Postfazione di «Città Amara» di Antonio Franchini

09-10-2015  •   Il blog di Stoner
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Vi proponiamo la postfazione di Antonio Franchini al romanzo di culto Città Amara, il classico sulla boxe di Leonard Gardner, da cui è stato tratto nel 1972 il celebre film Fat City.

 
 

C’è uno scrittore americano che racconta quest’episodio: da ragazzi, lui e un suo amico, entrambi aspiranti scrittori, passano una fase di vera e propria idolatria per Città amara e per il suo autore Leonard Gardner. Ne sanno a memoria interi paragrafi, possono citare larghi pezzi di dialogo e, come molti giovani, sono convinti di essere i soli a coltivare quella che gli appare una bizzarra ossessione. Si devono ricredere quando vanno a fare il solito corso di scrittura creativa in un’università dello Iowa e scoprono che gli ammiratori sono una moltitudine. Schiere di coetanei tutti stregati allo stesso modo da quella semplice vicenda di uomini e donne alla ricerca disperata di un po’ d’amore e comprensione, e anche di gloria, forse, ma mai di pietà, nel calore e nella polvere della California centrale, una terra che dell’El Dorado non ha niente, per quanto, ironicamente, Fat city (il titolo originale, NdR) proprio El Dorado significhi.

Così un giorno l’amico di questo scrittore gli dice nientemeno di aver incontrato Gardner in persona, in un drugstore vicino Stockton, la città «amara» del titolo italiano del film di John Huston, che poi è il luogo natale di Gardner. È lui, non c’è possibilità d’errore, l’ha riconosciuto dalla fotografia che sta sul risvolto di copertina. Per giunta, l’uomo si aggira nel reparto dei giornali e sfoglia una rivista di pugilato. Il ragazzo gli si avvicina: «Mi scusi, lei è Leonard Gardner?».

«Sì, e tu devi essere uno scrittore», si limita a rispondergli Gardner e si reimmerge nella lettura della rivista.

Entrambi i giovani scrittori, estasiati dall’emblematicità del fatto, lo raccontano a tutti i loro amici.

Che Città amara possa essere a suo modo considerato un testo ideale per un corso di scrittura creativa è fuori discussione. L’aderenza tra i personaggi, la loro lingua e le loro azioni è totale e perfetta, e la psicologia dei protagonisti è tutta nelle loro gesta, uno degli obiettivi più difficili da raggiungere per i neofiti i quali, al contrario, istintivamente tendono a esplicitarla con pesantezza nel pensato, nel monologo o nel dialogo. I dialoghi di Città amara, invece, continuamente sul limitare dell’afasia, non scartano mai dal livello della prosaicità quotidiana, eppure, quando si tratta di lasciare intravedere una tristezza, una disperazione o un abisso di qualsiasi genere, non vengono mai meno alla loro funzione di fragile schermo trasparente per dire una cosa e significarne un’altra.

Se esiste un sottogenere del racconto di pugilato, Città amara ne rispetta la regola fondamentale, la sconfitta.

Non esiste una sola storia di pugilato che si concluda con la vittoria dell’eroe protagonista. Il beautiful loser per eccellenza, la risposta occidentale alla nobiltà della sconfitta di derivazione giapponese, è il pugile.

