aura, che gli era molto familiare – e a cui però non riusciva a dare un nome. Se avesse potuto, si sarebbe unito a quelle persone che vagavano sotto di lui, ci avrebbe parlato e gli avrebbe fatto delle domande. Ma sapeva di non poter agire secondo la sua volontà. Era ancora alla mercé dell’intelligenza sognante e, finché era quell’intelligenza a decidere, non poteva.
Tuttavia, dalla sua dimensione separata, gli era concesso di osservare la festa; e gli sembrava di guardare tutte quelle persone come se si contorcessero sul vetrino di un incredibile microscopio. Vedeva sul loro viso la maschera della festa, il sorriso falso ed esagerato che rivelava per un istante la cavità orale, le gengive umide e rosa, spazzolate di fresco, lo smalto azzurrognolo dei denti lavati col dentifricio – l’orrida ritrazione muscolare che fissava il volto in un intreccio di ghigno e rughe, un esperimento anatomico finalizzato alla seduzione.
E vedeva tutti quei signori impettiti, schierati nei loro smoking pieni di rigonfiamenti e protuberanze inutili, che soffiavano le parole insieme al fumo del sigaro e all’aroma delicato di gin e vermouth; e la schiera infinita di analoghe signore, monotone distese di seni e cosce svelate dalle stesse gonne attillate, con i volti confusi e irriconoscibili e le voci flautate e vacue.
E di colpo il sognatore ricordò dove si trovava. Senza preavviso, la consapevolezza gli sovvenne, ed egli la accolse senza stupore. Era a casa di Max Evartz. Conosceva bene quel posto. Smise di vagare con gli occhi tra gli invitati e si guardò intorno in cerca di Max – ben sapendo, prima ancora di guardare, che non l’avrebbe visto. Max non si faceva mai vedere, alle sue feste. La sua immensa mole scompariva con discrezione appena la serata aveva inizio, e da quel momento nessuno lo vedeva più. Era un ospite saggio e molto apprezzato.
Quando finalmente riconobbe ciò che aveva intorno, molte altre cose gli tornarono alla memoria. Conosceva quelle persone, le conosceva tutte. La sua mente riuscì a passare in rassegna tutte le facce, a ricordarle e classificarle una a una. E mentre veniva invaso dai ricordi, lo stato di astrazione in cui si trovava gli scivolò di dosso come un pastrano troppo largo, e sentì che il turbinio e la corrente della realtà lo risucchiavano senza scampo, riducendolo a un sottile frammento di quella folla.
Poi vide il giovane. E mentre una parte della sua mente si stupì di quanto quel volto gli fosse familiare, un’altra s’impregnò, fino a saturarsene, di una terribile intuizione, di un’ineluttabile e indicibile consapevolezza del perché era stato condotto in quel luogo e ora se ne stava lì a guardare, e di quello che stava per succedere.
Il giovane sedeva in disparte su una grande sedia, in un angolo della stanza. Ciocche di capelli lisci e biondi gli ricadevano intorno alla testa, e di tanto in tanto una mano sottile si alzava distrattamente per cercare invano di rimetterle in ordine. Era magro e allampanato, e una leggera curvatura delle spalle, visibile anche quando stava seduto, enfatizzava ulteriormente la sua statura. Era anche pallido, ma il suo pallore suggeriva qualcosa di più di una semplice mancanza di sole. Sembrava che avesse un cuscinetto gommoso sotto la pelle; si aveva l’impressione che, premendo con un dito sul viso, vi si potesse lasciare un’impronta, come se la carne e i muscoli non avessero la normale elasticità di un corpo in salute. Su quel pallore inconsueto si stagliavano due labbra sorprendenti, di un color rosso sangue. Non era un rosso sensuale, ma neppure malaticcio. Anzi, le labbra sembravano l’unico tratto sano di una fisionomia altrimenti cagionevole.
Lo si vedeva spesso alle feste di Max, ma, anche a un osservatore privo della superna acutezza del sognatore, appariva ovvio che non si sentiva a suo agio. Sembrava in preda a una profonda inquietudine, che gli impediva di star bene con se stesso e con gli altri. Sedeva in pizzo alla sedia, teso, come se fosse sul punto di balzare in piedi per scappar via in preda al panico. Eppure lo si vedeva spesso, sia a quelle feste che in altre occasioni simili, sempre tormentato, come un alieno, come un pesce fuor d’acqua. E sempre, immancabilmente, ognuna di quelle cerimonie lo opprimeva come un abito fuori misura.
E il sognatore si chiedeva: “Chi conosce quest’uomo?”. Chi conosceva la sua vera identità? Chi sapeva da dove venisse, e quale fosse la sua destinazione? “Ora hai davanti il vero estraneo”, pensò il sognatore, “non l’uomo che non hai mai visto, l’uomo che non hai mai conosciuto, il viso che hai incrociato per un istante sulla strada affollata; non l’oscura voce che hai sentito una volta; non il volto anonimo di cui hai letto sul giornale: nessuno di loro. Eccolo, ecco l’uomo che conosci troppo bene per sapere chi sia davvero, che hai visto troppe volte per riuscire a vederlo. Ecco il vero estraneo che incontri per strada: questa sagoma bionda, tesa, rattrappita, seduta su una sedia in un angolo della stanza, inosservata e sola”.
