Ouatann. Ombre sul mare (Estratto)

17-09-2015  •   Il blog di Stoner
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Ouatann

In occasione della partecipazione di Azza Filali a Pordenonelegge, pubblichiamo un estratto dal suo Ouatann. Ombre sul mare, un romanzo che racconta la crisi di un intero continente, la perdita delle speranze, la decisione di partire, il sogno di Lampedusa, l’orizzonte di una nuova vita. 

 

L’indomani, un sole insistente mi sveglia. Mi ci vogliono alcuni attimi per capire dove sono, poi mi alzo e vado in bagno.

Verso le nove, mi arrischio all’esterno: la terrazza è vuota, i vialetti silenziosi, dove sono andati a finire i due uomini? Partiti prima del previsto? Torno in casa, la porta della camera arancione è accuratamente chiusa, nessun rumore trapela. In corridoio, un paio di scarpe attira il mio sguardo: quelle che Naceur portava ieri sera, non può essere partito e aver lasciato le scarpe.

Sul sentiero che conduce alla spiaggia, i miei passi urtano contro il selciato sconnesso. Da una parte e dall’altra, i boschetti sprigionano un odore di erba e di fogliame umido; davanti a me, il mare è un campo di luce! Come ho potuto dimenticare la bellezza dei mattini?

Era sempre estate, nella casa sulla spiaggia. Mia madre era la prima ad alzarsi e il suo canto, più tenace di una sveglia, ci faceva scendere dal letto; ci mettevamo i costumi da bagno e correvamo al mare. La sua freschezza brinata ci faceva tremare; dopo due tuffi e vari schizzi, risalivamo verso casa. Inondato dal sole, il sentiero era nero; camminavo con la mano a visiera, guidata dalle asperità di un viottolo che i miei piedi conoscevano a memoria; Mehdi galoppava, più avanti.

Sulla terrazza, la tavola era apparecchiata. Un certo Hocine, che aveva una motocicletta, ci riforniva di focacce, mamma si dava da fare, con allegria; il nuovo venticello aveva un buon odore di spensieratezza. La felicità che era lì, tra il latte e le focacce, dove se n’è andata? Il piede inciampa in un ramo gracile che si spezza senza rumore.

La sabbia mi penetra nei sandali; a un tratto, le mie gambe si ricordano: seguire la linea dove la schiuma viene a morire, una morte così breve che bisogna braccare la mutevole frontiera dove la spiaggia non ha altro destino se non bere il mare, poi cancellare il bordino disegnato dal sale abbandonato, sentire l’umidità che impregna i sandali, spostarsi per non bagnarli e indietreggiare ancora prima che l’onda impetuosa sommerga la riva.

I miei piedi avanzano tra la sabbia bagnata e l’acqua che si ritira. Nel mezzogiorno verticale, vado a zigzag e il mare mi segue. Lungo il cammino, un corso d’acqua mi sbarra la strada, è venuto dal largo, si è smarrito stupidamente nello spessore della spiaggia, come una persona che ha sbagliato strada… Il viso di Si Mokhtar mi spunta in testa: «È proprio il momento di giocare!». Arrivare da Tunisi, con il motivo, molto lodevole, di mettere due intrusi alla porta, e ritrovarmi a saltellare nell’acqua, come un trampoliere maldestro.

Ma sono venuta davvero a porre fine agli intrallazzi del custode? Mi siedo. Sono anni che Sleim esercita di nascosto i suoi doni di malvivente, animato da un senso d’impunità e da una finta ingenuità sapientemente dosati. Non mi trovo qui per lui, né per i due sconosciuti, che mi lasciano indifferente; la domanda del bambino mi risuona nelle orecchie: «Perché sei tornata?». Stupefatta, mi accorgo di avergli detto la verità: non sapevo dove andare.

A Tunisi, la realtà ha perso la sua grana. In strada, braccia e stoffe mi urtano, silenziose, aggressive; i visi raccontano il loro divorzio consueto: discorso da una parte, sguardo dall’altra. In tribunale, la mia voce attraversa la sala di udienza, va a cozzare contro un invisibile baluardo che la manda via con le buone; certe sere, ho l’impressione di essere in visita nella mia camera da letto. E poi c’è l’odore esalato dalle persone, in piedi davanti alle vetrine: un miscuglio dolciastro di sudore, muschio e sentori di panini… fottuto aroma che s’incolla alle narici, tappezza la gola, non se ne va, non vuole dire niente! Dove abita il senso? Quello che permette di percorrere la vita e di crederci?

Ci vuole un posto, ci vuole una luce, fiammella testarda, in un cantuccio. Un giorno, Achraf mi ha detto: «Hai un nome buffo! A scuola, nessuna bambina si chiama come te». L’ho guardato senza rispondere. Il nome lo devo a mio nonno, un vecchio gioviale che abitava a Sfax e, d’estate, ci veniva a trovare nella casa sulla spiaggia. Avevo sei o sette anni, mi prendeva sulle ginocchia e recitavo i primi versetti della sura Ennour.