«Più donne che uomini» di Ivy Compton-Burnett: tra toni brillanti da commedia degli equivoci e colpi di scena degni di un thriller

07-05-2019  •   Il blog di Stoner
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Ivy

Pubblichiamo la recensione di Giorgia Rovere al romanzo di Ivy Compton-Burnett Più donne che uomini.

 

Più donne che uomini, pubblicato per la prima volta nel 1933 e in Italia edito lo scorso mese da Fazi nella traduzione di Stefano Tummolini, è un romanzo della scrittrice inglese Ivy Compton-Burnett, nata alla fine dell’800 e vissuta sino al 1969, una delle voci più originali e apprezzate del panorama letterario novecentesco. Insignita nel 1955 del James Tait Black Memorial Prize per Mother and Son e nel 1967 del titolo di Dama di Commenda dell’Impero Britannico, l’autrice, nata da famiglia benestante, condusse una vita da lei definita “priva di eventi di rilievo”, in realtà funestata da indicibili orrori, tra cui la precoce morte di due amatissimi fratelli e il simultaneo suicidio, nel Natale del 1917, delle due sorelle minori.

Ammirata al limite dell’idolatria da molti critici e colleghi, tra cui Virginia Woolf e Natalia Ginzburg (sorprendente, geniale, “uno dei migliori romanzieri che l’Inghilterra ha mai avuto” sono alcune delle definizioni coniate per lei), secondo Alberto Arbasino fu “Grande tra i più grandi scrittori di questo secolo”, come scrisse nel suo “La grande signorina” a lei dedicato.

Ivy Compton Burnett è un’autrice che non consente compromessi: non vi scende lei in quell’irripetibile unicum che è il suo stile narrativo, e non permette di farlo alle sue lettici/ori, che hanno nei suoi confronti solo due opzioni: o amarla o detestarla, intensamente e senza possibilità di ripensamento, fatto salvo il non improbabile caso che l’incontro con i suoi romanzi ne provochi un profondo mutamento interiore, illuminando zone oscure di se stessi delle quali prima ignoravano l’esistenza. Questo è accaduto a varie persone che conosco e in parte anche a me, trasformando in appassionato apprezzamento il fastidio inizialmente suscitato dalla ferocia, nascosta dietro un fitto e talora fuorviante velo di perbenismo borghese, di cui sono intessuti i suoi libri. L’intera narrativa di colei che il Guardian ha definito “la romanziera più adorabilmente acida del XX secolo” potrebbe infatti definirsi una sorta di riedizione, in chiave british caustica e talora grottesca, del plautiano/hobbesiano homo homini lupus, applicato prevalentemente ai rapporti famigliari.

Più donne che uomini non fa certo eccezione a tale regola, essendo pervaso da una serpeggiante spietatezza che non risparmia nessuno, tranne personaggi/meteore la cui comparsa e scomparsa non è in grado di fare la differenza; una spietatezza che appare tanto più sconvolgente quanto più ricoperta da una patina di ipocrisia che tende a dissimulare la verità di emozioni e avvenimenti, e agisce come al solito dentro un interno alto-borghese, sullo sfondo di lussuose dimore vittoriane, tra inappuntabili regole di galateo, devastanti sussurri e brillanti cinguettii più acuminati di lame di coltello.

Sintetizza efficacemente l’essenza dell’artista, sui generis sia come autrice sia nella vita privata, una frase che ricorre spesso nei saggi e articoli a lei dedicati: le sue storie sono crudeli e intrise di un feroce pessimismo, ciononostante trasmettono a chi le legge una singolare allegria. Al di là delle spiegazioni di volta in volta fornite dai diversi autori, la prima che a me è venuta in mente, oltre al sempreverde “mal comune mezzo gaudio”, riguarda la leggerezza formale di Ivy Compton-Burnett; il suo stile è infatti così elegantemente fluido, raffinato e insieme allegramente “salottiero”, da alleggerire la durezza del contenuto, al punto che chi si accosta ai suoi romanzi non la percepisce come tale, se non a posteriori e indirettamente, in relazione alle tante riflessioni “forti” che suggeriscono. Non a caso Arbasino ha coniato per lei il termine verve allucinatoria: una cifra stilistica brillante almeno quanto impietosa, che è il marchio di fabbrica dell’autrice inglese, quasi fatalmente destinato a lasciare un segno indelebile in chiunque si avvicini ai suoi romanzi per la prima volta . Si tratta di una cifra narrativa assolutamente originale, che può essere in una certa misura avvicinata solo allo spregiudicato sarcasmo spesso ai limiti della perfidia di Dorothy Parker e all’elegante quanto “crudele” imperfezione dei mondi di Paula Fox, con la quale condivide la precisione chirurgica con cui vengono gradualmente disvelati i sotterranei orrori famigliari. A contraddistinguere l’autrice inglese è soprattutto l’impianto fortemente teatrale dei suoi lavori, basato quasi esclusivamente su serrati dialoghi e su un “non detto” aperto alla creatività di chi vi si accosta («Non vorrete esprimere a parole ciò cui abbiamo alluso silenziosamente?» chiede la protagonista a una collega che parla troppo).