Perché era davvero inosservato e solo, e nessuno sapeva chi fosse. Giusto alcuni conoscevano il suo nome… e nient’altro. I fatti essenziali della sua vita erano del tutto estranei ai presenti. Nessuno li reputava così interessanti da farne oggetto di considerazione, né tantomeno d’indagine.
Per quelle persone egli era un rumore privo di significato, un’esplosione senza conseguenze.
Il sognatore lo ricordò in una circostanza particolare. Lo ricordò mentre se ne stava nervoso in mezzo alla stanza di Max Evartz, lanciando rapide occhiate tutt’intorno, accarezzando con dita inquiete lo stelo di un bicchiere da cocktail, assorbendo tutto quello che accadeva con l’intensità priva di concentrazione di un gufo miope. Quelli erano la sua postura e il suo atteggiamento abituali. A volte restava così anche per mezz’ora, quasi immobile, senza parlare, ad ascoltare quel vocio incomprensibile che gli fluiva intorno. Poi magari un’osservazione casuale gli giungeva all’orecchio, e allora batteva all’improvviso un piede in terra e gridava qualche parola di disapprovazione o di ingiuria, violenta e insensata, contro quei volti muti e stupiti. Il viso gli si fissava in una piccola smorfia di disgusto, le labbra sottili e rosse fremevano e s’inumidivano, e un tocco di rosa esasperato gli tingeva le guance gommose e malaticce. E non si decideva a interrompere la sua feroce arringa neppure quando le persone si allontanavano allarmate, come avveniva immancabilmente. Le seguiva per tutta la stanza, mentre i suoi insulti si trasformavano poco a poco in disperate richieste d’aiuto, senza che nessuno se ne accorgesse mai.
Poi, d’improvviso, così come aveva cominciato, smetteva. Restava a fissare inerte la persona o le persone con cui stava parlando, come se fossero degli estranei, degli intrusi indesiderati. Quindi filava via, lasciando tutti attoniti, spaventati, anche un po’ in imbarazzo, e si ritraeva di nuovo nel suo angolo. Lì scivolava in un comatoso silenzio che durava a volte cinque minuti, a volte un’ora, e più spesso per tutto il resto della serata. In quei momenti, era inutile cercare di ridestarlo. Sembrava non percepire altro che la sua stessa, muta presenza.
Così adesso il sognatore osservava quella piccola, pallida figura, seduta su quella sedia troppo grande. E mentre osservava, la sensazione di disastro incombente si faceva sempre più forte. Pensò di fuggire, di uscire da quel posto, ma si accorse di essere completamente immobilizzato, perché ogni minimo movimento era impedito dal malefico folletto del sogno. Rimase immobile, in preda al panico, mentre improvvisamente, più improvvisamente di quanto avesse potuto immaginare, il sogno precipitava verso il peggio. Vi fu una grande esplosione di luce accecante, cui seguì un vuoto impenetrabile di tenebre; poi dalle tenebre, fortemente amplificata, gli giunse la voce della folla. Gridava selvaggiamente, violentemente, in un concentrato d’odio, ed egli capì perché stava gridando.
Poi le tenebre si alzarono. E allora vide tutta la festa, tutti gli invitati che prima sembravano calmi, accalcarsi nell’angolo intorno alla sedia troppo grande e riversare la loro rabbia insensata su quella creatura rannicchiata e inconsapevole. Il sognatore era all’interno di quel cerchio umano, molto vicino al giovane pallido, e mentre la folla premeva e lo spingeva in avanti, verso l’occupante della sedia, d’improvviso trovò la forza di gridare, d’improvviso riacquistò il potere di muoversi e di combattere. Ma non riusciva a uscire da quel cerchio; la folla lo schiacciava inesorabilmente, e la sua forza non riusciva a prevalere contro il peso di quei corpi in tensione. Indentro, sempre più indentro si sentì sospingere il sognatore, finché non si ritrovò così vicino al giovane da poter vedere la trama della sua pelle, le vene che attraversavano le palpebre dei suoi occhi chiusi e rassegnati. Cercò di ritrarsi ancora una volta in un ultimo, disperato tentativo di evitare il contatto fatale con quel corpo; ma fu inutile. Con una possente spinta collettiva venne proiettato all’interno e sentì che una parte di sé toccava il giovane. E allora capì: in un’ultima esplosione di coscienza, la sua mente articolò quello che fino ad allora aveva solo sentito. Delicatamente, senza sforzo e senza rumore, quasi come un’atmosfera intangibile, si fuse con quel corpo inerte, divenne una sola cosa con lui grazie a un improvviso e inspiegabile processo chimico, e capì in un breve lampo d’agonia che quella era la sua vera identità, il suo vero io; e un istante prima che cadesse il velo di tenebra, guardò l’esterno con gli occhi del giovane, che si erano aperti all’improvviso, vide il mare infinito dei volti della folla, sentì di nuovo l’urlo animale del loro odio, le loro mani brutali sul suo corpo, i loro pugni cruenti pronti a schiantarsi verso il basso, avvertì una fitta istantanea di dolore, e poi quel mare di sangue si addensò e si ritrovò a nuotare nel buio più nero e non capì più nulla.