Per essere precisi, Città amara è uno dei pochi libri che, invece, sarebbero suggellati addirittura da una doppia vittoria, perché entrambi i pugili protagonisti, il veterano Billy Tully e il più giovane Ernie Munger, vinceranno i rispettivi incontri, e però, a rendere non scontato l’intreccio del romanzo, è proprio a partire dalla vittoria sul pugile messicano Arcadio Lucero che s’innesca l’implacabile parabola che trascina Billy Tully verso il baratro, mentre la vittoria di Ernie Munger, se non produce direttamente un disastro, genera tuttavia uno smarrimento quasi metafisico, anticipo delle inevitabili sfortune future che restano fuori dal libro. La scena di Ernie, abbandonato nel deserto dalle due balorde a cui per non intaccare la misera borsa ha chiesto un passaggio nel mesto ritorno verso casa, oltre a evocare una quantità di scene di film ancora da girare (la prima edizione di Città amara è del 1969), da Zabriskie Point a Thelma& Louise, è il simbolo di un abbandono «più distante e inesplicabile», dell’«abissale oscurità», del mutismo di tutto il creato. Non a caso, nella rapida panoramica degli scrittori e dei romanzi americani di pugilato che si legge in Sulla boxe (e/o, 1987), Joyce Carol Oates considera Città amara non tanto un romanzo sulla boxe quanto: «Una specie di manuale del fallimento, in cui la boxe rappresenta l’attività naturale di uomini totalmente incapaci di comprendere la ­vita».

Il prosieguo del ragionamento della Oates contraddice la premessa perché arriva alla conclusione che Città amara è un’opera che affronta il mondo del pugilato totalmente dal di dentro:

Nella Stockton di Gardner i pugili sembrano vivere in un mondo che ha l’atmosfera claustrofobica della palestra, ignorando tanto i grandi pugili del loro tempo (Cassius Clay non sarebbe stato forse loro contemporaneo?) quanto la politica e la “società” in generale. Città amara è il rovescio del sogno americano. Uomini appena in grado di destreggiarsi in uno sport pericoloso sono ingaggiati per combattersi l’un l’altro per borse pietosamente basse: un esempio dell’ironia del romanzo consiste nel fatto che, per tali poste, la vittoria sia a malapena distinguibile dalla sconfitta. Non sembra che Leonard Gardner abbia scritto altri romanzi o racconti, ma i suoi numerosi articoli sulla boxe – pubblicati su riviste come «Sports Illustrated» ed «Esquire» – rivelano un dono straordinario nella comprensione (tutta interna) della psicologia dell’uomo nato per combattere, l’uomo che sa solo combattere, per quanto suicida sia la natura di questo richiamo.

Già, l’opera unica di questo scrittore che si potrebbe quasi considerare una specie di Salinger del romanzo di boxe è tutta lavorata dall’interno; questa è la sua peculiarità.

È vero, i pugili di Città amara ignorano la storia del pugilato. Come quasi tutti i pugili del resto, i quali, a proposito dei loro grandi contemporanei, pensano quasi sempre che siano stati più fortunati, non più grandi. Certo che poi esistono le eccezioni. Esistono pugili che sono veri e propri cultori della boxe del passato, collezionisti di rari filmati d’epoca, filologi del pugno d’autore. Sono pugili che si ispirano ai loro predecessori, atleti che scelgono nella vasta galleria del passato qualcuno cui somigliano o cui credono o s’illudono di somigliare nel modo di combattere, come un artista contemporaneo identifica il maestro da cui pensa o sogna di derivare. Non si direbbe, ma un pugile di questo genere è stato proprio Mike Tyson, che fu probabilmente il primo a innescare il culto tutto attuale e letterario per Sonny Liston. Fino a non molti anni fa Liston era soltanto l’ottuso bestione ridicolizzato dal giovane Clay non ancora Alì, mentre adesso, dopo le pagine di Thom Jones (Sonny Liston era mio amico, minimum fax, 2000), di Nick Tosches (Ildiavolo e Sonny Liston, Mondadori, 2005) e David Remnick (Il re del mondo, Feltrinelli, 1999, che evidentemente parla di Alì, ma contiene un vasto, memorabile, commovente ritratto di Sonny Liston), è diventato un’ennesima, corrusca incarnazione dell’eroe maledetto, segnato da un destino di violenze e incomprensioni, una sorta di Aiace dalla pelle nera, il più emblematico precursore dello stesso Tyson.