Nel panorama letterario anglosassone l’autrice di Più donne che uomini è forse quella più “frivolmente” e insieme profondamente pirandelliana, incarnando in modo esemplare il tema, tanto caro al grande siciliano, delle maschere borghesi, sia pure riveduto e corretto dalla verve di cui sopra.

La trama di Più donne che uomini si dipana tra le soffocanti pareti di un collegio al femminile, nel quale gli uomini svolgono un ruolo marginale, diventando significativi soprattutto nell’interazione con la protagonista Josephine, volitiva e austera fondatrice/direttrice del collegio, e lo stuolo di donne che la circonda. Pagina dopo pagina la tragicommedia costruita intorno a Josephine, moglie del mite Simon, sorella del dolente Jonathan e zia nonché madre adottiva dell’irrisolto Gabriel, si snoda tra sentimenti dissimulati e mezze verità, ricatti e invisibili assassinii, funerali seguiti da fugaci matrimoni e colpi di scena che la rendono trascinante come un thriller. È l’arrivo di una vedova con figlia al seguito, personaggi appartenenti a un mai dimenticato passato, e il verificarsi di due tragici eventi collegati tra loro da un invisibile e torbido legame, a interrompere il pacato tran tran della vita scolastica, sino ad un imprevisto epilogo.

Ivy Compton-Burnett non descrive, si limita a far parlare le sue donne e i suoi uomini e, nel farlo, suggerisce, evoca, tratta i suoi personaggi come sculture non finite su cui ogni lettrice/ore è libera/o di dare il proprio colpo di scalpello per definirne più nettamente i contorni, secondo la sua sensibilità e la sua interpretazione delle parole dell’autrice. Personaggi apparentemente gelidi, schiavi di cristallizzate e immutabili convenzioni sociali, eppure grondanti emozioni violentissime e una “scandalosa” sensualità che, quanto più negata, tanto più imprevedibilmente e intensamente fuoriesce da uno sguardo, affiora in parole anche non dette o in una carezza furtiva. E sono proprio questo dualismo, da cui emerge l’eccezionale comprensione da parte dell’autrice delle dinamiche emotive e relazionali, e il predetto “indefinito”, due delle principali ragioni della sua straordinaria modernità e della sua recente riscoperta.

Personaggio centrale e deus ex machina dell’intero meccanismo narrativo di Più donne che uomini è Josephine, che nei suoi modi perfetti incarna la “regalità” british, nonché la forza e la determinazione femminili in contrapposizione alla fragilità e alla dipendenza – sia essa economica o psicologica – maschili. È un personaggio ricco di chiaroscuri che non smettono di sorprendere il lettore e gli rendono difficile dimenticarlo: sotto le apparenze austere e inappuntabili bruciano infatti una passionalità e un istinto di possesso che solo a tratti la rivelano per ciò che realmente è: una sovrana assoluta che non tollera interferenze, direttrice non solo della scuola in cui è ambientato il romanzo ma anche dei destini altrui, capace di annientare tutto ciò che ostacola il suo volere.

Le altre donne sono unite a lei da un forte legame, formalmente di parità ma sostanzialmente di sudditanza, talora nascosta da atteggiamenti apparentemente ostili – è il caso di Maria Rosetti – che in realtà nascondono insospettabili risvolti. L’unica che a un certo punto, in nome del suo amore per Gabriel, ha il coraggio di assumere un’identità autenticamente oppositiva, destinata a costarle un altissimo prezzo, è Ellen, la figlia di Elizabeth, la governante/amica/rivale di Josephine.

Tra i personaggi maschili solo uno non è di mero contorno alle donne, Felix, un personaggio molto wildiano, il cui cinismo ferocemente caustico gli permettere di “combattere” con Josephine ad armi pari. Gli altri sono creature senza spina dorsale, predestinate alla subalternità e all’oblio, a iniziare dallo sfortunato Simon la cui precoce morte, “discreta” come la vita, non lascia tracce dietro di sé

Più donne che uomini: tra toni brillanti da commedia degli equivoci, colpi di scena degni di un thriller e tragici disvelamenti da dramma ibseniano, l’avvincente storia di una donna disposta a tutto pur di non condividere con nessuno l’oggetto del suo amore e controllare la vita degli altri.

 

Giorgia Rovere