Patatine, vino, Graham Greene: lì è nata la mia professoressa

17-01-2015  •   Il blog di Stoner
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Il premio Pulitzer Elizabeth Strout racconta in un inedito pubblicato su La Lettura la stesura del suo romanzo Olive Kitteridge, e l’emozione di vederlo sullo schermo. Vi ricordiamo che la miniserie tratta dal bestseller della Strout andrà in onda su Sky Cinema il 23 e 30 gennaio.

 

Tanti anni fa, il mio editor di lunga data nonché mentore mi disse: “Lo scrittore è sempre solo”. Ed è vero. Siamo soli di fronte a ogni decisione che trasferiamo sulla pagina, siamo soli di fronte a ogni azione che facciamo o non facciamo compiere ai nostri personaggi. Siamo soli.
E io ero sola quando ho scritto Olive Kitteridge. Ero sola in un cottage di Provincetown, nello Stato del Massachusetts, dove ho scritto gran parte delle storie: è lì, in quella casa, che il libro ha preso il suo aspetto finale. Il cottage si trovava alle spalle del Burger Queen, dove c’era un cartello che diceva: “Proprietà privata – Vietato l’accesso”. Dietro il cartello sorgeva la casa, praticamente sulla spiaggia. Ogni mattina davanti alla mia finestra passava un pescatore di aragoste con il suo pastore tedesco, e io pensavo: “Mio Dio, ho riprodotto la mia infanzia!”.
Nel cottage c’erano soltanto le pile di pagine che continuavano a crescere intorno a me, il cibo da asporto del Burger Queen e la biografia in tre volumi di Graham Greene scritta da Norman Sherry. Niente radio, né tv. “Non avevi la radio?”, mi ha strillato il mio editor quando l’ha saputo. “Ma te l’avrei spedita io!”. Non mi ha mai spedito nemmeno un biglietto.
E così ero lì, sola: patatine fritte su un tavolo coperto di fogli, vino in frigorifero e la sera Graham Greene. Ero indubbiamente sola. Avevo degli amici in città, ma col trascorrere delle settimane mi sono accorta di frequentarli sempre meno. Ero immersa nel mondo di Olive Kitteridge, e ricordo che tutte le sere, quando rileggevo il lavoro della giornata, pensavo – riguardo a Olive – “Strout, non essere prudente con lei. Lasciala fare, lasciala libera. Lasciala essere Olive.” Ho messo i racconti in valigia, sono tornata a New York e ho spedito il libro al mio editor con un biglietto di accompagnamento: “Credo sia buono”.
Mi ha risposto con una sola frase: “Lo è”.
Le recensioni sono state positive, e il libro non ha venduto quasi niente. Quando sono andata in California la mia agente cinematografica mi ha detto che Frances McDormand aveva espresso interesse per farne un film. Questo accadeva prima che il libro vincesse il Premio Pulitzer, e io ho pensato: “Che bello. Ma tanto questi progetti non si realizzano mai”.
Tornata a New York, ho incontrato Frances in diverse occasioni, e mi sono resa conto che lei capiva Olive. E poi tutt’a un tratto mi sono ritrovata al telefono con lo sceneggiatore, e poi con il regista, e alla fine il progetto si è realizzato!
Durante le riprese a Cape Ann, una sera io e mio marito siamo andati sul set. Per la prima volta ho visto cosa significa fare un film, e sono rimasta molto colpita dalla grande mole di duro lavoro e dall’attenzione per i dettagli. Quelle persone non erano sole. Lavoravano insieme. Era una cosa sorprendente, e splendida. Frances ha colto una Olive indimenticabile, mentre Richard Jenkins mi ha spezzato il cuore con il suo ritratto di un Henry così generoso da amarla senza riserve, ma sono state tutte le persone che ho visto lavorare sul set quella sera a contribuire a rendere il film ciò che è.

mcdormand

L’ho visto per la prima volta a New York. Mio marito e mia figlia erano seduti accanto a me. C’erano anche il mio agente e il mio editor. Solo noi. Il rappresentante della HBO ci ha porto con discrezione una scatola di kleenex, e io ho pensato: “Ma no, non ho bisogno di fazzoletti”. E invece sì. Ben presto mi sono resa conto di trovarmi di fronte a un film davvero notevole, che aveva ben poco a che fare con me, anche se di tanto in tanto pensavo: “Sì, questo va bene, mi ci ritrovo in questa scena”. Ma per lo più il film ha un’identità sua. È una creazione indipendente, realizzata da tante persone che hanno lavorato insieme.
Molti mi chiedono: “Cosa si prova? Cos’hai pensato quando hai visto il tuo libro tradotto in un film?”, e io non so mai cosa rispondere. Mi piace il film, lo ritengo straordinario. Ma ha qualcosa a che fare con me? Certo. Naturalmente ha molto a che fare con me. Eppure no, non ce l’ha. Ha a che fare con la bravura di Frances McDormand e Richard Jenkins, e degli altri attori che vi hanno recitato; con le tante persone che ho conosciuto quella sera sul set; con lo sceneggiatore e il regista, e il direttore della fotografia. E molti altri: quelli che sistemavano i microfoni e le cineprese, e mettevano il sale sulla birra del bar perché continuasse a fare schiuma. Il film ha a che fare con tutte queste persone. E loro non erano sole.

Copyright 2014 Elizabeth Strout
Traduzione di Silvia Castoldi

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