Entrambi bianchi, appartenenti alla specie di emarginati conosciuta come White Trash, ‘immondizia bianca’, e riluttanti a lasciarsi incasellare in alcun nobile archetipo, fosse pure un’icona del negativo, i due antieroi di Gardner percorrono fino in fondo la loro via antieroica. Basta vedere com’è anticipata e sviluppata tutta la scena centrale dell’incontro tra Billy Tully e Arcadio Lucero.

Lucero viene evocato all’inizio come un avversario insidioso, il suo stesso nome, versione ispanica e contraffatta dell’angelo caduto, è temibile, ma la sua biografia, quando verrà raccontata, nella consueta alternanza di alba carica di promesse e repentina decadenza («dopo un anno di trionfi finì al tappeto anche lui») scioglie ogni dubbio: Arcadio Lucero e Billy Tully sono la stessa cosa. La stessa persona, la stessa cosa. Anche il curriculum di Billy Tully è segnato da un rovesciamento simile, altrettanto stilisticamente repentino:

Tully non aveva realizzato che la fama di essere un talento all’interno del quartiere, che aveva all’epoca, era il massimo cui poteva aspirare. E non l’aveva capito neanche il suo manager, che lo mandò a combattere contro avversari di livello nazionale. Quella consapevolezza si abbatté spietatamente su di lui nel giro di cinque o sei incontri, mentre ciondolava, mancava i colpi e barcollava sul ring, con gli occhi ridotti a due fessure.

E negli antefatti del loro incontro non ci sono epici, contrapposti allenamenti (come nei film di Rocky, per capirci, grandi archetipi della narrazione sul punto di diventare fiction), ma puri accidenti fisiologici in grado di far pendere il piatto della bilancia da una parte o dall’altra.

Arcadio Lucero ha la dissenteria perché durante il viaggio ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male. Il passo che lo racconta, con quella mezza testa di mucca arrostita, mangiata in autobus, col giornale in grembo, tenendola per il corno, è uno dei più memorabili di tutto il romanzo, ha una forza plastica impressionante.

Dal canto suo Billy Tully non è stato più accorto e Ruben, il suo allenatore e manager, lo sgama subito interrogandolo nello spogliatoio:

«Come ti senti? Tutto bene?».
«Sì».
«Hai cenato?».
Tully non riuscì a rispondere. Rimase con la bocca aperta, in attesa.
«Billy?».
Tully emise un piccolo sospiro.
«Hai mangiato qualcosa?», sussurrò Babe.
«Oh, Dio mio, non avrai mica bevuto birra?».
Tully finalmente fece un gran rutto.

Il backstage del combattimento non è atletico ma puramente, spietatamente alimentare. Come in un altro grande racconto di pugilato, La bistecca, di Jack London, solo che lì, se era una bistecca non mangiata a fare la differenza, si trattava di una privazione che contribuiva all’epica, mentre in Gardner le semplici intemperanze dei due pugili, i loro miserabili stravizi, frutto delle volontà fiacche di uomini alla deriva, non determinano alcunché, perché è il caso cieco, una tyke fatta di testate, colpi sporchi e ansimanti scorrettezze a creare la vittoria di Billy Tully, una vittoria senza applausi, una vittoria irriconoscibile dalla sconfitta.

Anche il tema dell’amicizia, della solidarietà tra i due pugili – in fondo è l’”anziano” Billy che “scopre” il giovane Ernie – è un altro archetipo lavorato con antiretorica assoluta. Insomma, non è sorprendente che Città amara sia stato così amato dagli scrittori. Perché è lontano dalla letteratura. All’apparenza. Che è il modo più sicuro per centrare il cuore, della vita come della letteratura stessa. Pochi lo sanno, istintivamente quasi tutti quelli che salgono sul ring per la prima volta vanno a cercare la testa dell’avversario. Ma non ci sono solo le tempie o il mento per il KO. Come sanno i pugili esperti, c’è anche il fegato, e poi il cuore, benché sia un bersaglio raro, difficile.